albatros

Il terzo antispecismo.
Stato dell’arte e proposta teorica

Qualche settimana fa l’intervista al filosofo Ferndando Savater, pubblicata da Matteo Nucci, ha innescato una discussione incredibilmente sferzante e appassionata nei commenti in calce al pezzo, che ha visto contrapporsi due schieramenti allo stesso modo agguerriti e militanti nel web, gli specisti e gli antispecisti. È seguito un secondo pezzo, pubblicato questa volta dalla redazione, evidentemente di parte e forse troppo retorico, che aveva l’intento di riportare il dibattito nel giusto binario del confronto civile e costruttivo. E tuttavia abbiamo ottenuto l’effetto contrario, anche e soprattutto perché non cambiava il punto di vista. Per questo abbiamo chiesto a Leonardo Caffo, studioso accademico di questi argomenti, di spiegarci che cos’è l’antispecismo e di ragionare in sua difesa.

di Leonardo Caffo

1 Dall’animal cognition agli animal studies

1.1. Ebbene si: la parola ‘antispecismo’ esiste. Dal 1975, anno della pubblicazione di Animal Liberation di Peter Singer, molte cose sono cambiate. Non troppe, sfortunatamente. Scopo di queste pagine è evidenziare principi e parametri di una trasformazione: quella degli studi di animal cognition in animal studies. Non è che non esistano più analisi legate alla cognizione animale, anzi: sono importanti, entro certi limiti non invasivi di cui diremo, ed è fondamentale che continuino a esistere. Tuttavia, in modo del tutto inedito, assistiamo a un cambio di rotta (concettuale, of course) che trova il suo principio cardine non tanto nell’osservazione dell’altro animale (come fanno gli etologi), ma nella consapevolezza che è l’altro animale a poterci guardare: passiamo da osservatori a osservati. Partiamo da un dato importante: anno dopo anno miliardi di animali non umani vengono uccisi per diversi scopi: nutrimento, abbigliamento, ricerca e divertimento. L’antispecismo, già da Singer in poi, è un movimento pratico e teorico di opposizione a questo stato di cose. Non tutti i modi di opporsi, tuttavia, sono uguali tra loro. Possiamo opporci moralmente allo specismo (questa pratica di discriminazione delle altre specie) affrontandolo moralmente, proprio come fece Singer, come ha fatto Tom Regan, e molti filosofi a seguire, o possiamo contrastarlo, come hanno fatto altri autori (si pensi a David Nibert), puntando il dito nei confronti della struttura politica della società che fa degli animali il fondamento di ogni oppressione. Questa diversità d’intenti condiziona completamente l’antispecismo come teoria filosofica e come movimento politico di lotta e rivendicazione della libertà animale. Prima di dedicarci (lo faremo nello paragrafo successivo) a questa distinzione sarà bene, senza perdersi ancora una volta per strada, dire qualcosa su questo nuovo modo di studiare, non più gli animali, ma l’animalità come entità teorica.

1.2. L’animal cognition è la disciplina che studia, attraverso l’osservazione, la sperimentazione, e la riflessione teorica, le capacità cognitive degli animali non umani (vita mentale, linguaggio, ecc.). Come accennato in 1., gli animali non umani (d’ora in poi userò ‘animali’ per riferirmi – in modo strumentale – a tutti gli animali eccetto la specie Homo Sapiens) sono oggetto di numerose discriminazioni volte a soddisfare bisogni e passioni degli umani. Un primo modo per opporsi a una rivendicazione dei ‘diritti’ (non in senso legislativo, l’antispecismo contemporaneo rifiuta un’integrazione degli animali nella giurisprudenza perché critica il concetto stesso di ‘giurisprudenza’) degli animali è stato quello di argomentare che questi sono carenti, anzi meglio dire mancanti, di certe proprietà umane che rendono ‘nobile’ e degna di essere vissuta un’esistenza animale. Potremmo individuare, per alimentare un classico luogo filosofico, autorevoli colpevoli di questa impostazione: Renè Descartes (gli animali come automi), Peter Carruthers (animali paragonati a missili ‘intelligenti’), Roger Scruton (animali estromessi dalla morale a colpi di battutacce ed esaltazione della caccia come sport nobile), ecc. In primo luogo, argomento classico, è che gli animali non abbiano una vita mentale complessa, non producano pensieri articolati e non parlino. Molte delle dispute filosofiche a riguardo rivelano almeno due errori degni di nota: (1) un’immane ignoranza sugli animali; (2) la fallacia che individua in proprietà corporee delle qualità morali. Di (2) dovremmo discutere a lungo, perché su questa stessa fallacia si basa una primordiale strategia argomentativa dell’antispecismo: trovare ‘capacità umane’ negli animali e introdurli, come fossero pezzi di lego, entro i confini convenzionali di ‘soggetti di una vita’. Ma, ripeto, ne parleremo tra poco come si deve. Di (1), invece, forse è bene parlare sin da subito. In primo luogo, quando si parla di animali, lo si fa in modo approssimativo già a partire dal linguaggio che utilizziamo. La parola ‘animale’, come fece notare il filosofo francese Jacques Derrida, risulta essere un’enorme trappola concettuale. Da un punto di vista tecnico, con il termine ‘animale’, dovremmo designare l’insieme di tutte le specie animali presenti in natura: dalla specie dei Diomedea exulans a quella, a noi tanto cara, di Homo Sapiens. Discriminare, ma anche semplicemente discutere di animali, in senso generico, è come decidere di duellare ferocemente con la nebbia. Dire “gli animali non pensano”, oppure discutere di “animali come automi privi di linguaggio”, significa non dire esattamente niente a meno che, ed è impossibile vista l’enorme varietà di specie animali, molte delle quali sconosciute, non fossimo in grado di fare un elenco di tutti gli animali, eccetto l’uomo, e di dimostrare quanto stiamo dichiarando. Dunque, già a livello meramente linguistico, la critica a (1) è il suo essere obsoleta: non sappiamo di quali animali parliamo e, inoltre, sempre seguendo una linea di pensiero fornita da Derrida, operiamo una «compressione ontologica» dell’infinita differenza animale nell’indifferenziazione più totale del termine generico ‘animale’. Ma i problemi, per Cartesio, Carruthers, e colleghi amanti delle grigliate, non sono certo finiti: esistono molti animali in grado di fare ciò che i filosofi in questione ritengono solamente umano. Quando si parla di linguaggio fanno capolino le api e la loro waggle dance (i cui studi sul linguaggio portarono al ritiro del Nobel da parte di Karl von Frisch), le scimmie parlanti da Washoe (scimpanzé esperta di ASL: American Sign Language) a Kanzi (bonobo che comunicava allegramente con la sua complessa tastiera di lessigrammi); quando parliamo di vita mentale spuntano le storie di Koko (gorilla chiacchierona che amava guardarsi allo specchio e cucinare la pasta con l’etologa Francine Patterson) o i canti maestosi della balene – contenenti suoni combinati in strutture sintattiche – volti a organizzare un discreto numero di informazioni che sembrano influenzare il comportamento delle balene come se fossero avvisate di alcuni pericoli da altre appartenenti della specie (che attribuiscono secondo autorevoli ipotesi, pertanto, stati mentali al destinatario del messaggio). Badate bene, si potrebbe continuare all’infinito. Risulta quasi idiota affermare che gli animali sono dotati di qualità straordinarie. Ogni individuo, in quanto rappresentante di una specie, a meno di malformazioni o problemi di sorta, è portatore di tutta una serie di abilità che vanno solo aggiunte alla sua sfera personale che, in quanto unica e irripetibile, risulta essere ancora più ricca e complessa. Inoltre non è chiaro perché dovrebbero essere il linguaggio o la vita mentale il proprio della morale. O forse è chiaro, ma è filosoficamente imbarazzante: si osservano alcune (presunte, come abbiamo visto) capacità solo umane e si elevano a cartina di tornasole per questioni etiche volte a giustificare, in modo tautologico, l’esclusione degli animali dalla sfera morale. Questo ci porterebbe naturalmente a discutere di (2), ma credo abbia senso soffermarsi sul punto in questione. Ogni specie (ammesso che esista, davvero, qualcosa come la ‘specie’ in senso stretto) è un enorme contenitore di vite in grado di stupire attraverso qualità uniche per altre. L’albatros è in grado di volare per dieci anni ininterrottamente e di dormire in volo, senza mai atterrare, con le due metà del cervello che si spengono a turno; l’armadillo a nove fasce (Dasypus novemcinctus) è il mammifero con il pene più lungo, tanto da averlo reso (suo malgrado) leader mondiale nella ricerca sulla funzione del pene nei mammiferi; i castori sono in grado di abbattere alberi dall’ampio diametro in meno di un’ora e sono dei mirabili pescatori, tanto che svolgono questo (sporco) lavoro per i tenditori canadesi; le piovre sono campionesse di mimo, fingendosi spesso animali diversi come serpenti, pesci cobra e scorpioni (ma anche alghe o noci di cocco). Senza continuare in un elenco stereotipato, sembra ovvio che molti animali facciano cose che altri (compreso l’uomo) non fanno e non sapranno mai fare. Perché la mia capacità di pensare il mio pensiero (teoria della mente di ordine superiore) dovrebbe essere moralmente più rilevante del lungo pene dell’armadillo o del volo incantato e sonnecchiante dell’albatros? La risposta a questa domanda ci conduce, una volta e per tutte, a criticare (2): la fallacia che individua in proprietà corporee delle qualità morali.

