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Il ritorno delle facce

Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo per averci concesso di pubblicarlo anche qui.

“Mostruoso chi è nato dalle viscere di una donna morta”, scriveva Pier Paolo Pasolini in una delle sue più celebri poesie, “e io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più”.

Tra i fratelli che non sono più, Pasolini contemplava i sottoproletari la cui originaria umanità non era stata stravolta dalla pialla dello sviluppo e divorata dalla società dei consumi. Tuffandoci oggi nel ventre del nostro paese, a quarant’anni di distanza, siamo sicuri che le cose siano andate così?

Un mercoledì di fine ottobre. Sono sul regionale che porta da Varese a Gallarate. Fuori dal finestrino c’è il cielo bianco del profondo nord. Il treno è pulito, tutto sommato comodo, ma ha un che di malinconico e sfocato. Da un po’ di tempo a questa parte, viaggiare su convogli che non sono Frecce Bianche o Rosse mi dà la sensazione di muovermi su una linea cronologica diversa rispetto a quella su cui di norma consumo le giornate, la tratta d’esperienza da cui lavoro, decifro il mondo, gli altri e anche me stesso. Alla stazione di Albizzate sento le porte aprirsi e uno sciame di voci entrare. Sono alle spalle, nel vagone precedente a quello in cui mi trovo io. Il loro tono cresce senza che i corpi a cui appartengono si avvicinino di un passo. Sono voci strane, perché gridano, ma non capisco se lo facciano perché stanno litigando, o per mettersi d’accordo su qualcosa. O magari ridono di qualcosa. No, stanno proprio litigando. Di questo me ne accorgo perché un’altra voce gli si oppone. Una terza o magari una quarta voce, dal tono completamente diverso. Una voce bassa, decifrabile, precisa, così come lo sciame di voci che prova a contrastarla è vago, disomogeneo, fragile. La prima voce mi suona familiare. È la stessa che sentirei su un Frecciarossa, al supermercato, nella reception di un albergo, ma anche (contando qualche grado di separazione) nella redazione di un giornale, in tv, all’inaugurazione di una mostra o a una serata letteraria. Una voce ragionevole, forte di una logica ufficiale che crede sia quella del mondo. È la voce con cui potrei parlare anche io. Le altre voci suonano invece eccentriche e sfocate (come attingessero personalità da qualcosa di ulteriore rispetto al loro dato individuale), o meglio fuori tempo come il convoglio su cui stiamo viaggiando stamattina.

Pochi secondi e capisco di che si tratta. Da una parte c’è il controllore, dall’altra dei viaggiatori senza biglietto. Il controllore ripete per l’ennesima volta che se non hanno il biglietto devono pagare la multa. Quegli altri urlano e strepitano, protestano scandalizzati, ma non come farei io se cercassi di eludere l’autorità. Nel miscuglio di accenti (quello del controllore è un milanese standard) riconosco il sardo e due parlate settentrionali capaci di evocare una miseria e una disperazione che vengono da più lontano del cielo che continua a sovrastarci. Ma ora stanno ridendo. La strategia, in modo del tutto istintivo, dev’essere quella di attaccare il controllore usando registri volta per volta differenti. Persuasivo. Scandalizzato. Amichevole. Aggressivo. Comico. Senza smettere di litigare, i proprietari delle voci fanno qualche passo nella mia direzione, e finalmente li vedo.

