Il teatro Valle non è in mano a dei mediocri

Domenica scorsa sull’Unità, nella sua rubrica settimanale, Goffredo Fofi ha scritto dell’illusione giovanile a sentirsi e voler essere dei “creativi” come uno dei danni più tragici che sono stati prodotti da tanto tempo di assistenzialismo e protezione statale in campo artistico e culturale. In coda all’articolo l’attenzione del critico e sociologo si concentrava sugli occupanti del Teatro Valle, che venivano criticati per mancanza di chiarezza negli intenti e per una paura del futuro evidentemente individuale (leggi l’articolo). Sempre sull’Unità gli risponde Chritian Raimo, nostro redattore e in prima linea nella protesta che si svolge da più di un mese tra le mura del teatro romano. Noi pubblichiamo di seguito il suo intervento e vi invitiamo a partecipare all’assemblea programmata per oggi pomeriggio alle 17.

di Christian Raimo

L’altro giorno ho letto qui sull’Unità l’attacco di Goffredo Fofi alla cultura assistita, in cui si facevano confluire tante insofferenze sacrosante o meno; fino a una frecciata – in cauda venenum – all’occupazione del Valle. L’idea che uno ne si poteva fare, a partire da quel pezzo, è che questi occupanti siano dei figli di papà, politici improvvisati d’inizio estate, artisti mediocri e un po’ velleitari, frequentatori di salotti romani la mattina tarda e del foyer del teatro occupato all’ora dell’aperitivo.
La reazione di dispiacere che quindi mi è venuta era doppia: da una parte per la miscomprensione di quello che sta accadendo al Valle, dall’altra perché ho pensato Ti prego, Goffredo, per favore non anche tu. Per favore non trasformare, per amor di vetriolo, la tua capacità critica intransigente e lucida, la tua attenzione, in paternalismo e qualunquismo. Distingui, non farti incantare dal tuo intuito, vieni a vedere con i tuoi occhi le assemblee e gli spettacoli, collabora, discuti, irritati, ma non farlo con il disincanto caustico di chi ha già liquidato il fenomeno come uno sfogo da nostalgici di un maggio francese che hanno visto solo nei film. Altrimenti – questo è il terribile rischio – la tua diventa un’idiosincrasia funzionale alle destre becere di Alemanno e Giro.
E te lo dico dandoti del tu qui sul giornale, perché sei stato e sei una delle pochissime figure di riferimento a cui molti di noi, artisti, intellettuali di un paio di generazioni dopo, riconosciamo un credito. Non per piaggeria, ma per due semplici ragioni. La prima è che ci hai insegnato quanto è inutile per l’essere umano l’arrivismo, quanto è distruttiva, diabolica, la retorica dell’impegno senza l’impegno; la seconda è che ci hai fatto capire – attraverso un modello di militanza quotidiana – quanto l’arte senza la comprensione e l’intervento sulla società sia un hobby per compagnie di giro o quanto la politica senza l’attenzione all’educazione sia amministrazione di un potere che si autocelebra o o.
L’altra sera ero al teatro Valle a fare da indegna spalla a Fabrizio Gifuni che leggeva un libro di interviste di Carmelo Bene, curato da Emiliano Morreale: ed è stato un momento fantastico. Le invettive di Bene contro i sacerdoti della “cultura” erano quanto di meglio potessimo ascoltare. Il pubblico rideva, veniva spiazzato, aveva i lucciconi agli occhi. E, disceso dal palco, pensavo: questa sensibilità comune, questa condivisione di sguardo, che abbiamo sviluppato in questo deserto di senso che sono stati gli ultimi trent’anni in Italia, tra persone che non si sono mai troppo frequentati come me, Fabrizio Gifuni e Emiliano Morreale e molti altri in mezzo al pubblico, la dobbiamo molto anche a te. Al merito che tu hai avuto di far passare saperi tra le persone, di creare relazioni, di attivare in chi si occupa di politica, di arte, di educazione, di sociale, in Italia un dispositivo di autocritica e un desiderio di confronto, attraverso i libri che ci hai consigliato, attraverso le riviste, attraverso quello che hai seminato, attraverso l’esempio. Sarebbe il lavoro normale per chiunque dedichi la propria vita a un impegno intellettuale. Ma sai meglio di me quanto è raro in Italia un atteggiamento di curiosità e disponibilità del genere. Nessuno lo vuole meridianizzare, come dire, per neutralizzarlo; ma tu non disconoscerlo.
Venerdì prossimo proveremo a fare un’assemblea aperta sul lavoro della conoscenza, la terza in tre settimane, per continuare a ragionare sulle possibilità di una diversa politica della cultura nel bel paese del quasi-dopo Berlusconi. L’abbiamo chiamata La furia dei cervelli e abbiamo trovato un tratto comune della stolidità di questi anni: il ricatto. Una comunità culturale cresciuta per cooptazione corporativa, il deficit di rappresentanza, la distruzione dello stato sociale, la delegittimazione dell’educazione… ci hanno portato a accettare come normale uno stato di minorità. Solo adesso molti di noi riconoscono la sensazione di esser vissuti per anni sotto un ricatto che abbiamo subito da padri incapaci di riconoscerci una vera autonomia, un ricatto che abbiamo finito per introiettare e per tendere a noi stessi.
Insomma che sia venerdì, stasera, o un qualsiasi pomeriggio di questi, se ti va vieni. Sei davvero il benvenuto. Sai quanto sono importanti le presenze fisiche, gli abbracci e le occhiatacce. Non farci parlare con te solo attraverso un franco botta e risposta su un giornale.

