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Il sogno di Verdad

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«È stato un sogno», disse l’anarchica Soler a Paolo Gobetti, già presidente dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, che raccoglieva testimonianze preziose sulla guerra civile spagnola. Quel sogno di giustizia e libertà Lorena Canottiere, autrice e illustratrice che lavora con le maggiori case editrici italiane, l’ha disegnato nelle tavole struggenti della graphic novel Verdad (Coconino Press/Fandango, 160 pagine a colori, 19 euro).

Verdad è una giovane donna, che ha imparato a ribellarsi. Una ribellione che poi non conosce il compromesso. Il suo ideale non è stato reciso dall’abisso della storia. Canottiere ci presenta la protagonista, una bambina di otto anni che vive insieme alla nonna in un paesino sui Pirenei. Sfoglia curiosa l’album di famiglia, quasi alla ricerca delle ragioni della propria inquietudine precoce. Di sua madre sa poco. Lei se n’è andata alla ricerca di un’altra vita a Monte Verità, in Svizzera, sulle rive del Lago Maggiore. Una comune anarchica organizzata su base matriarcale dove all’inizio del Novecento si praticavano il vegetalianesimo, il nudismo e l’amore libero, e dove intellettuali e artisti come Otto Gross, Bakunin, Hermann Hesse si ritrovarono per coltivare il sogno di una società più libera e più giusta.

All’età in cui si comincia a scegliere senza ritorno, Verdad va alla guerra sostenuta dalla vividezza, dalla pienezza, dal romanticismo dell’idea di costruire la storia e di cambiare il mondo. Allo scoppio della guerra civile giunge a Barcellona per combattere con le Brigate internazionali contro il fascismo. Durante un assalto resta gravemente ferita da una bomba. Quel braccio mutilato racconta l’esigenza, il diritto di una donna di essere soggetto della storia e non solo vittima. La narrazione musicale di Canottiere in fondo dà il segno di una grande rottura: il comportamento della donna miliziana durante la guerra, questione centrale nella vicenda spagnola, nella lotta antifranchista. Rompere con la propria immagine di donna per costruirne una nuova.

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L’autrice nel brillante uso dei colori ha attinto alla funzione comunicativa e persuasiva dell’iconografia repubblicana: immagini e colori vivaci che animarono la resistenza da Madrid a Barcellona.

A ventisei anni deve fare già i conti con una storia sbagliata, con un regime, quello franchista, che per decenni riuscirà a ingabbiare la società. La clandestinità è l’unico rimedio, che lenisce le ferite di Verdad.

Lorena, la narrazione non è lineare, si caratterizza per i salti temporali, andate e ritorni. Come dialogano disegno e scrittura?

«Dipende, è sempre una questione singolare, molto legata al libro in sé. C’è sempre una stratificazione di influenze, di storie che si vogliono raccontare e che si incastrano con altre suggestioni, ricordi. Poi la storia si sedimenta. Oche, il mio lavoro precedente, aveva una linearità, un metodo classico nella costruzione. Essendo autrice non devo preoccuparmi di affidare, di far capire il soggetto a chi si occupa della sceneggiatura. In realtà quattro anni fa non avevo maturato subito l’idea originale di ritrarre una storia nella guerra di Spagna. È un’urgenza subentrata in un secondo momento, stravolgendo un altro soggetto considerato.

Invidio un po’ gli autori che riescono a partire dall’inizio per giungere alla fine, senza fare salti temporali. Ho bisogno di scrivere storie più stratificate. Prima di scrivere arrivo alla saturazione degli elementi che vorrei farci entrare. Ho cominciato a scrivere a blocchi, a sequenze, che solo successivamente hanno trovato un proprio ordine. La prima sequenza è quella in cui Verdad da piccola chiede alla nonna che cos’è Monte Verità. Quella sequenza è nata per immagini con Verdad in questa casa di montagna, dove entra poca luce. L’architettura rurale mi ha dato una suggestione di partenza. Ovviamente per non perdermi seguivo una sorta di scaletta, ma quando poi ho dovuto mettere in ordine tutte le immagini per mandarle in stampa…».

In che modo si è rapportata all’estetica che distingueva il movimento anarchico spagnolo?

«All’inizio anche la scelta del colore è stata molto istintiva, non sapevo spiegarmela. Ora, essendo riuscita in parte a razionalizzare il lavoro, mi rendo conto che è venuta dalle stampe dell’epoca. Le stampe della propaganda erano quasi tutte serigrafie e c’era l’uso del colore serigrafico: due, tre colori con sempre un colore che si sovrapponeva a un altro. Ero certa di non voler utilizzare il nero. Immaginavo il rosso e il giallo, poi si è aggiunto il blu ed è stato proprio il completamento di quella tecnica lì. Mentre l’adottavo ho capito che sarebbe stata quella giusta».

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La graphic novel raffigura anche una rottura fra le donne di una famiglia, che coinvolge tre generazioni. C’è qualcosa di autobiografico?