1.3. Non esistono buoni argomenti che vedano nella mente umana, piuttosto che nella mimesi della piovra, l’epicentro della moralità. Tuttavia, come abbiamo sommariamente discusso, molti filosofi hanno fatto di qualità mentali e corporee umane il confine dell’etica: o sai fare le cose dell’uomo, o non ragioniamo di te, ma guardiamo e passiamo. Proprio qui, in questo ‘sai fare’, si insinua una classica, e inevitabile, critica a (2). Se non basta essere uomini (come ad esempio argomentano altri autori tra cui il celebre contrattualista John Rawls, interpretato in chiave antispecista dal filosofo amante dei lupi Mark Rowlands) per essere soggetti morali, ma bisogna saper usare (e dunque possedere) certe capacità, allora cominciano alcuni problemi in cui si istaurano anche le prime critiche allo specismo, cui in modo articolato discuteremo poi, di Peter Singer o Tom Regan. Non tutti gli appartenenti alla specie Homo Sapiens, infatti, sono capaci di un linguaggio articolato e complesso o, sempre continuando tra le capacità richieste dai ‘filosofi specisti’, posseggono una teoria della mente di ordine superiore. Gli autistici, ad esempio, sono affetti da una patologia caratterizzata da una marcata diminuzione dell’integrazione sociale/comunicativa e, l’ipotesi attualmente più probabile, volta a giustificare questo deficit, è che gli individui che ne sono affetti non posseggano una teoria della mente: non rappresentino cioè gli stati mentali degli altri; un particolare deficit semantico per la categoria degli stati mentali, ossia una carenza nella capacità metarappresentativa (rappresentarsi le rappresentazioni). Per il linguaggio, invece, si pensi agli affetti da afasia (alterazione del linguaggio dovuta a lesioni alle aree del cervello deputate alla sua elaborazione) di Broca (agrammatismo) o Wernicke (deficit di comprensione linguistica). Se davvero fossero queste le capacità volte a giustificare la considerazione morale nei confronti della specie Homo Sapiens, e la non considerazione di tutte le altre specie, allora l’argomentazione di Cartesio, e compagni di ventura, sarebbe un enorme boomerang: anche gli umani che non posseggono queste capacità, come autistici o afasici, andrebbero esclusi dalla sfera della moralità mentre invece, animali capaci di ‘cotanta’ grazia, come Koko, Kanzi o Washoe, andrebbero inclusi disturbando (ancora una volta) la fragilità della parola ‘animale’ [si badi bene che questo è stato l’intento del Great Ape Project di Peter Singer e Paola Cavalieri]. Per chi discrimina gli animali questa conclusone è inaccettabile: ed è infatti da questo atteggiamento di rifiuto che muove Peter Singer quando fa del dolore il centro della sua etica animalista. Con la presa di coscienza che il ‘terreno cognitivo’ è fragile come un bicchiere di cristallo, quando si ha la pretesa di discutere di etica (umana o animale), comincia il lento, e tutt’ora in corso, passaggio dall’animal cognition agli animal studies. Se l’analisi della cognizione animale raccoglieva, infatti, i soli studi riguardanti le capacità cognitive animali, i cosiddetti animal studies, mirano a un’analisi teoreticamente ampia, e non riducibile a una sola disciplina e/o prospettiva, dell’animalità come entità teorica fondamentale entro il dibattito filosofico.

 

2. Antispecismo tra Morale e Politica

2.1. Possiamo ora intraprendere la discussione a cui abbiamo rimandato precedentemente: la diversità di approcci, morale e politico, alla questione antispecista. Le divergenze cominciano, come ogni migliore tradizione filosofica, già nella volontà di definire lo stato di cose contro cui bisogna lottare: lo specismo. Diverse definizioni, diversi modi di affrontare i termini del problema. Nel 1975 – in Animal Liberation – Singer definisce lo specismo come «Un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie e a sfavore di quelli dei membri di altre specie» mentre, assai più tardi, nel 2002, il sociologo David Nibert sostiene che lo specismo sia «un’ideologia creata e diffusa per legittimare l’uccisione e lo sfruttamento degli altri animali» (definizione isolata nel volume: Animal rights/Human rights. Entanglements of oppression and liberation).  Nel primo caso, definendo ‘pregiudizio’ lo specismo, Singer dichiara che questo sia una stato di cose aprioristico: ovvero esistente ancora prima che venga attuata questa discriminazione. L’umano sarebbe portato, ancor prima di poter esprimere giudizio (pre – giudizio), a discriminare gli individui di altre specie. Nel secondo caso, lo specismo inteso come ‘ideologia’ giustificazionista, si caratterizza come evento aposteriori: visto lo stato in cui versano, a causa nostra, le vite degli animali non umani abbiamo sentito bisogno,  in modo ideologico, di creare delle giustificazioni che permettessero di non indignarsi dinnanzi questo stato di cose. Con Singer inizia una linea di pensiero volta a contrastare, attraverso argomentazioni morali, la liceità dello sfruttamento animale cercando di distruggere i presupposti di questo pregiudizio. Mentre con Nibert, anche riprendendo riflessioni di teoria politica pregresse come quelle di Adorno o Horkheimer, comincia uno studio del ruolo degli animali nelle società contemporanee, le interconnessioni tra altre forme di sfruttamento, una più vasta riforma della struttura politica attuale, ecc. Beh … Cominciamo da Singer, e compagnia morale.

