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Il ruolo dell’uomo nel mondo: sull’Enciclica Laudato Si’

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Questo articolo è uscito il 19 giugno su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata. (fonte immagine)

di Leonardo Becchetti

L’Enciclica Laudato Si’ è una miniera di spunti con un ben preciso filo conduttore da tenere presente per valutare analisi e impatti socioeconomici.

Lungo tutto il ricchissimo percorso il motivo principale è quello dell’uomo e del suo ruolo nel mondo e nella storia.  Da una parte c’è la sua caricatura, il superuomo inebriato dalle conquiste del pensiero raziocinante che usa tecnologia e finanza per sfruttare e dominare ciò che lo circonda. Dall’altra la persona che si rende conto di vivere in un “ambiente” fatto di interdipendenze e reti di relazioni (con Dio, con gli altri esseri umani, con la natura come ecosistema e come insieme di specie animali e vegetali) e di essere legato in una catena di interdipendenze nel tempo con le generazioni passate e future.  Il primo modello antropologico porta inevitabilmente ad un sistema economico di pochi sfruttatori e tanti sfruttati, il secondo è inclusivo e solidale e può costruire un nuovo equilibrio orientato al bene comune. Usando una metafora per descrivere l’idea suggerita dall’enciclica è come se ci trovassimo in una sessione musicale dal vivo dove un gruppo di artisti arrangia e improvvisa. Non c’è uno spartito fisso ma nel primo caso (il superuomo) si pensa di suonare da soli e si producono solo cacofonie. Nel secondo (l’uomo in relazione) si sviluppa la propria creatività tenendo conto dell’armonia dell’insieme e si produce un gran momento di musica.

La soddisfazione della naturale aspirazione alla pienezza e alla felicità citata dal papa nell’enciclica sta dunque nello scegliere la seconda opzione e nel coltivare quel rispetto e quella capacità di contemplazione che ci consente di vivere in armonia con l’”ambiente”. È peraltro evidente che la concezione di “ambiente” illustrata sopra va molto oltre l’idea della tutela delle specie animali e vegetali, che pure ricomprende, per collegare in un’unica trama anche il rapporto con Dio, con gli altri uomini presenti, passati e futuri.

Lo stile dell’enciclica è insieme alto e coinvolgente tanto che in alcuni punti che raccontano le bellezze del creato sembra di essere di fronte ad uno di quei documentari capolavoro che alimentano il nostro stupore per la bellezza di ciò che ci circonda. Inseguire tutti i temi sarebbe opera improba nello spazio di un editoriale. C’è in più punti l’aspra critica alla massimizzazione del profitto, alla supremazia di una finanza autoreferenziale, una critica agli ogm non fatta di preclusione ideologica ma legata ai loro effetti sulla distribuzione del valore nella filiera. E l’accenno interessante al debito ecologico dei paesi del Nord verso quelli del Sud del mondo, l’apertura ad una possibile decrescita in alcune aree del mondo, l’accenno al fatto che il controllo delle nascite non è la soluzione del problema ambientale.

Tocca a noi dare maggiore respiro ad alcuni punti accennati. Ricordando che il voto col portafoglio citato dal papa si esprime al meglio nella dimensione premiale dell’impresa più sostenibile e non solo in quella di rifiuto di acquisto. E che, mentre speriamo che un giorno arrivi un governo mondiale, le uniche politiche ambientali possibili ed efficaci sono oggi quelle nazionali che premiano/puniscono fiscalmente le scelte dei cittadini e delle imprese relative alla sostenibilità (conti energia, iva modulata sulla sostenibilità ambientale delle filiere) proprio perché i cittadini sono sottomessi ad un’autorità che esiste e può sanzionarli mentre purtroppo non è così per gli stati. Infine che la questione demografica esiste solo in condizioni di miseria e povertà estreme e si capovolge esattamente nei paesi ricchi che hanno perso la capacità di sperare nel futuro (in tutti i paesi OCSE siamo sotto il tasso di riproduzione della popolazione).

