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Il teatro trasformato in animazione da villaggio vacanze

La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava’s snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l’abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all’Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.
Proviamo a elencarli:

1. Don Giovanni di Timi è essenzialmente uno spettacolo da animazione da villaggio vacanze ospitato in un teatro del settecento. Il pubblico di paganti e abbonati (la maggior parte dai cinquanta in su) come capita nella maggior parte degli stabili, si sganascia, come se potesse non sentirsi in colpa di vedere un bel puntatone lungo di un superZelig.
2. Il lavoro di riscrittura del mito di Don Giovanni si riduce più o a meno a un gioco di associazioni, alto e basso, cultura aulica e riferimenti trash, che è quello che possiamo permetterci quando in adolescenza ci viene in mente di andare a braccio su un argomento che mastichiamo un po’, sparando le prime ideuzze a caso mentre ci facciamo una canna.
3. La comicità di questo Don Giovanni è sempre dichiarata, esposta, telefonata, alla ricerca dell’effetto immediato, come se il vicino di sedia ti desse di gomito per due ore e mezzo: e anche quando le battute funzionano vengono ripetute ed estenuate per trasformarsi prima in tormentoni e poi per consumare ogni reazione garantita di un pubblico evidentemente abituato a standard televisivi.
4. Le strizzatine d’occhio all’attualità sono quelli di un dj col vocione di una radio commerciale: a un certo punto Timi si mette a cantare il Pulcino Pio, per capirci. Tanti ah ah dalla platea.
5. Gli attori è come se, invece di recitare, ammiccassero; invece di interpretare, imitassero i personaggi. Mossette, birignao a gò gò, vaudeville di terz’ordine. E nonostante lo spettacolo giri l’Italia da due anni, la sensazione che si ha, è che abbiano provato poco: le scene slapstick sembrano grezze, e anche Timi utilizza la sua indubbia presenza scenica e il suo istrionismo non per creare una minima magia teatrale, ma per stare sempre fuori. Cincischia, si ride sopra, gigioneggia, in un rapporto con il pubblico che è quello di un imbonitore invece che di un attore.
6. La scenografia è una roba da rappresentazione delle scuole medie. Luci sparate, cambi colore tipo una schermata di windows, e ogni tanto dei video proiettati su tutto il fondale: le trashate che alle medie i ragazzini fanno vedere ai compagni di banco. Hai visto ste tre ragazze orientali che intonano una canzone sulla diarrea. Ah ah.
7. Il sottotesto dello spettacolo – il Don Giovanni ripensato come puer, come un ragazzino senza morale, tutto intriso di culturame basso e trivialità, cazzo fica cacca – è un esercizio di citazionismo e iconoclastia che poteva avere qualche fascino da pruderie prima che esistessero youtube e youporn. Può funzionare per chi pensa che il teatro sia zapping (qualche sedicenne internet-dipendente), per chi ha settant’anni, non è un nativo digitale, e può godersi questo mischione come fosse un’operazione originale, o ancora per qualche quarantenne che quando a un certo punto, senza nessuna logica drammaturgica, parte la sigla dell’Uomo tigre, scambia questa campanella di Pavlov per una madeleine.
8. C’è un fraindimento grave in chi mette in scena rivisitazioni: l’idea che la parodia sia dissacrazione (lo è in rari, feroci, casi), e che la parodia non abbia bisogno, proprio per il suo carattere mimetico, di una assoluta cura per i dettagli. Proprio perché è un gioco piuttosto facile, il talento sta nel trasformare l’imitazione in una nuova idea più forte del modello, altrimenti è veramente puerile.
9. La scusa dell’estetica queer. L’estetica queer vuole essere ovviamente stravagante, iconoclasta, provocatoria: con questo pretesto cripto-etico, riesce spesso a rendere il rovesciamento una caciara, e a presentarsi da un punto di vista estetico come una roba non dissacrante ma semplicemente cafona: una frociata, piuttosto conformista.
10. Questo Don Giovanni fa capire che in Italia manca qualche educazione del pubblico teatrale. Spettacoli così, sgangherati, faciloni, ruffianissimi, vanno in scena tutti i giorni, in tantissimi teatri in tutta Italia che altro non sono che piazze da cabaret estivo con un tetto sopra. Contento il pubblico di spendere i soldi per questa robetta, contenti tutti.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
18 Commenti a “Il teatro trasformato in animazione da villaggio vacanze”
  1. giorgio scrive:

    ahah frociata conformista mi piace, bravo raimo. immagino lo spettacolo sia veramente così, che tristezza.

