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Il teatro di Virgilio Sieni

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul «Corriere del Mezzogiorno», su Virgilio Sieni.

Non è affatto scontato che il teatro provochi ciò che dovrebbe provocare, o almeno cercare di provocare. Sconcerto, sospensione, messa a nudo, ribaltamento dei codici, sventramento della percezione, accumularsi di reminiscenze… Oggi sempre più spesso  non capita, tanto che i teorici più radicali della “morte del teatro” non hanno tutti i torti. Ma questo, per fortuna, non riguarda Virgilio Sieni e il suo singolare, assoluto tentativo di riportare il teatro alla danza, e la danza a un complesso sedimentarsi di gesti originari.

Il “Grande Adagio Popolare” andato in scena a Bari è un affresco del gesto (e della relazione tra esso e la città, il suo tessuto urbano, la sua ragnatela sociale) che apre infiniti squarci. L’“Adagio” di Sieni è un percorso diviso quattro momenti. I primi due, “Racconti” e “Sul volto”, si sono animati a Palazzo Fizzarotti e all’ex Palazzo delle Poste. Gli ultimi due, “Madri e figli” e “Visitazioni”, hanno invece avuto luogo rispettivamente al Palazzo della Provincia e alla Camera di Commercio.

Quello di Sieni è un teatro che fuoriesce dal teatro per interagire con la città. Negli ultimi anni, ciò è già avvenuto in molti momenti “mediterranei” del suo lavoro. Ma l’esperimento barese ha un sapore particolare: il regista, questa volta, pare giocare sul contrasto, sull’urto tra le strutture architettoniche che ospitano l’azione teatrale e il fluire della vita nella sua dimensione originaria.

Sieni lavora con bambini, anziani, immigrati, gente pescata dalla strada, quelli che in genere vengono asetticamente definiti “attori non professionisti”. Prende alcune  singole individualità e le fa reagire tra loro. Le fa incontrare in coppie o in piccole comunità che vanno in scena. In “Madri e figli”, ad esempio, a cercarsi, incontrarsi e (solo a tratti) trovarsi sono alcune madri e e le loro figlie. Il loro intimo rapporto viene denudato o ritrovato, a secondo dei casi, tramite un insieme di movimenti e scatti corporei che non raggiungono mai la codificazione e la ripetizione.

Il rifiuto dell’automatismo (e, potremmo aggiungere, di un certo canone del teatro-danza ormai ossificato) diviene in “Grande Adagio Popolare” ricerca di uno stato di sospensione, in cui si aprono lampi di libertà.

Ho avuto modo di seguire le prove di Sieni in una saletta di piazza dell’Odegitria accanto alla cattedrale, nel cuore di Bari vecchia. Sono rimasto a osservarlo per ore, interrogandomi sul suo rapporto con gli attori non-attori: un paziente lavoro socratico, maieutico, che mira a tirare fuori da persone finite lì quasi per caso qualcosa che si avvicina di molto alla grazia. Forse perché non hanno mai fatto teatro in vita loro, o forse perché sono chiamati a ricavare da sé gesti essenziali, questo si avvera anche se in maniera totalmente inconsapevole. Qui sta succedendo qualcosa, mi sono detto.

Osservando le prove di “Visitazioni” – spettacolo in cui, a differenza di “Madri e figli”, si incontrano, conoscono, inseguono sulla scena persone tra loro diversissime e sconosciute – mi si è rivelato qualcosa di totalmente inusuale nel teatro contemporaneo. “Visitazioni” non è uno studio sulla diversità: è piuttosto l’alterità radicale ad andare in scena. Sembra quasi di assistere a una serie di visitazioni dell’arte quattrocentesca o cinquecentesca. Angeli moderni e pienamente umani – qui, ora, in carne e ossa – visitano, turbano, stravolgono la vita di altri essere umani.

In Sieni questo rimando agli affreschi o alle pale d’altare non è mai frutto di un recupero mortuario o erudito. È piuttosto un fluire che erompe in una dimensione metastorica: una dimensione in cui l’arte – tutta l’arte – attraverso una somma armonica di gesti è rivissuta nella sua dimensione originaria.

Si diceva che questi momenti teatrali si sono svolti in alcuni Palazzi baresi, proprio in quei palazzi magnificenti, e allo stesso tempo profondamente regolari, che spinsero Cesare Brandi a scrivere nel suo aureo “Pellegrino di Puglia”: “Bari non è l’espressione della Puglia, anche se Bari assomma l’orgoglio della Puglia: Bari è l’avamposto della nuova invasione ariana, quella della civiltà della macchine. Così, come ultima ondata. Ma la terra vera di Puglia è quella arcaica, non arretrata ma immemoriale, che riesce a sopravvivere anche ai grattacieli di Bari, a insinuarsi nelle sue strade lucenti e nel lungomare grandioso.”

Questo corto circuito è stato fortissimo la sera della prima tappa teatrale, “Racconti”, fra le stanze “veneziane” di Palazzo Fizzarotti, un’infilata di stanze in cui i generi si affastellano tra loro. In tre momenti diversi, alcuni anziani e alcuni bambini si inseguono, comunicano a gesti, danzano, recuperano brandelli di vecchie canzoni, interagiscono con gli affreschi sulle pareti. Il pubblico è a pochi metri da loro, in stanze buie o, al contrario, illuminate da specchi e cristalli. Sembra di essere in un film di David Lynch: la sospensione della razionalità è la medesima, come se un profondo mistero sgorgasse all’improvviso dalle viscere del palazzo. Tuttavia, anche qui, le assonanze lynchiane non sono mai frutto di citazioni. Piuttosto scaturiscono dalla scena, dai corpi, dalle situazioni. Si librano nel raggiungimento di un grado zero del teatro e della dimensione umana, che almeno per pochi minuti provoca un insperato stordimento.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “Il teatro di Virgilio Sieni”
  1. Mariateresa scrive:

    Spero che l’esperimento teatrale sia ripetuto al piu’ presto, perché la prenotazione con telefonata ha limitato di molto l’afflusso di pubblico. Peccato!

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  1. […] scorso abbiamo lavorato con Virgilio Sieni producendo uno spettacolo con non professionisti all’interno della Scuola Elementare. […]



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