Riprendendo i vari fili e stimoli è possibile dunque prefigurare un modello di economia civile e sociale di mercato sostenibile e partecipato in grado di creare valore economico ambientalmente, finanziariamente e socialmente sostenibile, che soddisfi molto meglio dell’attuale sistema l’aspirazione della persona alla fioritura della propria vita e al bene comune. Un sistema socioeconomico armonico deve sviluppare in egual modo efficienza, equità e fraternità senza “lati corti” mentre la concezione magica del mercato e della massimizzazione del profitto criticata reiteratamente dal papa nell’enciclica si concentra brutalmente sulla prima dimensione assumendo fideisticamente che le altre due saranno soddisfatte di conseguenza.

Nell’ultima parte delle soluzioni è evidente che la costruzione di questo nuovo equilibrio non è demandata solo alla politica e agli stati ma dipende dalla cittadinanza attiva, dall’azione delle reti, degli enti intermedi e finisce per coinvolgere profondamente gli stili di vita di ciascuno di noi. In continuità con la visione di un’economia civile a quattro mani già sviluppata nella Caritas in Veritate dove cittadini responsabili e imprese sostenibili complementano l’azione di mercato e istituzioni per il bene comune.

Commenti
2 Commenti a “Il ruolo dell’uomo nel mondo: sull’Enciclica Laudato Si’”
  1. Enrico Ciampaglia magistrato in Venezia scrive:

    LA CIVILTA’ DELL’AMORE.

    Nell’Enciclica “Laudato sì”, Papa Francesco propone la sua visione filosofica e teologica dell’essere umano e della creazione. Il mondo proviene da una decisione, ammonisce il Successore di Pietro, non dal caos o dalla causalità. Vi è una scelta libera espressa nella parola creatrice. L’universo non è nato come risultato di un’onnipotenza arbitraria, da una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. Il mondo, infatti, è il libro scritto dalla mano potente di Dio e in esso si manifestano la sua bellezza e il suo amore. La creazione appartiene dunque all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la parola fondamentale di tutto il creato, degli organismi che lo popolano, degli ecosistemi nei quali essi vivono in relazione necessaria tra loro, e dello stesso uomo, che è stato creato per amore, un amore che si dona, un amore gratuito, e dotato di intelligenza e amore proprio perché possa amare allo stesso modo tutto ciò che è nel mondo, seminando a sua volta bellezza e amore. Una singolarità, questo è l’uomo, che trascende l’ambito fisico e biologico, come mostrano la sua capacità di riflessione e di ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica, e altre singolari capacità, con le quali è chiamato a collaborare alla creazione divina. Una identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso (in questi termini, l’Enciclica “Laudato sì”).

    Ma vi è un ma…

    L’uomo non è soltanto natura e materia ma anche volontà e spirito. Non è soltanto necessità e causalità ma anche potere e libertà. Non è soltanto azione involontaria, istinto e follia ma anche amore, egoismo e malvagità in azione. Il mito di Adamo ed Eva, rei di aver ceduto nel loro cuore alla tentazione di una libertà senza responsabilità, di un potere e di una conoscenza illimitati, senza amore per sé e l’altro da sé, spiega la condizione umana e i molti mali, psicologici, individuali, sociali e persino ambientali, che affliggono il nostro mondo. Tanto più gravi quanto maggiori sono il potere e la conoscenza che l’uomo acquista grazie al crescente progresso tecnico-scientifico, illudendosi poter fare tutto quello che gli pare alla ricerca della propria felicità mondana. Si tratta di un vero e proprio delirio di onnipotenza. “La libertà umana, infatti, si ammala”, ammonisce il successore di Pietro, “quando si consegna alle forze cieche dell’inconscio, dei bisogni immediati, della violenza brutale, dell’egoismo”, che è un vero e proprio peccato: “il peccato dell’indifferenza, e “In tal modo è nudo ed esposto di fronte a suo stesso potere, che continua a crescere senza avere i mezzi per controllarlo” (ivi).