  2. Piero scrive:

    Vorrei inoltre sottolineare il profondo imbarazzo che si prova nel vedere come il povero Pippo Timi cerchi in qualunque modo (imitazione, parodia, citazione, etc.) di riferirsi al mito recitativo, drammaturgico e registico di Carmelo Bene, suscitando nello spettatore un minimo accorto profonda e involontaria comicità. E successiva tristezza.

    Questo vale tanto per il Don Giovanni di CB (il film) che per le plurime versioni di Amleto che il maestro ci ha lasciato (film, tv e ovviamente teatro).

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    Piero, che Iddio, se esiste, ti perdoni per aver digitato i nomi di Carmelo B. e Filippo T. nella stessa frase. Oppure ti fulmini (fa più Vecchio Testamento).

    Caro Raimo, spero che avessi un biglietto-omaggio. Altrimenti vale il detto chi è causa del suo mal eccetera. Il tuo su Timi è proprio un pregiudizio.

  4. alessia scrive:

    in effetti lo immaginavo. ho invece appena visto in video alcuni decine di minuti
    di Paesaggio con fratello rotto di Teatro Valdoca, che
    mi è sembrato molto disturbante e, questo sì, in relazione con le “culture” e con
    Artaud e Bene (e anche Francis Bacon).
    sul versante cinema, come esercizio di riscrittura e parodia (del linguaggio del potere veicolato dai media e introiettato nelle relazioni), Gone girl si pone come uno degli esperimenti più riusciti degli ultimi tempi.

  5. Vittoria scrive:

    Raimo, per me Timi non ha alcun talento se non quello di essersi procacciato degli ottimi contatti grazie ai quali passa per un bravo attore. Lasciamo stare Carmelo Bene, non paragoniamo il TEATRO alla FICTION di quarto ordine. Per carità. Il pubblico già abituato a vedere merda in tv non è in grado di discernere il bene e il male nemmeno a teatro anche perché, spesso, chi programma i cartelloni pensa più agli incassi, che nomi, fenomeni da baraccone e spettacoli di bassissima qualità possono portare, che non al ruolo che il teatro dovrebbe avere. E’deprimente.

  6. veronica scrive:

    In questo spettacolo è vero che si crea un riconoscimento nel pubblico perché le canzoni come Tiger man appartengono a un orizzonte dell’immaginario legato alla nostra infanzia che ci affascina ma questo non ha nessun legame con il testo teatrale e soprattutto essendo cose prive di qualsiasi spessore non crea mai una profondità di pensiero….
    Perché scomodare Don Giovanni se non si riesce a fare una minima riflessione su cosa può significare mettere in scena questo mito oggi? Questo spettacolo cosa racconta del Don Giovanni? Del desiderio? Di noi esseri umani? Della vita e della morte? Raccontare di un libertino in modo estetizzante senza mai mostrarci neanche per un minuto una condizione esistenziale che possa coinvolgerci un pochino più profondamente oltre il facile riconoscimento con Tiger man o il pulcino pio insomma mi sembra un po poco…
    Detto questo, penso che sia giusto programmare anche questi spettacoli insieme a tanti altri che vedremo al Teatro Argentina per dare un quadro generale di quello che succede in Italia.

  7. rita scrive:

    Ho visto lo spettacolo ieri sera. Davvero pessimo. non si salva più niente, neanche il teatro. dove siamo precipitati.

