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Il verme annidato nel ventre

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Il terzo romanzo di Elena Ferrante, La figlia oscura, è un percorso di comprensione e insieme di liberazione; una ricerca del senso dell’esistenza e allo stesso tempo una riconciliazione con essa. La comprensione è frutto dell’analisi, e l’analisi è un atto di coraggio. Per guardare in fondo a se stessi occorre puntare l’attenzione esattamente al centro della propria paura, esaminarne il nucleo più interno e la consistenza indecisa, prenderne consapevolezza, accettarla per quello che è. Soltanto allora è possibile riconciliarsi con la propria vicenda biografica, comprendere le motivazioni delle scelte sbagliate, perdonarsi. La catarsi è un’operazione ecdotica dell’esistenza, una discesa nei recessi viscerali del sé alla ricerca di un significato, una spedizione ardimentosa per scardinare le proprie stesse difese,una missione impossibile volta al recupero del senso.

Leda, la protagonista del romanzo, è una donna che fin dall’infanzia ha sviluppato barriere altissime per preservare la propria intimità da possibili invasioni provenienti dall’esterno, dai familiari, dai vicini. È nata a Napoli, che nella sua percezione rappresenta per antonomasia il luogo in cui la violazione è consustanziale all’idea stessa di vita in comune – sia essa di tipo familiare o pertinente a legami sociali – e da sempre ha manifestato un’innata allergia verso la sguaiataggine e l’invadenza dell’affollata convivialità partenopea. La sua paura è fisicamente connotata: Leda prova ripugnanza per alcuni tratti corporei. Il suo ideale di uomo è di corporatura asciutta, mentre guarda con raccapriccio i ventri prominenti, come fossero un marchio di impurità. Si delinea dunque come una fuga dal corpo – e quasi come un atto simbolico – l’abbandono della famiglia che Leda compie a diciotto anni, quando va a Firenze per frequentare l’università, lasciandosi alle spalle il retaggio culturale di cui aveva orrore, Napoli, sua madre, il dialetto, tutto. È la sua prima fuga; ne seguiranno altre più drammatiche e intrinsecamente dolorose.

Conosce Gianni e giovanissima si sposa. Ha subito due bambine, Bianca e Marta, ma si accorge immediatamente che sia il matrimonio che le figlie le sono di impedimento alla propria realizzazione professionale. Il marito, quasi indifferentealla nuova paternità, continua a perseguire i propri traguardi accademici, assentandosi spesso da casa per lavoro, e in tal modo non soltanto priva Leda di un riferimento in positivo – trascurando le proprie responsabilità – ma costituisce un modello in negativo, divenendo ai suoi occhi un esempio di realizzazione delle aspettative che per lei, promettente ricercatrice universitaria, erano state disattese a causa dei sopravvenuti impegni familiari. Di qui la nuova fuga di Leda, che stavolta va via di casa per verificare fino in fondo le proprie possibilità, e – prima di tornare a riprendersi le figlie – vive per tre anni interamente dedita al proprio egoismo, protetta da una cerchia di persone che condividono i suoi stessi interessi, le medesime debolezze; egoisti come lei e perciò verso di lei indulgenti e comprensivi.

Bianca e Marta crescono e si trasferiscono in Canada dal padre, per studiare e lavorare. Leda va in vacanza al mare, sola, e sulla spiaggia nota una chiassosa famiglia napoletana nella quale distingue una donna molto giovane e una bambina piccola, che la colpiscono per la loro reciproca, profondissima intimità. Nina ed Elena (la madre e la figlia) giocano insieme con una vecchia bambola apparentemente priva di qualsiasi attrattiva, ma che sembra catalizzare tutta la loro attenzione. Nina, forse ancora memore dei propri svaghi infantili, non partecipa al gioco con distacco da adulta, ma per il gusto puro e semplice di accudire la bambola, quasi fosse anche lei ancora una bambina; e Leda è evidentemente infastidita dalla confusione che percepisce nei ruoli di madre e figlia, anche se non riesce a comprenderne bene il motivo.

D’un tratto avviene un fatto importante: nella ressa domenicale della spiaggia, Elena si perde, ed è la stessa Leda a ritrovarla e a restituirla a Nina. In quel frangente, la donna compie un gesto apparentemente inesplicabile: prende la bambola e se la infila nella borsa. È significativo che i due avvenimenti – il ritrovamento di Elena e la sottrazione della bambola – avvengano quasi contemporaneamente. Come se, simbolicamente, Leda volesse ripristinare i ruoli autentici di Nina ed Elena: alla prima rende la sua dimensione di madre, restituendole la figlia e sottraendole la bambola; alla seconda impedisce di fingere di essere madre a sua volta – sia pure per gioco.

