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Il romanzo contiene:

Pubblichiamo un pezzo di Gianluca Didino dedicato allo scrittore americano Jonathan Lethem, che ci è stato gentilmente concesso dalla redazione di Inutile.

Che Jonathan Lethem, il più nerd dei figli bruciati d’America, l’appassionato di Philip K. Dick e di supereroi, di culture suburbane e di new-wave, sia diventato uno dei migliori scrittori d’oltreoceano è, ad oggi, un dato di fatto: almeno su questo punto non ci sono dubbi. La sua bravura è barocca, tesa, cacofonica (ricordate Brookyn senza madre?). Il suo talento vive nell’accumulazione semantica e nella precisione lessicale, in una lingua che è capace di inanellare frasi di dodici righe con il ritmo di un mitragliatore, costruire mondi e distruggerli, aprire improvvisamente spazi ampi come il cielo e tracciare linee di fuga a velocità vertiginosa (ricordate Ragazza con paesaggio?). Jonathan Lethem, insomma, ormai è bravissimo. E Chronic City è un romanzo importante, potente, significativo e discretamente cedevole. Così cedevole, in effetti, da non funzionare affatto come dovrebbe. Ora vi spiego perché.

Il minimalismo in narrativa è passato di moda, e negli Stati Uniti se ne sono accorti da tempo. C’è stato un periodo in cui ci si lamentava della fine del grande romanzo americano, poi Jeffrey Eugenides ha vinto il Pulitzer più improbabile della storia con un romanzo, Middlesex, che avrebbe dovuto essere lungo un quinto di quello che era. Oggi è la volta di Franzen, domani chissà. Tutto questo per dire che l’accumulazione di oggetti, cose, immagini, parole e pagine è un segno distintivo del presente, a volte fino allo spasmo o al suicidio (ricordate Infinite Jest?). Ma non solo. C’è anche stato un periodo, diciamo verso la metà degli anni Duemila, in cui andava di moda scrivere in quarta di copertina: “questo libro contiene…” e poi fare un lungo elenco di cose improbabili, accostamenti kitsch e caleidoscopici voli pindarici. A me quel gioco piaceva da impazzire (mi piace ancora da matti, a dir la verità). Ad applicare questa regola a Chronic City, per tornare a Lethem, si capisce immediatamente qual è il punto debole di tutta questa incredibile, scintillante impalcatura narrativa.

Proviamo, allora. Questo romanzo contiene: un’astronauta intrappolata nello spazio profondo, malata di cancro e il cui ritorno sulla terra è reso impossibile da una barriera di mine interstellari cinesi; una tigre alta come un palazzo che in effetti è un’escavatrice meccanica ma anche una tigre e che rade al suolo i palazzi di Manhattan dalle fondamenta; un critico rock che dice di non essere un critico rock (ma poi finisce per ammettere di esserlo); Marlon Brando vivo e morto; un mondo virtuale che si chiama Tutto un altro mondo e assomiglia a Second Life ma non lo è; un’edizione del Times “senza guerra” (ma la guerra non c’è); una neve perenne; un odore di cioccolato perenne che ad un certo punto svanisce; una nebbia perenne che compare senza essere stata precedentemente introdotta; un pitbull con tre zampe e un palazzo abitato solo da cani; un senzatetto mago del computer; una ghost-writer che lavora all’autobiografia di uno scultore che non scolpisce niente ma produce terribili crateri nella terra; un romanzo scritto tutto in corsivo; vasi che suscitano desideri incontenibili e che in fondo non sono vasi, anzi in realtà nemmeno esistono; eccetera eccetera.

Il fatto è che, nell’economia semantica del romanzo, tutto questo ha senso. Il problema è che però, per capirlo, devi arrivare alla fine del libro, navigando attraverso 460 pagine di tensione narrativa evidentemente instabile e in cui l’accumulazione degli eventi (o di quelli che sembrano essere eventi) si sussegue come le traversine dei binari di una ferrovia che procede diritta nella nebbia per centinaia e centinaia di chilometri. La sensazione, dopo le prime cento pagine di un entusiasmo che assomiglia agli effetti di una droga dell’amore, è un attacco di panico.

Insomma, Chronic City è un romanzo importante (davvero) e ambizioso, forse il più ambizioso dei romanzi di Lethem. Chronic City è anche un romanzo che dice qualcosa di reale, e inquietante, sulla società dell’informazione e sul nostro presente virtuale, e lo dice in una maniera che colpisce il problema diritto al cuore, ferisce e destabilizza. Eppure non è, a conti fatti, niente di più che un discreto romanzo, a cui manca il coinvolgimento emotivo di un libro come La fortezza della solitudine o la splendida, eterea potenza immaginifica di Ragazza con paesaggio (che cita Kafka quanto Dick e rimane, in assoluto, il mio preferito). Se Chronic City non fosse un romanzo ma un’opera di non-fiction sarebbe forse uno dei lavori capitali del decennio; se fosse un romanzo lungo la metà sarebbe un gran bel romanzo. Purtroppo, non è né l’uno né l’altro.

A salvarlo dalla catastrofe narrativa, però, ci sono tante scene che rimangono. Una su tutte lo splendido capitolo interamente dedicato a ciò che Chase Insteadman, protagonista e (a volte) narratore, vede dalla finestra del suo appartamento: uno stormo di uccelli che vola intorno alla guglia di una chiesa, i loro movimenti armonici del cielo di New York e il mistero che essi racchiudono. Questo, e nient’altro, per molte pagine.

Gianluca Didino è nato nel 1985 in Piemonte. Ha vissuto otto anni a Torino e da tre vive a Londra. Suoi articoli sono stati pubblicati su “Internazionale”, “IL”, “Studio”, “Nuovi Argomenti”. Ha curato la rubrica VALIS sul “Mucchio Selvaggio” e attualmente collabora con “Il Tascabile” e “Pagina 99”.
Commenti
5 Commenti a “Il romanzo contiene:”
  1. antonio scrive:

    già alla tigre mi hai convinto a leggerlo

  2. Giovy scrive:

    Già pronta a prenderlo…

  3. Stefano scrive:

    Mi hai convinto a NON leggerlo.

  4. Terri Haag scrive:

    Estoy interesada en la photo en esta pagina. Si es suyo, considera venderme el uso (una vez solamente) para el pared?

    I really like the photo of SoHo buildings and ladders on this page. Is it your image? Would you perhaps sell me one-time use rights for a wall decoration (framed piucture)?

  5. Cinzia scrive:

    Libro bellissimo, godibile e pregno di significato. Altro che “catastrofe narrativa”.

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