  8. Laura scrive:

    Incredibile come non venga colta la volontà di sottolineare, con l’uso così smodato del grottesco (prassi ben lontana e radicata) l’imposizione della vita stessa, nel solo atto di “essere”, di esistere, essa diventa insostenibile. Una girandola di ruoli, una farsa nella farse, dove l’intimità, inesistente in colui che è trafitto dall’ossessione della conquista, scompare nell’eccesso. Scelte estetiche e comunicative ben definite, che possono non essere condivisibili, ma che difficilmente riesco a definire “da villaggio vacanze”.

  9. elisabetta scrive:

    Caro Christian, seguo da tempo Minima&Moralia perchè mi è sempre parso, in uno scenario abbastanza arido quanto a critica e dibattito culturale, come luogo dove ho trovato riflessioni, aperture e confronti, che mi hanno sempre portato a salire di un gradino, a farmi un’idea, a limare quella che avevo o a cambiarla totalmente sapendo perchè e scegliendo come e quanto. Non stavolta. E non perchè si scriva male di uno spettacolo che io stessa, nel percorso di Filippo Timi, abbia trovato meno omogeneo e più difficile da decifrare e perciò da digerire; ma perchè questo articolo che scrive e i termini che sceglie di utilizzare mi sembra optino per una strada che va verso la gratuità piuttosto che l’approfondire delle sensazioni che come spettatore e come critico ha avuto. Se davvero conosce il percorso teatrale di Timi, se ha avuto modo di vedere gli altri suoi spettacoli, dall’Amleto a Favola fino al suo ultimo monologo Skianto, penso che sia innegabile: che Timi abbia un talento visionario cui sta cercando di dare forma con il teatro (poi ci possono piacere o meno i suoi lavori, ma che tra i più riusciti e i meno riusciti ci sia qualcosa di veramente interessante, di veramente intenso, di veramente artistico credo sia un dato di fatto); che un artista che riempie i teatri in un momento storico in cui è difficile farlo non per forza di cose è uno che si svende, è l’eterno dibattito fra opere autoriali e blockbuster da cui il postmoderno ci ha aiutato ad affrancarci portando la riflessione un po’ più in là; che ogni volta che un artista (attore, regista, scrittore, pittore, scultore che sia) decide di mettere tutto se stesso nella realizzazione di un’opera merita attenzione nella critica e approfondimento per poter capire come continuare il suo percorso che serve anche a noi, sia che l’opera riesca o meno. Io ad esempio, anche solo per le domande che mi ha lasciato dentro la visione di Skianto e le connessioni che mi ha dato quella dell’Amleto, vorrei tanto che Filippo Timi continuasse a cercare e a inventare e a condividere.

  10. Chiara scrive:

    Ma come ti permetti ???
    non ho tempo da perdere (prezioso ) a commentare e smontarti punto per punto ..ma sottoscrivo in pieno il commento precedente di Elisabetta.
    Filippo Timi e’ a mio avviso uno dei piu’ grandi attori italiani di oggi nonche’ grande regista ed autore ed il suo Don Giovanni e’ straordinario.
    La chiacchere stanno a zero!
    Parlano i risultati: ovvero i suoi sold out al teatro Argentina come al Parenti e il suo enorme successo.
    Dunque per favore TACI e ripigliati…FOLLI E FALSE tutte le assurdita’ che HAI SCRITTO.

  11. elina scrive:

    Timi è un attore fuoriclasse, a teatro la sua presenza scenica e le sue capacità attoriali emergono in maniera più decisiva che al cinema, dove secondo me la sua figura appare banalizzata (fatta eccezione per “Vincere” di Bellocchio, ove, c’è da dire, Mussolini lo incarnava alla perfezione, restituendo quel parossismo emblematico della figura del dittatore) ma la sua idea di teatro è un disastro. le riscritture dei testi – ergo le drammaturgie – non sono rivisitazioni ma saccheggiamenti veri e propri. Timi, come regista teatrale, è scarsissimo e non perché proceda per rielaborazione del testo di partenza ma perché vìola i testi, li svilisce. Cosa è rimasto della “substantia” del suo Amleto? Nulla. Non vi era più Amleto ma un personaggio qualunque, gigione e anche un po’ stronzo, privo della profondità del prototipo scespiriano. Stessa cosa dicasi per il Don Giovanni: una messa in scena confusa, citazionismo fine a sé stesso, volgarità. Uno spettacolo fin troppo popolare, ai limiti del trash (eppure, non è stata risparmiata neanche qualche incursione nel trash vero). Tipica “fuffa” postmoderna. Ormai la televisione – che ha già valicato i propri confini, accogliendo in sé il cinema, è arrivata anche a teatro. Non vi è più uno specifico filmico né uno specifico teatrale, almeno nella maggior parte dei casi. Ciò che disturba è che mai un critico teatrale autorevole distruggerà il teatro di Timi… (nulla togliere a Raimo, il quale, però, non lo è di professione) e, la cosa che fa arrabbiare un’amante del Timi ATTORE, quale mi ritengo, è che se solo avesse l’umiltà di farsi dirigere, rinunciando a questa inutile voracità, penso che si potrebbe recuperare il piacere di vederlo sul palcoscenico.