2.2. Con la definizione di specismo data nel 1975 Peter Singer entra nella storia: perché grazie a lui gli animali entrano definitivamente nella filosofia. L’idea del filosofo australiano è in ideale continuità con la celebre domanda di Jeremy Bentham: «La domanda non è possono ragionare?, né possono parlare?, ma possono soffrire?». Utilizzando un particolare tipo di utilitarismo – detto ‘delle preferenze’ – Singer stabilisce, attraverso una mossa metaetica, che le azioni di un agente debbano tenere conto del dolore e del piacere che causano su se stesso e su tutti gli altri individui che sono interessati dall’azione in questione. Il centro di tutta l’etica diventa il dolore: dimostrando che tutti gli animali, umani e non, possono provare dolore il gioco è fatto. Vi ricordate quando nello paragrafo precedente si diceva che Singer era ‘vittima’ anch’esso del vizio (2) [la fallacia che individua in proprietà corporee delle qualità morali]? In realtà qui la cosa è più complessa, ma la logica è effettivamente la stessa. Piuttosto che salvare chi parla o pensa, Singer salva chi soffre. Posto che, a meno di devianze psicologiche, quelli che lui definisce individui coscienti (tutti gli animali) e autocoscienti (alcuni primati e gli umani), non hanno interesse a provare dolore mentre godono a provare piacere, dobbiamo individuare nel dolore il limite invalicabile delle azioni individuali e collettive. Ancora una volta: (a) non sembra evidente perché una qualità corporea e mentale (il dolore) debba essere elevato a categoria morale; (b) Singer continua a utilizzare l’umano a misura dell’etica dando, ad esempio, più valore alla sua capacità autocosciente di fare progetti per il futuro. Anche con Tom Regan, giusnaturalista come non se ne trovano più, assistiamo a una simile logica procedurale. Secondo il filosofo, omonimo di un ‘simpatico’ presidente U.S.A., solo gli esseri con valore intrinseco hanno diritti (il valore intrinseco è il valore di un soggetto indipendentemente dal valore in rapporto con altre persone: soggetto di una vita); per Regan, che diverge con Singer su questo punto, tutti i mammiferi mentalmente normali sopra l’anno d’età sono autocoscienti, e dunque soggetti di una vita, e hanno quindi diritti ancor prima che gli possano venire riconosciuti: se trattiamo un animale come un mezzo, sfruttandolo o uccidendolo, stiamo violando i suoi diritti. In questo caso assistiamo ad altri problemi: (a) non è chiaro lo status ontologico del concetto di ‘diritti’; (b) tutti quegli animali di cui non è evidente la vita mentale sarebbero privi di diritti; (c) esistono infiniti casi limite in cui cadrebbero le argomentazioni di Regan (si pensi, tra gli altri, al coma vegetativo che coinvolse il cosiddetto ‘caso Englaro’. Eluana aveva diritti? Era soggetto di una vita?). Inoltre, tanto per Singer che per Regan, rimane il problema di quello che definisco, in questa sede,  un ‘antispecismo antropocentrico’ [credo che la definizione di ‘prima generazione’ usata da altri autori sia poco pertinente, rimandando a una fase passata,  visto che esistono oggi numerosi filosofi che lavorano in questa direzione]: salviamo l’altro da noi, l’animale non umano, solo perché è simile a noi in qualcosa: dolore, diritti, ecc. De inde, rimane la logica dell’animal cognition seppure smorzata da un evidente, e genuino, interesse per l’etica animale. Inoltre il tentativo, nobile senza alcun dubbio, di fare del dolore (Singer) o di colui che prova dolore (Regan), il fondamento dell’etica è fallace già da David Hume in poi, ed è forse in George Moore che è evidente il problema della presunta normatività di concetti come quello di ‘bene’ che, o sono primitivi, oppure sono naturalizzabili. Fissare in una qualità fisica il principio della nostra metaetica ha il limite del ceteris paribu e, infatti, esistono centinaia di casi limite che impongono di infrangere questa norma generale (ad. Es. la classica tortura di uno per salvarne cento). Certo, l’utilitarismo singeriano calcola anche situazioni negative, ‘risolve’ alla meno peggio trolley problem, ecc. Ma questi problemi per l’approccio morale non sono isolati, e diventano insopportabile contorno a un problema più grande (secondo alcuni filosofi): la pretesa di analizzare la questione animale in modo isolato pensandola come un problema risolvibile a prescindere da altri problemi politici. Ultimo problema, per Singer ma non per Regan, visto che è lui a evidenziarlo nel 1985; se l’utilitarismo calcola il vantaggio solo sulla base della cessazione del dolore generale di un’azione, fin quando un numero necessario di persone non smetteranno di mangiare carne, allora non abbiamo alcun obbligo morale nello smettere di mangiar carne: probabilmente, il buon Derrida, tra un panino al salame e le lezioni dette “La Bestia e il Sovrano”, pensava proprio a questo. Qualche approccio radicalmente diverso (ma enormemente sottovalutato), tra i filosofi morali interessati all’animalità, tuttavia, esiste: ed è un approccio specista. Ne parleremo dopo, e capirete meglio perché. Il filosofo in questione, Tzachi Zamir che insegna in ‘terra santa’, è molto più che uno scioglilingua .

2.3. Che la questione animale abbia importanza politica lo dicono, innanzitutto e banalmente, i numeri della tragedia. Svariati miliardi di animali l’anno sorreggono, attraverso prodotti derivati dalla loro morte e sofferenza, l’architettura del sociale (si pensi alla famosa figura del grattacielo di Horkheimer, immortalata nei suo appunti tedeschi detti Crepuscolo). Se venissero a mancare, ex  abrupto, questi oggetti sociali avverrebbe, di conseguenza, uno sconvolgimento importante nella stessa società di cui questi oggetti fanno parte: contribuendo alla sua costituzione. Da questa convinzione muove un’analisi politica dello specismo, visto a partire da David Nibert come ideologico, e affrontato da altri anche attraverso strumenti di pensatori politici pregressi che vanno, dai Francofortesi Adorno e Marcuse, agli amanti delle omelette Deleuze, Derrida e Foucault. In questo caso, la consapevolezza che la questione animale sia da inquadrare entro una cornice più ampia, è fin troppo evidente. Alcuni problemi di Singer e Regan sembrano risolti: e vediamo perché dico ‘sembrano’. In un primo caso, mi si perdoni la prima esternazione (ed unica) personale dell’articolo, come diceva Alberto Abrasino, in questo modo di osservare i problemi c’è questo sapore di divertissement intellettuale che l’autore sintetizza, come segue, in La vita bassa: «si discorrera preferibilmente delle immersioni post-Adorno e para-Benjamin negli snobismi del Masscult, nelle critiche del Kitsch del Kitsch, nelle parità ideologiche fra giudizi letterari e sociologici, macché estetici». Ovvero, non riesce mai a capire quando il riferimento ad autori ‘classici’ sia necessario, e quando arbitrario e intellettualistico, e poco si comprende questa equivalenza forzata tra le varie discipline. I vantaggi dell’antispecismo politico, in soldoni, dovrebbero essere i seguenti: (a) la società opprime tanto gli uomini che gli animali; gli animali stanno peggio ma il meccanismo logico di oppressione è identico e dunque solo liberando gli animali liberi gli umani; (b) fine della ricerca dell’identico all’umano nell’animalità che solo se antropomorfizzata merita salvezza; (c) una critica più ampia alla società dei ‘diritti’ come mancante in sé e per sé delle condizioni che rendono possibile libertà e liberazione della vita (almeno da Marcuse in poi la libertà è liberazione); (d) la possibilità di schiacciare l’occhio ad altri movimenti di critica sociale, quali marxismo o anarchismo, per un percorso comune di ripensamento della società. Sostengo in questa sede, in modo del tutto inedito, che dei quattro vantaggi si salvi solo (c) mentre tutti gli altri o sono fallaci, oppure sono figli della stessa logica criptospecista di cui accusavamo Singer. Procediamo con l’argomentazione. Conseguenza di (a), nell’attuale dibattito politico – antispecista, è che la liberazione animale – in quanto più grande ovvero, tecnicamente, con un’estensione più ampia  – implichi la liberazione umana. Si badi bene che da (a) dipende ovviamente (d): se puoi liberare gli umani solo se liberi anche gli animali, allora anche i movimenti di liberazione umana devono aprirsi necessariamente all’antispecismo. Criticare (a), dunque, significa criticare (d) e in parte, ma su questo mi soffermerò nel corso dell’argomento, far collassare anche (b). Se è vero, dicono gli antispecisti di questa matrice filosofica, che il meccanismo di oppressione, nella questione animale, è lo stesso che nella oppressione umana (sfruttamento del lavoro, carceri, manicomi, e tutta quella serie di luoghi – e non luoghi – che Foucault avrebbe definito ‘dispositivi’) allora, visto che negli animali questo meccanismo trova la sua maggiore applicazione e il suo terreno principe, e che l’umano s’è creato in opposizione all’animalità respingendola con violenza per ‘darsi’ umanità,  proprio da qui deve passare l’inizio di una complessiva liberazione: ma questo è chiaramente falso. In questo caso si confonde, in modo abbastanza ingenuo a dire il vero, la struttura logica del meccanismo d’oppressione con il motivo attraverso cui il meccanismo viene applicato. Se è certamente vero che animali e umani sono sfruttati in modo logicamente simile [questa è la prima parte di (a)] non abbiamo nessuna evidenza, né argomenti di qualche tipo, per credere che la liberazione degli animali implichi (ovvero segua necessariamente) quella degli umani [la seconda parte di (a)]. Non abbiamo evidenze storiche, non abbiamo evidenze logiche che non permettano di immaginare mondi possibili in cui gli umani stanno benissimo sfruttando gli animali, e non abbiamo quindi nessuna prova del ragionamento che stiamo facendo: in filosofia questa si chiama opinione e, come direbbe Bertrand Russell, puoi pure tenerla per te. Attenzione: è anche possibile che, in questo specifico mondo, dunque in questo attuale stato di cose, liberare gli animali significhi liberare gli umani, ma non abbiamo nessuna certezza o evidenza. Anzi, potremmo pensare che liberare gli animali significhi la fine della sopravvivenza di un così alto numero di umani sul pianeta terra, costretti senza carne, spesso per molti unico cibo; a una medicina priva di sperimentazione e a una privazione di tutti i prodotti a costo zero (gli animali non chiedono stipendio) che derivano da morte e sfruttamento di chi non è umano. Se (a) vacilla, perché vacilla (e pure assai), vacilla anche (d): chi vuole salvare gli umani, nell’incertezza dell’inutilità della battaglia animalista o nella possibilità (remota) del raggiungimento dell’obiettivo opposto, non vorrebbe avere mai nulla a che spartire con gli antispecisti: anzi dovrebbe contrastarli o ignorarli. Inoltre, a questo punto, anche (b) – ovvero la fine della ricerca dell’identico all’umano nell’animalità – andrebbe a farsi friggere nella margarina. Se muoviamo in direzione della liberazione animale soltanto, o soprattutto, o anche, perché questa libera gli umani allora stiamo esattamente facendo il gioco di Singer: troviamo un nostro tornaconto nella questione. Il filosofo australiano cercava umanità negli animali per salvarli, ponendo l’uomo a misura dell’ethos; gli antispecisti politici cercando un vantaggio per l’umanità nella loro battaglia animalista per salvarsi, ponendo anch’essi il bipede implume al centro della teoria etica (questo vale, ovviamente, anche per teorie antispeciste/femministe come quelle di Carol Adams, ecc.). L’antispecismo politico, a oggi, è una frittata confusa e filosoficamente fragile. Certo, rimane (c): l’evidenza che la nostra società non è pronta ad accogliere la liberazione animale e che dunque, l’isolamento concettuale dell’antispecismo di Singer e Regan, risulta problematico. Anche la nostra idea di società deve cambiare, affinché gli animali possano essere liberati – ma questa è l’apologia del Signor Lapalisse a meno che, e stiamo per farlo, non discutiamo di un’idea (abbozzata abbastanza male, in realtà) di Tzachi Zamir, come si diceva alla fine del paragrafo precedente.

