00028454

Il tradimento dei chierici e dei chierichetti

La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull’ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.

Sì certo, abbassare il tiro è la maledizione della tv generalista, il suo Geist, il demone inquieto. In questi anni la tv non ha fatto altro che spostare i confini dell’accettabile, del visibile, del sopportabile. Ma è anche vero che i Faletti raggiungono il loro livello più basso in video e poi diventano scrittori di successo. Sulla buona tv c’è rassegnazione intellettuale. In tv, quando si tratta di “spessore”, siamo abituati all’indigenza, alla mendicità, alla ristrettezza. Quattro immagini di repertorio commentate da un giornalista “della carta stampata”, molto bianco e nero, una scrivania presa a prestito dal trovarobato, un intellettuale ingemmato da giullare e via andare. I libri sono diventati occasioni per sontuose markette. Gli uomini di pensiero sono presentabili se accettano la guitteria di un talk show. La prosopopea è soverchiante rispetto all’essenziale.

Non è il caso qui di riaprire l’annosa questione sulla consolidata tesi secondo cui la tv generalista deprime la cultura dei colti e innalza quella degli incolti, ma è doveroso sottolineare come da almeno trent’anni la tv generalista, in nome dell’audience, abbia deciso di abbandonare il pubblico più istruito. Ma è anche vero il contrario: da più di trent’anni, forse da sempre, gli intellettuali hanno abbandonato la tv. È come se la tv italiana avesse deciso che il suo meglio è il suo peggio, è come se il mediocre fosse diventato un valore positivo. E la mediocrità rende potenti i mediocri.

Tempo fa in Francia si era acceso un dibattito su questo tema: il ministro Catherine Clément si chiedeva se fosse ancora praticabile una tv d’autore o, meglio, se fosse possibile riabilitare il servizio pubblico attraverso la cultura e iscriverlo fra i diritti costituzionali. Argomento non da poco, estremamente affascinante. Anche per le facili obbiezioni che si possono muovere. La tv non promuove beni culturali, ma consumi materiali: anzi, trasforma il consumo in un valore. Fare della cultura in tv un valore a sé vuol dire tornare a uno schema pedagogico del passato, che ha fatto il suo tempo. La tv commerciale è condannata alla ripetitività, a un linguaggio semplice, corporeo, ridondante. E poi il rapporto Clément metteva ancora una volta in luce la debolezza di ogni progetto illuministico, di ogni tentativo di identificare la ragione con il progresso. Catherine Clément non faceva alcun accenno a quella che gli americani chiamano “quality tv”: qualità è innanzitutto fare bene le cose, come succede con la scrittura della grande serialità.

Dunque, il peggior nemico della buona tv rischia di essere il perbenismo culturale di cui la tv generalista non riesce a liberarsi: perché non si fa più il teatro in tv? perché non si dà più spazio agli scrittori? e perché non si affida alla famiglia Angela un intero canale? Il perbenismo culturale è il virus che ha infettato in questi anni la tv, che ha trasformato la cultura in noia, pavidità, melensaggine, nell’infernale buona volontà dell’educational. Il perbenismo culturale è solo feconda e faconda bêtise, genera a dismisura comitati di tutela e vigilanza, disseppellisce i vecchi fantasmi dei ministeri della cultura.

Ma dov’è cominciato tutto, dove si è incrinato il rapporto?

Le radici di questa incomprensione paiono antiche e riguardano l’incompatibilità di linguaggi diversi, il prevaricare di una tradizione accademica anche dentro il piccolo schermo, la mancanza di una tradizione divulgativa in campo culturale, la convinzione che la cultura televisiva, in quanto tale, possa, anzi debba, tranquillamente prescindere dagli intellettuali (tanto più che, come insegna Giorgio Faletti, buona parte della narrativa moderna sembra già così largamente televisiva), l’implacabile ossessione che la cultura in televisione non faccia audience.