«In qualche modo sì. Provengo da una famiglia contadina, che abitava in un paesino. Ho vissuto a lungo con i miei nonni. Mia madre era la rivoluzionaria, colei che se n’è andata. Ha fatto delle scelte che non sono state apprezzate e accettate. Io non sono Verdad, ma mi piaceva far vedere, contrapporre l’estrema dolcezza di questa piccola bambina a contatto da subito con una situazione molto ruvida: il paesino piccolo dove nulla è permesso, tutto viene giudicato, non c’è intimità, né il rispetto delle identità, dell’umanità di ciascuno».

Gli animali e la natura appaiono determinanti ai fini della narrazione, anzi sono narrazione.

«La natura è molto presente nel libro sia nella parte dell’infanzia sia nel finale, diventando un personaggio. La natura è sempre selvaggia, misteriosa come nelle favole, ed è un punto di appoggio per Verdad. Lo scambio è simbolico, le consente di non rinnegarsi, di affrontare la solitudine, che sceglie, col sollievo della montagna che è il suo ambiente, da cui arriva e si rifugia».

E la volpe?

«L’incontro da piccola con questa volpe vecchia le dona il primo libro. La leggenda della volpe vecchia raffigura una donna, che esce dagli schemi del paese ed è costretta ad abbandonarlo insieme al compagno. Come tutte le donne, che vivevano in maniera differente, veniva additata come strega, portatrice di sfortuna alla comunità perché non si adeguava. La volpe è un simbolo selvatico rappresentativo della non omologazione alla quale si ispira e muove Verdad».

Giunta a Barcellona per arruolarsi, Verdad, incontra combattenti sui generis, un’umanità in quel contesto per lei inattesa che caratterizzò lo spontaneismo degli anarchici: «Soldati che eseguono ordini…quelli sono i fascisti! Io no. Mentre che sei lì che prendi la mira, smetti di pensare? Smetti di essere un uomo? No!» Ritroviamo molta dell’atmosfera rivoluzionaria riportata da George Orwell in Omaggio alla Catalogna, il suo miglior libro. In particolare quali letture hanno influito?

«Per capire l’epoca e i fatti, la fase di documentazione è stata molto lunga e non ha riguardato solo i testi scritti ma anche l’iconografia. Ho cercato tutto: Barcellona, le varie battaglie, le divise. Nella scena in cui si presenta e pranza insieme ai nuovi compagni, cerco di spiegare l’atmosfera, che cosa succedeva nella Barcellona della collettivizzazione, come funzionava. Una città molto grande che in quel momento era completamente autogestita. Ho cercato di descrivere lo spirito delle persone che combattevano nelle milizie. E soprattutto nella fazione anarchica. C’è un’estetica di vividezza in tutto quello che animava il mondo anarchico. Le persone che lottano senza perdere l’umanità, l’ironia, il piacere di stare con gli altri».

Verdad come si pone nel crinale determinante tra il cercare di vincere la guerra civile e la rivoluzione?

«Il rapporto tra guerra e rivoluzione costituisce il principale nodo problematico, che gli anarchici affrontarono tra le due guerre mondiali. Le tensioni che ne scaturirono sul piano strategico raggiunsero l’apice proprio durante la guerra di Spagna. Lei ha molte sfaccettature, è una figura che assume la complessità degli schieramenti, è consapevole di vivere l’attrito tra l’ideale e il reale, la divaricazione tra guerra e rivoluzione, fino alla stroncatura di quest’ultima. Quel che la domina è la fede nella libertà e nell’utopia di un rinnovamento dell’uomo, della società che doveva passare da un impegno innanzitutto culturale».

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La tavola bellissima, che prende pagina 103, dà la misura della drammaticità di quella sconfitta, tanto grande quanto la promessa di riscatto. Verdad sembra volersi mimetizzare nella montagna: «Non riesco a cambiar rotta, forse sono stupida, non riesco a salvarmi la pelle, a curarmi l’anima», dice.

«È facile oggi, per chi ha lottato una vita, avvertire quel senso di smarrimento. Verdad ha la sensazione di aver combattuto per un mondo che non ha posto per lei, per la sua esigenza. È una condizione in cui mi immedesimo spesso. A dispetto del suo nome non ha verità in tasca, è sempre tormentata dal dubbio. La sua non è una resa incondizionata. Sceglie di non tirarsi indietro, pur quando la sua storia individuale sembra fuori dal corso degli eventi. Equivale al non arrendersi alla storia scritta dai vincitori. Quel disegno accompagnato da poche parole rappresenta proprio questo».

Che cosa resta a Verdad di quella breve estate dell’anarchia?

«Direi che in generale a noi resta la necessità di approfondire tre anni, 1936-’39 in Spagna, nel quale il Novecento europeo si è giocato tanto, se non tutto, dove il secolo ha deragliato definitivamente. Resta che non è male avere dei sogni, così forti di opposizione al fascismo e al potere in sé, e l’immaginare di vivere in un altro modo. Non dimentichiamo che nelle sue espressioni maggioritarie, dalle origini alla guerra civile, il movimento anarchico fu caratterizzato da un afflato teso alla costruzione di modelli di vita alternativa, radicato nella collettività. In quegli anni il sindacato anarchico rivoluzionario, la Confederazione nazionale del lavoro, contava due milioni di iscritti. Dai primi riscontri ascolto che è una storia della quale si ha necessità di leggere, dunque rielaborare con la propria immaginazione. Si parla di bisogni assolutamente attuali».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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