Leda si sente sempre più coinvolta nelle vicende di questa famiglia. Riconosce delle dinamiche a lei tristemente note e le sembra che la storia le stia offrendo una seconda possibilità: forse può aiutare Nina (con la quale percepisce una profonda affinità) a non commettere i propri stessi errori. Ha scoperto che la ragazza ha un marito odioso, un uomo più basso di lei, con un addome pronunciato segnato da una lunga cicatrice. Arrogante, sicuro di sé, è apparentemente il boss di un piccolo clan ambiguamente connotato. È arrivato il sabato per trascorrere il week-end con la famiglia, circondato da una schiera di gente volgare e prepotente. Leda intuisce che Nina subisce quell’uomo senza amarlo, e dopo poco, infatti, la sorprende nella pineta mentre si lascia accarezzare da Gino, il bagnino dello stabilimento. Questo fatto la irrita moltissimo, ma il lettore fa fatica a comprenderne il motivo.

Anche Leda, infatti, ha guardato quel ragazzo con una tenerezza galante, pensando che probabilmente anche lei, se avesse avuto l’età delle sue figlie, se ne sarebbe innamorata. Anche Leda ha provato da subito una violenta antipatia per il marito di Nina, percependolo come un essere volgare, fisicamente spiacevole, violento. Anche Leda, in passato, ha tradito suo marito con leggerezza, per vanità, addirittura per interesse. Perché, dunque, quando scopre Nina in pineta con il bagnino ha una reazione così irritata? E perché, allo stesso tempo, la scoperta le solleva dentro una indistinta sensazione di gioia sporca, dimenticata, raggrumata?

«Sorprenderli mi aveva dato, non so come dire, un turbamento. Era un’emozione confusa, sommava il visto al non visto, mi causava calore e un freddo sudato. Il loro bacio ancora bruciava, mi riscaldava lo stomaco, avevo in bocca un sapore di saliva tiepida. Non era una sensazione adulta, ma infantile, mi ero sentita come una bambina trepidante. Erano tornate fantasie lontanissime, immagini finte, inventate, come quando da piccola fantasticavo che mia madre uscisse di casa in segreto, di giorno e di notte, per incontrare suoi amanti e sentivo sul mio corpo la gioia che provava. Mi sembrava, adesso, che si stesse svegliando una sostanza gommosa, a riposo nel fondo della pancia da decenni».

È curioso che i ricordi di Leda di fronte al tradimento di Nina non siano relativi alla propria personale esperienza di adulterio, ma a una sua fantasia di bambina. Non vive questa situazione da un punto di vista adulto, ma da una prospettiva infantile, inconsapevole, di figlia. La donna fa fatica a comprendere le proprie stesse motivazioni, ma ne sente l’urgenza in fondo al ventre. È qualcosa di torbido, che ha riposato dentro di lei per decenni, addensandosi fino ad assumere una consistenza gommosa, da cui è difficile purificarsi, e che in un certo senso ha una valenza giocosa, a suo modo piacevole, irrazionale.

La piccola Elena ha riempito la pancia della bambola con qualcosa di torbido: un’acqua scura che ogni tanto le fuoriesce dalla bocca, lasciando Leda sbigottita:«La bambola, impassibile, seguitava a vomitare. Hai rovesciato nel lavandino tutto il tuo limo, brava. Le aprii le labbra, allargai con un dito il foro della bocca, le feci scorrere all’interno l’acqua del rubinetto e poi la scossi forte per lavarle ben bene la cavità cupa del tronco, del ventre, e far uscire infine il bambino che Elena le aveva messo dentro. Giochi. Dire alle bambine tutto, fin dall’infanzia: penseranno loro, poi, a inventarsi un mondo accettabile. Io stessa ora stavo giocando, una madre non è che una figlia che gioca, mi aiutava a riflettere. Cercai la pinzetta per le ciglia, c’era qualcosa nella bocca della bambola che non voleva uscire. Ricominciare da qui, pensai, da questa cosa. Avrei dovuto prendere atto subito, da ragazza, di questa enfiatura rossastra, molle, che ora stringo tra il metallo della pinza. Accettarla per quello che è. Povera creatura senza niente di umano. Ecco il bambino che Lenuccia ha inserito nella pancia della sua bambola per giocare a renderla pregna come quella di zia Rosaria. Lo estrassi delicatamente. Era un verme della battigia… Ho orrore di tutto ciò che striscia, ma per quel grumo di umori provai una pena spoglia».