C’è sempre stata molta diffidenza nei confronti della tv. Una celebre ed epigrammatica affermazione di Alberto Moravia ne racchiude l’essenza: “L’Italia televisiva è una sotto-Italia, un’Italia di serie B”. La prima constatazione – oggi di sapore beffardo – è appunto che la tv è nata fra la ritrosia e l’ostilità degli intellettuali: troppo occupati dal riscatto delle masse, troppo legati al valore catartico dei vari “realismi”, troppo ingenuamente romantici. E oggi paghiamo quell’imprinting.

Eppure la Rai, prima di allinearsi definitivamente ai modelli dell’industria culturale, voleva attribuirsi l’immagine di un serbatoio di diffusione della cultura tradizionalmente compartecipata da un’élite. Questa scelta derivava, in buona parte, dalla formazione dei suoi programmisti e dei suoi autori: la programmazione della Rai si era sempre svolta in un’ottica pedagogica, rinforzata dalla situazione monopolistica, per cui i suoi operatori culturali si erano immediatamente trasformati in divulgatori, un poco per convinzione e un poco per il desiderio di ricrearsi un ruolo di credibilità, dopo aver abbandonato, per “entrare in Rai”, università o case editrici.

Ma c’era una ragione più profonda, ed era l’idea stessa di cultura che avevano allora i dirigenti della Rai. La comunicazione popolare, cui la televisione apparteneva a pieno titolo, è sempre stata considerata come una “corruzione”, un recupero, un’applicazione su vasta scala di un tipo di cultura più colta e alta. Ecco, finché non usciremo dall’equivoco storico della “corruzione”, finché gli intellettuali continueranno a considerare la tv come un potente megafono delle loro opere, la tv generalista italiana resterà per sempre, tanto per fare il verso a Moravia, una sotto-televisione, una televisione di serie B.

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
Commenti
11 Commenti a “Il tradimento dei chierici e dei chierichetti”
  1. Nicola Lagioia scrive:

    L’unica cosa con cui mi trovo d’accordo è l’uscita di Grasso su Vito Catozzo. Per il resto il pezzo mi sembra scritto da uno (nonostante si tratti di un critico televisivo) che ha poca idea di come funzioni oggi la televisione e cosa rappresenti.

    Nessuno o quasi oggi chiama un intellettuale in televisione se non per inquadrarlo (malgrado gli autori, spesso colti e volenterosi, malgrado certe volte gli stessi conduttori) in un meccanismo che ho è promozionale, o è demenziale, o è spettacolare, e comunque lo costringe a esprimersi allo 0,5 % della propria intelligenza e delle proprie capacità, tante o poche che siano.

    Temo sia un mio destino, quello di trovarmi così poco d’accordo con chi si occupa di televisione. Ma non credo di essere uno snob.
    Credo semplicemente che un intellettuale o uno scrittore parla (nel migliore dei casi) una lingua che è sempre antitetica a quella del potere, cioè è antitetica alla lingua pubblicitaria in senso lato che oggi è la lingua del potere (lo vediamo nella politica, sui giornali, certe volte purtroppo persino nel privato e nell’intimità), vale a dire una lingua che punta alla persuasione e alla risposta (sbagliata) non a sollevare tutte le domande giuste della buona letteratura, non a indagare problemi in maniera complessa, non a indagare misteri per mezzo di altri misteri come gli uomini di cultura hanno sempre fatto.

    Ora. Se io mi sono autoeducato per tutta la vita per ottenere questa conquista, che fa di me quello che sono, perché mai dovrei dire le stesse cose con una lingua parapubblicitaria come la tv tende a fare? A meno che non si sia grandi uomini di teatro come Bene e si rompe il meccanismo. Ma ci vuole uno scatto in più che non tutti gli intellettuali hanno, il che non è un merito né un demerito. Ci sono i temperamenti vulcanici come Bene o Pasolini. Ci sono anche i Borges, i Moravia (che non sapeva manco parlare bene, tra l’altro) ci sono anche intellettuali e scrittori profondi e intelligenti che in una dimensione spettacolare e para-pubblicitaria scompaiono.