Commenti
16 Commenti a “Il teatro Valle non è in mano a dei mediocri”
  1. Larry Massino scrive:

    L’articolo di Fofi, che è uno addentro alle guestioni gulturali, è abbastanza ineccepibile. Semmai è troppo blando. Non c’è alcun dubbio, infatti, che i finanziamenti alla cultura hanno livellato verso il basso profondo infernale la produzione artistica. Il motivo è che la politica – sottoforma di ambiziosi politici locali in cerca di consenso, che decidono a chi dare e a chi no – di solito dà ai più bisognosi (e numerosi), che in genere non sono gli artisti di valore. Questo è. Bisognerebbe battersi per allontanarsi il più possibile dai finanziamenti pubblici, come dalle donne troppo belle (uguale gli uomini, immagino), che in genere sono circondate dalle peggio carogne. Se non si piglia coscienza di questo non si va da nessuna parte. Peggio, le vostre battaglie, ammesso che siate tutti in buonissima fede, finiranno per favorire i peggio lestofanti (in genere, gli organizzatori, noti frequentatori di bellissime donne). Se non vi date principi estetici ferrei, estraendoli dal lavoro di pochissimi teatranti oggi emarginati, l’occupazione del Valle finirà per lasciare tutto come prima, cioè con lo Stato che finanzia la socialità del pubblico borghese, unico destinatario delle stagioni dei teatri Stabili (che secondo un mio amico poeta contadino anderèbbano bombardati tutti (…)

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2011/06/teatro-libero.html?showComment=1310132071330#c2762580284439145296

  2. Mariateresa scrive:

    ma Fofi si lamenta di tutto ciò che accade oggi e pensa solo ai suoi bei tempi andati…e il cinema non gli va, e la letteratura non gli va, Fofi, sior Todero brontolon…

  3. simone battig scrive:

    Vedi Raimo, mi spiace dirtelo, ma il problema culturale italiano è perfettamente spiegato da questo inutile scambio di opinioni tra te e Fofi, preceduto dalla tua captatio. Io in fofi non riconosco quello che dici, e purtroppo nemmeno in te (inteso come elemento culturale).
    Il fatto stesso che voi stiate a “cantarvela” sulle pagine di un giornale è illuminante. Tu e Fofi siete la rappresentazione di una classe culturale ugualmente corresponsabile del disastro degli ultimi quindici anni, con i quasi quarantenni che vogliono ora sostituire i Fofi. Il problema è dove eravate voi mentre la mondadori distruggeva l’editoria italiana? ah si..con Mondadori.., da dove parlavate e pubblicavate le vostre opere dell’ingegno? ah certo…nelle maggiori case editrici e nei maggiori giornali italiani a cui avete libero accesso per scrivere le vostre opinioni. Dove eravate quando vi “ricattavano” come ora improvvisamente illuminati vi rendete conto? A fare gran bei compromessi per riuscire a lavorare in radio?
    Dove eravate mentre attraverso il culto dell’autore invece che dei testi si fomentava l’analfabetismo di ritorno in Italia operando culturalmente lo stesso modello applicato al fancazzismo di immagine televisivo ai festival letterari e via dicendo? Ah si..eravate i promotori e assidui frequentatori dei festival e delle presentazioni e dei rapporti di “collaborazione”….
    Il problema è che chi segnalava che forse la strada non era giusta è sempre stato messo fuori nell’impossibilità di fare qualsiasi cosa se non cedeva alle prerogative dell’attuale sistema editoriale.
    Dovresti spiegare (certo le responsabilità personali sono sempre relative ma ci sono eccome) come la stessa classe di intellettuali autodefinitesi e autoconvocati che, mi darai atto, negli ultimi quindici anni ha contribuito a questa miseria che viviamo (che se non avesse contribuito ma si fosse ribellata questa miseria non ci sarebbe, magari un’altra ma non questa…) dovrebbe, improvvisamente svegliandosi mentre legge con Gifuni Carmelo Bene, cambiare le cose.
    Io sarei piuttosto stanco di essere preso per il naso da tutta questa fuffa di discorsi….passiamo ai fatti, che non sono le occupazioni aperitivo con gli attori. Cosa facciamo ogni giorno per includere nuove idee e nuove prospettive (con cui magari non siamo d’accordo..ma la ricchezza culturale dovrebbe essere proprio questa…il confronto duro ed estremo…come quello che insegnano gli studiosi della torah magari…) mentre lavoriamo nei gangli della cultura? Niente, difendiamo i giardinetti mi pare, stando bene attenti a non farci entrare chi rompe troppo le palle e pone troppi dubbi alla coscienza.
    Ti pregherei, nel caso dovessi rispondere, di evitare tutti gli argomenti triti e ritriti degli ultimi anni su Mondadori, le invidie personali, l’aggressività…tutte cose che stanno dentro chi le tira fuori come risposta a segnalazioni come la mia, non certo in chi tenta di farsi almeno le domande giuste e dopo quindici anni può anche essersi ben stancato degli insegnamenti teorici sulla vita degli “operatori culturali” (sia detto in questo contesto con il massimo disprezzo possibile…). Io rivendico di aver combattutto quello che tu dici di voler combattere a parole, sei tu e quelli come te che dovete venire dalla mia parte, non certo io o quelli come me, che ci sono (vedi anche Barillari ancvhe se non capisco cosa c’entri editorialmente con Minimum fax..). Vediamo se ne siete capaci.

