naufragio

Il tenente di vascello

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È nata una nuova rivista, un magazine letterario in italiano e in inglese. Si chiama “The FLR – The Florentine Literary Review”, ed è curata da Alessandro Raveggi. Ecco la versione integrale del racconto di Alessandro Leogrande, Il tenente di vascello, contenuto nel primo numero insieme ai testi di Elena Varvello, Luciano Funetta, Filippo Tuena, Marco Simonelli, Mariagiorgia Ulbar, Luca Ricci, Elisa Ruotolo. Si ringrazia “The FLR” e l’editore per averne concesso la riproduzione.

A bordo ne parlavano tutti: a occhio e croce, era a una distanza non superiore a qualche centinaia di metri. Ma Angelo riuscì a farsene un’idea solo nel momento in cui si sporse dall’aletta laterale del ponte di comando. Solo allora, tenendo stretta la visiera del cappello da ufficiale perché non volasse via, poté vedere in lontananza una piccola imbarcazione che arrancava a fatica tra le onde. Ogni angolo della sua superficie esterna era totalmente ricoperto da uomini e donne, pigiati gli uni accanto alle altre, tanto che i piedi delle persone a bordo sembravano affondare direttamente nell’acqua. Il battello si dirigeva lentamente verso l’Italia. La sua nave – una corvetta della Marina militare su cui si era imbarcato da poco tempo – le si stava avvicinando a gran velocità.

Angelo era un giovane tenente di vascello. Del mare, fino a quel momento, aveva avuto una percezione soprattutto teorica, confinata agli anni di accademia e alle nozioni apprese in quel periodo, quasi pedissequamente. Era stato già imbarcato altre volte, ma del mare “reale”, di ciò che una nave militare dovrebbe fare in mare aperto in tempo di pace, e cioè innanzitutto presidiare le frontiere, non aveva alcuna conoscenza pratica. Era lì per la prima volta, si poteva dire, a difendere il territorio nazionale in quella che poteva sembrare una strana forma di guerra a bassa intensità: insieme agli altri ufficiali e sottufficiali, era chiamato a respingere in alto mare i “clandestini”.

Entrò nella plancia di comando, e impiegò alcuni secondi a realizzare che quella carretta del mare veniva chiamata, nel frettoloso scambio di battute tra i vari ufficiali, “il bersaglio”.

“Il bersaglio si avvicina”, dicevano i suoi superiori. “Il bersaglio non risponde ai nostri avvertimenti”. Angelo rimase in silenzio ad ascoltarli. Così parlavano il comandante (fermo, impettito, con le gambe leggermente divaricate, il binocolo inforcato sul naso) e i capitani che gli si affaccendavano intorno. Così riferivano i sottufficiali. La plancia di comando era inondata dagli ordini che provenivano, via radio, dal comando di terra, dall’ammiraglio di squadra. “Individuare e dissuadere il bersaglio”, diceva la radio – o meglio un telegrafista dall’altra parte del mare che riferiva gli ordini impartiti dall’ammiraglio. “Effettuare operazioni di interdizione”, aggiunse, riferendo gli ordini di quello che sembrava a tutti gli effetti il vero signore degli eventi (cioè l’ammiraglio) benché sedesse comodamente in una sala operativa del comando centrale, a diverse centinaia di chilometri di distanza, sulla terraferma.

Il comandante, senza batter ciglio, diede l’ordine ai suoi uomini. “Predisporsi alle operazioni di interdizione”, disse alzando la voce nel frastuono crescente di militari in divisa blu che andavano e venivano. “Più decisi, diamine. Bisogna fermarli…”

Angelo lo osservò silenzioso. Poi alzò lo sguardo verso il mare. La carretta del mare, “il bersaglio”, era molto più vicina. Il piccolo ponte della vecchia imbarcazione era occupato da una indistinta selva di uomini e donne. Cinquanta, sessanta, forse anche di più.

“Tenente, si muova pure lei! Cosa fa lì impalato?”

Due ore dopo il “bersaglio” giaceva rovesciato su un lato. Stava rapidamente affondando. L’inseguimento era proseguito in maniera sempre più energica, “più decisa”, come dicevano il comandante e l’ammiraglio all’altro capo della radio, le azioni di dissuasione si erano succedute senza soluzione di continuità. Negli ultimi minuti prima dell’affondamento, la corvetta era ormai a pochi metri di distanza dal piccolo battello. Dal ponte qualcuno dei “clandestini” aveva preso ad agitare un lenzuolo bianco. Urlava qualcosa, ma era impossibile riconoscere il senso delle sue parole.

Poi, il battello scomparve. Era talmente vicino da essere ormai finito sotto la murata della corvetta. La plancia di comando improvvisamente piombò nel silenzio. “Dove sono finiti?”, chiese qualcuno, “dove sono finiti?” Poi avvertirono un lieve tonfo. Lo sentirono tutti: il comandante, i capitani, i sottufficiali. Lo sentì anche Angelo. Senza ascoltare gli ordini, si precipitò fuori per vedere cosa fosse successo. Alle sue spalle sentì il comandante urlare a pieni polmoni: “Indietro tutta, cazzo… indietro tutta.”