    Quanta violenza reazionaria in questo pezzo di Grasso. E’ un mio destino non andare mai molto d’accordo con questi signori.

    Quando Antonio Ricci mi telefonò perché si era risentito per via delle mie uscite letterarie sul “Drive In”, la prima cosa che mi chiese fu: “di’ la verità, tu sei Amico di Aldo Grasso. Di’ la verità, è lui il tuo mandante!”

    “Oh Gesù”, pensai io, “questo ha dei probemi gravi”.

    “Adesso, per farti ricredere, ti manderò a casa tutte le tesi che sono state scritte sulle mie trasmissioni. Le tesi! Le tesi di laurea! Dammi il tuo indirizzo!”

    “Gravissimi”, pensai, “problemi gravissimi. Forse problemi con la moglie e vuole esorcizzare con me?”

    Io non conosco Aldo Grasso. Non ho mai conosciuto Antonio Ricci a parte quella telefonata e un paio di suoi attacchi giornalistici veramente incazzati che in realtà erano una risposta a mie punzecchiature molto velenose.

    Però incrociando le letture di uno e le felefonate dell’altro vengo purtroppo confermato nell’idea che troppa televisione fa male.

  2. Nicola Lagioia scrive:

    …e perdonate i refusi irreparabili…

  3. fabio guarnaccia scrive:

    ciao Nicola,

    mi interessa riprendere alcune delle cose espresse nel tuo commento, mica per difendere Grasso, che non ha certo bisogno delle mie difese, ma in qualità di direttore della rivista che ha commissionato il pezzo e lo ha pubblicato.

    Ma è possibile ricucire questa frattura tra un mezzo di comunicazione così pervasivo e importante e il mondo intellettuale?

    Da quello che scrivi mi sembra di no. Se il problema non è nel sistema industriale, ma nel linguaggio specifico della tv, che tu definisci “lingua pubblicitaria”, allora non vedo suture possibili.
    Eppure, non credo che le cose stiano così.
    La tv produce programmi molto interessanti se non di grande qualità, scritti da autori, talvolta persino da scrittori, che hanno la capacità di fornire categorie e letture del contemporaneo importanti.
    Ha la possibilità di costruire narrazioni complesse, lunghissime e di parlare a un numero immane di esseri umani, di spettatori.
    E non mi riferisco necessariamente alle serie migliori prodotte negli US.
    Mi dirai che in Italia se ne trovano pochi di prodotti così, in parte concordo con te, ma allora il problema è la televisione italiana e non il mezzo in sé.
    Non saranno certo gli intellettuali a cambiarla, ma possono dare il loro contributo con la qualità del lavoro. Una qualità che si misura sul mezzo televisivo, sul suo linguaggio, sulle sue caratteristiche peculiari. Anche attraverso “abbassamenti” di natura mimetica.

    Infine, uno scrittore non necessariamente deve fare tv, ma può aiutare a capirla. A leggere più a fondo alcune sue dinamiche. Mi viene in mente Troppi paradisi di Siti, in cui si leggono analisi della tv commerciale molto dense e significative. Fatte dall’interno, mettendosi in gioco.
    O i racconti del primo Wallace.
    Per non dire di Shteyngart che ha fornito in Super Sad True Love Story alcune categorie per definire fenomeni della nostra epoca, così vicini da risultare sfocati e confusi. Facendolo anche lui dall’interno, narrativamente, portando all’estrema conseguenza il presente nel quale viviamo e che è plasmato, ci piaccia o no, dai media.

    La lingua è diversa. I mezzi hanno specifici persino antitetici tra loro. Questo non toglie che sia possibile adeguare la propria lingua a un altro mezzo. Imparare a maneggiarlo e a dargli una dignità diversa.

    Questa disistima reciproca non porta da nessuna parte.

