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Il tic della prole

Fabio Viola mette a confronto «L’inumano» di Massimiliano Parente (Mondadori) e «Il bambino indaco» di Marco Franzoso (Einaudi).

di Fabio Viola

Massimiliano Parente è un omonimo del protagonista dei suoi romanzi. I due fanno anche lo stesso lavoro – sono entrambi scrittori – con la differenza che il primo è meno famoso del secondo. L’autofiction non è una novità, di scrittori che diventano personaggi ce ne sono a bizzeffe, ma Parente suggerisce che il suo sia un processo inverso, ovvero che sia il personaggio a determinare il Parente scrittore. Nel nuovo libro, L’inumano (Mondadori), il protagonista – appunto, Massimiliano Parente, autore degli stessi libri del Parente scrittore – su pressioni della sua editrice vuole partecipare al premio Strenna, e pur detestando l’intera baracconata si presta a svendersi presso i giurati, una serie poderosa di nobili decrepiti e allupati, ai quali cede il suo corpo e ciò che resta della sua dignità. Allo stesso tempo un omonimo del protagonista omonimo di Parente è prigioniero di qualcuno o qualcosa, e in un contesto temporale (in)determinato dal rapido succedersi di ere zoo-geologiche, viene torturato, seviziato, violentato, eccetera.

Nel romanzo la confusione dei piani narrativi è voluta e in ultima analisi non è nemmeno tanto confusa, tutto sommato esiste una sorta di progressione reciproca dei livelli che porta a una confluenza impossibile sul finale, e difatti ciò che rende questo libro tanto interessante non ha a che fare con “l’espediente narrativo” – chiamiamolo così – del caos finzione vs. realtà, anche perché è lo stesso Parente a dichiarare che la realtà è solo quella letteraria, tutto il resto è finzione. È invece l’apparato sentimentale, valoriale, tutto il portato nichilista di un approccio scientifico alla vita in toto ad aprire sbocchi interessanti a una critica dell’amore e dell’umanità.

Il Parente Inumano ha una figlia, così come quello del precedente romanzo Contronatura, e se in quest’ultimo la bambina era oggetto di odio e sevizie da parte del padre (e quindi di una specie di amore logico), ne L’inumano è oggetto di indifferenza, al limite di disagio:

“- La mamma dice che non mi volevi. Non volevi farmi nascere. Volevi farla abortire, dice. Ma io penso che lo dice perché è arrabbiata con te.

– No, è la verità.

– Non mi volevi?

– Non volevo figli, tu non c’entri.

Il problema dei bambini sono le domande, le domande che rivolgono agli adulti per ottenere risposte. Io ne sono annientato ma gli altri adulti ci vanno a nozze, per questo si sposano, non aspettano altro, farsi fare delle domande così elementari da convincersi delle risposte cretine che danno.

[…]

– Quindi non mi vuoi bene?

– Sì che ti voglio bene, cosa c’entra.”

Nell’ottica puramente evoluzionistica del romanzo, in cui la vita non è che un accidente inconoscibile e inarrestabile, pura crudele biologia che blandisce con l’illusione romantico-neurologica di un senso o quantomeno di un futuro infinito attraverso la procreazione, sono proprio i rapporti tra gli esseri umani a venire ridimensionati. Tra innamorati, amici, e quindi anche tra genitori e figli, in cui i primi non sanno spiegare ai secondi cosa significhi niente, compreso ciò che li lega a loro. Ne L’inumano Parente (lo scrittore “reale”) prova una sintesi delle istanze proposte nel più corposo Contronatura e porta il suo discorso sulla vita – l’unico possibile, come in ogni romanzo che si rispetti – alle estreme conseguenze: non la morte ma il nulla fuori dalla letteratura. E quindi il Parente padre del romanzo non prova niente per la figlia perché non riesce a giustificare i sentimenti che ha per lei scientificamente, o meglio proprio perché riesce a considerarli solo scientificamente, e non ha pertanto interesse a vederla, a parlarci, un desiderio verso di lei che esuli dai tic della genitorialità. In questo, L’inumano rappresenta un tentativo coraggioso di razionalizzare la disperazione, di porla su un piano immanente e non momentaneo, di sfuggire insomma al riflesso pavloviano dello “sto male ma passerà” traducendolo in “sto male perché passerà”, cambiando anche i soggetti del postulato (l’io individuale diventa collettivo, il dolore diventa la vita stessa).

