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Il promesso sposo

per Barbara Alberti

La Boemia ci gioca brutti scherzi.

Marina Cvetaeva, Poema della fine

di Edoardo Pisani

Vittorio Sgarbi è una delle opere più riuscite e divertenti di Barbara Alberti. Il promesso sposo, romanzo popolare, invero non un romanzo né una biografia ma una raccolta di pensieri e frasi e motti sgarbiani, pensati e scritti o riscritti o riportati da Barbara Alberti e non da Sgarbi, è un libro che si legge con facilità e con gusto, da cui esce uno Sgarbi piacione e irriverente e talmente innamorato di se stesso, cioè di Barbara Alberti che scrive al posto suo, da non poter parlare d’altro che del tanto detestato e/o amato Vittorio Sgarbi.

“Una volta che si sia fatto l’orecchio al ritmo sgarbiano” scrive Barbara Alberti nelle prime sezioni del libro, “la mia biografia dovrebbe farsi in rima.” E infatti il suo Vittorio Sgarbi, che non è quello reale, pur assomigliandogli, sembra avere dei tratti avanguardistici, russi, alla Majakovskij, perfino sentimentalmente rivoluzionari, così come la prosa di Barbara Alberti (che è sempre stata una scrittrice rivoluzionaria e sentimentale) ha dei ritmi cvetaeviani, energici e poetici al tempo stesso, fra punti esclamativi e frasi troncate e frequenti accapo, come già in L’amore è uno scambio di persona, forse il suo libro più bello, più drammatico, purtroppo ormai introvabile nelle librerie, come Il promesso sposo e molte altre sue opere – basti pensare alla sua biografia di Gianna Nannini, Gianna Nannini da Siena, che in Rete (su ebay) si vende a oltre duecento euro…

Anche Vittorio Sgarbi ha scritto di Barbara Alberti, seppure per poche pagine, un articolo intitolato Gli scrittori a domicilio, del 1991, compreso ne Le mani nei capelli, in cui lui e la Alberti vanno al Salone del libro di Torino – e Sgarbi, che spesse volte ha una buona prosa, soprattutto negli articoli più polemici, scrive, definendosi prima scrivente e poi, di conseguenza, scrittore: “La differenza fra scrivente e scrittore è meno sottile, ed è essenzialmente legata al tempo: lo scrivente può non essere uno scrittore, ma lo scrittore è sempre uno scrivente. Lo scrittore perdura ma non sempre permane nel tempo. Talvolta sarebbe augurabile che si fosse fermato alla prima cartolina, ma l’ostinazione trasforma le cartoline in cartelle, e uno, inadatto perfino ai saluti, diventa così scrittore.”

Sgarbi sarebbe quindi uno scrittore, poiché scrivente? Barbara Alberti aggiunge, parlando (scrivendo) in vece sua, sostituendosi al suo vanaglorioso io, in un abile gioco di specchi e di voci scambiate: “Odio scrivere. È un lavoro servile, che ruba la vita. Scrivere davvero è repellente, rovina l’avventura letteraria, che in me è arioso movimento. Dal 1978 non ho più scritto una riga, solo dettato. Come la vita come la morte” – e questo è un ritmo tipico di Barbara Alberti, che nell’enfasi della pagina ama saltare le virgole, e non di Sgarbi –, “ho aggirato anche la scrittura: scrivo libri su libri, ma non mi sporco le mani. In questa trappola derisoria, ci cado e non ci cado. Scrivere di mio pugno è mortuario, è già un ricordo per domani, già lapide, e scomparsa.” E ancora (ma è sempre Barbara Alberti a vestire i panni di Sgarbi): “Scrivere per me è un dettaglio dell’opera d’arte che è la mia vita. Lentezza della scrittura! poesia mediata – meglio la televisione. Lì io vivo mentre creo – mi muovo nello spazio, sono con voi – contemporaneo dei contemporanei.”