  4. christian raimo scrive:

    @ simone battig

    rispondo nel metodo prima che nel merito.
    mi chiedi di non essere aggressivo e non lo farò. ma non posso non notare che il tuo commento è pervaso di bile, di disprezzo, di insinuazioni, di attacchi ad personam, di critiche non contestualizzate, di chiamate in correità di interi gruppi di persone che spesso non hanno a che fare l’una con l’altra.
    Nel merito ti rispondo a titolo personale. Non saprei veramente identificarmi in nessuno dei voi, di “te e di quelli come te” che chiami in causa.

    Qual è il punto che contesti del mio lavoro culturale, per esempio? Partiamo dalle cose più evidenti. Lavoro a minimum fax da una decina d’anni. Come traduttore, editor, e varie altre cose. Ti sembra che i libri che traduciamo a minimum fax siano tradotti male? Ti sembra che le mie traduzioni siano mediocri? Ti sembra che i libri che ho scelto per la saggistica (chessò i due libri di Liberti, i due libri di Angela Davis, il libro di De Michele sulla scuola, per dire alcuni titoli per cui ho insistito molto) siano stati scelti con superficialità, siano state scelte deprecabili, siano stati curati male? Ti sembri che siano proni a idee politiche sociali conformiste, superficiali?

    Tu ti riferisci a “te e quelli come te”, parli di travirgolette collaborazioni, di presenzialismo festivaliero, di ricatti che avremmo (chi?) accettato per lavorare in radio o per scrivere sui giornali, come se evidentemente dovesse essere molto chiaro non solo a me ma a chi legge questo blog a cosa tu ti riferisca. Per favore esplicalo. Proprio perché, ti assicuro, sono disponibilissimo all’autocritica e lo faccio per un motivo semplice. Preferisco rendermi conto se faccio scelte sbagliate o discutibili, e se non me accorgo da solo, non è male che ci sia qualcuno che me lo faccia notare.

    Dunque a cosa ti riferisci? Ti sembra sbagliato scrivere sul Manifesto? Ti sembra sbagliato farlo gratis? Ti sembra sbagliato partecipare ai seminari Laterza? Ti sembra sbagliato pubblicare per Einaudi? Ti sembrano brutti gli articoli che scrivo per i giornali, poco argomentati, marchettari, o cosa? Ti sembra che abbia intessuto rapporti di connivenza, di scambio di favori, di leccalulaggio funzionale a ottenere un micropotere nel mondo culturale?

    Scusami che relaziono il discorso a me. Ma perché rispetto al mio lavoro, e alla consapevolezza delle dinamiche di potere che esistono nel mio lavoro, posso risponderti con cognizione di causa.

    Non mi piacciono le retoriche della purezza, vivere in sé è un compromesso. L’importante è cercare di fare compromessi al rialzo, e essere intransigenti nel modo più intelligente.

    Tu dici di aver combattuto nei fatti quello che “me e quelli come me” diciamo di voler combattere ma lo facciamo solo a parole. Quale sarebbe la strategia di questa tua battaglia culturale? L’isolamento? La non compromissione con l’esistente? L’impossibilità che la qualità del tuo lavoro venga valutata?

    Cosa vuol dire: venire dalla tua parte? Smettere di occuparsi in modo critico dell’editoria, dovendo combattere ogni giorno dall’interno per il suo miglioramento o contro il suo rovinio?

    Quale intransigenza mi chiedi? Quale presa di posizione vedresti di buon occhio, e perché? C’è qualche domanda nel tuo discorso che sto eludendo?

  5. simone battig scrive:

    @Christian Raimo

    Quando ho usato la parola ricatto ho usato un’espressione usata per presentare il movimento TQ che intendeva dire che quel gruppo di persone autoconvocatesi (poi mi spiegherai che c’entra scurati con cortellessa o perché uno comunque ha sempre l’impressione di vedere e sentire gli stessi discorsi…) volevano uscire dall’angolo del ricatto culturale dell’industria del libro che chiede questo e quello (compreso il marketing da presentazione…) agli autori ma non si impegna per un discorso letterario ma solo per fare best sellers. Quindi in sostanza approvavo una posizione finalmente condivisa ma che mi faceva un po’ sorridere vedendo le persone che la esprimevano…
    Il punto non è che tu o le persone tipo scurati o chissò io scriviate gratis o meno per i giornali o lavoriate in radio o meno. Il punto è che mi pare che i fatti dimostrino finalmente che questo lo fa chi si è “piegato” al sistema negli ultimi quindici anni assecondandolo e aiutandolo a progredire verso la stessa miseria che ora si vuole criticare.
    Questa cosa del combattimento dall’interno del sistema dei singoli mi ha sempre fatto ridere, non si è mai visto un singolo che entra nel sistema e lo cambia, si è sempre visto che è il sistema a risucchiare i singoli e a cambiarli, lo dice la storia in tutti i campi. Prima, un sistema da cambiare, bisgna abbatterlo con atti di coraggio personali e non e poi si ricostruisce.
    Io non sono isolato, io scrivo, questo faccio. Le valutazioni sono quelle degli editori, se non vedi miei libri in giro ci saranno dei motivi che forse vanno al di là del fatto che io meriti o meno la possibilità di pubblicare il mio quinto libro no? Se ne pubblicano 60.000 l’anno….
    Il discorso come sai bene anche tu è lunghissimo ed estenuante. Non è importante che a me non piacciano i libri di minimum fax, perché è bene che ci sia minimum fax..magari però se facesse altri libri di narrativa oltre a quelli dei soliti noti che pubblicano anche per i grandi editori….ma queste sono decisioni vostre che non mi riguardano.
    Venire dalla mia parte è attuare come editori e redattori di case editrici il piano di decrescita esposto da barillari per esempio, investire negli autori a lungo termine e non nella pubblicità o nelle presentazioni degli autori o nei festival della letteratura, cambiare la distribuzione monopolistica senza più aderirvi (inultile combattere Berlusconi o il suo governo e farsi distribuire i libri da lui)….in poche parole per non tediarti troppo prendi quello che è stato l’editoria negli ultimi quindici anni e buttalo via perché ha portato solo impoverimento e meno scelta per i lettori, dato su cui se permetti è difficile dissentire visto che appunto ci sono i dati che parlano.
    Il compromesso..mah..cos’è la retorica della purezza? Vivere è un compromesso? Bella scusa per vivere più comodi..ognuno di noi, e qui hai certamente ragione, fa dei compromessi in qualche cosa, ma non dirmi che se ami la letteratura deve essere proprio questo il campo di azione dove decidi di fare compromessi: scegline un altro..ce ne sono a iosa.
    Per citare Siti, rinunceremo anche troppo quando saremo morti, che dici?
    Hai ragione, chiamo in causa interi gruppi di persone, ed è piuttosto facile anche perché sono sempre gli stessi gruppi di persone che appaiono sulla scena culturale da ogni dove, non c’è mai scontro se non per finta come al grande fratello. Per me non è questo che porta ad un miglioramento culturale. Inoltre se la situazione dell’editoria e della cultura è così penosa in Italia di chi dovrebbe essere la colpa di aver contribuito..di chi non ha partecipato a questa fiera…troppo comodo…
    Non posso riassumerti qui le mie scelte. Però che so, se non mi hai mai visto presentare un libro o rilasciare un’intervista magari ci sarà un motivo. Io credo nei testi, non negli autori, l’equivoco culturale italiano sta tutto qui, deformato come sempre da aver voluto assumere il modello americano senza averne gli anticorpi strutturali.
    Bile, disprezzo etc… mah… non credo tu possa spaventarti o qualcuno si spaventerà perché scrivo venti righe qui no? Se fossi di persona magari ti logorerei per ore usando anche parole più pesanti, perché io credo che le parole abbiano un peso e quindi non tiriamo sempre in ballo che uno parla di cricche generiche…diciamo che c’è un patto forte che tiene in piedi molte persone della cultura…ma dov’è la novità? Quelli che facevano il ’68 volevano abbattere la stessa cosa no? E guarda come sono finiti…
    Quindi il modello nuovo è la responsabilità personale, non la diluizione nel gruppo.
    Sono sicuro che sei consapevole delle dinamiche di potere nel tuo lavoro, come io da scrittore sono consapevole delle triste dinamiche editoriali delle case editrici….bene, sei sei consapevole attacca queste dinamiche di potere andandotene via a fare qualcosa di nuovo, crealo tu insieme alle persone che stimi qualcosa di completamente nuovo nell’editoria. Ma nessuno se ne va perché c’è la consapevolezza sicurezza di dire che tanto ne trovano un altro che faccia le stesse cose no? E la forza del potere, non riconoscere il valore delle persone ma solo di chi alla fine abbassa la testa.
    Se tu mi dici che non hai mai abbassato la testa e portato avanti qualcosa che ritenevi ingiusto editorialmente posso benissimo crederti, però come è che tutti non hanno mai contribuito a questa situazione culturale e però questa è la situazione culturale? Qualcuno sarà stato. Ogni volta che parlo con qualche addetto ai lavori è come chiedere alle persone “Scusi, lei è buono?”..ci fosse mai uno che dice “No, sono uno stronzo cattivo…”…però esiste il male..che mistero eh?
    Sono andato un po’ fuori tema. Mi scuso. Ho eluso molte domande, ma purtroppo sto lavorando nella galleria libreria che ho aperto a Treviso, è domencia e fa caldo.
    Sicuramente non ho risposto alle tue giuste domande e richieste ma ripeto, sinceramente penso che sia il momento in cui ognuno si faccia un bel esame di coscienza, vero. Non mi pare di aver convinto nessuno a cambiare in quindici anni di discussioni varie, anche se molte cose che ho detto negli anni ora le dicono in molti. Il cambiamento non è l’isolamento e ti informo che la mia strategia è scrivere solamente, mentre quella degli editori dovrebbe essere quella di cercare scrittori, non best sellers, scrittori, sono sicuro che sai cosa intendo. Altrimenti possono lasciare il campo al print on demand no?
    Con molto piacere risponderò a singole domande o a singole questioni nei prossimi giorni se hai da pormene. La chiarezza difetterà sempre, non si possono riassumere qui in un blog quindi anni di nostre esperienze nel mondo editoriale, che dici?
    Io ci tenevo solo a sottolineare che non bastano più i discorsi tra i fofi e i raimo di turno che la scena l’hanno tenuta in questi anni come giustamente tu rivendichi con il loro lavoro. bene, i risultati generali a mio avviso non sono buoni, non per gli scrittori e tantomeno per i lettori. Quindi… proviamo altro?
    Tutto qui

