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Il romanziere e lo scrittore

Questo articolo è uscito oggi sul Riformista.

Il romanziere e lo scrittore. La pop star della cultura e il sacerdote stimato dalle nicchie. Ovvero: il fabbricatore di bestseller Wilbur Smith, e il raffinato cesellatore letterario Michele Mari. Stasera, il Festival Internazionale delle Letterature di Massenzio a Roma abbina, in una sola serata, due scrittori lontanissimi, gli scrittori più incompatibili che si possano immaginare. Sarà come se si avessero insieme Theo Angelopoulos e il regista di un pop-corn movie. Un friggitore di McDonald’s e lo chef che sa quando aggiungere l’esatto tocco di tabasco. Il primo assaggio di questo impossibile tandem è andato in scena ieri mattina, alla Casa della Letterature, dove si è tenuta la conferenza stampa.

Wilbur Smith ha annunciato che leggerà stasera un testo inedito e totalmente autobiografico («ho scritto tutta la verità, nient’altro che la verità»), in cui racconta, tra le cose, di quando suo padre lottò contro tre leoni e si ferì al naso. Il testo si intitola “In origine era la parola e la parola era Dio” e certamente sapere che tutto è accaduto non sarà la stessa cosa. Michele Mari leggerà due racconti inediti che fanno parte della sua nuova raccolta che uscirà il prossimo febbraio per Einaudi. Protagonisti dei due racconti sono gli ospiti della celebre estate a Villa Diodati, Mary Shelley e Lord Byron (titolo del racconto “Villa Diodati”), e i fratelli Grimm (“Il patrimonio del popolo tedesco”). Anche Mari però, spinto da una domanda, finisce per dire qualcosa sulla figura paterna: «Mio padre, nel bene e nel male, mi ha marchiato. È stato un padre difficile, importante, per certi versi terrorizzante. Io lo vedevo come l’incarnazione dell’intelligenza e non ho mai messo in atto un rifiuto verso di lui. Lo subivo come un pontefice. Certo ne ho poi pagato le conseguenze in termini di equilibrio psichico». Wilbur Smith è solare, col volto disteso, abituato ai flash e ai fan; Mari è ombroso, solitario, schivo. Uno è la narrazione turbinosa, corale, di grande respiro, l’altro, a suon di cerebrale punteggiatura, è la caduta negli inferi deformi della coscienza. Continua infatti Mari: «Mio padre mi ha insegnato a non curarmi degli altri, mi ha insegnato a non cercare mai di piacere agli altri. Ero un bambino depresso, ma per lui essere soli era un titolo di merito. Mi diceva: “Le aquile volano da sole, i polli razzolano in compagnia” e io mi bevevo tutto quello che diceva».

Mai un duo letterario è stato più stridente. Wilbur Smith scrive per intrattenere e compiacere i suoi lettori, Mari contagia i suoi adepti inoculando le sue ossessioni e le sue angosce. Il primo, nato nella Rhodesia del Nord, ha un’idea di letteratura come momento di relax, i suoi romanzi, da leggere rigorosamente sotto agli ombrelloni, scorrono limpidi tra avventure misteriose e beati colpi di scena. Mari predilige invece il monologo, ama ritornare in modo nevrotico sugli stessi temi basta che lo si faccia con eccesso: la gelosia, l’infanzia, i grandi autori della letteratura di mare, il sangue, la morte. Non vuole che la lingua scorra e che le pagine volino, desidera che qualcosa si intoppi, che la sintassi si metta a gracchiare, che le parole siano riesumate da un lessico polveroso. Wilbur Smith ha lavorato nelle miniere d’oro, sui pescherecci, sulle baleniere. Mari è un professore di letteratura italiana, erudito settecentista, ha pubblicato saggi su Girolamo Tiraboschi e sulla traduzione tra Settecento e Ottocento.

Wilbur Smith ha venduto 120 milioni di copie nel mondo. Rondini sul filo, il più geniale e claustrofobico labirinto di stile che Mari abbia mai congegnato, è da anni fuori catalogo. Proprio in questo romanzo céliniano, Mari faceva i conti con alcuni autori che non amava: «uno scrittore che non ho mai sopportato… Bukowski […] quando uno ne parla bene diffido». Dava lì conto di tre «antipatie»: Fitzgerald, Salinger e Bukowski («l’idolo dei poveretti»). Anche in un’altra occasione tornò a parlare di questi autori, lamentandosi: «un’epoca che non ha esitato a promuovere a classicità autori come Salinger o Bukovski». In più, Mari ha sempre coltivato un amore per il passato e un sospetto per i contemporanei: «Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui».

La platea di lettori stasera sarà variegata come non è mai stata. Ci sarà la coda per firmare le copie da Wilbur Smith. Ci saranno pochi eletti a rimuginare con Mari. Non si sa bene dove sia il confine tra Letteratura e intrattenimento. Ma certamente sappiamo quali sono gli estremi.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
14 Commenti a “Il romanziere e lo scrittore”
  1. Continuo a pensare che l’erudizione di Michele Mari sia solo una faccia della medaglia. Per godere di un romanzo come “Tutto il ferro della torre Eiffel” bisogna conoscere la filosofia del Novecento tanto quanto i fumetti della Marvel. E nell’immaginario di questo scrittore ci sono sì i grandi classici ma anche oscuri narratori di genere.
    Sarà pure un erudito settecentista, ma è lui che ha scritto un romanzo sui Pink Floyd, mica Wilbur Smith.