Mentre la corvetta si allontanava indietreggiando, Angelo poté vedere il battello rovesciato. In mare c’erano decine di corpi, alcuni si agitavano, altri erano inermi. Altri lottavano ancora tra loro per abbandonare lo scafo: un uomo in particolare si faceva largo scomposto tra gli altri. Angelo lo vide spingere un ragazzino e lanciarsi in acqua.

Sulla corvetta il comandante sembrava imbambolato. Poi qualcuno decise di muoversi. Con l’aiuto di due sottufficiali Angelo calò a mare una scialuppa e, benché questo non rientrasse nei suoi compiti, si diresse insieme a loro verso i corpi in mare. Stava imbrunendo, a stento riuscivano a distinguere chi, in mezzo alle onde, ancora chiedeva aiuto. Angelo gridò agli altri due uomini di fare presto, di sbrigarsi. Ma il battello non c’era già più. Creando un enorme vortice era stato ormai risucchiato dal mare.

“Sbrighiamoci!”, gridò Angelo. Rosso in viso, urlò ancora quelle semplici parole, una accanto all’altra, come se potessero far riemergere la piccola imbarcazione: “Sbrighiamoci!”

In acqua erano rimasti molti corpi. Ora la scena del disastro era illuminata dai fasci di luce provenienti dai due elicotteri che sorvolavano le onde. Un altro faro era stato acceso e puntato sul luogo dell’affondamento dalla stessa corvetta. Tra le onde sempre più increspate, le luci artificiali non riuscivano a sottrarre pienamente dal buio gli uomini e le donne da soccorrere. Più che vederli, continuavano a sentirli.

Alla scialuppa di Angelo se ne era aggiunta un’altra. Raccolsero innanzitutto i corpi privi di sensi, aiutarono quelli che nuotavano verso le scialuppe a salire a bordo. Erano quasi tutti uomini adulti. Erano ghiacciati dal freddo, molti battevano i denti, altri erano incapaci di fare il più impercettibile dei movimenti. Nel buio Angelo riusciva appena a scorgere i lineamenti dei loro volti, le bocche congestionate dalla paura e dallo sforzo, i capelli inzuppati.

In mare un uomo si sbracciava, come in un lento, lunghissimo spasimo. Non riusciva ad avvicinarsi alla scialuppa. Le forze lo stavano chiaramente abbandonando, e allora Angelo si buttò in mare, senza pensarci. Lo raggiunse con poche bracciate e lo afferrò per il giaccone. Era robusto. Credette di riconoscere i lineamenti di chi si era fatto largo a spintoni e gomitate per tuffarsi in acqua. Provò a ritornare verso la scialuppa, ma il freddo gli bloccò le mani e i piedi. Andò sotto, e bevve. Bevve molto, ma continuò a tenere stretto il braccio intorno all’uomo. Ora le forze stavano abbandonando anche lui, ma il braccio era fermo, avvinghiato a quel corpo robusto. Ogni movimento che provava a fare con l’unico braccio rimasta libero lo riportava allo stesso identico punto di partenza. Il mare era ormai una massa compatta, solida, invalicabile. Se ne sentì parte, fino a quando fu risucchiato verso il suo fondo scuro, cullato dal freddo gelido.

Si risvegliò al contatto con la superficie solida del ponte della nave. Nel frastuono generale, venne rianimato insieme agli altri superstiti. Erano tutti nello stesso angolo del ponte di coperta. Chi seduto da una parte, chi dall’altra. Angelo rimase ai margini del gruppo, la coperta sulle spalle e lo sguardo stralunato.

Sul lato opposto, la schiena poggiata alla parete della prima cabina, un’altra persona guardava fisso verso il terreno. Era l’uomo robusto che aveva salvato, uno dei “clandestini” sopravvissuti al naufragio, i capelli arruffati, il fisico robusto. A differenza degli altri, raccolti in piccoli gruppi, se ne stava da solo come il tenente.

Angelo lo vide alzare la testa. Ora i suoi occhi lo fissavano, lo interrogavano con un misto di incredulità e di disprezzo, tanto che non riuscì a reggere il suo sguardo. Non ce la fece a sostenerne il peso.

Qualche giorno dopo Angelo intravide su un giornale una foto dell’uomo che aveva salvato. Nella didascalia era indicato il nome, ma non riuscì a memorizzarlo. L’articolo parlava di lui. Non era uno dei “clandestini”. Non era un profugo come gli altri. Era lo scafista che li aveva imbarcati sulla carretta, facendoli pagare oltre mille euro a testa. Dopo l’impatto – Angelo lesse sul giornale, come se stesse apprendendo quei fatti per la prima volta in vita sua – si era buttato in mare, senza salvare nessuno. Senza preoccuparsi nemmeno delle donne e dei bambini imbarcati.

Ripensò allora ai corpi in mare, al battello affondato, agli ordini che aveva sentito a bordo, al comandante imbambolato, all’ammiraglio, alle urla, al freddo che gli aveva paralizzato le viscere, al buio sempre buio… tutte tessere di un mosaico insensato che ora andava ricomponendosi nella sua mente.

Guardò a lungo la foto sgranata sul giornale. E non poté fare altro che pensare che l’uomo che lo fissava ora con incredulità, ora con un odio così puro da apparire assoluto, era ancora un ragazzo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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