2.4. Tanto l’antispecismo politico, che quello morale, chiudono gli occhi di fronte a un’evidenza gigantesca: triste e meschina, ma in un modo così naturale che c’è poco da fare. Questa evidenza è chiamata dal Zamir, filosofo che sintetizza tutto nel suo recente  Ethics and Beast, ‘intuizione specista’. Secondo il pensatore, in buona sostanza, l’umano – come avviene in qualsiasi altra specie – tende ad avere un comportamento e una sensibilità maggiore nei confronti dei membri della propria specie tutelandoli, in modo istintivo, prima e in modo preferenziale rispetto a individui alloctoni. Very Well, direbbero antispecisti morali e politici: noi ci opponiamo proprio a questo! In realtà, nei due precedenti paragrafi, la mia argomentazione (ammesso che funzioni, e attenderò confutazioni) dimostra proprio che l’opposizione di entrambi è essa stessa specista: ovvero figlia di questa intuizione di salvaguardia dell’umano, da parte dell’umano, prima di tutto. Nuovi e poetici tentativi di fondare l’antispecismo su etiche della differenza, o dell’indistinzione tra individui, sono apprezzabili (si pensi all’argomentazione ‘zoografica’ di Calarco): ma inconsistenti. L’uomo è, per sua stessa natura, una macchina produttrice di ontologie dove, i simili – o presunti simili – come i membri della stessa specie, sono tutelati e privilegiati a tutto il resto nello stesso modo in cui, un padre famiglia, non sacrificherebbe mai un figlio per un estraneo. La specie Homo Sapiens è un’enorme famiglia: per un suo appartenente, diciamo a voler essere più cauti, per la maggior parte dei suo appartenenti, quelli che stanno in altre famiglie (altre specie), vengono dopo. È la natura, bellezza. Singer, Regan e altri filosofi morali urlano silenziosamente questa intuizione quando dicono che, per salvare e rispettare l’altro animale, questo deve avere qualcosa che lo riconduca alla nostra famiglia: la strategia expanding circle o, come dire, della famiglia allargata. I politici, ancora più esplicitamente, ci dicono che per salvare la nostra famiglia dobbiamo pensare anche alle altre altrimenti siamo fregati (sembra una lotta mafiosa, ma tant’è …). La conclusione di tutto questo è una e una sola: l’antispecismo, così per come lo conosciamo fino a oggi, non esiste perché è solo un tentativo moderatamente specista di salvare gli animali dalla natura umana. Ma forse non c’è nulla di male a essere specisti? E dunque? E dunque nel prossimo, e ultimo paragrafo, isolerò una proposta teorica di un terzo modo di darsi dell’antispecismo che, in modo molto umile, credo dovrà essere oggetto d’analisi per le future ricerche filosofiche e politiche.

3. Antispecismo come disobbedienza civile

3.1. Veniamo al dunque. Nel paragrafo precedente, mostrate le due principali strade dell’antispecismo contemporaneo, quella morale e quella politica, abbiamo proceduto a una confutazione delle rispettive argomentazioni generali. Se tutto gira come deve girare, arrivati a questo punto, l’antispecismo non esiste. Esistono due teorie (meglio due insiemi di teorie) anch’esse speciste che tentano, da diverse prospettive, di liberare gli animali perché (a) o salviamo anche gli uomini [politici] o (b) perché altrimenti dovremmo far soffrire un po’ tutti [morali] visto che siamo uguali sotto certi aspetti. In questo paragrafo, monito per ricerche future, cercherò di isolare principi e parametri di una nuova forma di antispecismo basato sulla nozione di disobbedienza civile.

3.2. Nel 1849 il filosofo Henry David Thoreau sigla la pietra miliare della disobbedienza civile. Un’azione di disobbedienza civile, apparentemente, e il contrario esatto di un’azione così come quest’entità teorica è intesa nel dibattito filosofico attuale. Senza addentrarci troppo nel tecnico, agire significa fare qualcosa con un obiettivo specifico – in modo intenzionale – e senza che la saturazione dello scopo avvenga attraverso agenti fortuiti, oltre che compatibilmente alle intenzioni di partenza. L’essenza dell’agire, chiarisce con una parola sola Hiedegger,  è Vollbringen: ovvero fare con un scopo cercando di agire sulla realtà aggiungendo una proprietà che questa prima non aveva. Bene, la disobbedienza civile, secondo Thoreau, è il rifuto di compiere un determinata azione – ad esempio pagare le tasse – perché lo scopo indiretto di quella azione (quello che viene chiamato ‘effetto fisarmonica’)  è fininaziare una determinata guerra che può esistere solo perché lo stato impone le tasse sui cittadini. Quindi il disubbidire sembrerebbe un atto negativo: il rifiuto di fare e dunque il non fare. Questo sarebbe vero se il non fare qualcosa non avesse effetti o obiettivi sperati. L’effetto del non pagare le tasse coincide, così capiì  a sue spese l’autore di Walden, con la galera e questo è un effetto che è causato da un’azione: la scelta di non fare qualcosa (pagare le imposte). Inoltre un atto di disobbedienza civile come quello che stiamo esaminando ha almeno due obiettivi, improabili, a cui si mira: il primo, realistico, è sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni di una scelta personale; il secondo, utopico, è impedire che la guerra finanziata si faccia sperando che il numero di disubbidienti superi una certa soglia. Dunque, al contrario di quanto sostenuto per ipotesi all’inizio del paragrafo, la disobbedienza civile è un’azione a tutti gli effetti. Nel paragrafo precedente abbiamo dato per scontato, volutamente, che qualsiasi forma di antispecismo imponga il vegetarismo come scelta obbligatoria: se credi che gli animali siano soggetti/oggetti morali come gli umani, visto non mangi gli umani anche a prescindere dalle imposizioni legislative, allora devi smettere di mangiare gli animali (una non azione apparente che è, invero, azione in senso proprio). In realtà, anche in questo caso, esistono delle differenze sottili tra visione politica e morale. La filosofia morale, attenta molto ai comportamenti individuali, dà peso decisivo alla questione del vegetarismo e molti degli scritti di Singer e teorici successivi hanno come finalità aggiunta, non troppo nascosta, l’imposizione razionale di una scelta alimentare cruelty – free. I pensatori politici, invece, convinti che il problema stia solo a monte del sistema di produzione, non pongono attenzione alle scelte alimentari del singolo perché, dicono, anch’egli e vittima del sistema capitalista e quindi ha colpe limitate. Forse ho sbagliato: non erano differenze sottili, ma sostanziali. Col passaggio dall’antispecismo morale a quello politico si perde l’ingenuità che vede nel singolo tutti i problemi, e questo è senz’altro vero, ma si acquista la vaghezza del “nessuno ha colpe ma ognuno è peccatore”. Mi pare ovvio che il sistema di produzione che porta la carne nei banconi sia colpevole molto più di quanto non lo sia l’operaio sottopagato che la compra, e che non basta mettere seitan al posto di carne nel banco frigo perché il sistema di produzione è esso stesso viziato da una logica d’oppressione e di specismo. Ma facciamo questo esperimento mentale. Nella Germania del Terzo Reich ha aperto un bel negozio di saponette: dicono siano le migliori di tutto lo stato. Si dà il caso che le suddette saponette siano fatte col grasso dei bambini ebrei appena bruciati nella non lontana Treblinka e che abbiano un profumo inebriante, ottime anche per lavare i capelli. I clienti del negozio, vittime del sistema dittatoriale nazista, sanno benissimo da dove vengono le saponette (come l’operario sa da dove viene la carne) ma continuano a servirsene perché l’attrazione che provano per il prodotto è irresistibile e le saponette vegetali costano davvero di più e sono meno buone (esattamente come accade al seitan rispetto alla carne). Ora vi rifaccio la domanda, antispecisti politici che siete in ascolto, i clienti del negozio erano colpevoli o no? Avremmo dovuto convincerli che non andavano comprate le saponette, oppure no? Prima che le nostre proposte fatte direttamente sotto caso di Hitler vengano ascoltate, abbiamo o no l’obbligo di bloccare l’azione dei fruitori del prodotto? Rispondere no a queste domande è imbarazzante, e risulta chiaro anche l’imbarazzo nei confronti di una teoria che non prova indignazione per i comportamenti violenti del singolo, oltre che per quelli del sistema; piuttosto che per pensatori che pronti a rivendicare la centralità della questione animale, o a perdersi nello sguardo di una gatta, continuavano a servirsi del sistema di morte animale che tanto denigravano. Un nuovo antispecismo deve avere la consapevolezza politica di un errore sistemico, ma la padronanza morale delle devianze del singolo su cui, se possiamo, dobbiamo immediatamente agire. E torniamo alla proposta dunque di questa nuova teoria che chiamo ‘antispecismo della disobbedienza’.