Il verme è un piccolo feto, viluppo inestricabile di raccapriccio e tenerezza, che,mentre abita il ventre femminile, lo contamina con la propria diversità. Nel corpo della donna è presente una contraddizione tra una funzione naturalmente predisposta alla maternità – che convoglia forze e nutrimento allo scopo di alimentare e generare una nuova vita – e una volontà che spinge altrove, un’egoistica opzione che rivendica il diritto ad affermarsi, a esistere come individuo a tutto tondo: «Un corpo di donna fa mille cose diverse, fatica, corre, studia, fantastica, inventa, si sfianca, e intanto i seni si fanno grossi, le labbra del sesso si gonfiano, la carne pulsa di una vita rotonda che è tua, la tua vita, e però spinge altrove, si distrae da te pur abitandoti la pancia, gioiosa e pesante, goduta come un impulso vorace e tuttavia repellente come l’innesto di un insetto velenoso in una vena».

L’innesto dell’insetto in una vena ha delle evidenti affinità con l’immagine del verme introdotto nel ventre della bambola. La natura repellente di entrambi gli animaletti (il verme e l’insetto) e l’operazione artificiale con cui essi vengono inseriti nell’organismo femminile alludono a un aspetto forzato della maternità, o che per lo meno viene percepito come tale. La bambola che Leda ruba preserva quel legame speciale tra Nina e la figlia che riesce a renderle estranee a tutto il mondo, le fa vivere nell’unione più intima che si possa avere con un’altra persona, completamente dedite l’una all’altra, in una realtà di continua finzione, di ininterrotto stupore, inattaccabili, belle. «Perché l’avevo presa. Custodiva l’amore di Nina e di Elena, il loro vincolo, la reciproca passione». Un eros dunque che unisce, e che sembra quasi sradicato dal sesso. La sessualità nel romanzo è descritta come qualcosa che separa, legataa un piacere egoistico, solipsistico, un frutto della fantasia individuale. L’eros viceversa crea un legame vivo fra due persone, intenso, viscerale, molto più simile a ciò che unisce una madre e un figlioche nonal rapporto tra due amanti. È un vincolo che nasce nella profondità del ventre, che stringe in un nodo inscindibile per il quale passano la vita e la morte: un conflitto tra due individui che lottano per essere indipendenti l’uno dall’altro ma che non possono sopravvivere l’uno senza l’altro.

Si spiega dunque l’ostilità con cui Leda sorprende Nina insieme a Gino. Le sembra che in effetti la  ragazza stia compiendo un vile tradimento, non tanto nei confronti del marito, quanto verso la figlia. Cedendo al giovane bagnino (che oltretutto confessa di non amare affatto) Nina perde agli occhi di Leda quel privilegio che aveva acquisito grazie all’intensità del suo legame con Lenuccia. Il rapporto di Nina con Elena si riflette specularmene in quello di quest’ultima con la bambola, ed è un rapporto di natura erotica, in cui l’eros consiste in una forza oscura, torbida, misteriosa.

In questo romanzo l’eros non è legato alla bellezza. Gino, che è un giovane attraente, non è affatto un personaggio erotico, mentre per certi versi lo è il marito di Elena, pur nella sua sgradevolezza: «Nina perse il cappello, il vento glielo portò via. Suo marito, come un animale immobile che al primo segnale di pericolo scatta con una forza e una decisione inattese, lo prese al volo prima che finisse in acqua e glielo restituì. Lei lo calzò meglio, il cappello mi sembrò all’improvviso bello e avvertii una fitta irragionevole di disagio».

Perché – dopo l’atto repentino e in certo senso virile del marito – il cappello, che dapprima le era sembrato brutto, acquista improvvisamente fascino agli occhi di Leda? E, soprattutto, perché prova una sensazione di disagio? Non proviene forse il disagio dall’aver percepito una forza di inspiegabile attrazione provenire da quell’uomo viscido e sgradevole in tutto? Perché Nina è stata attratta da lui, perché lo ha accettato come marito pur temendolo e desiderando starne lontana? Leda ha bisogno di capire tutto questo, come ha bisogno di capire le tante contraddizioni della propria vita, di discendere nel fitto mistero delle proprie scelte.Ecco il motivo reale per cui Leda ruba la bambola: per indagare la vera natura di questa potenza misteriosa, per prendere finalmente consapevolezza della forza sconosciuta che ha mosso la sua esistenza, l’ha sconvolta dall’interno e l’ha condotta dove non avrebbe creduto di andare; per estrarne la figlia oscura che porta nel grembo, non provarne più ribrezzo, guardarla con asciutta compassione, compassata tenerezza.Per valutare questo grumo rappreso in fondo al ventre per quello che è, senza dargli nomi idealizzanti né– al contrario – svilirne il vigoroso potere.

