Il re nudo

Questo pezzo è uscito sul numero 68, marzo 2011, di I duellanti.

di Franco Marineo e Federica Timeto

Perché legatemi, se volete, ma non c’è
nulla che sia più inutile di un organo

Antonin Artaud

Un’immagine che forse c’è. O non c’è, oppure non c’è ancora. Ma, davvero, è del tutto indifferente che essa ci sia o appaia mai. Questa immagine l’abbiamo tutti dentro la testa. La vediamo da alcune settimane senza realmente guardarla. Si è formata dietro i nostri occhi, dentro la nostra attenzione. Si è costruita scarnificando fino all’osso il campo del visibile, accumulando strati di non visto intorno alle parole intercettate, lette e drammatizzate. É la foto di Berlusconi nudo, foto di cui si parla come se si trattasse di un cataclisma visuale, di una frana dell’immaginario, di un passaggio simbolico senza precedenti. Come in quei giochi di enigmistica solitamente sistemati accanto a “unisci i puntini”, giochi in cui annerire spazi porta all’apparizione quasi sorprendente di un disegno fatto di forme residuali, un puzzle di superfici rimaste bianche. Lo strato denso di parole riversate, tutte le sue propaggini fotografiche, le sequenze televisive, le drammatizzazioni, i disegni; e ancora i travestimenti, la coca-cola light, le infermiere, Fede che ammette di avere speso migliaia di euro per cancellare qualche foto scattata di nascosto da una delle partecipanti alle “eleganti” cene di Arcore. Tutti frammenti di un mosaico percettivo che ha ritagliato il vuoto intorno a questa immagine che c’è e non c’è, facendola affiorare per esclusione. Resta solo lei, persino nella sua inverificabilità.
È l’immagine di un corpo incorporeo, il corpo del sovrano divinizzato che deve sottrarsi alla vista. Ma che, tuttavia, non può sottrarsi all’immaginazione. Perché l’immaginazione, si sa, va oltre l’immagine, e poiché il desiderio eccede lo sguardo, il corpo di Berlusconi noi già lo vediamo, prima che le fotografie circolino, ammesso che fotografie circoleranno, e persino dopo, anzi a prescindere da come e da quando le fotografie saranno già state effettivamente vedute. Infatti, le immagini non si possono mai definitivamente distruggere, né proibire: le immagini, come i desideri, circolano di continuo.
C’è chi sostiene che le foto ci sono e che, prima o poi, salteranno fuori. Alcuni si affrettano a disinnescare l’ordigno prima ancora che diventi visibile, puntando sull’assioma digitale=falso: è ovviamente l’avvocato di corte a precisare “che foto del presidente Berlusconi svestito in atteggiamenti intimi con le ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di montaggi e/o di manipolazioni”. Per una volta (non senza imbarazzo) proviamo a dare ragione a Ghedini, seguiamo il suo ragionamento invertendo il punto di osservazione. Le foto non ci sono, e se ci sono sono false. Cosa cambia? C’è una qualche differenza tra il vedere Berlusconi svestito e il non vedere qualcosa che è costantemente presente dentro l’orizzonte percettivo di questi anni?
Evidentemente sì, ma non nei termini che riguardano ciò che conosciamo, ciò che sappiamo anche indipendentemente da ciò che vediamo. Le istantanee di Berlusconi colto nel mesto teatrino del suo gallismo a cottimo si sono già formate come grumi di pensiero, e una fotografia potrebbe solo alterare la definizione dei particolari, solleticare lo sguardo più morboso senza modificare minimamente la certezza di scatti e sequenze che già, anche con gli occhi chiusi, abbiamo veduto. Immagini che si formano, senza l’ausilio del nervo ottico, precipitando dalla densità di un immaginario che ha avuto il suo battesimo nel momento in cui Berlusconi ha deciso programmaticamente di imprimere alla sua vita pubblica una valenza fortemente genitale. La genitalizzazione della politica, l’ossessiva insistenza sulle virtù amatorie, sulle statistiche relative al numero di conquiste e copule: tutti elementi di una rappresentazione certamente pianificata, e mirata a intercettare le pulsioni più dirette e trasversali di un paese in grave crisi identitaria.
Si ha un bel parlare di violazione della sfera privata del presidente del consiglio; infatti, a prescindere dall’ovvia inadeguatezza di una simile nozione nel caso dei reati contestati a Berlusconi, e volendo anche ignorare l’impossibilità sociologica di una scissione così netta tra sfera pubblica e privata, è lo stesso Berlusconi ad avere sempre esibito, attraverso studiate sequenze di pose e scatti, il proprio privato, rendendolo una delle più fertili dimensioni retoriche della sua strategia politica, quella che Belpoliti, nel suo interessante “Il corpo del capo”, ha recentemente definito le politica del “mettere a parte”: una politica basata perlopiù, se non soltanto, su un massiccio sfruttamento dei meccanismi di identificazione e proiezione delle immagini cortocircuitate dagli strumenti e dalle pratiche mediali berlusconiani, attraverso le quali si produce, si consuma e si amplifica di continuo un totale collasso degli ambiti.