  12. paola scrive:

    Ho visto due, anzi tre volte il Don Giovanni. Amo Filippo da sempre, da quando nessuno lo conosceva (vi dicono qualcosa “East”, “Polaroid molto esplicite”, “La morte di Danton”…???) So che esagera, ma nelle sue esagerazioni c’è sempre un concentrato di ciò che è stata ed è ora per lui, la vita. Non sto a spiegarvi le cose sue, dico solo che con questo spettacolo ha osato molto, mettendo sul piatto l’idea (in un paese influenzato dal Vaticano), che peccare sia bello e che sia bello anche il diavolo (senza bisogno di essere satanisti). Lui non ha il senso del limite (e c’è un perchè a questa cosa), e molti non lo sopportano. Anche con le sue innegabili cadute di gusto, continua a comunicarmi energia e voglia di vivere, e io lo ritengo importante in un momdo in cui i depressi si stanno moltiplicando in modo esponenziale!

  13. Fabrizio scrive:

    Mai cosi’ daccordo con Raimo.
    Essenza della situazione: E’ possibile che sia rappresentata una tale cialtronata?
    E’ possibile che raccolga udienza dal “pubblico”?
    Si. Questo e’ possibile in un Paese nel quale la funzione piu’ vitale per l’intera cittadinaza, la politica, sia gia’ da tempo trasformata nella stessa quasi IDENTICA cialtronata.
    Quindi, dato che siamo governati da teatranti di quartordine senza la minima idea degli obblighi che impone coltivare l’intelletto, come si puo’ pensare che il teatro italiano, funzione paratattica della vita sociale del paese, non proponga consimili aborti?
    E -prima di tutto- con tale teatro diviene ovvia e manifesta anche la decadenza dell’intera struttura sociale e, Primus inter Pares, del pubblico che gradisce questo spettacolo.
    Quindi abbiamo delle signore scandalizzate, in particolare del fatto che questo spettacolo NON PIACCIA (a qualcuno) perche’ invece, piace in generale.
    Altre signore si adontano perche’ si ATTACCA (un povero guitto), il signor Timi, ritenuto a maggioranza un grande attore.
    Altre signore si piccano che, nella liberalita’ delle personali opinioni, ci sia qualcuno che coltiva PREGIUDIZI CONTRO il rifacimento di opere di cui (quei pochi come Raimo) denunciano la drammatica storpiatura.
    Insomma, molte rispettabilissime signore, non riflettono su un fatto essenziale e inelusibile: MA PERCHE’ SI RIFANNO (E PURE MALISSIMO) OPERE ESISTENTI; CHE POSSONO VIVERE NEL LORO STORICO CONTESTO, E PIUTTOSTO NON SI -COMPONGONO- E MAGARI -RECITANO- OPERE REALMENTE NUOVE ED ORIGINALI CHE PROVENGANO DA UN AUTENTICO GENIO CREATIVO? insisto con Nuove ed Originali, altrimenti tra le signore che commentano potrebbe sorgere una replica del tipo -“E’ nuovo e originale trasformare il vecchio “creando” nuovo “senso”- quindi appunto e confermo: NO, qui si intende davvero; ORIGINALE.
    Una creazione, non una parodia malnata, pastrocchio, libera riflessione, o altro.
    Puo’ il teatro italiano proporre oggi un genio creativo capace dell’originale e SAPIENTE teatro?
    No…Perche’ la nazione italiana, diciamo con piu’ realismo, i cittadini che vivono in Italia, non hanno piu’ gran che del Genio che IN ITALIA ha prodotto veri miracoli (in passato).
    Mettiamola cosi’ (dato che le signore se ne avranno certamente a male). Questione: il Passatismo e l’Elitarismo sono legittimi in un Paese culturalmente, socialmente, economicamente, politicamente, ormai sull’abisso del ridicolo?
    Risposta: Ma certo che si.
    Questione: Serve pure a qualcosa il “Don Giovanni” teatrale, di Timi?
    Risposta: Ma ovviamente SI! serve al medesimo scopo di tutta l’arte prodotta su quello stesso livello sprofondato,ovvero, ci permetterebbe di scorgere la tensione al futuro E ALLORA TIMI E’ PERFETTAMENTE REALIZZATO! Come realizzati sono i commenti plaudenti. IL TUTTO FUSO INSIEME CI PREAVVERTE CHE LA SOGLIA DEL RIDICOLO E’ AMPIAMENTE SUPERATA, ma non riesce a superare la nostra politica…Quella vige ad uno stadio del burlesque ancora piu’ basso…

