1gok

Il tempo interiore

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di Federica De Paolis

“Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.”
Ennio Flaiano

Il divano bianco di pelle sintetica inchiodato dai bottoni. Passo la mano sull’acrilico, la consistenza amorfa. Non bere, non fumare, non fare l’amore hanno cambiato la settimana: il corpo ha reagito mentre la mente è rimasta fedele all’impegno. Un’energia strana impastata dallo stupore i primi giorni; ho camminato ore. Dormito poco. Fino a ieri mattina che mi è crollato il mondo addosso: la testa di piombo, le gambe di calce. E un’apatia pestilenziale che mi ha levato anche la fame. Percepisco il globo biscottato, ovattato in un aroma che non conosco. L’emisfero dei puffi. Azzurro e vaniglia.

Sono stanco. Dev’essere l’emozione di ricominciare.

Mi tirò giù la cerniera con inerzia e abbasso i pantaloni a fatica. Metto le mani intorno alle palle e provo a sentirmi. Ho i testicoli diversi, come sacche di sabbia bagnata. Chiudo gli occhi, reclino il capo e penso a Gaia. È seduta alla scrivania e scrive veloce sul Mac. Ha la fronte alta e delle mani perfette. Le sue mani riempiono lo spazio; le muove, le usa e le abusa: le lunule alte, le unghie tonde, lo smalto trasparente e lucido – ora afferrano le natiche, si apre e fa segno di entrare. Non l’ha mai fatto. Mi tocco l’uccello, forte: lo sveglio. E mi levo una scarpa.Vedo Gaia infilarsela; un mocassino marrone scuro, si è voltata.

“Dov’eri?” Mi chiede.

La sdraio sulla scrivania e vedo la sua pancia piatta inabissarsi nella forza di gravità. Le ossa delle anche che sporgono. Le punte delle creste iliache. La prima volta che le ho guardato la fica eravamo al mare. Il mio lettino appena mezzo metro indietro rispetto al suo. Si è stesa e la sua pancia ha fatto un incavo. Una curva concava dalla quale è apparso il pelo, sotto un costume millesimale. Una cosa che non ho mai dimenticato, alla quale torno con una frequenza onanistica assoluta. Quello scorcio di lei. Il desiderio di un sabato baciato da un sole periferico pieno di avvenire. Il vino bianco come acqua. I calzoncini sulla sabbia e poi sul letto. Lei a destra io a destra, poi orizzontali, obliqui, discussi, insieme, ognuno al suo posto. Amo Gaia. Penso di amare Gaia. La caparbia ostinazione di credere che tutto sia possibile. L’andatura confusa a caccia di casa, come si mette sui muretti, sugli sgabelli, sulle scale e mi fa segno di sedere accanto a lei. Come mi bacia la mattina, all’alba di un caffè lungo che non ci sveglia.

Vedo i suoi occhi assonati e ripenso a venire. Le levo il cappotto, lei si volta, sfila i pantaloni piano ma senza togliersi gli stivali; si avvicina e tira indentro la pancia, le mutandine color avorio sono come un filo steso per i panni: la sua fica in verticale; è duro come un osso e mi muovo veloce ma come uno stronzo mi fermo, rallento. Apro gli occhi. Vedo una stampa. Un quadro di Klee. Il volto di un gatto. Anzi un viso. Un gatto umano. Con gli occhi verdi prato. Come la coperta che avevo a casa, dai miei. E la poltrona del mio endocrinologo, un uomo alto come un cactus che mi ha spiegato che non mi si alzava non per il lutto ma perché avevo un adenoma. Una palla benigna che spingeva sull’ipofisi e alzava la prolattina; la prolattina? Non avrei immaginato che il mio corpo la producesse: a 54anni, con una laurea in economia alla Bocconi, un master americano e anni sfiniti a sfogliare i quotidiani – vagando dalla cultura alla scienza, dalla cronaca alla finanza – non sospettavo di produrre prolattina. E in quantità esagerate; pigro, stanco, l’uccello sfinito e un ingrossamento della ghiandola mammaria. Pensavo dipendesse dalla morte di Isabella. Lo pensava anche il mio psicanalista e la puttana da cui sono andato, su appuntamento.