    Per tornare al pezzo di Grasso, le colpe della tv mi sembrano evidenti. Sono evidenti anche nel trattare la cultura sempre come qualcosa di non maneggiabile al di fuori del “perbenismo culturale” che certo non ha fatto bene a nessuno. Fare cultura in tv non vuol dire fare i programmi sui libri o sull’arte o invitare il filosofo o lo scrittore a raccontarci la contemporaneità. Questo sì è fuori dalla portata del mezzo, per linguaggio. La maggior parte di questi programmi sono di una noia mortale per tutti, intellettuali inclusi. Fare cultura in tv vuol dire dare vita a programmi ben fatti, curati in tutti gli aspetti, scritti bene, capaci di raccontarci qualcosa di chi siamo. E questo si può fare.

  4. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Fabio,
    grazie della risposta. Ma ho paura che una buona parte del discorso di Grasso (e una minore del tuo) sia fuori dalla realtà, o viva in una dimensione unicamente teorica parlando tuttavia di un mondo che invece ha quotidiane e importanti ripercussioni pratiche.

    Dalle vostre parole sembra quasi che gli uomini di cultura non vadano in tv a fare cultura perché snobbano la tv. Ma sapete benissimo (lo sapete, vero?) che gli uomini di cultura spesso non vanno in tv (o quando ci vanno, quasi sempre lo fanno male) semplicemente perché la tv, quando offre loro dieci o venti minuti (peggio ancora quando gli mette a disposizione una trasmissione) li infila in meccanismi che funzionano in modo da umiliare l’intelligenza di un umanoide medio. O questo o niente. Si parla di Italia, perché è molto che il discorso di Grasso si riferisce al nostro paese.

    Se la tv mainstream (cioè la tv che “sposta” qualcosa a livello di numeri) fa un programma passabile per ogni 1000 che se fossero stupidi sarebbe il meno (sono spesso il nichilismo puro; qui parliamo di Italia e abbiamo l’isola dei famosi o i salotti PD, ma hai mai visto all’estero i reality coi malati terminali? io sì, e non mi sono sorpreso), non capisco davvero come si possano tirare in ballo gli intellettuali (che nella stragrande maggioranza dei casi hanno magari altre colpe ma non questa) prima di politici, dirigenti, legiferatori e chiunque si occupi di tv professionalmente.

    Cioè. Io nella tv mainstream ogni tanto ci sono andato (talk show, qualche volta i tg, qualche volta le trasmissioni del mattino sulla rai), e ogni tanto per la tv ci ho scritto (serie, per rai e mediaset) e ho quasi sempre trovato nella coazione alla stupidità (o al nichilismo puro, all’odio per se stessi e i propri simili) la via obbligata per lavorarci o la semplice promozione. Qualcosa di molto brutale, tipo rapporto con le puttane di strada (nel qual caso la puttana sarei stata io e del gioco ero e sono ben cosciente).

    Tanto che poi (appunto, non sono snob) ho lavorato e continuo a lavorare invece con piacere alla radio quasi mainstream (Radio3), dove posso affrontare con un linguaggio comprensibile situazioni anche molto complesse complesse (posso parlare, e lo faccio ogni mattina, di Zizek e di Flaubert, posso criticare Dario Fo quando non sconfessa Pisapia per la questione Dalai Lama o Savianomolto duramente quando querela il “Corriere del Mezzogiorno”, posso provare a leggere in modo antiretorico Curzio Malaparte, posso spiegare perché l’idea di “barbari” di Baricco è la versione reazionaria e impoverita della “Dialettica dell’illuminismo” (con tutto ciò che ne deriva per la mutazione in atto) e posso cercare di far capire perché Monti ha recentemente detto a Obama che per i tedeschi l’economia è un ramo della filosofia morale (cercando di spremere da tutto questo la falsa coscienza di tutti e tre, Obama, Monti e il convitato di pietra)… tutte cose che nella tv mainstream, insomma, non mi farebbero mai fare.

