Two Young Women Readin In Park At Sunset

Il romanzo ha i secoli contati

Da circa un secolo a questa parte, ogni anno, c’è chi decreta la morte del romanzo. Una generazione dopo, puntualmente, il romanzo è un genere sempre vivo e amato dai lettori. Anche quest’estate la questione si è riproposta. Ringrazio di essere stato interpellato sul tema.

Questo pezzo è uscito su La Repubblica

Come accadeva un tempo ai medici condotti, l’esperienza maturata sul campo mi consente l’immediatezza di certe diagnosi. Così, ogni volta che sento parlare di “morte del romanzo” mi preoccupo per la salute di chi redige l’ambasciata. Mi verrebbe da telefonare ai suoi parenti e domandare: “tutto bene in famiglia?” Certi giudizi rischiano di dire poco del loro oggetto e molto su chi li esprime. Capisco che l’eccessiva vitalità di un genere possa immalinconire chi non lo ama, ma parlare di crisi del romanzo nel 2016 equivale a paventare la fine della corsa all’oro nel Klondike del XIX secolo.

Come ai tempi di Flaubert, le pepite rischiano di confondersi in un mare di patacche e sarà il tempo a fare selezione, ma è incontrovertibile che il romanzo sia tutt’oggi la forma letteraria più amata dai lettori, nonché tra le più seminali anche fuori dai libri. Siamo circondati da storie che devono tutto alle narrazioni romanzesche. Ce ne nutriamo persino quando non leggiamo. Potrei giocare facile ricordando che la serie tv più amata di quest’anno (Stranger Things) è un lungo omaggio a Stephen King, e che per quella che ha mietuto più consensi nell’ultimo lustro (Game of Thrones) la matrice riposa nei romanzi di George R.R. Martin. La realtà è che pochi dispositivi come il romanzo sono in grado si scavare nel cuore dell’uomo con altrettanta profondità, di affrontare le sue debolezze con altrettanta comprensione, di mettere in rapporto tutto questo con la complessità e il mistero del tempo in cui viviamo.

In quanto romanziere, sono in una situazione imbarazzante. Da una parte devo confutare le dicerie sull’estinzione della creatura mitologica con cui ogni notte tanti esseri umani vanno a letto volentieri. Provate a strappare sul più bello It o L’amica geniale o Memoriale del convento dalle mani di un lettore appassionato: la sua reazione misurerà quant’è desiderabile l’interlocutore da cui lo avete separato. Dall’altra, cercare di evocare quello stesso interlocutore in una delle sue infinite varianti è il mio lavoro da anni.

Vincendo una naturale ritrosia a dare ragione di un’urgenza, proverò a spiegare come mai dedico la maggior parte del tempo a scrivere romanzi, un’attività così perturbante che perfino i detrattori non possono fare a meno di parlarne senza sosta. Comincerò col dire che i miei libri sono pieni di farabutti, e lì dove finisce il manicheismo comincia la conoscenza. Al centro del mio ultimo romanzo c’è un palazzinaro che non si ferma davanti a nulla. Il terzogenito gli incendia casa e non contento prova a rovinarlo economicamente. In un altro mio romanzo, gli anni Ottanta sono raccontati attraverso un avvocato che fa affari con la malavita, una donna che fa indossare al proprio cane una pelliccia di visone, un adolescente che non muove un dito mentre il suo miglior amico rischia l’overdose. Se avessi dovuto scrivere un saggio su di loro (Cambiamento e malcostume degli italiani tra XX e XXI secolo) avrei dovuto giudicarli. Sparare sentenze su tutto è del resto diventato uno sport praticatissimo. La rete è piena di piccoli inquisitori traboccanti di scomode verità e soluzioni pronte all’uso. Non sembra che la conoscenza del mondo se ne stia avvantaggiando. Il romanzo è quella forma espressiva che al giudizio preferisce la comprensione.

Leggiamo Delitto e castigo intraprendendo un lungo viaggio nella coscienza di un assassino. In Lolita è la follia amorosa di un pedofilo a muoverci a compassione. In Cuore di tenebra siamo disposti ad attraversare il fiume Congo per stringere la mano a uno schiavista. Non è il fascino del male ad attrarci ma la consapevolezza che l’autore, sfregando la pietra focaia di un personaggio sulla selce del suo mondo, fa luce su sentimenti che sono anche i nostri, e ci racconta qualcosa sul mistero da cui siamo circondati che non troveremmo altrove. L’effetto è liberatorio, soddisfa un’esigenza pienamente umana: accedere alla conoscenza con un bagaglio di emozioni talmente intense (e un carico di pregiudizi talmente nullo) da scatenare la trasfigurazione. Stringiamo un romanzo tra le mani, e se quello che leggiamo è buono ci identificheremo con l’eroe ma anche con il suo antagonista, con la vittima e con i suoi carnefici, con le menti superiori e con gli idioti, fino a provare l’incredibile sensazione di essere, per un attimo, tutti quanti gli uomini.

Da alcuni secoli c’è un evidente bisogno di riconoscersi in questo specchio multiforme chiamato romanzo. A quanto pare per ora la gente non ha intenzione di farne a meno. Dedicandoci la vita, sento di mettermi nel solco di una tradizione talmente grande che l’umiltà è il necessario contrappeso dell’azzardo. La gratitudine per i maestri del genere testimonia tra l’altro un debito assai particolare: quello che arricchisce chi paga.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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  1. […] Sorgente: Il romanzo ha i secoli contati : minima&moralia […]

  2. […] Nicola Lagioia su Minima et Moralia spiega i motivi per cui, a suo parere, quello del romanzo è un genere destinato a sopravvivere ancora per molto tempo. […]