È stata la prima cosa che ho cercato dopo aver sistemato tutto. La morte era ancora stretta. Vivevo nella nostra casa, attraversavo i giorni come un palombaro, sott’acqua, dove tutto aveva un senso diverso. E pensavo che scopare mi avrebbe aiutato. Ma non avevo nessuna intenzione di conoscere, parlare, dire. E respiravo solo lei. Nel letto, nell’armadio, in salone. L’odore mi investiva sul pianerottolo: iodio, alcol e mandarino, della pelle… della pelle, delle spezie in cucina, e il ciclamino appassito; lo stappo di una bottiglia di Franciacorta.

Invece la ragazza, la puttana, odorava di Dixan, prato e Gentalin beta; non ho idea di quanti anni avesse. Ventidue, trentaquattro. Non ricordo la faccia. Solo la macchina che attraversa la città in una penombra metallica, la porta con un vetro smerigliato, una canottiera rosa pesca, un angioma in rilievo sotto la scapola. E le stringhe delle scarpe, le Churchill testa di moro che mi ha regalato Isabella, che fisso mentre racconto alla ragazza, la puttana; dico che è morta la mia donna. Lo dico a tutte le persone che incontro. Lo puntualizzo in continuazione. Lo cerco nelle cose che leggo, negli occhi di chi capisce; il mondo si divide in chi sa e in chi ignora la morte; come quando ti nascono i figli. Le nascite e le morti si somigliano, ti traghettano subito con i tuoi simili, sono spartiacque esiziali. Ti ritrovi scaraventato in un posto dove esiste un pensiero ossessivo. Semplice. È nato. È morta. È arrivato. Se ne è andata. Per sempre. Come le maree di adrenalina: le stesse. E l’assenza di sonno. E il cibo rapido, la doccia bollente, gli occhi sbarrati sulle sensazioni.

La memoria cancella quei giorni. Ci vuole tempo. Un tempo interiore preciso. Questo lo diceva Isabella: “Un tempo interiore preciso”. Era il titolo di un libro di Tarkovskij che ripeteva come un mantra, lei sfogliava, faceva silenzio e poi mi raccontava; abbiamo passato mattine e week end, bicchieri di vino e patatine, cappuccini schiumati; arricciava il naso e diceva: “Senti…” Correva leggendo ma era chiara, incamerava tutto, aveva idee precise e una mente cristallina, veloce, assertiva, rideva. Le piaceva ridere, aveva un modo di far sembrare la vita leggera, anche quando la vita si sottraeva: arricciava il naso – il suo naso come una virgola all’insù – e stringeva gli occhi: anche pelata illuminava la stanza. Mi aveva letto una frase di una lettera di Joyce alla moglie: “Avevi un culo pieno di scorregge quella notte, amore…” Immaginava la moglie con dei mutandoni bianchi, che si riempivano di aria, una puzza pestilenziale e Joyce che sfilava gli occhiali e si ficcava tra le sue gambe. “Ma tu ce lo vedi che annusa il culo a Nora?” Sapeva che si chiamava NoraBarnacle e che la prima volta che si erano visti avevano scopato, aveva una teoria precisa sulla relazione tra i due, aveva una teoria per tutto. Politica, mondana, orfana di padre.

L’ostinazione con cui mi amava aveva senz’altro una radice edipica, la stessa che l’aveva scatenata verso la mia ex moglie e le bambine: un argomento su cui perdeva la ragione. Ho tenuto i piedi in due staffe per un anno. Il senso di colpa e il desiderio s’insinuavano nella mia mente a ritmi alterni – baciare la fronte tiepida delle figlie – la sera al rientro – scoprire negli abbracci coniugali l’attesa del ritorno faceva il pari con le gambe di Isabella e l’avvenire dei suoi occhi promettenti. Quell’anno lo ricordo. Il risveglio color quarzo nella casa verniciata di fresco e il pensiero di lei, i suoi messaggi prima incalzanti e suadenti, e poi i rimproveri, le omissioni, la gelosia come il pane quotidiano. Lo sguardo vuoto di mia moglie, la sue eaffilata e milanese, le posate d’argento del corredo che faceva lucidare pensando che il brillo di una forchetta fosse quello di una vita in comune. Scambiare l’apparenza e il non detto con il vincolo matrimoniale, avanzare come muli ortodossi nella palude d’inverni tutti uguali: Pavia, Milano, Roma; la macchina piena di valige e speranze, inseguendo uno stipendio che metteva al riparo dalla messa in discussione, ambientarsi per rinnovarsi, sopravvivere alla noia, mentre le bambine crescono illuminate dal pensiero che mamma e papà si vogliono bene. Ero solo papà, “Papà dice, papà si arrabbia, papà spegni la luce”. Nell’ultimo trasferimento avevo mandato avanti loro, la casa romana era su due piani, giù la rappresentanza, su le camere da letto e il silenzio. Papà era rimasto a Milano, a traslocare i libri e i documenti, era tempo di cartelline e fascicoli: Settequaranta, Equitalia, miglia Alitalia.

