Il ricatto della realtà:
intervista a Vittorio Giacopini

di Emiliano Sbaraglia

Questo pezzo-intervista a Vittorio Giacopini è uscito nell’ultimo numero di «Rassegna Sindacale».

Dove eravate tutti?, si chiede e ci chiede Paolo Di Paolo attraverso il titolo del suo ultimo romanzo. Raccontando la storia di un trentenne alle prese con la tipica crisi interiore di età berlusconiana, che sembra aver colpito senza possibilità di alternativa molti della sua generazione, l’autore (che è anche giornalista) torna su un tema piuttosto dibattuto nel contesto letterario contemporaneo, vale a dire la narrazione autoreferenziale dipinta su sfondo sociopolitico, a sua volta segnato dall’irruzione del Cavaliere di Arcore nella quotidianità reale e mediatica delle nostre esistenze. Esistenze che da tali descrizioni appaiono come sgomente e quasi inevitabilmente passive, costrette a fare i conti con un mondo che rifiutano, ma ben lontane dall’incidere per poterlo cambiare.

Ma le cose stanno proprio così? Lo chiediamo a Vittorio Giacopini, che in un recente articolo sulla «Domenica» del Sole 24 Ore (2 ottobre), ha preso spunto proprio dal romanzo di Di Paolo per riaprire la discussione, alimentata in seguito da alcune reazioni di scrittori trenta-quarantenni sentitisi chiamati in causa. “Partiamo da un punto”, ci dice Giacopini. “Sono convinto che ciascuno di noi non faccia altro che scrivere del suo tempo. Ma non bisogna cadere nel complice ricatto dell’attualità, che del nostro tempo ne parla attraverso un linguaggio già codificato, quello della cronaca, di per sé subordinato”.
Per difendesi da questa immagine, identificata nel mito racchiuso nello sguardo di Medusa, Giacopini invita la nuova schiera di scrittori a dotarsi dello scudo di Perseo, perché “se vuoi tagliare la testa di Medusa non devi guardarla dritta in faccia, non puoi sottostare al suo gioco”. Il problema, secondo Giacopini, deriva da un atteggiamento “letterario” dei nostri giorni, troppo condizionato dal presente imposto: “Un romanzo impegnato e significativo non si rivela tale soltanto perché utilizza un codice sociologico. In altri termini, il mio timore è che spesso si pubblichino libri solo perché giornalisticamente spendibili, con lo scrittore trasformato in qualcuno che scrive meglio ciò che i giornalisti scrivono di fretta”. D’altra parte, però, raccontare quest’epoca senza esserne eccessivamente condizionati non è facile per nessuno, circondati come siamo dall’ipercomunicazione costante. “Certo. Ma se dovessi scrivere un romanzo sull’Italia, lo ambienterei nel ‘700, quando si viveva l’illusione della modernità, perché secondo me rappresenterebbe meglio le illusioni di questa supposta nuova modernità. D’altra parte il nostro guaio è sempre stato quello di aver vissuto la Riforma senza riforma, L’Illuminismo senza illuminismo. In altre parole, ci vorrebbe uno sguardo di altro tipo sul presente”. Ma un romanzo che sfiora questi temi Giacopini lo ha scritto proprio quest’anno. “In effetti L’arte dell’inganno, storia di un anarchico tedesco che rinuncia alla rivoluzione e finisce in Messico proseguendo la sua azione politica attraverso la letteratura, senza rivelare la sua identità agli strumenti della comunicazione, si può dire parli anche di questo. Non a caso, a un certo punto, si ritrova a pronunciare la frase “Io non sono un contemporaneo”, che secondo me dovrebbe essere la sfida del momento”. Vale a dire? “In termini molto pratici, voglio dire che oggi dal giovane scrittore ci si attende un romanzo sul precariato o su Berlusconi, e questo è già un ricatto nei suoi confronti, perché la tua proposta letteraria diventa automaticamente merce. Invece, per me, non esser contemporaneo significa fregarsene di queste aspettative”. Un ruolo da assumere non certo facile. “Sì, perché il rischio è quello di non avere successo. Ma così si entra in un circolo vizioso, in un corto circuito tra quello che la comunicazione vorrebbe sentire e far dire, e quello che scrivono e vorrebbero scrivere gli scrittori. Pensiamo alla morte di Steve Jobs: tutti a scrivere delle loro emozioni sul loro primo Mac, come fossero comparse di uno scenario triste, dettato da esigenze di mercato della comunicazione. Certo, magari non vai nel salotto di Vespa, ma in fondo stai nello stesso giro. E una volta tutto questo, anche attraverso il romanzo letterario, veniva combattuto. Esteticamente e politicamente”.

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