  2. Francesco Longo scrive:

    @federico: ma il “romanzo” di Mari sui Pink Floyd lo hai letto? E’ l’ennesima discesa agli inferi. E’ un interrogatorio, un processo ossessivo. Non sono mai i temi da soli a fare il genere. Mari sara’ pure un cultore di certa cultura pop ma quando scrive tutta la superficialita’ sparisce e si fa complessita’. Immagina cosa sarebbe stato il romanzo sui PF se lo avesse scritto Wilbur Smith.

  3. carmelo scrive:

    mi è venuta la curiosità di leggere questo autore che non conosco.
    Mi paicerebbe se Longo ne facesse un profilo e magari suggerisse da dove iniziare

  4. Benedetta Ventrella scrive:

    Per iniziare “Tu, sanguinosa infanzia”.

  5. Rosso Floyd è un’autentica meraviglia. Se poi sei un amante dei Pink Floyd non puoi non adorare questo libro. Ma in Rosso Floyd l’erudizione e la complessità di Mari è solo una struttura che a mio avviso sparisce nel complesso di un tessuto rock e della tragedia umana di Syd (http://ilgrandemarziano.blogspot.com/2010/05/storia-di-un-mostro-rosa.html)

    In “Tutto il ferro della Torre Eiffel” invece la faccenda è diversa. Lì, sì, c’è erudizione e filosofia – a volte (è vero) un filo troppa – ma è comunque mirabile lasciarsi portare alla deriva dalla misteriosa fascinazione affabulatoria per tutto quanto fa o rappresenta “cultura”, che sia la filosofia di Walter Benjamin, i robot che giocano a scacchi o i super poteri dei Fantastici Quattro. (http://ilgrandemarziano.blogspot.com/2011/02/i-predatori-dellaura-perduta.html)

  6. P.S. Wilbur Smith non l’ho mai letto. Cioè, me ne hanno regalato una copia una volta. Ma è lì, in libreria…

  7. @Francesco: sì, l’ho letto. Ne ho parlato qui:

    http://platania.wordpress.com/2010/06/10/tu-sanguinoso-syd/

    (by the way, a parte “Di bestia in bestia” credo di aver letto tutto di Mari, perfino i racconti apparsi nelle antologie). Quello che ci tenevo a dire è che quando si parla del Mari “erudito” bisognerebbe sempre ricordarsi di parlare anche del Mari “pop” altrimenti si racconta una mezza verità. Tutto qui.

    P.S.: un romanzo sui Pink Floyd scritto da Wilbur Smith… brrr…

    P.P.S.: torno ora da Massenzio. Mari ha letto due inediti. Un racconto (molto bello con finale a sorpresa) sui fratelli Grimm. Un altro (decisamente meno sorprendente) sulla famosa notte di racconti dell’orrore a Villa Diodati.

  8. Davide scrive:

    A parte le ultime cose non è facile reperire opere di Mari, che anch’io vorrei scoprire.
    Una domanda: secondo voi “rosso floyd” è leggibile da chi, come me, non è un conoscitore dei pink floyd? Vale la pena?

  9. Pane e Shugo scrive:

    Qui

    http://www.disp.let.uniroma1.it/fileservices/files/mari.pdf

    alcuni pezzi di scritti di Mari da lui scelti, tempo fa. Mancano ovviamente le cose più recenti, come Rosso Floyd

  10. carmelo scrive:

    @federico platania
    letto la tua recensione, molto stimolante.
    Non condivido le disquisizioni attorno al linguaggio alto (???)e linguaggio basso (????).
    In letteratura esiste un linguaggio profondo capace di produrre significati e un linguaggio superficiale capace tuttal più di produrre pruriti e per una lasso sempre più breve di tempo.
    I grandi capolavori da don chisciotte a pedro paramo sono testi che, a utilizzare quelle categorie, di un linguaggio povero e piatto.

    grazie pane e shugo, me li leggo subito

  11. Francesco Longo scrive:

    @Carmelo, ti ha già risposto saggiamente Benedetta: per iniziare va benissimo “Tu, sanguinosa infanzia”. Per me il suo capolavoro rimane “Rondini sul filo” ma come si diceva non è facile trovarlo. Non è un libro “semplice”, anzi. Però è un libro unico.

    @Federico: sono d’accordo con te. In un articolo di giornale non si riesce mai ad essere completi. Ero anche io ieri sera a Massenzio. Ho molto apprezzato.

  12. lupo scrive:

    @davide, sì, puoi leggerlo lo stesso, ma di sicuro per chi ha conosciuto e “riconosce” i PF nel libro, la lettura è strepitosa (temo, insomma, un’altra cosa)

  13. Pane e Shugo scrive:

    Qui http://www.festivaldelleletterature.it/it/testi/78/il-patrimonio-del-popolo-tedesco-e-villa-diodati.html

    i testi inediti di Mari presentati alla Basilica di Massenzio

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