È interessante notare il valore di alcune antinomie significative presenti nel romanzo. La forza erotica, infatti, che spinge al legame, alla relazione, all’apertura, si contrappone a un’altra di segno inverso, che tende a rimarcare l’individuazione. L’eros viene connotato da termini che rientrano nel campo semantico della mollezza, della viscidità. Le immagini che lo rappresentano sono ventri morbidi, forme rotonde; appare piuttosto di pertinenza femminile, e si forma nella segreta intimità delle viscere, nutrito da acque torbide, oscure, contaminate. La forza opposta all’eros, viceversa, tende a rimarcare i contorni dell’individuo, a distinguere, separare, ed è connotata da termini che alludono alla secchezza, alla durezza. È di natura egoistica: le immagini che la rappresentano sono la pigna, la magrezza dei corpi asciutti, e ha caratteristiche prevalentemente maschili. Gli uomini raffigurati nel romanzo sono quasi tutti scarsamente erotici, anche quando vengono coinvolti in episodi pertinenti alla sfera della sessualità.

All’inizio del libro troviamo subito alcune immagini che mediano il passaggio dalla dimensione asciutta – che tende all’individuazione – a quella erotica –legata all’apertura, allo sfaldamento. La sera in cui Leda giunge nella casa in cui trascorrerà la vacanza, trova come offerta di benvenuto una cesta colma di frutta di stagione, che in un primo momento – contemplandone l’aspetto suggestivo di natura morta – attira la sua attenzione e la sua golosità. Ma non appena prova a saggiarne la consistenza, ne viene come nauseata: «Scoprii che sotto la bella apparenza fichi, pere, prugne, pesche, uva erano invecchiati o marci. Presi un coltello, tagliai via ampie parti nere, ma mi disgustai dell’odore, del sapore, e buttai quasi tutto nella spazzatura». Dietro la reazione istintiva e comprensibile, leggiamo il raccapriccio causato da un’aspettativa delusa: laddove attendeva dei frutti ben conservati, integri, con intatta la propria fragranza, Leda li trova ammaccati, marci, di consistenza indecisa, aperti a una contaminazione che la spaventa.

Subito dopo, come si distende sul letto, vi trova una cicala, che viene raffigurata come un insetto di ambigua solidità: «Aveva ali membranose, era marrone scuro, immobile. Mi dissi: è una cicala, forse le è scoppiato l’addome sul mio cuscino… Maschio, femmina. Il ventre delle femmine non ha membrane elastiche, non canta, è muto. Provai ribrezzo. La cicala punge gli olivi e fa sgocciolare la manna dalla corteccia del frassino selvatico».

L’insetto viene descritto con delle parole che evocano – anche nei suoni – un’idea di fredda durezza, distante scabrosità:un essere muto, compreso nella sua essenza chitinosa, fiero dell’esoscheletro che ne preserva l’individuazione. La donna teme che alla cicala possa essere scoppiato l’addome, ovvero possa aver perduto la sua altera compostezza e si sia disfatta in una devastazione di membrane. Singolare (ancor più in quanto apparentemente immotivata) l’immagine della cicala che punge gli olivi e i frassini, e ne fa gocciolare manna dalla corteccia, evocazione chiara di un senso di disfacimento, e suggestivo accostamento tra l’aspra consistenza del legno e la stucchevole gommosità della manna.

Alla luce di questa simbologia, la storia del libro si configura come una progressiva perdita di contorni da parte di Leda, un transito da una condizione che pertiene all’individuazione a una erotica, di apertura. È un percorso che le consente di comprendere la propria dimensione di madre e di figlia; ma soprattutto di individuo, di donna che porta scritto nel suo stesso corpo il proprio destino. Ha partorito la figlia oscura, ne ha saggiato la consistenza, ne ha denunciato la natura, l’ha accettata nella sua incomprensibilità. Ha guardato in fondo a se stessa, ha ripercorso a ritroso le sue (in)decisioni, ha ceduto all’urgenza di sbagliare, ne ha misurato le conseguenze sulla propria carne, paga della sua insensatezza, finalmente arresa alla contraddizione.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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