3.3. Il vegetarismo è legato a doppio filo con l’antispecismo: l’antispecismo lo implica (non succede tuttavia il contrario). Presa coscienza di quanto abbiamo argomentato fin qui la disobbedienza civile rimane l’unica strada percorribile tanto per l’antispecismo, che per il vegetarismo. Non abbiamo attuali mezzi per incidere sulla struttura sociale politica, né convincere uno a uno le persone cambierà questa stessa struttura: effetto soglia, lo chiamano. Inoltre, ed è chiaro per l’intuizione specista di cui abbiamo detto, le nostre lotte sono sempre viziate da un tornaconto umano di qualche genere che rende meno nobile gli assunti della nostra stessa rivendicazione. I seguenti punto, schematicamente isolati, si caratterizzando come fondamentali per un ‘terzo antispecismo’:

1.L’antispecismo è tale se e solo se rinunciamo a una parte della natura umana: salvare gli animali non umani è togliere alcuni privilegi (la maggior parte inutili, tuttavia) all’umano.

2. I comportamenti individuali sono fondamentali come gesto di disobbedienza civile alla Thoreau: lo sterminio animale non può continuare nel consenso e col contributo economico dei cittadini. Quindi bisogna violare apertamente la legge non pagando tasse che comportano violenza animale, ecc., accettando, se serve, la reclusione in carcere, le multe, e tutti gli altri problemi che questi gesti comportano;

3. L’antispecismo non può avere alleati politici che fanno dell’umano l’unico obiettivo di salvezza: come abbiamo argomentato,  le due lotte seppur unite da una struttura logica di sfruttamento, non hanno collegamenti necessari o evidenti che possano far pensare a un’implicazione delle rispettive liberazioni;

4. L’antispecismo, proprio per questi motivi, se è davvero ‘oltre la specie’ deve accettare solo argomenti diretti (interessati a salvare solo gli animali, e nient’altro che loro) per la comunicazione e la lotta animalista anche quando questi sono contrari all’intuizione specista: ovvero quando gli effetti potrebbero causare problemi alla società umana.

Per tutti questi motivi si potrebbe dire che l’antispecismo è impossibile, in quanto supererogatorio. Rimangono allora due strade: (a) darsi a uno dei due antispecismi – morale o politico – nella consapevolezza che in realtà andrebbero chiamati specismi moderati, e nei limiti filosofici che ho evidenziato; (b) sacrificare buona parte di ciò che ci rende umani ed essere realmente antispecisti: accettare la punizione dello stato, comprendere che la liberazione animale potrebbe essere la nostra fine, che l’ecologia attuale mal sopporterebbe questa liberazione, che la nostra è una lotta contro l’uomo e non per l’uomo e che, il volto di un maiale lacrimante prima della gogna, vale – da solo – più di tutti i sogni dell’umanità che conquista (distruggendoli) mari, monti e pianeti. Io, ovviamente, sono per (b).

Commenti
34 Commenti a “Il terzo antispecismo.
Stato dell’arte e proposta teorica”
  1. michele scrive:

    molto interessante. Ringrazio Caffo per la chiarezza delle sue conclusioni, per aver così nettamente spiegato che l’antispecismo non esclude, anzi mette in conto (e forse in qualche misura auspica) l’estinzione della specie umana. Meno chiare mi sembrano (ma forse è un mio limite) le sue premesse: in tutto il pezzo ripete che le proprietà morali non devono dipendere da proprietà corporee, ma la capacità di effettuare scelte morali, o definirle tali, non è forse una funzione della conformazione del cervello umano? Non lo è anche il solo provare orrore o empatia per il volto del maiale condotto alla gogna? Ma, ripeto, le conclusioni sono chiare e rispettabili: quanti borghesi, in fondo, si sono battuti per l’estinzione della borghesia? Personalmente esco dalla lettura un po’ più specista di prima, ma non credo sia una preoccupazione di caffo

  2. Angelo scrive:

    Un meraviglioso manifesto dello specismo

  3. Rita scrive:

    b!!!

    Grazie, Leonardo!

  4. eos scrive:

    Salve,
    Rinnovo i miei complimenti ai moderatori e fa’ piacere che si cerchi di tornare sulla retta via pubblicando questo ulteriore articolo nel merito creando una sorta di utile contraddittorio, se così lo si può definire.
    Ora, definendomi specista, più per logica che per ideologia, mi auguro di non intaccare la fragilità di nessuno…
    Certo, fa’ piacere vedere nei commenti un’ antispecista che ringrazia l’autore per un articolo che si conclude con la negazione stessa del concetto di antispecismo!
    Sono d’accordo con Caffo quando asserisce che discutere sugli animali in senso generico sia come duellare ferocemente con la nebbia, proprio perché a mio parere, logica vuole, la differenziazione in specie abbia regione d’essere.
    Mi chiedo però per quale ragione si continui a negare “la specie” in senso stretto.
    E perché se “risulta quasi idiota affermare che gli animali siano dotati di qualità straordinarie (cosa che non metto in dubbio)” subito dopo ci sia la necessità di elencarne alcune, chiedendosi “perché dovrebbero essere moralmente più rilevanti” quelle umane? La risposta a questa domanda a me risulta chiara…gli animali non hanno in dote la “morale” come la intendiamo noi esseri umani,ma sono dotati di puro istinto…questo forse avremo da invidiare loro, visto che il nostro, alle volte ci appare, ma non sempre decreta le nostre scelte!!
    Poi mi chiedevo…se per un’ antispecista sfegatato come Reagan “tutti i mammiferi mentalmente normali sopra l’anno d’età sono autocoscienti e dunque soggetti di una vita e hanno diritti”…potremo darci insieme alla pazza gioia di fronte a un maialino da latte cucinato alla sarda o ad un agnellino allo scottadito?
    Ma dov’è la coerenza? Continuo a chiedermi…
    Vorrei anche ringraziare Caffo per la distinzione delucidante sulle “diverse specie” di anti-specisti esistenti…mi ha fatto “specie” in particolare la specie degli antispecisti politici, ossia coloro che nella loro battaglia animalista trovano un pretesto per salvarsi…perché è proprio questo il punto, sfido chiunque a trovare un antispecista che non usi il suo credo per appagare il proprio ego o le sue evidenti mancanze di relazione civile con gli esseri umani per giustificare il proprio “sconfinato amore” per gli animali, sentimento estremo di cui l’animale non necessita di certo.
    Si, sono una specista….ma l’ho scoperto da poco, non credevo ci fosse bisogno di esserne convinta.
    Aurora

  5. Marco Maurizi scrive:

    Articolo interessante ma erroneo sotto molti aspetti. Questa la mia risposta puntuale:

    http://marcomaurizi.blogspot.it/2012/03/tre-passi-avanti-e-due-indietro-una.html

  6. De Spin scrive:

    Possibile che per dire che sfruttare e far del male agli animali è una cosa schifosa e ignobile, ci sia bisogno di così tante difficili parole?