I viaggiatori senza biglietto sono in effetti tre. Due ragazzi sulla trentina e un uomo più anziano. Ma definirli ragazzi è usare un gergo che appartiene a me, non a loro. Il primo (quello con l’accento sardo) è magro come un chiodo, una criniera di capelli nerissimi e la faccia da scheletro. Sembra riemerso da qualche miniera o abisso marino. Ho prima detto che ha trent’anni, ma una parte di lui è più vecchia. Non evoca però un’antichità contadina. Ad esempio non ha niente a che fare con la foto di mio nonno che faceva l’agricoltore diretto. Sembra invece la versione a colori della foto dell’altro mio nonno, quello che negli anni Cinquanta asfaltava le strade in Venezuela, non lontano da Caracas. Indossa un maglione che sembra uscito dallo scarto dei grandi magazzini di qualche decennio fa, pantaloni di fustagno e si sta dannando l’anima per convincere il controllore che lui e i suoi amici sono vittime di un’ingiustizia. L’altro trentenne parla un dialetto per me incomprensibile. Velocissimo e lancinante, alieno come il nord povero rispetto al sud povero di un tempo. Il più anziano è tutto in jeans, ma sembrano vestiti presi al volo dal banco del primo mercato all’aperto trovato per strada e messi addosso a uno che di solito indossa roba completamente diversa. Anche lui polemizza con il controllore, ma parla a voce bassa, lascia la scena ai suoi compari, e mentre quelli si dannano lui sogghigna, borbotta tra sé e sé. La cosa che mi colpisce è che ha la faccia grande e rossa, di un rosso acceso, fosforescente, da altoforno inesauribile o da cratere di un vulcano acceso.

“Signori, devo farvi il verbale…”

“Ma che verbale! Che verbale!”

“Stamattina mi son svegliato alle quattro! Le quattro!”, dice il sardo.

Il più anziano fa una battuta incomprensibile e gli altri due scoppiano a ridere.

Il controllore sospira, chiude gli occhi, si mette le mani in faccia: un movimento prima rapido e poi più lento, come volesse prendersi a schiaffi ma all’ultimo momento ci avesse ripensato.

“E allora dovete scendere alla prossima stazione”.

“È un’ingiustizia! Un’ingiustizia!”, dice di nuovo il sardo. Il suo coetaneo settentrionale lo guarda e mostra i denti quasi a conferma dell’assurdità dell’affermazione. Eppure, in un modo molto difficile da spiegare con l’alfabeto delle regole ufficiali (ma sulle loro facce, invece, semplicissimo) conferma che si tratta di un’ingiustizia bella e buona.

Se fossi io, nei loro panni, potrei dire cose in apparenza simili, ma il loro effetto finale sarebbe del tutto diverso. Potrei parlare di ingiustizia affermando di aver timbrato il biglietto (che mostrerei intonso) a una macchinetta che non funzionava. Potrei tirare in ballo il server Trenitalia che si è impallato proprio mentre stavo facendo il biglietto elettronico con il telefonino poco prima di saltare sul treno. Ma non risulterei credibile ai miei stessi occhi perché in fondo condivido la logica del controllore. Il controllore se ne accorgerebbe, non mollerebbe l’osso e io pagherei la multa.

L’ingiustizia di cui parlano questi tre sottoproletari del 2015 è anteriore alla costruzione del treno su cui viaggiano. Si tratta dello scandalo della povertà. È a questo – lo sappiano o meno – che stanno facendo appello. A questo, non si rassegnano. Il controllore lo avverte. E infatti, dopo qualche altro scambio di battute, tira un ultimo profondo sospiro di sconfitta, quindi getta la spugna e se ne va. Tira dritto a passo svelto, oltre le porte nel vagone successivo.

Non appena l’autorità costituita scompare alla vista, i tre esultano, si abbracciano, ridono, saltellano, si danno pacche sulla spalla. Prendono posto a poche file dalla mia. Per il resto del viaggio non faranno che parlare a voce altissima, ridere, scherzare, minacciarsi sulla base di strane prove di virilità che loro conoscono e io no.

Soltanto i poveri sanno ridere così, penso con sconcerto.

Il fatto è che questi tre non rappresentano un’apparizione così rara. Da oltre un anno, viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, mi imbatto sempre più frequentemente in voci, facce, corpi che si credevano scomparsi. Se la mutazione antropologica ha avuto a un certo punto una portata così vasta da coincidere con la Storia, allora forse non sbagliava Eugenio Montale quando in una sua poesia scriveva: “La storia non è poi / la devastante ruspa che si dice / Lascia sottopassaggi, cripte buche / e nascondigli. C’è chi sopravvive”.