Berlusconi è la concrezione sessuale più lampante di tutto il leaderismo impregnato di testosterone (vero o presunto) che l’Italia più o meno segretamente adula sin dai tempi di Mussolini e del suo machismo da operetta. Lo è perché il suo corpo si riduce a un unico organo caratterizzante, che si dice- e s’immagina- essere ancora funzionale e funzionante, che non delega alle protesi di cui pur si serve, perché in questo caso le protesi si impiantano sull’organo, e vi si addizionano per perseguire una riorganizzazione dell’organismo e della sua forma, piuttosto che decretarne l’autoinsufficienza e il disfacimento. Se il corpo senza organi è infatti, sempre, un residuo, una colatura, quello che resta quando tutto è stato tolto, incluse le parole che lo nominano, il corpo di Berlusconi, al contrario, è l’insieme delle significazioni e delle soggettività (per parafrasare all’inverso Deleuze e Guattari) concentrato nella verticalità di un’erezione perfetta.
Invece che a un corpo senza organi, allora, in questo caso siamo di fronte a un volto che fa esso stesso corpo, un volto-corpo, ma senza tutta la materialità immanente che fa e disfa il corpo, la sua carne, gli orifizi, i liquidi, le pieghe della pelle, gli odori, le secrezioni, che possono, al limite, soltanto essere dette (le parole, in questo, consentono una maggiore igiene), ma mai divenire visibili, cioè visibilmente colte nel loro divenire. Non visibili, è vero, eppure immaginabili, se sappiamo che, da qualche parte, il re è stato e sarà nudo, anche se il suo pubblico, ancora (almeno fino a quando scriviamo), non l’ha visto. Il corpo rimane, finora, il fuori-scena della rappresentazione, surclassato dalla scena del volto-corpo che s’impone sul palco di un continuo avanspettacolo politico.
Il corpo di Berlusconi è un corpo che deve restare invisibile per restare perfetto, e mantenere così la funzione che è già del volto. Un volto iperpresente, ipericonico, talmente indicale da annullare la distinzione tra apparenza e apparizione, sul quale l’immagine stessa del potere racchiude il potere di tutte le immagini. La realtà dell’uomo di potere Berlusconi consiste, infatti, nel suo mostrarsi, si potrebbe altrimenti dire che la sua presenza risiede nella sua stessa visibilità. E oggi, come un sovrano mummificato esposto alla venerazione del popolo o, ancora, come un imperatore romano che dissemina le sue province di rappresentazioni che, tutte, indistintamente, contengono la presenza del potere in superficie visibile, Berlusconi si è trasformato in una quintessenziale immagine-viso, (mono)espressiva e sovente frontale, legnosa e cerea e come una maschera funeraria fatta al botulino invece che a encausto, immagine che preesiste e insieme persiste al tempo.
Una sorta di sindone (solo apparentemente) laica cui, però, non corrisponde (più/ancora) un corpo visibile, ma corrisponde, e corrisponde eccessivamente, semmai, un corpo invisibile che il volto ha il compito di decodificare e surcodificare di continuo. Attorno al volto del presidente del consiglio, per converso, c’è una specie di unico corpo femminile acefalo, quello di PatriziaNoemiRubyNadian, altrettanto sil-iconico, conchiuso e autoevidente, che a scadenza regolare muta solo il nome, al più il colore dei capelli e della pelle, come si cambia periodicamente una password per garantire un accesso sicuro ed efficiente a un deposito di denaro.
Il valore documentale di una fotografia, dunque, già discutibile di per sé a prescindere dal perimetro del digitale e della sua virtuale falsificazione, si schianta contro un muro costruito con pazienza e studiata ostinazione da Berlusconi e dal suo entourage. Un muro fatto di machismo goffo e goffissima galanteria, di squallide battute sessiste e ancor più squallide auto-certificazioni sulla propria prestanza erotica. La retorica esistenziale dell’uomo-Berlusconi (un specie di corpo-palinsesto in cui l’essere un umano non sembra preesistere al suo essere imprenditore, politico, presidente di una squadra di calcio, e infine amatore infaticabile) è mediaticamente orientata all’estroflessione della propria sessualità come lampante tratto identificativo in cui convogliare l’invidia e la “stima” di tutti quegli italiani che hanno cullato l’intangibilità politica e morale del loro capo dentro il mantra del “beato lui”. Una sorta di assoluzione preventiva che è diventata alibi, nel momento in cui la coappartenenza tra pubblico e privato non è stata semplicemente la chiave della strategia culturale berlusconiana nel suo complesso ma il gradino su cui inciampare per eccesso di sicurezza. Allora il “beato lui” si è trasformato in un’ancora gettata nel mare di chi ripete che è sempre meglio sapere il capo alle prese con prostitute e minorenni piuttosto che con trans o gay. Il “beato lui” è stato il lumicino sempre acceso con cui illuminare l’idea che un puritanesimo di sinistra fosse la causa delle recenti disavventure giudiziarie del premier; il boomerang lanciato immediatamente per spostare l’asse del discorso verso la privacy inviolabile, eppure dischiusa con attenzione per fare passare solo il numero di partner in una notte.
La non esistenza di queste fotografie o, anche, la loro invisibilità somiglia a quelle meravigliose figure retoriche della censura, le stelline nere che, nei manifesti dei cinema porno anni ’70 e ’80, coprivano i capezzoli e il pube delle attrici.[1]
Ecco, Berlusconi forse non si accorge che la sua figura non è più quella che deve essere coperta per non destare scandalo. Lui, ormai, è la stellina nera che finge di coprire un pene e uno scroto.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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