La ragazza l’avevo conosciuta al cinese di Porta romana, compravo nastro adesivo trasparente e scatole da imballare; i capelli a caschetto e i tacchi larghi la radicavano al suolo, lavorava a intimissimi. Margherita, Marzia, Matilde… non ricordo. Intimissimi l’aveva detto allungando le esse, con una confidenza sognante che si riferiva a noi, devo aver pensato. Perché il tempo che ho impiegato a portarla su e a spiegarle che andavo via per sempre è durato quanto scoparla sull’uscio della camera da letto; è lì che è arrivata Isabella – si è creato un varco – nell’attimo in cui afferrandole il bacino mi sono spinto dentro la ragazza e ho dimenticato mia moglie. Entrare nella commessa di Intimissimi è equivalso a uscire dal matrimonio; le natiche sode e i brividi sulla schiena, la gola secca, il fiato corto per un orgasmo occasionale che aveva un’altra spinta. Veniva dai reni. Ho poggiato la testa sulla sua schiena trapezoidale e ho guardato la mia camera da letto vuota – dove avevo concepito le bambine, dove avevo masticato l’abitudine, dove avevo appuntato gli occhiali sul naso leggendo contratti, inalando Bentelan, ingoiando Xanax – e ho pregato che venisse una donna a salvarmi, dall’impegno universale del buon marito, del buon padre.

Quella trasgressione piccola e indecente era stata come un faro nella nebbia; un segreto millesimale che mi aveva restituito un desiderio carnale accecante. Da quel giorno ho sbarrato di nuovo gli occhi: prima ipermetropi, bassi e diligenti, ora a briglia sciolta nella capitale, sui culi tondi e magnifici che tagliavano in due Piazza Navona, la mattina di buon ora, contenuti in un gonna al ginocchio, o sostenuti nei primi leggins tirati su per lo sforzo – sul sellino di una bici; le madri con le camice di seta e i reggiseni color carne, come i capezzoli, come la pelle, come labbra pallide, schiuse sul mio glande e gli occhi grandi a osservarmi, con la supplica silente di non levarmi, rimanere fermo a infilarglielo in bocca, davanti la scuola la mattina, dopo che avevano lasciato i figli; le madri salivano in macchina una alla volta, in fila, in processione – per succhiarmi.

Queste erano le fantasie romane. Poligame. Da uno scenario possibilista si erano trasformate in immagini sovrappopolate di donne in attesa. L’eccitazione di sapere che c’era una fila, diligente e muta, di commesse, bariste, stagiste, infermiere, vigilesse che sfioravano con lo sguardo la terra, scambiavano poche parole, si passavano le mani nei capelli in attesa di essere scopate, inculate, schizzate dal sottoscritto. La fila alle volte la vedevo dall’alto, come un serpente in movimento, una boa umano, il Mississippi. Questo genere di fantasie le avevo avute anche in America, al campus.Da una parte perché la florida giovinezza del Maryland invitava lo sguardo, un’po’ perché la dimensione statunitense aveva corroborato una parte di me già viva – speranza, socialismo, ottimismo coriaceo, spolverata da un pizzico di onnipotenza. Mi stendevo sul mio letto di acero e immaginavo tutte le studentesse in fila, fuori dalla mia stanza: la fila all’epoca, arrivava fino all’ingresso del plesso; un serpentello scuro, una biscia. Il mio psicanalista diceva che la percezione del mondo femminile equivaleva a un raffronto con il maschile, uccello contro uccello, un pene desiderato. Bah…

Quando sono arrivato a Roma con la famiglia, dopo il primo episodio adultero della mia vita – la commessa di Intimissimi – me lo menavo sotto la doccia alle sei e quarantacinque nel bagno di servizio in fondo al corridoio, poi portavo le bambine a scuola tenendole per mano, una a destra, una a sinistra – e lasciavo che la mente incamerasse nuove suggestioni. Alle volte in ufficio all’ora di pranzo me lo menavo di nuovo. E tutto per quella scopata nella casa di Porta Romana, dopo anni di chiavate sempre più rade con mia moglie che non si sforzava neanche di mugugnare. Lei aveva un rapporto con il sesso, legato alla mappatura astrale delle sue ovulazioni: un solo giorno si trasformava in un rapace affamato e per il resto era una sposa ubbidiente. Negli occhi non aveva nulla – speranza, amore, perversione, giudizio: nulla. Si lasciava fare senza grandi entusiasmi.