Dopo la lettura de L’inumano, che per inciso e a causa della pessima fama del suo autore sta avendo una visibilità relativa, è almeno difficile confrontarsi con l’idea di paternità e famiglia proposta invece nell’acclamato romanzo di Marco Franzoso Il bambino indaco (Einaudi).

Molto in breve: un uomo solitario e annoiato si innamora di una ragazza segnalatagli da un’amica, e con lei vive un piccolo idillio di corteggiamento e frequentazione (descritto alquanto poveramente), finché non si sposano, lei rimane incinta e di colpo non diventa pazza, ossessionata da una spiritualità più grottesca e confusa della stessa spiritualità contemporanea e da un’infinità di paranoie su polveri sottili e prodotti naturali che ricordano, in peggio, il malessere di Julianne Moore nel bellissimo film Safe di Todd Haynes.

Il padre del romanzo di Franzoso è un inetto, schiavo degli eventi e vittima di tutti gli automatismi genitoriali che Parente sventra. Il protagonista de Il bambino indaco corteggia, si sposa, fa un figlio che poi guarda e ama perché così si fa, o così gli viene da fare automaticamente, e forse è nell’assoluta incrollabilità dei suoi valori addirittura più ateo di Parente, pur non sapendolo, perché nelle sue azioni non c’è alcuna escatologia. Vuole nutrire suo figlio, sottrarlo a una mamma “pazza” (davvero, nel romanzo non si va oltre questo), si fa addirittura aiutare dalla nonna religiosa (e qui forse è l’autore stesso a mettere in piedi inconsciamente una lotta New Age vs. Cattolicesimo vinta dal secondo con l’omicidio).

Questo padre non ha alcun ruolo reale nel libro a parte stare a guardare disperato cosa succede e assecondare ciò che sente e che, in quanto sentito, dev’essere per forza vero. E quando usa la parola è per, di nuovo, assecondare la follia della moglie da cui è atterrito, per acconsentire alle decisioni che sua madre prende per lui, o infine per mentire a suo figlio, finalmente cresciuto, libero e ben nutrito, su chi fosse stata sua madre:

“Sono uscito anch’io e l’ho trovato appoggiato con le mani alla ringhiera, con gli occhi in alto, in direzione del cielo, a chiamare: – Mamma, mamma.

– Che fai? – gli chiedo.

– Chiamo la mamma.

– Cosa vuoi dire?

– Anche la mamma è in cielo, – mi risponde.

Abbiamo tenuto duro anche lì. Anche allora, tutti insieme, tutti compatti, io, mia madre, mio fratello che arriva una volta all’anno e che stravede per lui. La mia squadra a difendere comunque il ricordo di sua madre.

A difendere la madre e a dirgli comunque qualche pezzetto di verità.”

Ovviamente lo zio stravede per lui – rassicuriamo il lettore. Ovviamente la famiglia è una squadra – cosa c’è di più incrollabile della fede sportiva?

Anche il bambino è vittima di automatismi, gli si vuole precludere l’accesso alla verità sulla madre ed ecco che lui alza gli occhi al cielo, dove è ovvio che ci sia il paradiso anche quando non si è mai pensato alla vita e alla morte, e suo padre, che nel romanzo non fa mai cenno ad alcuna forma di religiosità personale, pur di proteggere il bambino asseconda il tic del regno dei cieli, creando un mostro vuoto che forse a sua volta, da grande, non saprà giustificare il male che senz’altro gli capiterà senza distogliere lo sguardo e magari alzarlo al cielo, perdendosi nel nulla dei suoi tic culturali.