Il fin troppo contemporaneo Sgarbi urla il suo celebre e insopportabile “capra! capra! capra!” (povere capre! E povera Virginia Woolf, capra anch’essa) a infinite persone, politici, attori, studenti, passanti, addirittura scrittori come Aldo Busi, che gli risponde (o meglio lo attacca, è lui il primo a insultare) non per le rime ma con lo stile che è il suo: “Tu appartieni al tradito, non a te stesso. Io non tradisco, sono uomo di parola e quindi sono scrittore fino in fondo. Io ho un’opera, tu non hai scritto una mazza, a parte un paio di libretti. Tu sei un megalomane! Un mitomane!” E Sgarbi ribatte: “Vuoi farti i cazzi tuoi? Vuoi farteli?”, per poi passare al terribile: “Capra! Capra! Capra!”, fra gli applausi e le urla eccitate del pubblico in studio.

Sgarbi ama mettere in posa non se stesso bensì il personaggio che si è creato, o le vesti di “arrabbiato” che gli hanno cucito addosso – o che si è cucito e scucito e poi ricucito da sé. Sgarbi è vanitoso, irriverente, occasionalmente geniale, occasionalmente stronzo, volgare ma con eleganza. Sgarbi politicamente è un trasformista, un traditore, più per eccentricità (chi ha votato il suo Partito della Rivoluzione?) che per tornaconto personale, più per estetica o per umore che per vero interesse. Lo Sgarbi degli anni Novanta apparteneva a Berlusconi come d’Annunzio apparteneva, suo malgrado, al regime di Mussolini (“Sgarbi è un d’Annunzio giovane senza tante monate” diceva Goffredo Parise – e povero d’Annunzio, che aveva un’opera propria, a differenza di Sgarbi). Lo Sgarbi de Il promesso sposo è un Casanova della televisione, “la prima rockstar della parola”, scrive Barbara Alberti (travestita da Sgarbi), “il promesso sposo delle italiane, l’ultimo sogno delle donne”. Sgarbi è un capolavoro mancato, l’intelligenza fatta perversione e superficialità e dunque idiozia, trash, parolaccia gridata, insulto ripetuto allo stremo, fino a non avere più voce.

Eppure Vittorio Sgarbi ha anche diversi meriti, soprattutto culturali. I suoi libri sono pieni di bei testi, perlopiù divulgativi, su pittori e artisti di ogni tempo, da Carpaccio a Savinio a Modigliani a Zoran Music, da Manet a De Chirico a Adriana Pincherle a Tullio Pericoli e via di seguito, per una bibliografia che conta oltre trenta titoli, di cui alcuni molto riusciti, come Davanti all’immagine, del 1989, o Ragione e Passione, del 2005, o La stanza dipinta, del 2012. Sgarbi fa il critico da artista, come teorizzava Oscar Wilde, ricreando l’arte di cui parla con una prosa ritmata, che si fa amica e complice del lettore, tanto nei libri d’arte quanto negli articoli sui giornali, specie quelli dei primi anni Novanta. Franco Cordelli ha scritto: “Credo che dell’autentica letteratura – nel senso di sintomo di un rinnovamento di percezione – si sia letta nelle prime cronache d’arte di Vittorio Sgarbi, un uomo il cui comportamento, così mondano e presuntuoso, è tutto da ascrivere a una lacerante rinuncia alle grandi ambizioni.” Già, le ambizioni. Quali sono le reali ambizioni, sbagliate e non, grandi o piccole che siano, di Sgarbi? Il successo? I soldi, la ricchezza? Il divulgare a più persone possibili la sua personalissima visione dell’arte? L’istruire, il correggere? O il litigare sempre e comunque, poco importa con chi, cioè lo scontro dialettico come surrogato della vacuità dell’esistenza? O magari l’amare le donne, ossia se stesso, come direbbe Barbara Alberti? O forse, e soprattutto, il servire il potente di turno in televisione, come pensano in tanti, come Sgarbi sembra aver fatto per anni, in parte perdendosi, quasi fosse un politico o un opinionista qualunque, e non lo è? O piuttosto cambiare gli italiani, il gusto e la morale, liberando i costumi sessuali e estetici e comportamentali, perfino linguistici?