Sei mesi fa, ancora in treno, ma questa volta diretto a sud. Sempre in un regionale, lo spazio viaggiante in cui compaiono esseri umani che il discorso ufficiale non ha voluto portare nel suo grembo, e dunque non ha mai partorito. (La “donna morta” della poesia di Pasolini è invece a quanto pare viva e gravida, seppure nascosta ai nostri sguardi). A differenza di ciò che accadeva nel mio viaggio a Gallarate, ora si soffoca perché siamo in piena estate. Altavilla, Tufo, Prata-Pratola. Attraversiamo l’Irpinia. La pelle dei sedili è appiccicosa, i finestrini mezzi aperti. Andando a pisciare, si tira lo scarico e un bocchettone nero si apre in fondo al water rivelando per qualche istante le traversine dei binari in fuga screziate col verde dei ciuffi d’erba. Al ritorno dal bagno, trovo il mio scompartimento, proprio di fronte a dove ero seduto, occupato da una famiglia composta da madre, padre e figlia adolescente. Sentendoli parlare, è chiaro che vengono dalla zona di Napoli. Ma è alla vista l’impatto più violento. Madre e figlia non sono semplicemente sovrappeso. Sono enormi, sproporzionate, un’esplosione di grasso che trabocca da ogni parte. La loro alimentazione dev’essere tremenda. Potrebbero ricordare certe afroamericane dei quartieri poveri in una metropoli degli Stati Uniti. Solo che sono bianche. Non si capisce come facciano a entrare nei sedili dello scompartimento, né come la loro presenza possa accordarsi con quella del capofamiglia, che al contrario è molto magro. Ma le presenze di tutti e tre sono perfettamente armonizzate le une alle altre. La ragazza (in realtà una ragazzina, non avrà più di sedici anni ma sembra al tempo stesso avere superato l’età da marito) è vestita con un giacchettino di lana color rosa pastello (fuori saranno quaranta gradi, nello scompartimento almeno trenta) e un paio di jeans che sembrano dover scoppiare da un momento all’altro. Camicetta bianca con pizzo per sua madre. Il papà è vestito come un contadino, lascia ondeggiare tra le labbra uno stuzzicadenti con estrema calma. Anche madre e figlia sono piuttosto calme. Ogni tanto si scambiano qualche battuta, ma non rivolgono una sola parola al padre, come se farlo potesse togliere importanza a lui e uno strano tipo di dignità femminile a loro. A un certo punto, con movimenti quasi identici (uno in lievissimo ritardo sull’alto, ma in modo che il tutto appaia concordato) si tuffano in una busta di plastica e ne riemergono con tre panini enormi.

Mangiano a piccoli morsi, in silenzio, senza fermarsi mai, fino a quando non è rimasta una sola briciola. Ripongono i tovagliolini nella busta di plastica e questa scompare nella borsa della madre. Quindi tutto ritorna come prima: madre e figlia chiacchierano ogni tanto a bassa voce, il capofamiglia rimane zitto a fissare il vuoto con uno sguardo che non ha nulla però di vacuo o di smarrito. Al contrario, è lo sguardo di chi sa il fatto suo da qualche secolo. Per come i tre vestono, parlano, appaiono, si muovono nel mondo circostante (al di là dell’obesità la ragazzina ha il volto devastato dall’acne e per l’intera durata del viaggio sembra non poter avere interlocutori diversi da sua madre; la signora dà l’impressione di faticare persino a leggere il giornale scandalistico che si è portata dietro, lo sfoglia aggrottando le sopracciglia; il padre sembra uscito da un qualunque dopoguerra del Novecento) non avrebbero alcuna speranza di venire ammessi in nessun varco lasciato aperto dalla società cosiddetta ufficiale. Non li immagineresti in un’aula universitaria, a un concerto rock, in una libreria, in una sala cinematografica, in un negozio di cibi biologici, nella sede di un comitato di quartiere, nemmeno in uno studio d’avvocato senza capponi al seguito. Loro stessi sembrano i primi a essere consapevoli di non avere alcuna speranza di entrare nel nostro mondo se non in via occasionale, e forse non ne sono neanche troppo preoccupati. Hanno il loro di mondo, nel quale sopravvivono, e che si fanno bastare, e di cui sappiamo poco o niente.