  14. Stefania scrive:

    Gentile Christian,

    Mi ci giocherei la mia seconda verginità che in un villaggio vacanze tu non ci sei mai stato. Scusa la bassa citazione (incipit di Mimi’ Bluette Fiore del mio giardino, feulleton imperdibile almeno quanto sconosciuto) ma voglio sintonizzarmi sulla trivialità del pubblico che così poco gentilmente descrivi nella tua recensione.

    E premetto subito che io ci sono stata. Eppure vado a teatro. E sono stata anche in crociera (te lo dico per darti un po’ alcune delle mie credenziali).

    Inizialmente pensavo di scriverti i motivi per cui mi è piaciuto lo spettacolo. Poi lo farò, tanto per non andare fuoritema. Avrei voluto essere fulminante e sintetica per contrappormi, almeno per stile, alla sediziosa demolizione in 10 punti dello spettacolo, anche se in realtà lo spettacolo nelle tue parole è un aspetto marginale.

    Pensa che, tra l’altro, ho letto il decalogo prima di andare a vederlo. E malgrado ciò ho passato una piacevole serata.

    Ma ora che lo rileggo, con calma, in verità ti dico che voglio parlarti di altro, della tua idea di pubblico. Perchè tu non demolisci lo spettacolo di Timi, ma addirittura utilizzi il suo successo immeritato per parlar male di chi, per fortuna, ancora spende i suoi soldi per andare a teatro a vedere questa robetta.

    Ah forse, cultura popolare e di massa e teatro – orrore – non vanno a braccetto, ma anche no. Avrei trovato molto più interessante se tu ti fossi interrogato, pur con un giudizio diverso dal mio, sul perchè la gente di mezza eta’ che non è nata come me e te a metà degil anni ’70, e che quindi non capisce molti dei riferimenti – tipo tiger man -, ridesse a crepapelle. Ci sarebbe stato quello sforzo in più del critico che invece di pisciare sul terreno per segnare il perimetro del suo pensiero e ergersi dal suo recinto di certezze si interessa di capire i meccanismi che animano il pubblico. Perle ai porci. anzi il contrario Porci ornati di perle e cultura queer, secondo te. Anche se io ho qualche dubbio sul fatto che quel pubblico dell’argentina di mezza età sappia che cosa sia l’estetica queer. E’ d’altra parte secondo te un pubblico non educato, forzerei addirittura la mano, maleducato al teatro.

    Non conosco il perchè di tanto livore verso il pubblico, ma è il duro mestiere del critico, quello di tracciare un netto confine tra il male e il bene, il nero e il bianco.

    Detto questo, interessante anche la pletora di commenti che seguono alla tua recensione, che demonizzano uno spettacolo che per fortuna non hanno visto. Anche se loro, in manierà più onesta, si contrappongono al personaggio Timi, secondo la più serena dicotomia mi piace/non mi piace.