Tranne una volta che aveva bevuto, una sera a Pavia, tra una figlia e l’altra credo, si era sbronzata di cognac in cucina incrociando un Bartezaghi – perché mai si era messa bere? Lo sguardo liquido, la camicia da notte di seta avorio, i capelli raccolti nel suo chignon presidenziale: a sorpresa mi era salita a cavalcioni, di schiena e se l’era infilato dentro. E parlava faccia al muro, sciorinando oscenità, aveva messo su un atto unico, lesbico, eccezionale. Ripenso a quella fantasia che non è mai tornata a farci visita, al sudore come rugiada all’imbocco delle natiche e lei che si sporge in avanti o gode. Cazzo, mi devo fermare di nuovo. Non posso venire pensando a Clara, sarebbe sacrilego, oltre che ridicolo e inavvertitamente fuori tempo massimo. Questa sega è per Gaia. Il mio terzo tempo, l’avvenire, il futuro. Non pensavo di tornare ad amare dopo Isabella, non perché non abbia speranza ma perché è stato più grande di me. Restare solo in una stanza d’ospedale dopo aver distrutto una famiglia e ripreso a vivere, a vivere così forte da pensare di poter combattere un cancro.

L’ho sentito con le dita della mano, quella protuberanza insidiosa a destra, quel muschioso sassolino sulla parete liscia, lei aveva la testa reclinata e gli occhi schiusi: le veniva il respiro pesante quando iniziava a lasciarsi andare e si dimenticava tutto. Anche le date dell’ultima mestruazione che invece tornavano sempre più ravvicinate, dolenti e insidiose. È partito dall’utero e poi si arrampicato: il colon, l’osso sacro, la colonna. Come una pallina di mercurio che sfugge alla presa: all’operazione, alla chemio, alla radio.

Era il giorno dell’istanza di separazione e mi è venuta incontro con una falcata incerta, le gambe fasciate negli stivali antracite come grattacieli, mi sono levato il casco per sorridere – mi separavo, avrei divorziato, l’avrei sposata – ha reclinato il capo, raggiunto il mio orecchio: “Un carcinoma…” Ci ha fatto paura solo in quel momento, in quella piazza davanti al tribunale, il vento gentile di un’ottobrata romana: ci siamo stretti forte e abbiamo ritrovato le forze, in un secondo. Noi avremmo combattuto, io e Isabella eravamo invincibili.

E così è stato: siamo andati avanti indefessi non perché si stesse avvicinando la morte ma perché era l’andatura del primo giorno. Iniziare ad amarci ha rappresentato una rinascita, era un inno alla vita, un regalo. Una scatola color vinaccia con un nastro di organza rosso grande come un forno. C’era l’India dentro, il Giappone, New York e i natali in montagna, il sesso cosmico, le confidenze assolute, il possesso, il vino, i mobili svedesi, la marmellata di fichi, i corpi ossuti di Bosch, il sonno letargico, un casale in riva al mare, l’odore di iodio, i piedi intrecciati, i fratelli Karamazov e la Montagna di Mann, i capelli persi a ciocche, la chemio, la colostomia, uno spinello di marijuana alle cinque del mattino, la tisana alla verbena, i segreti insospettabili, manciate di pillole, i massaggi ai piedi, mandarini e speranza. E la sua risata memorabile: solo quella su uno sfondo bianco, potrebbe farmi venire e non ha niente a che vedere con il sesso ma con il miracolo di averla conosciuta. Non l’ho persa, ho avuto la fortuna di trovarla. Un tempo breve, sufficiente. Il mio tempo interiore con lei è un’ellissi che finirà con me.