    Se fare cultura in tv, come tu scrivi, si può (se tu sai come fare, se voi sapete come fare, insomma) allora per favore fatela! Basta discorsi e avanti con le trasmissioni! Ti assicuro che in quel caso di uomini di cultura pronti a collaborare con voi ne troverete quanti ne vorrete. Ma fatelo!

    Altrimenti devo davvero pensare che articoli come quello di Grasso servano a pagarsi uno stipendio. Cioè. Faccio il critico televisivo, mi devo guadagnare il pane scrivendo di televisione, mo’ me ne esco con questa cosa qui di tv e intellettuali, genero un dibattito (per me poco utile fino non a prova contraria ma a molte prove contrarie, perché 1 programma decente su 200 non fa neanche media, è illusorio immaginarlo un cavallo d Troia e dunque non merita dibattito) e tiro avanti a campare per un’altra stagione.

    Sarei felice di vedermi smentito al più presto da palinsesti rai e mediaset contenenti almeno il 30% di programmi che non siano un istigazione al suicidio dell’intelletto e della sensibilità.

    Infine. Ma la vera domanda non sarebbe forse: è la tv un medium morente?

    Un caro saluto,
    Nicola

  5. Nicola Lagioia scrive:

    Scusa se continuo.

    Provo a rispondere anche all’altra parte del tuo discorso.

    Cioè. Gli intellettuali non devono essere chiamati dalla tv a fare gli intellettuali, ma a realizzare programmi ben fatti, dici.

    Però gli intellettuali dovrebbero avere, in quanto tali, la facoltà se non il dovere di esercitare una spinta critica che in questo modo andrebbe totalmente dispersa o quasi.

    Questo non sarebbe peggio ancora che escluderli?

    Voglio dire. La tv, in generale, ha grandissima difficoltà a uscire dalla sfera spettacolare o dalla sfera di macchina di consenso, ha estrema difficoltà, in sintesi, a uscire dalla sfera del potere – chiamare in causa un intellettuale per fare in modo che invece di “Sanremo” si abbia la sua versione fatta bene (che so: “Gli Mtv Awards”) non sarebbe il crimine perfetto?

    La sua (dell’intellettuale) massa critica sarebbe neutralizzata, mentre la sua sensibilità estetica verrebbe utilizzata per far scintillare finalmente in modo non amatoriale una macchina di spettacolo, consenso o potere.

    A ogni modo, mi sembra che stiamo parlando di un mondo molto severo, con regole molto dure. Non so, mi sembra che stiamo parlando di come rendere comoda una prigione o come meglio disporre i gerani sul davanzale di un manicomio senza pazzi troppo interessanti.

  6. giuseppe zucco scrive:

    sono d’accordo con entrambi: per esperienza personale, so che occorre il dispiegamento di molta intelligenza e di molte competenze diverse per fare un buon programma di intrattenimento televisivo (il discorso guarnaccia), ma è anche vero che la grandissima parte dei programmi televisivi una volta in onda fa di tutto per rendere opaca e in molti casi cancellare e sfumare via una qualsiasi parentela con l’intelligenza, (il discorso lagioia), avendo come unica scusante l’ormai abusatissimo motto “è quello che il pubblico vuole!” (ma davvero? e dove e in che modo si fonderebbe questa certezza?).

    la cosa che mi verrebbe da obiettare a nicola è questa: gli effetti sociali dei media sono molto più complessi e sfuggenti e imprevedibili di un puro e semplice annichilimento delle facoltà cognitive e sentimentali. uno studio di un famoso sociologo dei media, meyrowitz, “oltre il senso del luogo”, edito in italia da “il mulino”, mise in luce come per esempio le soap-opera, anche se racchiudevano ruoli femminili del tutto conservatori e tradizionali, furono una delle spinte che portò alla rivalutazione del ruolo delle donne, alla loro presa di coscienza, al loro avanzamento progressivo nel territorio sempre molto accidentato dei diritti e dei doveri: per la prima volta, le donne di tutte le età e le estrazioni sociali, fino a quel momento segregate in un ruolo ampiamente chiuso e codificato così come in un luogo fisico fortemente caratterizzato come quello della casa, (lo studio, se non ricordo male prendeva in esame soprattutto i periodi storici compresi tra gli anni ’60 e ’70), avevano accesso e potevano apprendere le strategie di successo per risalire le correnti sociali interiorizzando e rielaborando e facendo proprio il ruolo vincente nelle società dell’epoca, cioè quello maschile, con le sue tattiche e le sue strategie, di cui fino a quel momento, essendo recluse in un ruolo e in un luogo fisico ben determinato, poco ne sapevano. (a questo proposito, sarebbe interessante capire come i reality ci stanno cambiando, soprattutto ora che i programmi hanno una diffusione globale, e una grossa parte del mondo che prima non aveva accesso a questi consumi, ora riesce a conquistarli senza grandi problemi).