    Di quale malattia soffre questa umanità, se occorrono concetti filosofici (per me che sono ignorante benchè laureato, assolutamente astrusi) per dimostrare che un omicidio è un omicidio, una strage una strage, un abuso un abuso?

    Naturalmente ringrazio tutti, da Caffo a Maurizi a Munusumanus. Ma non sarebbe sufficiente guardarli negli occhi, gli animali, e vedere la loro bellezza? E provare rispetto ed ammirazione?

  7. Marco Maurizi scrive:

    De Spin,
    la filosofia nasce dalla meraviglia, dicevano gli antichi greci. Nel nostro caso nasce dalla sorpresa che, pur essendo per noi (come per te) così intuitivo e ovvio che uccidere è sbagliato, viviamo in un mondo che da millenni lo fa. E ci chiediamo il perché e vogliamo capire come cambiarlo…

  8. De Spin scrive:

    Ciao Marco

    ribadisco la mia ammirazione per il tuo e vostro lavoro. Il mio grido di dolore è ovviamente rivolto a chi si barrica dietro a concetti intellettuali per giustificare l’ingiustificabile.

    Un saluto!

  9. donatella nardi scrive:

    Non so se lo è per gli altri, ma questa per me è la base dell’antispecismo. La collaborazione interspecie è la regola fondamentale per la sopravvivenza, sia per gli umani (che però l’hanno ristretta a regola valida all’interno della propria razza, popolo , tipo di ricchezza), sia per la maggioranza degli esseri viventi ( cito solo, tra tanti studi conosciuti, quelli di jane goodall su primati “evoluti”, ma è la regola fondamentale anche in esseri “non evoluti” i quali non si cibano della propria specie). In un mondo che l’uomo ha reso globale la collaborazione non può più essere aldilà della specie. L’umano è la specie che ha avuto il sopravvento nell’ambiente terra ed è la specie umana che quindi dovrà contrastare l’entropia se inverte tendenza e se questa inversione è ancora possibile . Non esiste salvezza, se non temporanea, se la specie umana non evolve verso un sistema politico, e comportamenti individuali , che abbia come principio basilare una struttura collaborativa, la salvezza dell’ambiente è in direzione opposta dalla riduzione a merce degli esseri viventi, in direzione opposta dell’inquinamento e della distruzione dell’ambiente e della biodiversità ( si sa che la sopravvivenza umana è collegata all’esistenza della biodiversità ), in direzione opposta ad una cultura della carne e del consumo imposta anche culturalmente da quella piccola parte di ricchi 5% che detiene quasi il 50% della ricchezza mondiale, gli altri esseri viventi che sono qui con noi sono da vedere come compagni di strada uguali a noi e con uguali diritti di esplicare la propria esistenza per il semplice fatto che condividono lo stesso ambiente globale.

  10. munusumanus scrive:

    <>

    Leonardo, correggeresti le interpretazioni indebite del tuo ragionamento? :-)

  11. munusumanus scrive:

    Oops, avevo citato un delucidante passaggio di Aurora, quello in cui dice:

    Vorrei anche ringraziare Caffo per la distinzione delucidante sulle “diverse specie” di anti-specisti esistenti…mi ha fatto “specie” in particolare la specie degli antispecisti politici, ossia coloro che nella loro battaglia animalista trovano un pretesto per salvarsi…perché è proprio questo il punto, sfido chiunque a trovare un antispecista che non usi il suo credo per appagare il proprio ego o le sue evidenti mancanze di relazione civile con gli esseri umani per giustificare il proprio “sconfinato amore” per gli animali, sentimento estremo di cui l’animale non necessita di certo.

  12. Serena scrive:

    è davvero incredibile come, non appena si parli di antispecismo , tutti si improvvisino antropologi/ psicanalisti. Non credo sia necessario provare uno “sconfinato amore” per gli animali per auspicare vengano trattati come gli esseri sensibili che sono. Io, ad esempio, non amo sconfinatamente l’amica Aurora che, avendomi insultata gratuitamente, mi risulta anzi piuttosto antipatica: non le torcerei un capello (e nemmeno la sdraierei sul lettino blaterando di madri cattive).

  13. eos scrive:

    Cara Serena,
    vorrei farti notare che questi ultimi commenti sono la cosa più lontana ci sia dall’ “appena si parli di antispecismo” anzi, quest’articolo di Caffo nemmeno sarebbe stato necessario se non ci fossero state accese discussioni nei precedenti articoli.
    Lungi da me, improvvisarmi antropologa o psicanalista vista la mia leggera diffidenza per entrambe le categorie…con le dovute eccezioni ovviamente.
    Credo tu abbia frainteso le mie parole, cosa normale nei contatti indiretti, lo “sconfinato amore” a cui mi riferivo era relativo all’eccesso d’attenzione verso i propri animali da compagnia cosa che alcuni antispecisti, Rita su tutti, hanno ampiamente dimostrato nei commenti agli altri articoli.
    Rispettarli semplicemente come animali potrebbe essere sufficiente a mio parere.
    Viene da chiedersi cosa ti abbia offeso di più, se l’essere catalogata come antispecista politica o come persona con evidenti mancanze di relazione civile con gli esseri umani. Sarebbe bello trovare qualcuno che avvalli le teorie di Reagan…così tanto per chiarire chi siano i vostri predecessori.
    Devo dire continua ad essere evidente la mancanza di coerenza di questo “credo” che definire utopistico è poco….da homo sapiens farò a meno del tuo sconfinato amore (tra l’altro assolutamente non richiesto) e cercherò di farmene una ragione….
    mi è bastato poco, già me la sono fatta…
    Le tue citazioni, munusumanus mi riempiono d’orgoglio:)
    Aurora

  14. Rita scrive:

    @ Aurora

    Devo averti colpita proprio tanto, eh? Non perdi occasione per tirarmi in ballo…

    Inoltre mi sembra tu abbia travisato molte delle nostre parole, comprese le mie: io non ho mai asserito di amare eccessivamente gli animali (mostrami dove lo avrei fatto), bensì di volerli rispettare come ritengo sia giusto rispettare qualsiasi essere vivente.
    Mi domando inoltre dove si dovrebbe porre un metaforico confine tra “amore” ed “eccesso d’amore”.
    Il fatto che io non mangi gli animali non lascia intravedere nessun amore eccessivo, soltanto una forma di amore e rispetto coerente con quanto espresso a parole.
    Ci sono tantissime persone che asseriscono di amare gli animali, ma poi li mangiano. Ecco, questo per me non è amore.
    Al contrario io asserisco di amarli e rispettarli e non li mangio. Non sono eccessiva, né estremista, solo coerente.
    Cosa intendi per “eccesso d’attenzione”? Cioè, scusa, se uno dei gatti che ospito si dovesse ammalare non dovrei portarlo dal veterinario?
    Se incontro un animale ferito per strada dovrei voltarmi dall’altra parte?
    E del resto nemmeno mi si può dire che ami solo gli animali, visto che sono solita riservare lo stesso rispetto e cura anche agli esseri umani.

    Ti assicuro che io non ho alcun problema di tipo relazionale con gli umani, anzi, godo di una ricca vita sociale, né sono diventata vegana per appagare il mio ego; vedi, è esattamente il contrario: se c’è qualcuno che appaga il proprio ego è colui che continua a mangiare gli animali per soddisfare il suo egoistico palato, fregandosene della sofferenza inflitta ad altri esseri viventi.

    Comunque Aurora, preso atto di inconciliabili divergenze tra il tuo pensiero e quello degli antispecisti e preso altresì atto del fatto che nessuno cambierà le proprie idee in proposito, non capisco perché tu continui a volerci offendere facendoci apparire come ridicoli estremisti o altro.
    Voglio dire… è uno spreco di tempo e di energie, no?

    Tu sembri averla presa sul personale, laddove noi invece difendiamo soltanto un’idea. Questo è ciò che ti sfugge, essenzialmente.