Il bambino indaco, oltre a non trasmettere alcuna inquietudine realmente profonda, è in definitiva e a dispetto di sé stesso un romanzo rassicurante, accomodante, in cui all’orrore degli intenti si sostituiscono una curiosa assenza di perturbazione dovuta all’espediente del finale svelato da subito, e una semplice tensione determinata dal crescendo di follia della protagonista femminile. Un romanzo che si limita a proporre un caso limite, tanto facile da esorcizzare quanto archiviabile nella sottocartella “follia” della cartella “spauracchi”, senza indagare sull’orrore insito nell’avere un ruolo, uno qualunque, sia pure quello di padre o madre, la quintessenza della rassicurazione. Verrebbe da dire che la madre pazza è l’unica, nel romanzo, ad aver fatto l’esperienza della vera disperazione: quella cieca, senza appello.

Commenti
5 Commenti a “Il tic della prole”
  1. Giulia B. scrive:

    Ciao Fabio
    io non ho letto il libro di Parente, e manco lo leggerò. Sono contenta che non si trovi in giro da comprare, anche se io in tutta onestà ho visto la sua copertina in più di una libreria (alla Feltrinelli di piazza Argentina, in un paio di Arion e da Borri alla stazione, per dire: i reali punti vendita della città di Roma). Certo magari i librai indipendenti non lo tengono, il romanzo di Parente, e questo è un bene perché vuol dire che i librai indipendenti seguono il dibattito culturale, dove lui spara molte stronzate e si espone a non essere preso sul serio. Non mi interessa, comunque, di Parente.

    Però credo che sia molto parziale la lettura che hai fatto del Bambino indaco. Io ero molto prevenuta su quel libro, anche solo per il fatto che il tweet di Einaudi ci ha sfracassati per mesi con il suo hashtag promozionale. Invece è un libro che considero molto degno, molto critico e che apre parecchie riflessioni. Lei non è matta, secondo me non è un semplice spauracchio: lei è un po’ il simbolo della contraddizione tra l’umanità e l’ambiente che l’umanità sta distruggendo, anche se da esso dipende la vita. Non vorrei fare discorsi ecologisti, perché non c’entra l’ecologia, è un’urgenza di fede laica. Che le si ritorce contro, annientandola. Che non è un brutta metafora. E lui è l’universale di una generazione inerme, quella dei trenta quarantenni (se n’è parlato in tanti romanzi), che non riesce ad agire in una situazione di crisi, tanto che deve intervenire la nonna a salvare il bambino (compiendo il male che suo padre non è in grado di compiere): cioè la generazione dei padri interviene perché i figli sono un disastro, non sono in grado di farcela da soli, non si sanno neppure sporcare le mani. Che trasposto in questo tempo che è solo economia e denaro: metto al mondo un figlio in una casa che mi hanno comprato mamma e papà e gli compro i pannolini con la diaria che mi passano mamma e papà (senza sensi di colpa, certo, è un’epoca di crisi e disoccupazione e in fondo i nostri padri si sono guadagnati e poi spesi tutto, e votavano DC). Però ecco anche qui il parallelo l’ho trovato evidente. Lui, hai ragione, è un inetto, e infatti non sa neanche nulla della donna che ha ingravidato, è un’estranea per lui a un certo punto, mentre la osserva. Io mi riconosco in queste distorsioni, non le trovo rassicuranti. Mi sembra che gli inetti nella letteratura ci sono sempre entrati e di prepotenza. Ci somigliano, comunque. Poi certo la lingua non brilla e non palpita, è un romanzo un po’ situazionista perché tutto accade in 200 pagine, non lo penso un libro perfetto. Però c’è dell’umanesimo, cioè parla di quanto l’uomo possa rendersi incapace di fare del bene agli altri e a se stesso, per sua meschina natura. E come questa meschinità entri in collisione poi con il desiderio, tutto autoriferito, del riprodursi. E questo mi interessa.
    Non so, magari nei dialoghi, in questo confronto con Parente, Franzoso non è credibile, e viene interpretato come rassicurante, forse sempliciotta la scena finale da mulino bianco. Ma anche lì, un mulino con le pareti insanguinate e riverniciate di bianco: ha reso sua madre un’assassina. Dietro le imperfezioni di Franzoso io riconosco un’intenzione necessaria e chiara, e sicuramente leggerò il suo prossimo romanzo per vedere se ha aggiustato il tiro. Mi sembra un buon risultato, se un lettore leggerà il tuo prossimo romanzo.