    la cosa che mi verrebbe invece da obiettare a fabio guarnaccia è questa: è chiaro, in tv si può fare tutto, e anzi molte volte sarebbe più facile fare dei buoni oppure ottimi programmi di approfondimento e intrattenimento che le trasmissioni a cui purtroppo ci siamo abituati. resta per il problema che ci troviamo in italia, che non c’è un vero e proprio mercato televisivo ma una specie di monopolio truccato da qualcos’altro, che i programmi televisivi al 99% non sono ideati e messi in scena seguendo una logica puramente commerciale il cui fine sarebbe conquistare la fetta maggiore di ascolti (che è una cosa su cui si potrebbe opinare, ma almeno è un’opzione che si comprende) ma una logica di puro potere – la spinosissima questione della politica e dei poteri forti infilati dentro i meccanismi delle aziende televisive sono evidenti e sotto gli occhi di tutti. e in italia, secondo me, questo è il vero nodo: cioè, prima di pensare se un programma è venuto bene o no (la sovrastruttura), bisognerebbe capire come e perchè è stato ideato e finanziato (la struttura).

    non so, però a questo proposito, ogni giorno che passa, mi sento sempre più in sintonia con don delillo:

    “Non sono uno scrittore che percepisce i media, il mondo delle immagini, come nemico. Non mi metto in competizione con l’immagine. Adoro il cinema, la fotografia, la pittura, anche la pubblicità – che sono forme d’arte. Con la televisione è diverso, non riconosco valore artistico alla televisione. E’ vero che scrittori come Balzac o Hugo avevano un impatto sulla società, ma oggi viviamo una forma differente di società. E’ cambiato tutto, ma soprattutto è arrivato Kafka”.

  7. fabio guarnaccia scrive:

    Caro Nicola,

    la tua è una posizione che conosco e che capisco, di più, la reputo un anticorpo importante alla luce del sistema dell’industria culturale italiana, non solo televisiva. Soprattutto in questi ultimi 10 anni.
    Non è mia intenzione sconfessarla.
    Dico solo che la tv è un mezzo importante e che può essere migliore di com’è. Non condivido per niente il discorso sul linguaggio, l’esclusione a priori della possibilità di fare qualcosa di buono e culturalmente rilevante. Anche una sitcom può essere rilevante, trovo How I Met Your Mother un prodotto di qualità, tanto per fare esempi ed esporre la mercanzia.
    Hai ragione quando dici che pochi programmi non fanno neanche media. Ma c’è un fatto non trascurabile che conosco per certo: esiste una richiesta di prodotti di qualità, il pubblico sta evolvendo i suoi gusti, persino in Italia, e quello che un tempo era impensabile sta diventando possibile. Ovvero, fare prodotti rivolti a un pubblico specifico, non generalista.
    Allora è possibile sperimentare nuove modalità produttive, linguaggi diversi, personaggi e narrazioni più complessi.
    La tv sta affrontando una grave crisi: economica e strutturale. Sarebbe lungo raccontarle nei dettagli. Ma l’occasione è ghiotta. Il cambiamento necessario. Sono forse un illuso, ma prendo seriamente le mie illusioni.

