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Il vaccino della lettura

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Pubblichiamo un intervento inedito di Fabio Stassi e vi segnaliamo che oggi, 9 giugno, inizia a Palermo il festival Una Marina di Libri: Fabio Stassi presenterà La lettrice scomparsa (Sellerio) domenica 12 giugno alle 20 insieme a Francesco Recami, autore di Morte di un ex tappezziere (Sellerio). (Fonte immagine)

Mi sono ammalato di letteratura molto presto, da bambino. Questa malattia Juan Carlos Onetti la chiamò la litteratosi e Enrique Vila-Matas il mal di Montano. Nella sua forma più leggera, la si potrebbe descrivere come un’ossessione morbosa per i libri; in quella più grave, nella totale incapacità di distinguere un confine tra la letteratura e la vita.

Si comincia un pomeriggio con un piccolo romanzo per ragazzi e ci si ritrova da adulti con una catinella di rame o elmo di Mambrino in testa. Chi ne è affetto, sa di cosa sto parlando.

Per me agì da agente patogeno una riduzione scolastica sul mito di Sigfrido che presi in prestito alla biblioteca delle elementari. La lessi in tre giorni. Sembrava la storia di un eroe che avevano immerso, da bambino, nel sangue di drago per renderlo invincibile, e invece era la storia della foglia che si era posata sulla sua schiena, di quella piccola parte del corpo che quella foglia aveva lasciato indifesa, della freccia che avrebbe finito molti anni dopo per centrarla. Un apologo rovesciato sulla vulnerabilità degli uomini, sulle nostre insicurezze, sulla nostra fragilità. Ma credo di averlo interpretato così solo perché nella mia casa di migranti siciliani la malattia era al centro di ogni discorso e chi era sano veniva guardato con scetticismo e sospetto.

Da allora, mi convinsi che leggere un libro volesse dire andare alla ricerca del punto debole e segreto di ogni personaggio e che, se mai, da grande, ne avrei scritto uno, sarebbe stato unicamente su questo. Soltanto in seguito avrei compreso quanto i primi personaggi di romanzo che incontriamo adempiano a una sorta di imprinting fantastico. Contengono la prima idea che ci facciamo di noi stessi o di come ci piacerebbe essere. Ci ricordano la prima volta che ci siamo guardati allo specchio.

Sin dall’inizio, così, prima che dalle cure e dai rimedi, la letteratura per me è stata inseparabile dai malanni. Di ogni tipo. Dal generico disagio di stare al mondo alle più strane forme di nevrosi. In fondo, il romanzo moderno non era nato mettendo un lettore al centro della vicenda e sollevando questa domanda: il signore di don Chisciotte è pazzo o no?

Eppure, da ragazzo, sentivo anche che la lettura agiva sul mio organismo come un vaccino. Avevo l’impressione che alcuni libri mi lasciassero sulla pelle una cicatrice che sarebbe durata tutta la vita, come quella che mi aveva inciso su un braccio l’immunizzazione contro il vaiolo. Allo stesso modo i libri mi mettevano al riparo da molte cose, anticipandomi situazioni e possibilità, allenandomi a interrogare il passato, a nominare gli affetti, ad attenuare l’angoscia.

Scoprii molti anni dopo che già gli antichi conoscevano il potere lenitivo delle parole e gli affidavano proprietà taumaturgiche che noi abbiamo dimenticato o misconosciuto. Le prime testimonianze di libroterapia risalgono alle biblioteche della Grecia; Aristotele credeva nei suoi effetti benefici e Aulus Cornelius Celsus ne suggeriva la pratica. Nel XVIII secolo le biblioteche entrarono a far parte degli ospedali psichiatrici in Europa, poi delle divisioni dell’esercito e dal 1940 delle carceri. Alla fine della grande guerra la lettura fu usata in un ospedale americano per alleviare le sofferenze dei reduci e dalla metà del secolo scorso per combattere l’alcolismo, la tossicodipendenza, le fobie, l’elaborazione dei lutti e perfino il bullismo.

Quando qualche mese fa iniziai a scrivere di Vince Corso, un personaggio di romanzo escluso, a quarantacinque anni, da tutte le graduatorie di scuola secondaria superiore per l’insegnamento delle materie letterarie, mi venne naturale fargli affittare una soffitta a via Merulana e tentare un’ultima disperata scommessa: aprire un piccolo studio di libroterapia. Sapevo soltanto che somigliava a Gérard Depardieu, fumava le Gitanes e, nel tempo libero, ascoltava musica francese e spediva cartoline a un padre mai conosciuto.

Quello che non immaginavo era la variegata clientela femminile che avrebbe ricevuto: ogni donna con la sua storia, i suoi smarrimenti, le sue delusioni. A ciascuna, Vince avrebbe consigliato un libro, sostenuto appena dalla speranza che, anche se la verità e la salute sono una diceria e un’impostura, la soluzione di qualsiasi malessere sia nascosta in un racconto e ogni esistenza lasci sempre una traccia come un segnalibro seppellito in un volume. Basterebbe non smettere di cercare in quale pagina abbiamo dimenticato il nostro.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
2 Commenti a “Il vaccino della lettura”
  1. Giovanna Scauri scrive:

    Ciao Fabio, ti aspettiamo presto a Bergamo.
    Bello il tuo libro.
    Giovanna della Libreria Palomar

  2. Simonetta Felli scrive:

    Bello leggerti Fabio, specie dopo averti conosciuto. La tua voce e i tuoi racconti risuonano ancora nelle mie orecchie…hai proprio uno stile “cadenzioso” :-) un saluto simonetta

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