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Il tempo chiuso dentro l’armadio

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Pubblichiamo un racconto di Andrea Bajani contenuto in Vertigini, l’antologia che presenta BookABook, una nuova community dedicata ai libri, e che si può scaricare gratuitamente qui. (Immagine: Jack Vettriano)

di Andrea Bajani

La nostalgia arriva così, come un uccello che si poggia sopra un balcone. Non preavvisa, non si annuncia. Semplicemente, succede. Si stacca da qualche altrove – dove stanno tutte le cose che mancano – e poi arriva a posartisi in testa. Senti una pressione leggera, sopra la testa, e d’istinto ti chini tra le spalle a cercare protezione lì in mezzo. Può arrivare quando sei sola sdraiata su un letto, quando tuo figlio ti mostra un disegno, quando ti volti per parcheggiare. Può arrivare in mezzo a una frase, tagliare in due il sorriso di un altro o lo sbadiglio con cui apri il sonno prima di infilartici dentro. Eppure arriva. Arriva agli anziani e ai bambini, agli adolescenti che rincorrono il tempo e a quelli che il tempo l’hanno rinchiuso dentro un armadio. La nostalgia arriva. Arriva a quelli che non la volevano e a quelli che ne hanno fatto espressa richiesta. A quelli che sono felici la nostalgia appanna la felicità, a quelli che non lo sono mai stati dà la speranza – che in quel momento s’inciampa però in quel pensiero lasciato in mezzo alla stanza – che ci sia stato un tempo in cui forse lo erano stati un pochino. Arriva. E come arriva a tutti, un giorno è arrivata da te.

Con tre figlioli che vanno tutti già a scuola, non l’avresti mai detto che ti sarebbe mancata la mamma. Hai quarant’anni compiuti da poco, anni spesi a sventolare sul balcone la bandierina dell’autonomia a tutti i costi. Autonomia dai mariti, autonomia dai figli, autonomia a maggior ragione dalle mamme. L’importanza di saper dire “Io”. Eppure è proprio così e non c’è niente da fare, e pazienza se la statistica e la tua biografia dicono che a quarant’anni si dovrebbero fare pensieri diversi. Eppure oggi succede, seduta su una sedia del tuo ristorante, in un momento di calma in cui l’aria è ancora arricciata dalla ventata dell’ultimo cliente che se n’è andato.

Dopo averlo sognato per anni, sei riuscita ad aprire questo ristorantino piccolo piccolo. Non è niente di che, una vetrina da cui si vedono cinque tavoli sistemati per sembrare un salotto di casa. Ogni volta che apri, la mattina, pensi che è un peccato non poterlo mostrare a tua madre. Ma oggi – ecco – oggi quel pensiero ti è arrivato in un momento in cui non ci pensavi. Ti si è posato sopra la testa, e ha cominciato a zampettarti in mezzo ai capelli, con quel misto di solletico e di unghie conficcate dentro la pelle. Quando eri piccola dicevi a tua madre che avere un ristorante per te sarebbe stata la gioia più grande. Le dicevi anche che tra le gioie più grandi ci sarebbe stata quella di averla seduta da qualche parte a mangiare. Una cliente qualunque, dicevi, da trattare come si trattano gli altri. Però con tutta la complicità, e il segreto, di sapere che non lo era affatto, una cliente come tutti gli altri.

Da tre settimane ogni giorno c’è una ragazza che arriva, all’ora di pranzo. È lei che se n’è andata via poco fa, che ha fatto i riccioli all’aria che l’ha lasciata passare. Avrà poco più di vent’anni. È alta, sarà quasi uno e ottanta, capelli biondi lasciati cadere e degli occhi azzurri che fanno quasi fa male a starci davanti. Si siede sempre nello stesso tavolo, e non apre nemmeno la lista. Non ne ha bisogno, o non ha tempo. Non l’hai ancora capito. Prende il risotto alla pescatora e un bicchiere di acqua frizzante. Se è domenica il vino e la macedonia alla fine. Per il resto sta lì, non legge né manda messaggi sul cellulare, che sono le occupazioni di chi va nei ristoranti da solo. E a vent’anni sono pochi – e nessuno l’ha mai fatto da solo – quelli che vengono a mangiare da te. Lei invece sta lì, semplicemente. Sta seduta, con uno sguardo sereno, la bocca socchiusa e ti guarda mentre lavori. Non lo fa aggrappandosi a te, ed è per questo che tu lasci che faccia. Non ti spaventa, non ti induce a toglierti il suo sguardo di dosso come si toglie la polvere da sopra la giacca. Lei ti guarda, come un uccello sta fermo su un ramo. E lo fa con dolcezza infinita, e un sorriso appena accennato che resta uguale anche quando incrocia il tuo sguardo.

Poi a un certo punto si alza e ti raggiunge al bancone. Lo fa sempre, e anche oggi ha attraversato il locale con quei passi sicuri, come se calcassero orme già aperte da qualcuno per terra. Ti raggiunge – e anche oggi ti ha raggiunto – perché il caffè lo prende sempre al bancone. Ti chiede un espresso, e ti posa gli occhi sopra come una foglia caduta sulla testa di un bambino che passava di lì. Soffia dentro la tazzina, ci appoggia sopra le labbra, e il caffè in due o tre sorsi è finito. Quindi paga – anche oggi ha pagato – si abbottona la giacca e se ne va via. Mai una volta che abbia provato a dirti qualcosa. Mai una volta che si sia sottratta alla ripetizione di tutti quei gesti. La sedia, il tavolo, il risotto alla pescatora, il caffè. E quel modo struggente di non chiedere niente, di stare dentro un punto di silenzio che è lontano e al tempo stesso molto vicino. Quando esce, tu ogni volta le fissi la schiena e la guardi con gli occhi, oltre la vetrina, attraversare la strada. Anche oggi l’hai fatto, e poi ti sei messa seduta. È lì che la nostalgia ti ha raggiunto. E ti sei passata la mano sulla testa per sentire se era rimasta una foglia, perché ne sei certa – e nessuno ti convincerà mai del contrario – che quella ragazza è tua madre, tornata tra i vivi quando manca poco a Natale.

Commenti
Un commento a “Il tempo chiuso dentro l’armadio”
  1. Leonarda Paladino scrive:

    Un racconto che tocca le corde del cuore di ognuno. Complimenti all’autore per la sensibilità e per la scrittura precisa e fluente.

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