burden

Il titano e i gladiatori. In memoria di Chris Burden

burden

Il 10 maggio scorso è morto Chris Burden, uno dei più grandi artisti contemporanei. Lo ricordiamo con questo racconto.

(fonte immagine)

di Serafino Amato

Ho partecipato come volontario a una performance di Chris Burden a Roma, non ricordo di preciso la data, 1980? Ero già molto interessato all’arte contemporanea.

In realtà non mi sono offerto volontario, ma avendo una fiat 500, sono stato “reclutato” su due piedi dall’organizzatore della performance romana del noto artista Burden. Di lui sapevo solo che era diventato popolare con performance estreme e pericolose in cui metteva di solito il suo corpo, e in una di questa si era fatto addirittura sparare.

Per la sua performance romana la mia fiat 500 doveva essere attaccata ad un bulldozer, insieme ad altre cinque. Si voleva produrre una metaforica lotta fra il titano – il bulldozer – e cinque, che so’, gladiatori meccanici – le nostre cinque cinquecento. Gli americani si sa, sono sempre stati attratti dalla minuscola macchina italiana. Non credo che ci fosse stata una grande preparazione all’evento, fatto sta, che andato lì come spettatore mi sono trovato dentro il “meccanismo artistico”.

Il giovane Burden, magro, non troppo alto, nervosamente, ma neanche troppo, come un regista, dava indicazioni tecniche. Alla benna del caterpillar era stato legato con corde un lungo e grosso vecchio palo di legno e dietro ogni 500 era stata attaccata una lunga corda di canapa.

Non è che fossi molto contento della mia partecipazione gratuita all’opera di Burden, e francamente mi pareva una gran cazzata, Sicuramente, l’artista americano, sotto il Monte dei Cocci di Testaccio, doveva aver trovato ispirazione a questa “battaglia campale” a Campo Boario, un postaccio a quei tempi e anche negli anni a seguire.

Avevo ritirato nel pomeriggio dal meccanico la mia vecchia Fiat 500, oggetto per me indispensabile, tanto sono insofferente all’immobilità. Gianni aveva rifatto frizione e freni e la mia macchina sembrava come nuova anche se aveva nel 1980 già 14 anni.

Era evidente che quel tipo di iniziativa artistica, che tutti trovavano di grande genialità mi lasciasse perplesso: che avrei fatto se la mia minuscola macchina si fosse danneggiata nella impari lotta con il mostro meccanico?

Ero l’unico fra gli autisti a mostrare poco entusiasmo, tutti sembravano essere felici di partecipare a un evento del famoso Chris, che andava avanti e indietro in quello spazio polveroso in quella serata calda ‘estate come un generale romano pronto per una battaglia, ad accertarsi che la sua macchina da guerra potesse funzionare di fronte al pubblico eccitato.

Effettivamente, forse, nella sua mente, in quell’arena si riproduceva una guerra romana. Si erano avviati i motori delle vetture, e acceso il rumoroso motore diesel del caterpillar in un lento movimento in retromarcia il mostro aveva messo in tensione le corde. A corde tese, fra le auto e l’enorme trattore, ci saranno stati cinque o sei metri. Tutti eravamo pronti alla prima fase della battaglia che prevedeva una resa iniziale del ciclope, che si sarebbe fatto trascinare per alcuni metri, e solo successivamente avrebbe reagito trascinando a se, per poi idealmente scaraventare chissà dove, le ridicole vetturette italiane con tanto di autista.

Tutti ridevano, io no. Ero legato alla parte sinistra del palo e di questo pentadattilo meccanico ero il mignolo. Eravamo circondati da gente urlante che chiedeva che con le nostre forze riducessimo il mostro nella polvere. Vedevo dal tettuccio aperto, un caldo feroce di quella sera d’estate, il palo di legno annodato alla benna. Ci guardavamo noi autisti col braccio fuori al finestrino, quello accanto a me, giovane smunto e con barbetta non vedeva l’ora di sgassare, e rideva eccitato. Riuscivo a vedere alche quello oltre, un cicciotto sui trent’anni che probabilmente era lì per caso come me, ma che voleva mostrare i “muscoli”, e sgassava, sgassava, ancora prima che avessimo il via a quella battaglia campale.