    Rassegnati, noi continueremo ad andare avanti per la nostra strada, convinti delle nostre idee, pure se tu ogni giorno dovessi scrivere a caratteri cubitali che siamo estremisti, ridicoli, matti ecc.; anzi, vuoi sapere una cosa? Queste offese, rivolte a noi da te, ci riempiono anche un po’ d’orgoglio. 😀

  15. eos scrive:

    @Rita
    Proprio mi chiedevo dove fossi finita..!!?Sei il primo pensiero della mattina e l’ultimo prima di addormentarmi…….:)
    Chissa’ se questo sia sconfinato amore..?Perchè ho notato che ora ti diletti anche sul significato dell’amore… tempo fa’ ti scrissi di fare più attenzione a quello che scrivi per capire dove rilasci le tue perle di saggezza…rimango sempre più basita… visto che adesso fai la santarellina che si offende, quando se ben ti ricordi sei stata tu a cominciare dandomi della troll, giusto qualche articolo fa’..e poi sarei io ad averla presa sul personale..!?
    Ma fammi il piacere….
    Nessuna necessità di rassegnazione da parte mia visto che sinceramente poco importa di far cambiare opinione agli altri, soprattutto a persone con cui avrei serie difficoltà a condividere una tavola imbandita…e non certo per colpa mia.
    Lo spreco di energie sarebbe anche un concetto sensato, ma se c’è un motivo per cui seguo con frequenza questo blog e non solo questi articoli ovviamente è perché ci guadagno qualcosa in termini di conoscenza, un esempio calzante è proprio l’antispecismo ad esempio..cosa che ignoravo fino a poco tempo fa’…
    Difendete le vostre idee!!!Altro non chiedo da un po’ di commenti a questa parte….spiegate chi sono i vostri predecessori, perché se ci regge sul pensiero di Reagan, sarebbe ora di considerare altre convinzioni per diventare finalmente coerenti, visto che la coerenza spesso torna nelle tue parole assieme al suo opposto.
    Hasta siempre
    Aurora

  16. Rita scrive:

    @ aurora

    Possibile che dopo così tanti giorni di assidua lettura dei nostri commenti tu non abbia ancora imparato a scrivere in maniera corretta il nome di Tom Regan? 😀

    Continuo a notare che mi segui anche altrove, non solo qui su Minima et Moralia. Scommetto che sei una lettrice assidua del mio blog. Bene, mi fa piacere, visto mai tu possa imparare qualche cosa!

    Uno dei primi antispecisti è stato Lev Tolstoj, ad asempio. Lo conosci Aurora? O ti diletti solo di tavole imbandite?
    Ti posso consigliare un paio di suoi saggi, se vuoi.

    Adieu

  17. eos scrive:

    @Rita
    Sei passata direttamente da un sedicente amore alle manie di persecuzione?
    E adesso fai anche l’insegnante di lettere?
    Non seguirei veramente nessun consiglio da parte tua e comunque di tavole imbandite mi diletto e come, dovrebbe essere il primo dei veti per un corretto autosostentamento e per rispettare se stessi.
    La cosa veramente più divertente in tutto ciò….ah!!Perdonami se rido….è che consigliare libri è stato il mio lavoro per anni….a momenti cado dalla sedia…!
    Rita lasciatela dire la verità ogni tanto, l’unica e sola da parte mia…sei incommentabile.
    Aveva proprio ragione Nucci a consigliare di lasciarvi perdere….
    Aurora

  18. Rita scrive:

    @ aurora

    Sono incommentabile… eppure non fai altro che commentarmi e tirarmi in ballo ogni volta, addirittura andando a leggere miei commenti in giro per il web.

    Cara dispensatrice di verità assolute, avresti fatto meglio a seguire l’unica cosa sensata che abbia scritto Nucci, ossia quella di lasciarci perdere, già da un pezzo.

  19. Serena Contardi scrive:

    Non trovo nulla di offensivo né nell’essere categorizzata come antispecista politica, né nel venire additata come persona con evidenti mancanze di relazione civile con altri esseri umani: primo perché ritengo ridicolo trarre conclusioni tanto dure sull’antispecismo dopo aver letto un paio di articoli sul blog Minima et Moralia, secondo perché credo gli argomenti sostenuti ad esempio da Singer (contestabili ma infinitamente più forti di quelli di Savater) non abbiano nulla a che vedere con la mia vita privata e se a questa si deve fare ricorso per combatterli, be’, direi che l’ideologia specista è alla frutta.
    Intrattengo soddisfacenti rapporti di varia natura con esemplari di homo sapiens, per la maggior parte onnivori, ma ciò non mi impedisce di concordare con alcune delle tesi espresse in Animal Liberation. La cosa divertente è che, quando lo scrisse, Singer animali nemmeno ne aveva. Quell”amore sconfinato” che attribuisci erroneamente agli antispecisti, è proprio degli zoofili, molti dei quali mangiano prosciutto.

    Dall’introduzione di Liberatione Animale:

    «Avevo da poco cominciato a lavorare a questo libro quando mia moglie ed io fummo invitati a prendere il tè – a quel tempo vivevamo in Inghilterra – da una signora che aveva sentito dire che avevo in mente di scrivere qualcosa sugli animali. Anche lei era molto interessata agli animali, disse, e aggiunse che una sua amica aveva già scritto un libro sull’argomento ed era tanto ansiosa di conoscerci. Quando arrivammo, l’amica della nostra ospite era già là, ed effettivamente era ansiosa di parlare di animali. “Io li amo tanto” cominciò. “Ho un cane e due gatti e, sapete, vanno d’accordo a meraviglia. Conoscete la signora Scott? Gestisce un piccolo ospedale per animali da compagnia…” e continuò su questo tono. Nel frattempo venne servito il rinfresco. Fece una pausa, prese un panino al prosciutto, e quindi ci chiese che animali avessimo in casa.
    Le dicemmo che noi non avevamo animali. Sembrò un po’ sorpresa, e diede un morso al sandwich. La nostra ospite, che aveva finito di servire i panini, si unì a noi e raccolse la conversazione: “Ma lei è interessato agli animali, non è vero, Mr. Singer?”»

    Leggilo, ti piacerà 😉

  20. Rita scrive:

    “Quell”amore sconfinato” che attribuisci erroneamente agli antispecisti, è proprio degli zoofili, molti dei quali mangiano prosciutto. ”

    Esatto!
    Conosco tantissime persone che veramente riversano tutto l’amore possibile sul proprio cane o gatto, salvo poi continuare a mangiare bistecche e salsicce, e queste persone sono l’evidente dimostrazione dello SPECISMO.

    Non mi sembra che nessun antispecista qui abbia parlato di animali da compagnia, ma di tutti gli animali.
    Abbiamo replicato all’intervista a Savater in cui difendeva la corrida, e quindi abbiamo difeso il toro (che non mi sembra sia proprio un animale da compagnia), abbiamo parlato dell’alimentazione vegetariana e vegana (e non mi sembra che c’entri molto l’animale da compagnia), Caffo ha scritto un bell’articolo in cui riassume tutto il pensiero antispecista fino ad oggi, portando una terza via, e non mi pare si faccia particolarmente o singolarmente accenno agli animali da compagnia, né mi pare si sia mai parlato di amore sconfinato, bensì di rispetto.

    L’unico ad aver tirato in ballo gli animali da compagnia è stato Ronda nel suo articolo, quando per ridicolizzarci ha portato l’esempio dei cagnetti con il cappottino…
    Noi abbiamo parlato di rispetto per gli animali, tutti, di liberazione animale, di diritti degli animali…

    Quindi, evidentemente la signorina Aurora l’amore sconfinato per gli animali da compagnia deve averlo letto da qualche altra parte.

  21. eos scrive:

    @Rita
    Incommentabile e senza vergogna o senza memoria e basta? A te la scelta…

    @Cara Serena,
    Ti ringrazio per il libro che mi consigli, se avrò modo ne approfitterò….
    E’ proprio questo il punto….la maggior parte degli specisti, non ritiene di esserlo per motivi ideologici, ma per lo più per motivi storici, evoluzionistici, antropologici..eccetera…eccetera.
    Dubito seriamente che sia lo specismo ad essere alla frutta, anzi sono convinta che mai assisteremo al fiorire dell’anti-specismo, visti i suoi boccioli rachitici…
    Ti assicuro che le conclusioni tanto dure a cui ti riferisci, oltre a non essere del tutto farina del mio sacco, nascono da alcuni commenti assurdi….anzi, veramente quasi da denuncia….di alcuni anti-specisti…in particolare un tizio, a mio parere da ricovero coatto di cui per fortuna ho scordato il nome che asseriva cose del tipo : “odio i vecchi che hanno passato la loro inutile vita a mangiare carne” ….stesso tizio ampiamente compreso dalla suddetta incommentabile Rita….
    Questi erano i termini delle precedenti discussioni…
    Non so se ci si rende conto….
    Spero di trovare in te, una commentatrice diversa, che possa magari porre linfe più vitali alla discussione….
    Hasta luego
    Aurora

  22. Serena Contardi scrive:

    Ciao Aurora, mi fa piacere che riusciamo a discutere con un po’ di compostezza, qualità rara nelle comunità virtuali. Fai pace anche con Rita, dai.