  6. christian raimo scrive:

    @ simone battig

    provo a risponderti sinteticamente.
    è che penso che ci voglia un po’ d’ordine per fare delle battaglie politiche.
    quella sulla distribuzione ad esempio, è sacrosanta. e minimum fax, varando un nuovo marchio editoriale, Sur, ha deciso di azzardare una distribuzione dal basso. sarà un modello che verrà preso a esempio o un tentativo fallimentare? e nel secondo caso, che fare? insistere o arrendersi?
    quella della responsabilità, ad esempio. e per quell’eterogeneo gruppo di persone che hanno deciso di mettere su TQ, la questione prioritaria è quella. ognuno ha fatto le sue porcate e i suoi gesti d’intransigenza e di piccola resistenza in questi anni, forse trovare il modo per responsabilizzarsi insieme non è male. introducendo codici etici, varando piani per una decrescita editoriale, etc… Se questo tentativo si arena, che fare? Perdere la fiducia nella comunità delle persone a cui bene o male riconosciamo una intelligenza e una coerenza nella repubblica delle lettere, oppure cercare il più possibile di educare e educarsi a forme di coscienza politica, coinvolgendo quante più persone possibile?

    Detto questo, e cercando di non spostare troppo il centro del discorso, io credo Simone dei tuoi strali sia giusta l’origine, ma non l’obiettivo.
    Una battaglia politica, perché di questo stiamo parlando, va valutata non solo per la giustezza della sua ispirazione, ma anche per la sua efficacia. E in questo senso, come dire, “si combatte sempre dall’interno”. Perché si pensa di convincere gli altri delle proprie ragioni, perché si pensa di fare delle battaglie di cui i nostri nemici si gioveranno anche loro, etc…

    Secondo argomento. La critica. Chi giudica la tua arte se non riconosci a nessuno l’autorità per farlo?
    Una nuova critica va costruita tenendo conto di un linguaggio comune, di un discorso comune, di una dialettica allargata – in cui la condivisione certo non sia omologazione o conformismo, ma un contesto culturale rialfabetizzato.

    Non credo che, nel merito, abbiamo troppe divergenze. Condividiamo senza conoscerci molte insofferenze e molte analisi sul mondo editoriale. Sul metodo per riformarlo sì invece. Occorre capire quali sono le forze in campo, altrimenti si rischia un donchisciottismo sterile – che politicamente per me è un risultato pari alla connivenza.

    Christian

  7. Giordano Tedoldi scrive:

    Chris, Battig, perdonate l’intrusione. Pensando a varie cose discusse con amici al Valle nell’unico giorno in cui ci sono andato, a vari altri discorsi passati e allo stato delle cose attuale, ho scritto questa specie di documento. Non sono uno zoon politikon nemmeno di striscio però vedete se contribuisce sia pure in infintesima parte, se vi risuona in qualche modo ecco. E’ lungo e prolisso e scritto di merda me ne spiace. Mi è stato fatto anche notare che forse non distinguo adeguatamente ruolo del privato e del pubblico, e in effetti quella è un argomento più strettamente politico che andrebbe affrontato a parte e da chi se ne intende diciamo così di economia politica.

