George_Harrison

Il sentiero della felicità: la vita di Yogananda arriva al cinema

George_Harrison

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nel 1920, quando seppe di dovere andare in America a diffondere pratiche e insegnamenti dello yoga, Yogananda non ci voleva andare. Amava l’India, la gente con cui lavorava, l’oriente. Parlò con il suo maestro, capì che se nessuno avesse illuminato l’occidente non ci sarebbe stato più nessun oriente, e partì. Paramahansa Yogananda è lo yogi e guru che negli anni venti ha introdotto in America gran parte degli insegnamenti del kriya yoga (una forma di yoga che insegna l’unione con Dio attraverso la meditazione) fondando a Los Angeles la Self-Realization Fellowship.

Tornato temporaneamente in India negli anni trenta, è stato maestro di meditazione del Mahatma Gandhi. Poi nel 1946 in California ha pubblicato l’illuminante libro Autobiografia di uno Yogi (Astrolabio Ubaldini, pagg. 472, 17 euro) diventato presto un best-seller e il libro di riferimento di tanti, inclusi George Harrison e Steve Jobs.

La vita di Yogananda viene raccontata oggi nel bel film scritto e diretto da Paola Di Florio e Lisa Leeman Il sentiero della felicità – Awake: The Life of Yogananda (dal 16 febbraio nelle sale italiane distribuito da Cineama). Il documentario alterna la storia del guru a immagini di repertorio in grado di restituire atmosfere e scenari in cui sbarcò Yogananda al suo arrivo in America: gli anni sfrenati e irriverenti del charleston e del proibizionismo, la Hollywood degli scandali insabbiati e poi magnificamente rivelati dal regista Kenneth Anger nel suo libro capolavoro Hollywood Babilonia, il Ku Klux Klan contro la black America (Yogananda logicamente si schierò con la seconda, controcorrente per quell’epoca nella sua scelta di trasmettere gli insegnamenti e le pratiche dello yoga agli afroamericani che vivevano lontani dal lusso e dalle scintillanti coste).

A tutti Yogananda spiegò come lo yoga fosse una pratica che usava il corpo ma riguardava soprattutto la mente, come non fosse una questione di credo religioso e che qualunque fosse la divinità in cui credevi ti indicava il cammino per connetterti a lei, come più che alla morte di Dio bisognava pensare a riconcettualizzare il divino.

Ad arricchire il film ci sono poi le interviste, ad allievi, eredi (spirituali), testimoni della grandezza dei suoi insegnamenti. Tra gli ultimi ci sono i citati, oggi scomparsi, Jobs e Harrison. Il primo, Steve Jobs, amava talmente il libro e il suo autore da fare in modo che al proprio funerale (organizzato in vita nei minimi dettagli) ne venissero distribuite ottocento copie tra i partecipanti. Il secondo, George Harrison, che già sapeva bene chi fosse Yogananda ai tempi dei Beatles (è sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club, terza fila in fondo a destra, tra lo scrittore George Herbert Wells e Sigmund Freud), racconta di avere ricevuto l’Autobiografia di uno Yogi da Ravi Shankar quando andò a trovarlo in India.

“Se non l’avessi letto probabilmente non avrei avuto una vita”, dice Harrison intervistato, e più avanti aggiunge come negli anni abbia regalato una copia del libro agli amici in crisi che passavano da lui. Tra gli insegnamenti di Yogananda da mandare a memoria c’è che “ogni uomo sulla terra ha i superpoteri, ma è inutile averceli se non sai come usarli”.

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