    Non ho affermato che lo specismo sia alla frutta: l’ideologia specista lo è. L’uomo ha la strana tendenza a giustificare tutto ciò che fa; nelle parole di Daniel Dennett, la nostra tattica fondamentale di autoconservazione è raccontare storie, fabbricare e controllare storie che narriamo a noi stessi e agli altri su chi siamo. A mio parere, i “racconti” di Savater, di fronte a quelli di Singer (ma anche e soprattutto di fronte a quelle di biologi ed etologi, che ci mostrano ogni giorno di più quanto il confine che abbiamo fissato tra l’uomo e gli altri animali sia traballante: Dawkins, il maggior biologo neo-darwiniano vivente, apprezza le tesi antispeciste) dovrebbero trovare motivo di vergognarsi di se stessi. Sono messi lì per giustificare a posteriori qualcosa che Savater stesso si rifiuta categoricamente di mettere in discussione e dunque hanno la consistenza che si meritano: quella di un’apologia autoreferenziale e scomposta che fa del sarcasmo nei confronti dei sostenitori dei diritti animali un argomento, il principale.
    La maggior parte della gente si comporta in un certo modo – è specista – seguendo il racconto che di ‘sti tempi va per la maggiore. La pratica (specismo) è consolidata ma il racconto (l’ideologia), in sé, fa acqua da tutte le parti. Qualcuno inizia ad accorgersene.
    A presto

  23. Rita scrive:

    @ aurora

    Incommentabile, senza vergogna e con poca memoria. Tutte e tre.

    Che sia incommentabile però lo sostieni tu, ed anche contraddicendoti visto che… continui a commentarmi, seppure denigrandomi; senza vergogna sì, e di cosa, di grazia, dovrei vergognarmi, di essere antispecista o di difendere ad oltranza la lotta contro lo sfruttamento degli animali? Non mi vergogno.

    Senza memoria perché? Quando parlo di amore per gli animali non intendo l’atteggiamento zoofilo (giustamente distinto da Serena come cosa diversa dall’antispecismo), ma amore nel senso ampio di rispetto, di ammirazione per le diverse specie.
    Poi certo, nei vari commenti, rispondendo anche a domande o discorsi fatti da altri, ho parlato anche dei “miei” animali da compagnia, ma non sono mai entrata nella discussione asserendo di voler difendere solo loro. Anzi, difendo i tori, i maiali, le mucche, tutti.

    In quanto al tizio che definisci da ricovero, lo difendo a vario titolo: prima cosa è un’ottima persona, secondo poi quelle frasi sui vecchi che sono state estrapolate tendenziosamente da un suo post, facevano appunto parte di un post in cui ha usato l’artificio retorico dell’iperbole per meglio esprimere il suo dolore e la sua rabbia contro chi partecipa dello sfruttamento degli animali. Ha anche spiegato però (e qui chi dimostra di avere poca memoria sei tu, cara Aurora) che con quei vecchi ci lavora, nel senso che li assiste a domicilio e li tratta con rispetto e profondo senso del dovere, tanto che da loro è a sua volta apprezzato e stimato.
    A volte si usano parole forte, dure, scomode, è vero. Ma devi capire che sono sempre sprigionate dalla rabbia che nasce dalla constatazione delle terribili condizioni in cui vengono fatti vivere gli animali.

    E, ora, per favore? La smetti di tirarmi in ballo ogni volta? Hai ampliamente dimostrato il tuo disprezzo nei miei confronti, ne prendo atto. Ribadirlo una volta ancora, credi, fa più male a te che a me.

    Un saluto, senza rancore.

  24. Un po’ in ritardo, ma mi era sfuggito: bravissimo Caffo.

  25. simona scrive:

    secondo me ciò che porta l’uomo alla prevaricazione e allo sfruttamento è la stessa unica spinta, che sia rivolta ad altri esseri umani o ad altri animali. Perciò se si riuscirà mai a superare questo, lo si supererà per gli uni e per gli altri, oppure non lo si supererà affatto, in quanto non sono altro che due facce dello stesso problema. A parte questo, io penso che ogni essere vivente dovrebbe avere uguale diritto, alla vita, e ad una vita libera, per quanto possibile in questo mondo eccessivamente antropizzato e addomesticato. Soprattutto trovo sbagliato considerare altri esseri viventi più o meno degni a seconda della somiglianza a noi, o a seconda di quello che noi pensiamo di capire di loro. Il nostro sguardo è uno sguardo limitato, studiamo scientificamente le cose paragonandole a noi e a ciò che già conosciamo, senza poter immaginare quello che non conosciamo perché troppo distante. Chissà quanto si nasconde dentro ad un insetto che non potremo mai sospettare.
    Ogni specie è diversa, ogni animale (uomo compreso) è diverso. Il punto è che siamo l’unica specie ad avere questa spinta così eccessiva, e aggressiva che ci ha portati a “possedere” il mondo. E non si tratta solo di essere più protettivi nei confronti di membri della nostra stessa specie, o famiglia. Questa spinta ce l’hanno anche altri animali, ma nessuno, nessuno mai è arrivato a tanto. E questo non è affatto affermare la nostra superiorità, perché per quanto mi riguarda non lo è affatto. Ad ogni modo è una diversità che ci ha reso dominanti, purtroppo. Per tornare ad un punto di equilibrio quindi, tocca a noi fare qualcosa. Ed evidentemente vorrà dire fare qualche passo indietro. Occorre perdere dei privilegi, di cui non abbiamo il diritto, delle “certezze”, anche. Da sempre la spinta della paura ci ha mossi in modo spropositato, creando un passo dopo l’altro un mostro esageratamente grande e organizzato, che sembra quasi impossibile oramai smontare.. Quello che occorre fare è semplicemente assecondare un senso di giustizia. Perdere o rinunciare a qualcosa di inutile nella speranza di recuperare qualcosa di molto più sottilmente importante, che la nostra specie ha oramai perso. Recuperare il sentirsi parte del tutto, senza per questo perdere l’individualità; recuperare l’istinto, che non è affatto un’assenza di coscienza di sè. Tutto questo convive negli altri animali così come nell’animale uomo. Perché non siamo “cosa a parte”.
    Che poi sia la società il mostro, questo non vuol dire che l’individuo non debba agire secondo la sua utopia.
    Probabilmente è ingenuo pensare che così si salva il mondo, ma penso in ogni caso che il meccanismo non possa funzionare se chi dal basso lo fa girare, smette lentamente di farlo. Lentamente, perché sarà una piccola parte che si opporrà, ma credo che questa piccola parte stia lentamente crescendo. Un enorme grazie a Leonardo Caffo (e Marco Maurizi).

  26. Paolo Zapparoli scrive:

    Ho letto con interesse tutte le posizioni espresse in questo blog, e devo dire che quella con cui concordo di più è quella espressa dalla Nardi. Invito comunque tutti a leggere il mio libro “Il mammifero anarchico. Etica ed erotica dell’uomo liberato” in cui c’è un capitolo dedicato al superamento della contrapposizione tra antispecisti e specisti in favore di una terza via che io chiamo “intraspecismo”. Grazie per l’attenzione e per lo stimolante dibattito.

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  1. […] intitolato Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, pubblicato sul blog “minima et moralia”. Leggere Caffo è sempre una ventata di novità, si percepisce una ricerca – spesso quasi […]

  2. […] mio articolo su Minima & Moralia, in cui propongo – provocatoriamente – un “terzo antispecimo”, sta […]

  3. […] ha mai saputo nulla e nulla sa. L’antispecismo politico se è mai nato, è nato morto (e dunque Leonardo Caffo può risparmiarsi la fatica di […]

  4. […] cui si vanta l’antispecismo nostrano – da me proposte su Minima & Moralia sotto il nome di “terzo antispecismo”. Tuttavia, come ha mostrato il mio dialogo con Marco Maurizi – che credo essere punto fermo delle […]

  5. […] «speciste»), seguita dal primo abbozzo di una nuova filosofia. Ecco come chiosa lo scritto Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, poi ripubblicato in forma quasi identica ne Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un […]

  6. […] «speciste»), seguita dal primo abbozzo di una nuova filosofia. Ecco come chiosa lo scritto Il terzo antispecismo. Stato dell’arte e proposta teorica, poi ripubblicato in forma quasi identica ne Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un […]



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