E così Pier Paolo Pasolini non aveva del tutto ragione. La pialla dello sviluppo che avrebbe dovuto rendere tutte le facce uguali, la società dei consumi che con il suo nichilismo totalitario prometteva di estirpare dagli sguardi degli uomini ogni asperità, brutalità, innocenza, bellezza originaria, si è rivelata meno efficace di quanto si pensava, perché le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata (la “Dopostoria” di Pasolini) stanno tornando. O magari non sono mai andate via e siamo noi che in questo periodo le notiamo di più.

Sono facce che di persone che lottano ogni giorno per sopravvivere nell’Italia del XXI secolo, e che non solo lo sviluppo ma il progresso (allo sviluppo sempre più legato come un ostaggio al carceriere) ha lasciato indietro. Sono persone che non hanno studiato, o se nella loro vita c’è stata la scuola hanno dimenticato tutto, su di loro non ci sono quasi tracce di consumi culturali (niente libri, cinema, musica e, in uno strano modo che fino a qualche anno fa sarebbe stato inconcepibile, neanche televisione o quasi), e seppure vivano ogni giorno a contatto con chi è borghese ormai solo per formazione, sensibilità, aspirazioni ma non più per censo (la famosa classe media economicamente disastrata) è come se a separarli da loro, cioè da noi, ci fosse un muro invisibile. È gente che si muove fuori dal discorso ufficiale che è la lingua e l’immaginario dei media (cioè lo spirito dell’italiano standard come lo avevamo conosciuto fino qualche anno fa) e da questo “fuori” ci guarda in un modo che non credevamo possibile.

In Sicilia, a pochi chilometri da Noto, incontro un marmista di una quarantina d’anni con gli occhi spiritati e la barba nerissima. Sembra Mangiafuoco, o meglio una specie di profeta veterotestamentario semianalfabeta che punta di continuo il dito contro la legione di peccatori a cui secondo lui si è ridotto il mondo (proprio quello che si vede in tv e che viene raccontato dai giornali. Un mondo fatto di politici, giornalisti, artisti, medici, magistrati, avvocati, scrittori, architetti della cui esistenza ha saputo confusamente e di cui “per fortuna” lui non fa parte). Mi dice di essere non solo contro il divorzio e l’aborto (che lui chiama “separazione” e “uccidere bambini”), ma anche contro la libertà di allontanarsi per più di un paio di settimane dal paese natale. Nessuno dovrebbe farlo, nemmeno per lavoro. Disprezza la Chiesa di Roma, mentre ritiene autorevole qualunque parrocchia sotto casa. Non gli chiedo un’opinione sul matrimonio omosessuale, perché dà l’idea di non contemplare nemmeno la possibilità che qualche essere umano possa avere mai sollevato la questione (il concetto stesso di identità sessuale lo fa inorridire persino in chiave etero, mentre gli atti sessuali di per sé, compresi quelli omosessuali, in un certo qual senso gli vanno bene purché non diventino materia di dibattito). Parla a scatti, è teso, mi tiene sotto controllo con la coda dell’occhio quando rischio di uscire dal suo campo visivo. È come se fossimo non in un paesino dell’entroterra siciliano del 2015 ma in una foresta prediluviana dove, da un momento all’altro, potrebbe saltare fuori la bestia in grado di ucciderci.

A Ciampino faccio conoscenza con un ex meccanico di venticinque anni che è stato costretto a chiudere l’officina e ora campa di piccole truffe. Per tutta la durata della chiacchierata (due ore al bar) mi dice alternativamente di fidarmi di lui – vuole vendermi lo scooter usato di un suo amico – e di stare bene in guardia perché se abbassarla è un mio diritto, approfittarne sarebbe a quel punto un suo dovere. Nel foggiano parlo con una tossica a cui la comunità di recupero passa solo libri religiosi (lei li chiama “libri cattolici”). Me li faccio mostrare. Niente Maister Eckhart o Santa Teresa d’Avila. Sono testi sconosciuti, dai titoli assurdi e le copertine deprimenti, di uno leggo il primo capitolo e mi sembra il frutto di un lieve disordine mentale dall’effetto tristissimo, come le voci di certi rosari radiofonici. All’improvviso, non so perché, mi convinco che la ragazza non sappia chi è Belen Rodriguez, e che domandarglielo mi farà capire in un sol colpo di cosa si nutre (o non si nutre più) l’immaginario di quelli come lei. Così, per quanto assurdo, mi faccio forza e glielo chiedo: “sai per caso chi è Belen Rodriguez?” “No”, risponde lei con uno sguardo tanto ardente e ispirato che potrebbe essere quello di una vera santa.