    Ora procedo con il mio pallido pensiero sullo spettacolo, che avevo buttato giù per me, da umile spettatore e mi accorgo che ho visto un altro spettacolo. Un po’ ora che ho letto bene il tuo commento, me ne vergogno.

    Ma la messa a nudo non mi spaventa. Anche se ai tuoi occhi mi sento un poco casalinga di voghera.

    Facciamo così, immagino di scrivere direttamenta al Don Giovanni che ho visto ieri sera, anzi a Timi, dai che è un po’ la stesa cosa, no?

    Caro Don Giovanni,

    Lo spettacolo è di una bellezza estetizzante, rara. Scivola tutto sulla sua superficie, liquido il narcisismo pop del tuo Don Giovanni. Sfiora i margini dell’inquadratura. Tra pareti di design alla Ron Arad, colonne sonore perfettamente incastonate nella storia. Vestiti da sogno che stringono l’anima del Don Giovanni e la sparano fuori, come il tubetto di dentifricio nei denti, e ti lasciano in bocca il suo sapore. Servono palati sottili per degustare la squisita prelibatezza di questa operazione. Un divertissment più interessante per la sua delicatezza e coerenza che per la sua irriverenza, un’altra sfumatura ancora del vostro teatro. E’ piacere degli occhi, direbbe Truffaut. E’ nella retina dello spettatore, abitata da elementi della qualunque – pop, post-moderni,cinematografici, televisivi- che si scatena il delirio narcisistico del Don Giovanni, il colore che vince la morte, la memoria del passato prossimo che si tinge del presente, mentre il passato “classico” bussa alla porta, sovrastato dalla vacuita’ del presente, ma con tutto il suo fascino, e lì con le musiche ve la siete giocata benissimo.

    E’ bello vederti in scena che godi dei tuoi attori. E fai bene. Perché come al solito ti reggono. Riescono ad esserci anche se te li mangi tutti ogni volta che apri bocca.

    Al teatro sono mediamente antipatici. E contro l’empatia e il galleggiamento lieto in superficie gioca una acustica che a tratti non fa percepire il parlato (la morte del padre di donna anna, ad esempio). Mannaggia, sto pure in platea…

    Ho trovato da ex milanese pentita questo spettacolo un luogo in cui sentirmi a casa. Io stavo incastonata tra voi, notte e giorno di Magritte, abbracciata nei colori.

    Ovviamente per tutto il tempo ho sognato di mettermi il tuo cappotto di fiori, per poi volare lieta, a casa, dai miei bamboli.

    Alla prossima,

    Stefania

  15. Valentina scrive:

    Salve, penso che la sua recensione sia basata sul estetica e’ che abbia centrato un punto fissato dallo stesso Timi e reso noto attraverso una video intervista corale di presentazione dello spettacolo; rilasciata per Quarta Parete (visibile su You tube), dove lui stesso definisce il personaggio:”un poveraccio, una maschera, un cabaret da strapazzo, un cabaret da crociera, da villaggio turistico ” …. la cosa buffa è che nella stessa intervista si mensiona un critico del’800 che definì con disprezzo “L’anima del Don Giovanni, il suo costume” proprio come, in chiave moderna, ha fatto lei con questo pezzo . Mi spiace che lei sottovaluti il pubblico ma come vede facciamo ricerche e cerchiamo di andare oltre, forse se anche lei cercasse l’etica nelle rappresentazioni riuscirebbe a scrivere pezzi più interessanti e profondi, invece di una ribollita di definizioni d’altri tempi.

  16. Laura scrive:

    Condivido ogni singola parola del post di Christian anche per quel che riguarda lo spettacolo Favola visto ieri sera, di una comicita’ davvero da villaggio vacanze, una trama che si perde continuamente, Filippo Timi sul palco e’ un fastidioso egocentrico che non trasmette nulla al suo pubblico, una recitazione imbarazzante. Un pubblico che si sganasciava dalle risa ad ogni singola parola, senza evidentemente ascoltare.

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