Il viaggiatore leggero

di Liborio Conca

Era la primavera del 1999 e dalle basi italiane si alzavano gli aerei militari diretti verso la Serbia; guerra “a pochi chilometri dalle nostre case”. Il nostro professore di latino e greco, uomo colto e malinconico come solo certi professori sanno essere, era convinto che la Russia sarebbe entrata in guerra a difesa della “sorella Serbia”. A questo proposito ci raccontava di una frase attribuita a Stalin: quando chiedevano al georgiano a fianco di chi sarebbero entrati gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avrebbe sentenziato: a fianco degli inglesi, parlano la stessa lingua.
La stessa lingua. Un politico italiano morto pochi anni prima faceva proprio della ricchezza linguistica e della necessità del dialogo tra culture le proprie armi dialettiche, e dell’impegno a fermare le violenze nell’ex Jugoslavia il suo imperativo. Nella primavera del ’99, Alexander Langer era scomparso da quattro anni. S’era impiccato a un albero di albicocche. Stando a quello che riferirono alcuni suoi amici – Daniel Cohn-Bendit, il leader verde europeo, e Adriano Sofri, qui curatore dell’antologia di scritti di Langer assieme a Edi Rabini – tra le motivazioni del gesto (oltre a quelle di natura intima e personale) c’era l’enorme stress accumulato in anni di battaglie politiche condotte spesso da posizioni minoritarie, e un senso di impotenza e frustrazione. Soprattutto di fronte all’ultima grande ingiustizia che Langer tentò di combattere: appunto, i massacri seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia.
Nato a Sterzing (Vipiteno) nel ‘46, Langer è stato un uomo politico… che sembra quasi impossibile, oggi, credere sia esistito, così vicino a noi nel tempo; e la sua differenza, forse addirittura biologica rispetto a quasi tutti gli uomini politici di questi anni, sta nell’umanesimo candido, nell’attenzione alle parole. Sull’importanza della lingua, scrive Langer nell’85: «Parlare più lingue è una condizione pratica e metaforica di qui e altrove. Per dirla con Humboldt, si è tante volte uomini quante lingue (e dialetti) si conoscono; è una spinta a relativizzare, a cogliere le differenze, e, ancora meglio, a cogliere certe finezze, certe sfumature che non soffrono la tradizione. Dove c’è una vocazione plurilingue latente, si deve coltivarla con cura. Tanto più in un’Europa in cui si moltiplicano i rifugiati, gli immigrati…» Una sintesi di tensioni umane e ricerca intellettuale che lo colloca, a modo suo, tra gli italiani di cui essere più fieri. E che oggi può fare da bussola per chi abbia voglia di non arrendersi alla marea nefasta che ha decisamente traboccato gli argini e invaso ogni spazio politico nel nostro paese. È un momento buio, e nei momenti oscuri è alla luce dei fari che bisogna indirizzarsi, e Langer illumina. Con la fermezza delle sue parole e la flessibilità nel saper ascoltare. Con l’onestà di fondo che anima i suoi scritti, qui raccolti tra articoli, reportage, interventi. Da quando il fervore cattolico è ingenuo e ottimista, fino all’incontro decisivo con don Milani, e poi la militanza in Lotta continua, la fondazione dei Verdi italiani, i reportage dall’Albania. E le riflessioni su temi che in seguito avrebbero occupato l’agenda politica italiana: il regionalismo, la crisi della sinistra, la crisi della scuola e dell’impegno politico, i problemi etici (da cattolico riteneva si dovesse porre un freno alla manipolazione genetica, le sua posizioni crearono non poche discussioni nell’area di sinistra). Tutte aree di discussione affrontate con un’unica intenzione di fondo: abbattere gli steccati, costruire ponti, sulla base non di riflessioni utopistiche ma di un preciso progetto politico continuamente delineato, con lo sforzo continuo di tradurre in pratica la teoria. E senza tirarsi indietro di fronte alle più spinose contraddizioni: da pacifista, Langer ritenne già nel ’93 che se la via diplomatica fosse risultata fallimentare, l’unica strada per fermare Milosevic sarebbe stato l’intervento militare internazionale, sotto egida Onu.
Nel giugno ’94, in un intervento provocatorio ospitato sulle pagine di Cuore, Langer si propone come leader del Pds appena sconfitto alle elezioni. Scrive: «Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica […]. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralisimi ed egemonie […]. Bisogna far intravedere l’alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli». Quelli scelsero D’Alema.

Questo pezzo è uscito per Blow Up

Commenti
2 Commenti a “Il viaggiatore leggero”
  1. sabanero scrive:

    L’altra sera G.Antoio Stella parlava della disintegrazione dei luoghi tradizionali culturali italiani a casua del business fine a sè stesso. e’ il 2011. Ma c’era chi lo sosteneva in tv già nel 1970 circa e si chiamava PPP. In tutti i successivi anni ha mai scritto q.cosa al riguardo opure ci è pervenuto solo nelgi ultimi anni a realizzare con chi abbiamo a che fare ? e che a lui il pulpito non gli manca per certo.

  2. sabanero scrive:

    L’altra sera G.Antonio Stella parlava della disintegrazione dei luoghi tradizionali culturali italiani a causa del business fine a sè stesso. e’ il 2011. Ma c’era chi lo sosteneva in tv già nel 1970 circa e si chiamava PPP. In tutti i successivi anni ha mai scritto q.cosa al riguardo oppure ci è pervenuto solo adesso in quest’ultimi ultimi anni a realizzare con chi abbiamo a che fare ? e che a lui il pulpito non gli manca per certo.
    Scusate errori di ortografia dovuti alla velocità ed all’ebbrezza….

Aggiungi un commento