    ***

    Le questioni che si parano davanti ai professionisti della cultura, oggi, sono molteplici e non tutte armonizzabili. Si può però affondare una sonda in ciascuna arte e vedere quali liquami emergano. Così, ognuno affondi la sua sonda e dica cosa esce fuori e, se farà proposte, ci vedrà immediatamente solidali. Parliamo a nome dei minatori della letteratura, la metafora non sembri irriverente, lavoriamo duro su filoni che forse non daranno neanche una pepita, e conosciamo quali sono i nostri disagi e le nostre mancanze d’ossigeno. Esse sono, oggi, essenzialmente la misvalutazione dolosa e corrotta del lavoro letterario e di conseguenza la frustrazione artistica e economica che a tale misvalutazione si lega come conseguenza. Diciamo misvalutazione e non sottovalutazione perché nessuna sottovalutazione è mai stata ingiusta o condannabile; essa non è che un’opinabile svista del gusto del tempo. Ma la misvalutazione, cioè la tecnica per cui si costruiscono sistemi, istituzioni, organi di valutazione culturale corrotti, ipocriti, asserviti a ragioni esterne a quelle artistiche, è la perenne frustrazione dell’arte. Parliamo, ripetiamo, della nostra provincia, che è la letteratura. Abbiamo individuato innanzitutto tre punti critici dove opera al massimo livello di indecenza la misvalutazione del nostro operare:
    1) I premi letterari tutti, senza eccezione alcuna. Autentica elemosina, penosa, patetica e umiliante in egual modo per vincitori e perdenti. Della loro opacità di regolamento, della loro talora conclamata falsità sappiamo già, ma essi soprattutto sono come la carota dell’asino. Dopo il bastone di un lungo e spesso furibondo apprendistato, agiscono da normalizzatori dell’eccezionalità, della legittima aspirazione a cambiare e introdurre un’originale visione dell’opera letteraria, servono a spegnere con un colpo la rabbia e la forza espressiva decretando lo scrittore premiato un vero ragioniere della letteratura. Tale operazione di sedazione avviene o tramite un miserabile assegnino, articoletti di giornale, o tramite moltiplicazione delle copie vendute, in ogni caso nasce da questo ragionamento: ti diamo per qualche mese successo commerciale, un po’ di spiccioli (la paghetta dell’adulto), e il tuo nome pubblicato senza criterio né onore sulle pagine dei quotidiani – questo solo il giorno immediatamente successivo alla premiazione o poco prima, in ogni caso, abbastanza per restarne sfregiati a vita. Il tutto condito da un cinismo d’accatto per cui “le polemiche che accompagnano il premio sono il suo bello, in fondo senza di esse il premio non sarebbe quello che è”, cioè, ovviamente, merda. Questa merda, cui gli scrittori sono condizionati a aspirare con lingua penzoloni appena superata l’iniziazione dell’esordio o, in qualche caso, per decreto dei loro editori, battezzati in questa merda già all’esordio, è funzionale a non fare spazio vitale a meccanismi critici autentici, a sovvenzionamenti e sostegni economici ragionati e calibrati sulle concrete esigenze del lavoro letterario, costringendo invece gli scrittori a vivere solo di nobilissime marchette, lavori extra-artistici (fare il doppio lavoro), applaudire chi non ha alcun merito, inchinarsi alle case editrici o ai grotteschi fondatori dei premi, mummie di dinastie sfarinate. In conclusione, proponiamo agli scrittori volenterosi e lavoratori seri di non concorrere più, senza alcuna eccezione, ad alcun premio letterario italiano, e battersi invece per il punto 2 e 3.
    2) Sgretolata la falsa e miserabile elemosina dei premi letterari, primo acido della misvalutazione, occorre risanare la situazione. Altrove essa è già sana, ad esempio dove esistono le Fellowship o i Grant, le borse di studio, spesso finanziate da privati ma non solo, assegnate per meriti artistici. Come sapete, sono un meccanismo che consente non per una settimana o per un mese, ma per un anno o anche più di lavorare a un’opera d’arte senza occuparsi d’altro, grazie a un sussidio economico di entità variabile ma comunque sufficiente a non distogliersi dal lavoro. In Italia il meccanismo delle Fellowship e dei Grant non esiste, siamo all’età della pietra, abbiamo al loro posto come se fossero alternativa presentabile la miseria dei premi letterari, psicologicamente siamo ridotti a considerare i premi letterari una soddisfazione pari a essere sostenuti da una borsa ma non è così, è solo un’illusione ottica che perpetua un sistema assistenzialistico nel verso senso del termine, cioè inadeguato all’effettivo lavoro dello scrittore in termini sia economici che culturali. Quindi l’abbattimento totale di ciò che potrebbe tornare, in un secondo momento, come un’eccentrica eccezione, cioè il circo degli animali addomesticati dei premi letterari, deve essere contemporaneo alla regolare e robusta istituzione di Fellowship e Grant, con i quali ogni anno vengano scelti da un comitato di saggi, a loro insindacabile giudizio, quegli scrittori meritevoli del supporto economico per lavorare senza distrazioni per un dato periodo. Conosciamo l’obiezione darwiniana per cui agli scrittori è meglio non offrire aiuti, ma lasciarli lottare per la vita. Purtroppo, lottando per la vita in un ambiente selvaggiamente incolto (il mercato editoriale e i suoi sottomercati delle vacche) col solo miserabile e umiliante sostegno di un premio truccato, si confermano le previsioni di Malthus, gli scrittori muoiono per mancanza di risorse o si rieducano in animali addomesticati per accomodarsi a quelle inadeguate che sono disponibili. Il darwinismo non implica la distruzione di una specie, laddove una specie riesce a migliorare l’ambiente per la sua sopravvivenza, lo fa. I premi letterari appestano l’ambiente, le Fellowship o i Grant darebbero ossigeno e quindi vita e lavoro.
    3) Infine, è urgente che il ruolo dell’arte letteraria, della composizione narrativa o poetica o altre forme a queste affini o dipendenti, venga riconosciuto come merita nel sistema universitario, e se quello pubblico non è pronto o non è in grado di farlo, che ci si rivolga senza indugio a quello privato. Parliamo della istituzione di cattedre d’insegnamento per merito artistico. Così come esistono in Europa e in America. Oggi nelle università la letteratura italiana è rappresentata da storici della letteratura la cui incapacità tecnica nell’arte della prosa o della poesia è imbarazzante. Anche quando scrivono un articolo di giornale riescono a mostrare la loro ineleganza, ignoranza e monotonia. Non c’è possibilità alcuna che nelle università dove si insegna letteratura salga in cattedra un maestro in grado di insegnare agli allievi il lavoro della composizione letteraria. Né che un allievo possa, se lo desidera, laurearsi scrivendo come tesi di laurea un romanzo o un poema o una raccolta di racconti o altro del genere, così come ci si diploma in composizione scrivendo una sonata per pianoforte. Stiamo insomma dicendo che l’università non fa arte, gli scrittori vengono talvolta arruolati in marginali seminari di “scrittura creativa” che hanno un ruolo tecnicamente incomparabilmente inferiore a quello dei corsi veri e propri tenuti dai docenti che pietosamente li elargiscono. Stiamo dunque chiedendo, ribadiamo, l’introduzione di corsi universitari della durata e dell’importanza curricolare pari a ogni altro, tenuti da scrittori, chiamati all’insegnamento per merito e non per concorso, con l’obbiettivo di portare tra le discipline universitarie la scrittura e di rendere dunque il suo insegnamento un’attività riconosciuta tra i compiti del sistema educativo e economicamente protetta.