“Sto con Sgarbi” scriveva Barbara Alberti nel 1994, e chissà se lo ripeterebbe oggi. “Sto con l’imprudenza, sto con l’ironia, sto con il coraggio.” E tuttavia, conoscendo le sue opere, verrebbe da chiedersi e da chiederle se Sgarbi, l’imprudente Sgarbi, il tanto ironico Sgarbi, il coraggioso Sgarbi, e il venduto Sgarbi, e il volgare Sgarbi, e l’uomo di potere Sgarbi, non sia in fondo o non sia ormai diventato “roba da ricchi”, un presuntuosetto come i coniugi Trump di Non mi vendere, mamma! (splendida favola eversiva, tra i più bei libri di Barbara Alberti), distante anni luce dalla povera e ribelle Mama di L’amore è uno scambio di persona, e quindi distante dalla stessa Barbara Alberti – che grida, con Marina Cvetaeva: “Amo i ricchi! / Per la radice loro, putrida e precaria. / Per quell’imbarazzata abitudine: / fuori dalla tasca e daccapo in tasca. / E perché non li fanno entrare in paradiso. / E perché non ci guardano negli occhi. / E perché fra inventari, dorature, sbadigli – / proprio me, sfrontata, non comprano!”

Barbara Alberti sembra purtroppo amare inguaribilmente Vittorio Sgarbi, ne Il promesso sposo, come Vittorio Sgarbi sembra amare altrettanto inguaribilmente lo stesso Vittorio Sgarbi, o l’immagine aggressiva e strafottente che di Sgarbi proiettano le trasmissioni televisive, che poi per il pubblico è lo Sgarbi vero, l’unico Vittorio Sgarbi possibile, non essendocene altri se non sulla pagina, nei suoi libri, e leggere, come scrivere, è faticoso – anche per Sgarbi. Così torniamo ai suoi articoli migliori, sfogliandone i libri più vecchi, fino a quello in cui se la prende con Roberto Calasso, un pezzo intitolato Silenzio o servili ossequi, del 1991, e leggendolo non possiamo non pensare (ci innamoreremo anche noi dell’odiato Sgarbi?) che Sgarbi dovrebbe commentare più spesso il mondo editoriale/letterario italiano, per smuoverlo, per dilettarci, per dilettare se stesso e per non servire più l’attualità e l’ignobile politica, tale è la sua verve polemica e (in questo caso) il suo stile, infine per riesumare autori “proibiti” e dimenticati quali Piero Buscaroli (consigliato anche da Ferdinando Camon, in un articolo intitolato Leggere anche i libri fascisti) o Anacleto Verrecchia. Sgarbi scrive: “Leggendo molti giornali, anche di provincia, da almeno due settimane non riesco a evitare, come già mi era capitato con il libro precedente, i precipitosi e definitivi encomi di Calasso. Li chiamerei: preghiere. […] Eppure è dimostrabile, libri alla mano, che quasi tutti i titoli pubblicati da Adelphi erano già apparsi, alcuni da decenni, in Italia: gli scrittori stranieri in diverse e buone traduzioni, ma anche autori italiani come Salvatore Satta, il cui Giorno del giudizio era già stato pubblicato nelle edizioni Cedam di Padova. […] Ma di queste stravaganti smemoratezze nessuno si è preoccupato: l’attività di Calasso – ottima dal punto di vista del marketing, come uno stilista che firma abiti prodotti da altri – è sempre stata ammirata incondizionatamente, riflettendo sull’autore i meriti riconosciuti all’editore: nei due ruoli, grande intellettuale. […] I raccomandati sono questi, e non per un reale potere, ma per il timore che destano e per il complesso di inferiorità di chi si occupa di loro descrivendone i preziosi vestiti mentre sono nudi. […] Non temo, naturalmente, un certame letterario con Calasso, sono assolutamente certo della dignità della mia prosa, così come sono certo di quella di un grande saggista misconosciuto come Piero Buscaroli, di cui, oltre allo stile, hanno gran forza anche i concetti. All’uscita dei suoi saggi (o di quelli altrettanto limpidi di Anacleto Verrecchia), totale silenzio sui giornali: non una recensione, non un osservatore libero, non un lettore. Semmai qualche sinistra stroncatura…” – mentre i libri di Calasso sono lodati a destra e a manca, a dismisura, per Sgarbi oltre i loro meriti effettivi (quanto a me, e questo passaggio all’io non è mancanza di coraggio, preferisco il Calasso editore al Calasso scrittore, pur apprezzando il suo Baudelaire e il suo Kafka e soprattutto il suo impuro folle, cioè Daniel Paul Schreber, che in Italia non è più conosciuto di Piero Buscaroli o di Anacleto Verrecchia e che vale certamente la pena di leggere, cioè di conoscere, seppure attraverso Roberto Calasso – che però non scrive meglio di Vittorio Sgarbi).