    Un delirio di onnipotenza che si annida negli stessi “modelli di pensiero” che governano il mondo della finanza e dell’economia, della tecnica e della scienza, e che sollecitano i singoli uomini a riempire di beni futili il vuoto esistenziale del loro egoismo, il non senso della loro vita, rendendoli impermeabili e sordi a ogni altra considerazione. Si badi, occorre riconoscere che la scienza e la tecnica, espressioni della creatività umana, che è un dono divino, non solo hanno posto rimedio a molti mali che affliggevano e limitavano l’essere umano, ma sono anche in grado di produrre cose utili a migliorare la qualità della vita e persino belle. Nondimeno, ammonisce il successore di Pietro, la potenza della tecnologia è oramai tale che ci pone di fronte a un bivio drammatico, il bivio delle scelte irreversibili. Fatto è che l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori, la coscienza dei propri limiti, a principiare dalla consapevolezza che è possibile usare male il proprio potere.

    Tutto questo è a maggior ragione pericoloso in un mondo nel quale i falsi miti della modernità: progresso indefinito, inesauribilità delle risorse, individualismo egocentrico, consumismo sfrenato, concorrenza senza regole, libertà assoluta del mercato, massimizzazione del profitto, tecnocrazia, automazione esasperata della produzione, diritto alla proprietà privata quale valore assoluto e intoccabile, in uno alla concentrazione progressiva della conoscenza e del potere nelle mani di pochi uomini, dà a costoro, ai “padroni del potere e del denaro”, il dominio sull’insieme del genere umano e del mondo intero, minacciando la pari dignità umana, quasi che alcuni uomini abbiano più diritti di altri. Difatti, nel mondo del consumismo sfrenato e della svalutazione del lavoro umano, dell’esaurimento delle risorse naturali e del debito ecologico, coloro che hanno autonomia e libertà sono, in realtà, solo quelli che fanno parte della “minoranza che detiene il potere economico e finanziario”. Basti pensare alla disoccupazione di massa, alla chiusura progressiva delle piccole attività produttive e, in chiave globale, al crescente debito estero, divenuto infine sistema di controllo politico dei popoli nonché strumento di accaparramento delle risorse naturali altrui.

    Ebbene, è l’ideologia neoliberista, questo modello di pensiero divenuto “pensiero unico dominante”, a riassume in sé tutti quei miti, il cui comune filo conduttore consiste nel rifiuto tendenziale che il “potere finanziario, economico e tecnico-scientifico” oppone a qualsiasi condizionamento, controllo e limite sociale, politico, istituzionale, giuridico, etico e morale. Le conseguenze sul piano pratico di tutto questo, di questa “adorazione del potere umano senza limiti”, sono evidenti. Da un lato, l’assoggettamento dell’individuo, della società e della politica – una politica preoccupata solo di conservare e accrescere il potere – all’economia, a un mercato che da solo non è in grado di garantire lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale, e dell’economia reale a quella finanziaria, entrambe alla ricerca ossessiva della massimizzazione del profitto, di una ricchezza artificiosa e di corto respiro che avvantaggia pochi. Dall’altra, il degrado psicologico, morale, culturale, sociale, urbanistico e ambientale che caratterizza il mondo moderno, sull’orlo di un precipizio senza fondo, un degrado che colpisce soprattutto i più deboli e pregiudica la vita delle future generazioni. Eppure, “i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono a ignorare ogni contesto e i loro effetti sulla dignità umana e sull’ambiente, a dimostrazione che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi” (ivi). Il nome di questo sistema mondiale è “Capitalismo globale”.