Nel cuneese conosco un uomo basso e tozzo, dalla testa incredibilmente squadrata, simile a quella di certi vecchi cattivi da fumetto. Fa il facchino, ma anche il cameriere in un ristorante là vicino, all’occorrenza lavora come imbianchino, muratore, becchino. Quando gli dico che vivo a Roma mi chiede se sia ancora possibile arrivarci in aereo e se è vero che vogliono ammazzare il papa. A Bari-Palese, l’autista che mi viene a prendere dall’aeroporto per portarmi a un festival letterario che si tiene da quelle parti, mi dà del voi per tutto il tragitto nonostante possa essere mio padre e io lo implori di non farlo. Non sa nulla della manifestazione per cui lavora, e ho l’impressione che neanche se lo prendessi a male parole per tutto il tragitto otterrei l’effetto di offenderlo, o di rendermi antipatico, o di farmi buttare fuori dalla macchina, o di scalfire i ruoli che mi vedono in una posizione di superiorità, o di intaccare, anche minimamente, la sua dignità.

“La storia gratta il fondo / come una rete a strascico”, recita sempre la poesia di Montale, “con qualche strappo / e più di un pesce sfugge”.

Dunque eccoli, i pesci sfuggiti alla rete della Storia. Voci rumorose, corpi fuori formato, volti antichi, sguardi accesi, e una lingua che ha poco a che fare con quella che scrive libri, parla alla tv, discute mozioni, annuncia l’arrivo e la partenza di treni o aerei, disegna palazzi, scrive ricorsi, inoltra bonifici on line. Sono queste donne e questi uomini, credo, le cartine di tornasole, le parti per un tutto di cui vediamo giusto la punta dell’iceberg. La crisi degli ultimi anni e i suoi incessanti effetto-domino ci avrà messo del suo nel farci ritrovare al cospetto di facce e corpi e voci modellate dalla lotta per la sopravvivenza al suo livello più elementare, ma è di una congiuntura storica più grande che loro sono per così dire i “testimoni integrali”. Molti di noi (la classe media impoverita di cui sempre più spesso facciamo parte, borghesi per retaggio culturale o progressisti per ottimismo della volontà) continuano a volersi emancipare, sperano un giorno di svoltare, di migliorare il proprio status, o almeno di sfuggire alla miseria che li insegue senza ancora averli presi tra i suoi artigli. Loro vogliono solo continuare a esistere. Perché qualcosa, dentro le loro carni, ha già capito che il secondo Novecento è morto e sepolto, e il XXI secolo è molto più simile alle epoche che hanno preceduto alcuni decenni di un progresso che prometteva di essere molto più lineare e robusto di quanto poi si è dimostrato. Il cuore di questi uomini batte all’unisono (come quello della preda rispetto al predatore che in questo modo non ne avverte la presenza) con un’epoca in cui l’istinto di prevaricazione è la regola, la violenza il metodo, e il dominio dei sempre meno sui sempre più la conseguenza. Noi siamo angosciati perché non sappiamo da che parte stare e se sia moralmente sostenibile desiderare di essere da quella parte a spese di qualcun altro. Loro non hanno il tempo nemmeno di angosciarsi: sanno che da quella parte non ci staranno mai, e l’unica è correre più veloce delle bestie che qualcuno (la cui faccia e il cui nome sono per sempre inaccessibili) ti ha sguinzagliato contro.

“Qualche volta s’incontra l’ectoplasma /d’uno scampato”, conclude la poesia di Montale, “e non sembra particolarmente felice / ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato / Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui”.

Riuscire a leggerla in chiave pasoliniana è una cosa che quindici o vent’anni fa non mi sarei sognato di fare. Non è stata la più grande scoperta degli ultimi tempi.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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