Sono molto affezionato ad alcune pagine di Sgarbi, forse anche grazie al libro di Barbara Alberti, che me lo ha fatto leggere senza preconcetti e anzi con rinnovata curiosità, dimenticando lo Sgarbi televisivo, la sua voce irritante e la sua cialtronesca volgarità, che continuo a non sopportare. Grazie ai suoi libri migliori ho potuto conoscere, ovvero apprezzare esteticamente e talora biograficamente, pittori quali Pietro Cavallini o Arturo Nathan o Gaetano Pompa o Carlo Mattioli o Virgilio Guidi – soprattutto Virgilio Guidi. Lo considero un saggista spesso originale e sempre energico, sempre vivo sulla pagina, con una buona prosa, specie negli anni Novanta, come nel suo Elogio del vandalismo o nel Breve ma immodesto contributo alla glorificazione di me stesso, entrambi compresi in Davanti all’immagine, o nei suoi tanti profili di pittori e scultori, contemporanei e non. Quanto allo scrivere, per tornare a e per chiudere con Barbara Alberti (“Scrivere davvero è repellente, rovina l’avventura letteraria, che in me è arioso movimento”; “Scrivere per me è un dettaglio dell’opera d’arte che è la mia vita”; “Come la vita come la morte, ho aggirato anche la scrittura: scrivo libri su libri, ma non mi sporco le mani”; “Povero scrittore: seduto solo, onanista della vita, non la tocca per raccontarla”), una raccolta delle sue frasi migliori, non dissimile dal romanzo/finzione Il promesso sposo o dal più recente Diario della capra, fra aforismi e calembour e assiomi e frasi dette e poi dimenticate, farebbe un bel libro. Sgarbi infatti è un buon lettore e dunque un ottimo scrivente, ama Céline e Gadda e Gombrowicz e Flaiano e Ceronetti e nelle sue pagine più ispirate – nei suoi articoli migliori, nei suoi ritmi più “arrabbiati” – si sente, e perciò continuo, pur con moderazione, a leggerlo: e perciò ho voluto, nonostante Vittorio Sgarbi, scrivere questo pezzo, per l’appunto su Vittorio Sgarbi, lo Sgarbi più o meno Barbaro e più o meno Proibito e Dimenticato di Barbara Alberti.

Edoardo Pisani, nato a Gorizia nel 1988.
Commenti
2 Commenti a “Il promesso sposo”
  1. Marco Viero scrive:

    Divertente e interessante, ma non capisco perché Virginia Woolf venga definita anche lei capra.

  2. EP scrive:

    Grazie del commento, Marco. La stessa Virginia Woolf nelle lettere si firmava spesso “capra”, era un suo nomignolo epistolare, come “mandrillo” o “singe”, cioè “scimmia” – e anche i suoi amici erano animali, fra manguste (Leonard Woolf), orsi (Katherine Cox) e rospi e canguri e delfini etc etc. Chissà quale animale sarebbe stato il bestiale-bestione Sgarbi, per la dolce capra immaginifica Virginia Woolf…

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