    Urge, dunque, cambiare registro. Occorre adottare al più presto un nuovo atteggiamento, di condivisione dei beni e di cura dell’altro, che va verso l’altro abbandonando l’autoreferenzialità dell’io, e un nuovo “modello di pensiero”. Un modello di pensiero, associato a una conversione del cuore, in direzione del bello e del bene comune, che il successore di Pietro, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, suggerisce loro di chiamare “ecologia integrale” o “ecologia umana” o più semplicemente “Umanesimo”. Consapevoli che una scienza parcellizzata, che non tiene conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, compresa la filosofia e l’etica sociale, è priva di uno sguardo d’insieme e della necessaria profondità, e non è, pertanto, in grado di offrire soluzioni globali alle grandi questioni del nostro tempo; che una tecnica separata dall’etica difficilmente sarà in grado di autolimitare il proprio potere; che un potere finanziario autoreferenziale e fuori controllo tende a soffocare l’economia reale, come dimostrano le ricorrenti crisi del sistema monetario e il salvataggio a tutti i costi delle banche; che gli interessi del mercato, di un mercato “divinizzato” dal neoliberismo, quasi fosse in grado per magia di risolvere tutti gli squilibri sociali ed economici che ha generato, e di tutelare il bene comune, a cominciare dall’ambiente, non possono essere considerati una regola assoluta; che il principio di massimizzazione del profitto svincolato da ogni altra considerazione è una distorsione dell’economia. Consapevoli, in ultima analisi, che un potere senza limiti è un potere malefico. E che la libertà, come insegna il mito fondante dell’occidente cristiano, va coniugata con la responsabilità, figlia dell’amore. Solo su questa base sarà possibile fondare una civiltà, “La civiltà dell’amore”, davvero degna dell’uomo e conforme al progetto divino.

    Queste considerazioni sul rapporto libertà-responsabilità, calate nella drammatica realtà del mondo moderno, dove emergono forme sempre più globali, impersonali e pervasive di potere, anche mass-mediatiche e informatiche, suggeriscono che il mito biblico del peccato originario è quanto mai attuale: un “tesoro di verità e di sapienza” che l’uomo di fede legge alla luce della natura trinitaria di Dio, una comunione perfetta di potere-intelligenza-amore, a immagine e somiglianza della quale l’uomo, secondo quelle stesse antiche scritture, è stato creato. Per amare sé e l’altro da sé. In modo gratuito. Facendo dono di sé. Altro che “adorazione del potere umano senza limiti”! Quanto più aumenta il potere e dunque la libertà di fare, e la conoscenza tecnico-scientifica è essa stessa potere, anzi il sommo potere, tanto più deve aumentare il senso di responsabilità verso l’altro da sé, vale a dire il senso del limite, il senso di ciò che non si deve fare per il bene comune e l’amore dell’altro. Un sentimento radicato nel cuore stesso dell’uomo, perché è espressione del principio morale dell’amore: “Posso farlo ma per amore dell’altro non devo né voglio farlo”. Un sentimento e un principio che però possono vacillare, sotto i colpi dell’incuria egoistica, indifferente alla sorte dell’altro, e della malvagità, che si nutre dell’altrui infelicità. Il peccato originale, originale in senso logico ed eziologico ancor prima che cronologico, sta dunque nel silenzio interiore del principio morale, nella mancanza di amore, nella privazione di questo bene supremo, di questo dono divino, che la ragione umana è in grado di comprendere, grazie alla riflessione, e che la fede chiama “Spirito Santo”, rivolgendosi a Lui con queste parole di preghiera: “Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso il Padre e accompagni il gemito della creazione, tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene. Laudato si” (ivi).

    E’ la mancanza di amore che ci danna. E’ solo l’amore che ci redime. E con l’uomo salva il mondo intero. Il mito del peccato originale e l’immagine della natura divina, una e trina, si saldano, dunque, in un contesto di fede, al messaggio d’amore testimoniato, secondo i vangeli, da una delle tre persone divine. Quella Verità sovrannaturale che dopo essersi incarnata in un uomo chiamato Gesù, incamerando in sé una parte del mondo, divenuta essa stessa frammento di materia, ha rifiutato di adorare il demone del potere, resistendo alla tentazione demoniaca di diventare “padrone assoluto del mondo”, “il re di questa terra”, e ha indicato a tutti gli uomini la via della salvezza, sacrificando per amore di Dio e dell’uomo la propria vita. Il nuovo Adamo ha vinto, di fronte alla tentazione del potere assoluto, là dove il primo Adamo aveva fallito. Dentro il proprio cuore.

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