E io sono rimasto nella vita di tutti i giorni, le bambine che sono diventate ragazzine: recuperate nel dolore, tenere e affettuose con i musi affondati nelle immagini di Instagram, i corpi in cerca di una forma, i sogni indifferenti di un’avvenire liceale; Clara a Villa Torlonia con un assegno di mantenimento da jack pot per mettere i cuori in pace. E per un po’ una manciata di donne dalle quali succhiavo certe giornate; il mio uccello era dritto e poi mi sveniva in mezzo alle gambe. Sono finito dall’endocrinologo non per lui ma perché ero fiacco. Quando stava per finire la lezione la testa mi ronzava e mi sedevo dietro la scrivania, blateravo le ultime cose. E poi fuori dall’università il cielo aveva il colore dell’asfalto. “Professore, sta bene?”. Mi chiedevano.

Il primo a chiamarmi professore è stato Paolo Relli, giocavamo a pallone nello steso cortile. Era il figlio del portiere, undici anni, un mancino corretto; in classe gli avevano legato il braccio per cinque anni. Le seghe però se le tirava con la destra, nel bagno di casa, in un silenzio monumentale (sua madre dormiva sempre). Il rituale l’aveva messo su lui, il padrone di casa; l’ospite sceglieva le pagine di un giornalino del padre, le osservava seguendo il suo tempo interiore, due tre minuti, poi chiudeva e si metteva faccia al muro; io lo seguivo, le immagini mi avevo mandato in orbita i primi dieci secondi. La sensazione di non essere solo gonfiava l’aria di atomi pesanti: era diverso, tutto molto diverso. Aveva l’uccello poco più piccolo del mio e se lo tirava in giù: lo attaccava alla coscia e poi lo menava, alla fine poteva anche strofinarlo sulla gamba. Veniva guaendo. Io ero silenzioso, preciso, chirurgico. Dopo mangiavamo sempre un pezzo di pane burro e sale e poi andavamo a giocare: eravamo come una vecchia coppia con dei rituali confortanti.Il burro ho smesso di mangiarlo da relativamente giovane, colesterolo alto da subito insieme alla pressione; l’endocrinologo sembrava più preoccupato da questo che dall’adenoma; per ridurlo mi ha prescritto manciate di ormoni: la prolattina è scesa in picchiata e mi è tornato l’uccello di marmo. Ero l’uomo di un tempo.

Da quanto cresceva l’adenoma non lo so, il pisello era in pensione per il carcinoma; la vita era andata a farsi benedire e i sintomi sembravano conseguenze naturali: quando la cura ha cominciato a funzionare sono risalito sullo shuttle. Prima di incontrare Gaia mi sono ritrovato in uno strano interregno, quello dell’uomo di una certa età, per bene, con un mestiere sicuro, la parlantina veloce, il cazzo parecchio duro. Un mare di quarantenni mi ha attraversato le mani. Ho cambiato casa. Odori nuovi, vecchia pelle. Tutte sapevano che ero vedovo: io questa parola non l’ho mai usata. Gaia sì. Al quarto appuntamento, dopo tre gin tonic che mi avevano sciolto la lingua, mi ha preso la mano e mi ha detto: “Tu mi piaci e anche il vedovo…” Ascoltarmi dev’essere stata dura; gli appuntamenti erano rateizzati -sosteneva che tra un incontro e l’altro aveva bisogno di metabolizzare.

“Cosa?”

“La tua storia favolosa…” Ricorda Diane Kiton ai tempi Woody Allen, e non solo per i pantaloni larghi, le mani in tasca e una visione grottesca della guida e della vita in generale; anche per i due appartamenti che abitavamo. Mi sono trasferito in centro, affaccio sul Pantheon, il copriletto afgano, sul terrazzino rose e gardenie; e poi l’altare come lo chiama Gaia. Le foto di Isabella. Dorme e va via, dorme e resta. I capelli scomposti sul cuscino, i calzini di Gallo forati all’altezza dell’alluce. Diane Kiton manteneva il suo appartamento perché andava a vomitare, abbuffarsi di muffin e waffle, svuotare l’intestino sul cesso dopo un’overdose di lassativi. Tornava da Woody magra come un’acciuga, leggendo Keats, continuando a gesticolare come Annie. Mi domando se anche Gaia tenga l’appartamento per un segreto.

“Perché non vieni a vivere qui?”