    Altre proposte sono immaginabili, ma queste tre, immodificabili e coordinate, ci sembrano le più urgenti. Quelle che possono arrestare prima possibile la falla aperta nel terreno dal quale fuoriescono i liquami della continua misvalutazione dello scrittore in Italia, considerato un dropout, un fallito, un dopolavorista, quando è il più serio e concentrato dei lavoratori.

  8. minimaetmoralia scrive:

    @ giordano questo tuo commento merita una riflessione più articolata di una risposta a un commento. riposterei se sei d’accordo questo tuo commento come post a se stante?

  9. Larry Massino scrive:

    Scusi Teoboldi, prima si comincia ad assumere per merito invece che per concorso, o prima si fonda lo Stato imperial-faraonico? Mi scusi per la domanda che potrebbe sembrare impertinente, ma credo che per regolarsi sulle lotte da mettere in atto sia abbastanza importante saperlo.

  10. Giordano Tedoldi scrive:

    Magari prima si impara a scrivere i cognomi.

  11. Giordano Tedoldi scrive:

    chris, sì certo postalo pure a parte se credi.

  12. Larry Massino scrive:

    Di aver sbagliato a scrivere il nome me ne scuso con Vostra Signoria e con i lettori, ma il ridicolo dell’assurda Vostra proposta post-baronale rimane.

  13. simone battig scrive:

    @raimo e @tedoldi

    Grazie Christian per la risposta articolata. Come già detto le mie idee sono chiare ma non posso purtroppo riassumerle qui. Si trovano comunque in rete cercando un po.
    Su alcune cose capisco il tuo punto e ne potrei anche condividere l’intento e l’operato.
    Chiudo brevemente il discorso su me come scrittore dicendo che io mi faccio giudicare in base a quello che scrivo e spedisco agli editori, che giudicano. Dopodiché i lettori fanno i lettori (ma sono messi in seria difficoltà perché non riescono a reperire altro che i soliti libri che gli mettono davanti) e i critici fanno il loro (purtroppo ci sono pochissimi critici e una serie infinita di scribacchini da recensione che sono poi quelli letti dai lettori…)
    Il problema è che è una grossa balla che tu mandi un romanzo agli editori (piccoli o grandi che siano si comportano uguale…) e loro decidono sulla base del valore del testo…no, no..lo sai anche tu che i criteri sono differenti, ce ne sono tantissimi di cui più della metà sono delle pippe mentali che i responsabili editoriali si fanno presumendo cose sul gusto del pubblico o sul marketing che nemmeno sanno cosa sia. Gli editori vendono i libri su cui investono soldi questa è la realtà, e ci sono casi clamorosi di autori su cui sono stati investiti milioni per portarli al successo (ma te li ricordi i primi due film fatti da un racconto e poi dal romanzo di ammanniti quanto sono stati fuori a roma? Due giorni…oh..li parliamo di milioni persi e poi l’hanno portato a berlino con salvatores….e per altri scrittori non investono 3000 euro per stampare un libro? ma dai…). Gli editori gradiscono lo scrittore non che scrive ma che si sbatte per vendere copie del libro (meglio se ex redattore della casa editrice..) e conosce più gente possibile agli aperitivi ai festival etc etc..sennò come le spieghi le pubblicazioni continue di autori che vendono forse 1000 copie su 5000 stampate da grossi editori? Mah..chiusa qui questa.

