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Il pugile zingaro: Dario Fo racconta Johann Trollmann

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Questo articolo è uscito sulla Gazzetta dello Sport, che ringraziamo.

di Massimo Arcidiacono

Ci sono visite che hanno solo l’orario della nostalgia. “Dario è a trovare Franca! Un caffé?”. Ma sì, dai. Un sorso ed eccolo, colbacco pastrano e quel sorriso da “Matto”, alla porta della sua casa milanese ricolma di ricordi, di quadri alle pareti e sui cavalletti. E il Nobel confuso tra i soprammobili. In una mattina di sole sfrontato siamo venuti – nell’essenza delle cose – a scoprire dove trovi l’energia questo saggio-bambino, questo antico giullare, per continuare a lavorare con tanta lena.

Dà alle stampe oggi un nuovo libro, Razza di zingaro (Chiarelettere), ed è la storia dimenticata a lungo e solo col tempo riscoperta di Johann Trollmann, pugile sinti che vinse il campionato tedesco dei mediomassimi nel 1933 – l’anno dell’ascesa di Hitler – ne fu scippato dalla follia nazista e finì i suoi giorni in un lager. “Era da tempo che volevo parlare di cultura attraverso lo sport: la storia di questo straordinario atleta mi è stata raccontata da un amico, Paolo Cagna Ninchi”, esordisce Dario Fo con un entusiasmo da neofita.

E così ne ha fatto un libro: che cosa l’ha convinta?

“Mi ha affascinato la gestualità di Trollmann. Fu il primo danzatore sul ring. I nazisti, a un certo punto, gli imposero di combattere senza danzare, avevano capito che la forza della sua boxe era nell’armonia del corpo, il gesto più dei cazzotti. Senza averlo mai visto, oserei dire che anche Cassius Clay gli debba qualcosa. Era bellissimo e le donne lo adoravano, lo aspettavano al termine degli incontri. E anche questo si ripeterà con Clay, un nero, un diverso, uno scomodo. Quella di Rukeli, il suo nome zingaro, è una storia che ancora si rinnova in altre forme. Faceva paura perché metteva in crisi il mito di una razza superiore, per il suo modo di salire sul ring, non con l’idea cattiva di abbattere l’avversario, ma spinto dalla voglia di dare spettacolo, di leggerezza, come l’attore che sale sul palcoscenico”.

Qual è il momento più alto del suo pugile?

“Quando capisce che i tedeschi lo annienteranno, che rischiano anche la moglie e il figlio piccolo e allora chiede l’annullamento del matrimonio e da lì in poi si rifiuta di rivederli. Finisce nel lager, infatti: gli impongono di fare da materasso ai pugili delle Ss. Tutto il giorno al lavoro e poi come premio sul ring per farli divertire. Fino alla volta in cui si lascia dare quattro cazzotti, poi inizia la danza e manda giù il kapò. Il giorno dopo era morto, ucciso a bastonate”.

Lei recupera questa storia in un momento in cui la Germania si ritrova a fare i conti con l’estraneo, con una difficile integrazione?

“Non ho molta simpatia per la virago Merkel, ma devo ammettere che ha fatto una scelta coraggiosa. I tedeschi farebbero un errore a smentirla. Vengono da una botta terribile sul piano culturale: erano i più forti ma truccavano le loro auto solo per venderne di più. Hanno bisogno di ritrovare la moralità”.

Che cosa ci insegna il pugile zingaro?

“È un insegnamento culturale. Diceva Giulio Cesare, pressappoco: trovatemi un nemico e vi farò diventare padroni dell’impero. Il potere ha la necessità di avere un nemico attaccabile, ma Trollmann ci dice che nemico e avversario sono due cose profondamente diverse. Non a caso le Olimpiadi nacquero come occasione d’incontro. Credo che conoscere storie simili possa servire a chi ama lo sport a comprendere che è cultura, in questo momento in cui tutto, invece, anche nello sport è dané : quanto costa, quanto mi rende, quanto ci posso lucrare”.

E lei ama lo sport?

“Da giovane ne facevo tanto: nuotavo, sciavo, ero un asso con la sciabola. Ero amico di Missoni e, senza accorgersene, mi fu maestro: spiandolo allenarsi nei 400, imparai a correre”.

Il libro è agile come un copione. Confessi: ha scritto pensando di poterlo rappresentare?

“Scrivo i libri per imparare, perché mi obbligano a un lavoro duro, che è quello di informarmi. Il dovere di chi racconta storie è quello di combattere la menzogna, smuovere coscienze. Con ogni mezzo, anche l’ironia, la risata o lo stupore”.

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