“Perché da te c’è un fantasma”

“Ci sarà sempre…”

“Strofina. Vienimi dentro”

“…”

“Ho le tube chiuse”

Trentanove anni e le tube chiuse. Viene dalla provincia, ha preso a spallate la vita, una laurea in psicologia, lavora in uno studio associato: terapista di coppia. Una pratica inesistente ai miei tempi, oggi di gran moda: come l’acido ialuronico o il byte; sostiene di essere stata fortunata, i suoi studi hanno coinciso con l’avvento di certi problemi. Guadagna quanto basta, suona la chitarra, ascolta buona musica: ha le tube chiuse. Una voce melodiosa, scarpe basse, capelli sottili, sorriso gentile, occhi accesi, tube chiuse. Quattro spicci, un gatto di razza, amici collezionati in giro per il mondo (una parete di cartoline) tube chiuse. Cibo bio, sogni bio, parole bio, pazienza bio, psicanalisi bio, amore bio: tube chiuse. Una sera le chiedo se lo vorrebbe un figlio. Lo vuole sì. Verrebbe a vivere da me se fosse incinta. Lascerebbe il suo appartamento dove si specchia ogni mattina all’ingresso e saluta una giovane donna con gli occhi verdi e una tempesta di nei. Alle volte si passa le mani sul ventre e pensa a suo figlio. Arriverà, si dice. Oggi le donne possono tutto. Si passa la mano sulla caviglia quando confessa di aver già congelato degli ovuli. Lì, ha tatuata una chiave di violino. La cosa che mi ha colpito di più. Un segno del destino, un ricordo sulla sua pelle – la chiave di violino. La ragazza del bar allo stabilimento la Vela.

Versilia. 1975. I calzoncini bianchi tagliati dalle forbici fino all’inguine, il seno pesante che gioca nei triangoli fuxia, la pelle macchiata di salsedine, arsa dal sole con le sue chiavi di violino che le pendono ai lobi. Mi da un cornetto Algida mentre mi guarda lì. Mangio tre gelati al giorno e quando cammino verso il chiosco mi tremano le gambe. Una vibrazione infinita, uno sconvolgimento ghiandolare. Il tempo azzurro delle polluzioni. Un giorno ha aperto il cornetto e l’ha leccato, un colpo di lingua denso e spugnoso, i suoi occhi lì.Mi sono venuto nei pantaloni. Isabella impazziva per quel ricordo. Ci rideva: ordinava il gelato da Giolitti, pistacchio e nocciola e appena il tipo le dava il cono, faceva un passo indietro, mi piantava lo sguardo lì e leccava. Alle volte abbiamo riso, altre l’aria si addensava, sentivo qualcosa che partiva dalle ginocchia. Come adesso, che rivedo gli occhi della ragazza del gelato, quella del passato e quella che è morta. Sento lo sguardo in mezzo alle gambe, il desiderio per me, di me e la voce di Gaia che sussurra: “Pietro, dai…”

Penso di averla sentita davvero. Esplodo. Apro gli occhi e la cerco nella stanza bianca ma di lei non c’è traccia. Trattengo il respiro e ascolto l’orgasmo sparire verso le caviglie, come un’onda che si ritira.

Dopo la settimana dell’eucarestia, il seme è denso e colloso; sono stato ineccepibile, ho fatto tutto come mi avevano detto: lo osservo in controluce, è perfetto, abbondante. Metto il tappo e rivedoGaia stamane nel letto: “Pensa a me… promesso?” Ma i figli non vengono necessariamente pensando alle madri, vengono dal desiderio.

Tiro su i pantaloni, la camicia dentro, la cravatta torna al suo posto. Non mi sono neanche levato la giacca. Esco e mi trovo in un corridoio illuminato da un neon lungo una decina di metri, l’aria è surgelata. Mi avvicino al desk, c’è una ragazza con i capelli rossi prugna, la tinta le ha preso il cuoio capelluto, e ci sono residui sotto le unghie mangiate. Le consegno il seme. Il frutto.

Annuisce.

Cerca qualcosa sul computer, probabilmente il mio nome, gli occhi scorrono riverberati da una luce sintetica; ecco l’ha trovato: le pupille dilatate. Volta il capo verso la stampante e aspetta che sputi qualcosa, la macchina attacca, ruggisce, gracchia e tira fuori una serie di sigle, lemmi, segni adesivi. Ne stacca uno, e canticchia tra sé e sé: “Se avessi dovuto scegliere tra la vita e la morte, tra la vita e la morte…”

Sussurro: “Avrei scelto l’America…”

E ci sorridiamo.

Commenti
3 Commenti a “Il tempo interiore”
  1. claudio magliozzi scrive:

    ….mi hai fatto paura…

  2. Mara scrive:

    Mi è piaciuto così tanto. Diventerà un romanzo?

  3. claudio magliozzi scrive:

    Certo, potrebbe diventarlo .

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