Come centurioni difendevamo Roma da Godzilla, e forse anche nella fantasia di Burden, questa era l’idea. A Foro Boario, accanto al Monte dei Cocci, uno dei posti più antichi della città, si rinverdiva il mito della Roma imperiale.

Ero scettico, come sempre del resto quando vedo più di tre persone che desiderano la stessa cosa, il motivo per cui durante i mondiali o a Natale e capodanno soffro non riuscendo a godere della condivisione del momento. Problema mio, si, ma soprattutto, in quel caso il principale interesse era salvare la macchina dall’entusiasmo momentaneo di quella folla un po’ esaltata dalla modernità dell’evento e dal divo-performer vestito interamente di bianco come un gelataio.

Si era cominciato a sgommare, il peso del bestione era davvero enorme o forse il trattorista aveva pure il freno tirato per mantenere le corde in tensione. Acceleravo, facevo la mia parte, ma la facevo con moderazione, alzavo un po’ di polvere attento a non sforzare la frizione, ma certo, tiravo anche io il bestione che dietro di noi, con il motore imballato sembrava soffrire la strategia di quei piccoli cinque scarafaggi circondati da fumo e polvere. Vedevo me e gli altri driver, come in una sfigata gioventù bruciata, con freno a mano tirato ad affondare l’acceleratore e strappare la frizione per sgommare. Grande puzza di bruciato, quando il gigante metallico ha ingranato la retromarcia e nonostante il tiro dei piccoli motori delle cinquecento, (ma cinquecento per cinque fa duemilacinquecento, non proprio un niente) ha incominciato a trascinarci. Trascinati senza scampo, pur inchiodando i freni, fra rumore di cilindri scatenati, puzza di pneumatici e frizioni.

Io, sempre con moderazione, alternavo piccole accelerazioni e sgommavo senza convinzione, alla mia sinistra vedevo il popolo romano al mio fianco incitarmi ma anche inveire, delusi dalla blanda lotta. Lottavo, ma non troppo, fossi stato davvero centurione, sarei stato sacrificato in mezzo alla polvere, ma non volevo sputtanare la mia macchina per la gloria dell’americano che di fronte a noi si agitava come un direttore d’orchestra. A metà della battaglia avevo cominciato a sentire poco rassicuranti rumori nel palo legato alla benna sopra la mia testa che scricchiolava paurosamente, e al primo, si era aggiunto il timore di beccarmelo in testa o peggio ancora, che spezzandosi, potesse finire in testa alla folla acclamante. Un minuto dopo, ridicolizzate dalla potenza del mostro giallo, il performer si era preso gli applausi, e le piccole cinquecento, finalmente, venivano slegate.

Di quella sera ricordo questo: la puzza di frizioni bruciate, il sinistro scricchiolio, la potenza del trattore, la gloria dell’artista, le risate grasse degli organizzatori, e una gran cazzata collettiva potenzialmente pericolosa. Ma si sa, negli anni settanta e anche dopo, le cose non erano organizzate a norma, e forse, quel preoccupato “centurione-perplesso” che i “romani” non apprezzarono per la sua scarsa voglia di lottare, ha salvato oltre alla sua frizione la capoccia di qualcuno, evitando di resistere alla forza del titano…

Commenti
2 Commenti a “Il titano e i gladiatori. In memoria di Chris Burden”
  1. RobySan scrive:

    “… che avrei fatto se la mia minuscola macchina si fosse danneggiata nella impari lotta con il mostro meccanico?”

    L’avresti riportata da Gianni.

Trackback
Leggi commenti...


Aggiungi un commento