    Riguardo il resto continuo a dire solo una cosa: hai ragione, ma la politica non si fa necessariamente con gli strumenti della politica, la politica si fa anche con gli strumenti meramente culturali e sociali, inoltre ripeto, non c’è nessuna logica nel dire che si vuole cambiare un sistema dall’interno ( e intendo proprio in senso logico matematico)..è solo una coazione a ripetere entrare in un sistema apportando lievi modifiche, il sistema se le mangia e se le ingloba. Credo te lo possa speigare qualsiasi logico.
    Vediamo invece cosa succede se domani mattina gli scrittori non partecipano più a presentazioni e festival, non fanno più interviste ai giornali, non fanno un romanzo o due all’anno, non scrivono per la televisione che c’è ora, non vanno in radio a raccontare panzane dentro la rai che c’è ora per esempio, fanno insomma una vera resistenza civile rifiutandosi di collaborare al sistema.
    15 anni fa mi dicevano che ero pazzo e sbagliavo a dire di non considerare di poter pubblicare per mondadori o einaudi, ma adesso che lo dicono anche al telegionale ti rendi conto che tutto è partito da lì e che gli scrittori e gente ancora oggi come concita de gregorio che pubblica per mondadori continua a sobillare il sistema? Travaglio dice ma sono royalties..e sti cazzi’..ma perché per avere dieci devi far guadagnare (con l’opera del tuo ingegno che è lo stesso ingegno che tanto vitupera lo status quo) all’editore monopolista anche della distribuzione 1000..ma non ti pare che questo rafforzi il sistema? Sennò perché saremo a questo punto? Per magia?
    TQ? Mah ripeto..spiegami cosa c’entrano alcuni di loro tra loro e poi vediamo…ma la domanda è sempre la stessa…Perché chi usa altri metri di giudizio viene lasciato fuori, si ha paura del vero cambiamento, della vera opposizione al sistema, si vuole sempre all’italiana cambiare si ma senza cambiare nulla, senza perderci niente? Questo non è avere una linea politica, è una carriera.
    Per il resto il discorso appunto sarebbe lunghissimo ma ripeto un editore deve cercare nuovi autori e scommettere, non pubblicare la narrativa di quelli che conosce perché vedono gente e fanno cose…e ogni riferimento agli autori di narrativa minimum fax non è casuale….
    Quindi, decrescita distribuzione e aria nuova..cominciamo a discutere da lì, ma volendo perderci qualcosa però, sennò non cambierà nulla come non è cambiato finora.
    Infine sono abbastanza d’accordo con Giordano e le sue proposte di partenza, a patto però che anche lì non ricadiamo nelle solite logiche che io ti sostengo non per quello che scrivi ma perché vieni a tutti i miei party e conosci un sacco di persone che mi possono aiutare…:D..perché il rischio è alto visto come si ragiona in italia su ogni cosa.
    I dati sono, sempre meno lettori, analfabetismo di ritorno e egemonia culturale tra il radical chic e il pornosnob…a me pare che sia la conseguenza del valore degli pseudointelletuali degli ultimi 15 anni e degli operatori culturali (non può essere tutta colpa di berlusconi no? Qualcuno l’avrà aiutato…)..se non è così mi spieghi di cosa è conseguenza la situazione su cui anche tu adesso vuoi aprire un confronto per il cambiamento…quanto grande è questo cambiamento che vuoi? Vuoi un cambiamento di poltrona dove scrivere, fare cose e vedere gente o vuoi un cambiamento del paese intero Christian?
    In qualsiasi trattativa se vuoi dieci di solito chiedi 100 per ottenere 10, tu perché vuoi chiedere 32 per linea politica? per ottenere 1? Che hai da perdere, o resta così o almeno ci avrai provato, se ti interessa provarci.

  14. simone battig scrive:

    Ah..scusate rileggendo non vorrei essere frainteso su ciò che dice Giordano. Credo che la sua nalisi sia largamente condivisibile nelle linee di totale abolizione dei premi letterari e nel discorso di portare nell’università veramente la letteratura (e qui subentra il modello americano del “meglio” di..supportato però da case editrici indipendenti sul serio e da grossi gruppi editoriale e non dalla melmetta editorial-distributiva che c’è qui..)….sul riconoscimento economico sul modello anglossassone sono meno d’accordo perché la vedo difficile applicarlo qui…io penso che il riconoscimento economico agli autori verrebbe da se nel momento in cui le logiche attuali venissero spazzate via…nel momento in cui non si fanno libri per occupare gli spazi e basta e non si chieda più agli autori di essere anche i venditori di se stessi sproloquiando in giro. Già questo aumenterà la qualità e la riflessione su ciò che si scrive e aumenterà da subito il riconoscimento economico dato dal pubblico con l’acquisto di libri.
    Basta guardare ai veri dati di vendita dei libri (500 copie di media) e capire perché la decrescita dei titoli porterebbe ad un miglioramento dell’economia privata dei singoli scrittori che se lo meritano perché possono finalmente raggiungere un pubblico ora negatogli dalla massa cartacea e dalla distribuzione monopolistica.

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