    Comunque, a parte la mia interpretazione, che io non sono nessuno, questo sarà forse la novità Einaudi più recensita e approfondita degli ultimi mesi e mi sembra un po’ riduttiva questa tua analisi. Un tic culturale di questi tempi è scrivere a buffo di un libro e sfottere l’autore dell’opera, che è poi quel che fa quasi sempre Parente dal suo pulpito destroso. Scusami, non ci vedo senso.

  2. Fabio Viola scrive:

    Giulia, mi sembra evidente che hai problemi personali con Parente (sui quali non mi interessa indagare) quindi non ho voglia di intervenire su quanto dici di lui – anche perché, come dici tu stessa, non l’hai letto. Il cosiddetto “pulpito destrorso” tradisce peraltro una pesante ideologizzazione di comodo e contro quel genere di prospettiva non vedo via d’uscita.
    Su Franzoso invece mi sembra che pecchi di sovra-interpretazione, e non capisco a che pro, tuttavia proprio per questo motivo non ho voglia di intervenire neanche su questo.
    Ciao e grazie per aver letto il pezzo.

  3. Alan Sugo scrive:

    Questa recensione è artificiosamente scorretta (come l’ignobile risposta al commento qui sopra, tra l’altro), esempio di come non si deve scrivere una recensione: il paragone tra la due paternità proposte nei due romanzi non si capisce e Viola non fa neanche un buon servizio al romanzo di Parente perché non stimola alcuna curiosità per il lettore. La ridicolizzazione poi del romanzo di Franzoso è poi così evidente che non merita neanche una risposta. Dico solo che il romanzo di Franzoso non è così semplice come vuol essere liquidato in questa recensione: molti l’hanno notato ma nel Bambino indaco il neonato è sempre sullo sfondo, quasi muto anche quando si lamenta affamato nella sua camera, e compare solo alla fine in questo finale melò che ricorda il finale di Ladri di biciclette (Almodovar una volta disse una cosa intelligente sul melodramma: quando si parla di proletari lo chiamano neorealismo). Il personaggio del libro di Franzoso non sono né il padre e né il figlio ma la madre che Viola liquida come pazza e invece è un personaggio che il lettore capisce e quasi giustifica, perché le sue paranoie sul cibo e l’ambiente sono condivisibili, lo schifo verso l’inquinamento e la bulimia della società è assolutamente comprensibile. Mentre Franzoso ti fa capire qualcosa su quella che si potrebbe definire la “fine dell’uomo”, Parente sembra goderne sulla nave che affonda. Mi sembra molto più interessante il ritorno alla narrazione pura di scrittori come Franzoso (o l’ultima Susani per esempio), che la vecchia asfittica stitica autofiction all’italiana che ha veramente stancato. Mi sono sempre chiesto perché uno alla Houellebeque non funziona nel nostro paese e la risposta mi sembra più di costume e culturale: questi romanzi non ci sconvolgono e non sono shokkanti perché abbiamo avuto un potere che li ha sempre sorpassati “a destra”, con tutto il corollario di orge, burleque, bunga-bunga. In Francia quella roba scorretta è credibile perché il potere è politicamente corretto (impossibile immaginare un presidente francese beccato con una minorenne). Ad ogni modo continuerò a ignorare Parente non a boicottarlo perché tanto non è nulla, anche grazie a questa brutta recensione di Viola.

  4. Giulia B. scrive:

    @Fabio No, io non ho problemi con Parente, per fortuna non l’ho mai incontrato. Ho solo letto alcuni suoi articoli e il modo che ha di prendere per il culo le persone non mi piace, di scendere sul personale come hai fatto tu rispondendomi a questo modo e alludendo a chissà quale dietrologia di rapporti.
    Ok se non hai voglia di rispondere alla mia sovra-interpretazione, ma che senso ha scrivermelo?

    @Alan Sugo Fica la cosa detta da Almodovar sul neorealismo, non ha tutti i torti.

  5. Fabio Viola scrive:

    Ma quale recensione? Buona serata.

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