    Nel mio piccolo ci provo, anzi ci proviamo (con la redazione di Link). Non è in mio potere produrre programmi, quello che è in mio potere è promuovere il dibattito e la riflessione. Raccontare dinamiche diverse da quelle trite e incancrenite, ancora in auge ma vecchie e superate non solo dal consumo ma dal mercato. Magari un domani riusciremo a fare qualcosa di più. Ma non è questo il punto. Noi facciamo cultura a partire dai mezzi, perché dovremmo smettere? C’è un bisogno pazzesco di raccontare il territorio costruito dai media. E mica solo la tv. Perché dovremmo fare altro? Se poi siamo poco influenti, mi spiace ma in questo partecipiamo alla scarsa visibilità che hanno i lavori più complessi. Chi pubblica saggistica lo sa.

    Questa più o meno sarebbe anche la risposta che mi sentirei di dare al commento di Giuseppe (Zucco). Quel mondo che descrivi, virtualmente non esiste più. Non esiste più un pubblico monolitico sintonizzato a vita su Rai 1 e Canale 5. I canali generalisti lo sanno fin troppo bene. E anche il mercato italiano ha subito pesanti trasformazioni, prima con l’arrivo di Sky poi con la transizione al DTT. A breve subirà nuove trasformazioni, nuovi attori entreranno. I grandi ascolti di massa per pochi eventi esisteranno ancora, ma ci sarà spazio per altro, molto altro.

    I prodotti migliori in tv faranno sempre ascolti di nicchia. Non mi pare, però, che negli altri mercati della cultura sia tanto diverso.

    Un caro saluto a tutti e due

  8. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Fabio,
    ancora grazie per la chiacchierata. Anche io chiedo che il pubblico chiederebbe di meglio di quel che c’è – erano pubblico mainstream anche i milioni di adolescenti italiani che vent’anni fa non si perdevano una puntata di “Twin Peaks”.

    Stiamo a vedere che succede, magari davvero le cose cambiano. Il problema della tv (rispetto ad es. all’editoria o al teatro o a certa musica) è che dal basso dei piccoli numeri mediatici se paragonati a quelli della tv – non solo dei miei commenti o dei miei pezzi persino su grossi giornali, o di una rivista come la vostra ma anche degli editorialisti da prima pagina – è molto più difficile smuovere qualcosa.

    Cioè, tutta l’Italia pensante (sui grandi quotidiani, nei libri, nei saggi ecc.) non fa che ripetere l’ovvio secondo il quale “Boris”, “Mad Men”, i “Simpson” e “South Park” sono meglio della fiction su Barbarossa o dei medici in famiglia o di Pupo e Emanuele Filiberto, solo che poi sempre ai medici in famiglia si torna.

    Dove non poté la critica, speriamo allora in collassi strutturali.

    Questo (tornando all’inizio) per dire che capisco molto e in buona parte condivido i tuoi commenti ma continuo a capire invece molto poco le posizioni dell’Aldo Grasso del pezzo che avete pubblicato.

    Ciao e grazie anche a Giuseppe, ovviamente

  9. Nicola Lagioia scrive:

    volevo dire “credo”

  10. carlo scrive:

    ciò che non mi è chiaro è chi siano gli intellettuali e chi i filosofi. Ad esempio, Cacciari e tanti altri studiosi di filosofia , secondo una convinzione orrendamente fallace ma universalmente condivisa, sarebbe un filosofo e Faletti un intellettuale. Forse la vostra polemica è incentrata sugli stessi valori e identiche narrazioni che consentono a Faletti d’essere un intellettuale e a Cacciari un filosofo. Ho visto e rivisto Pasolini in reperti storici della Rai, tra interviste e servizi, ma non ho mai colto quella vittima dei meccanismi mediatici di cui tratta Nicola Lagioia . Se un intellettuale deve dire una cosa può farlo in mille pagine o in pochi minuti. nessuna necessità di sintesi potrà mai corrompere il senso del suo pensiero

Aggiungi un commento