marco-lopez-qK6HAkB91Yc-unsplash

Il Volontario di Salvatore Scibona, dal Vietnam alla ricerca di un’identità impossibile

marco-lopez-qK6HAkB91Yc-unsplash

Photo by Marco López on Unsplash

Sabato pomeriggio Salvatore Scibona sarà a Più Libri Più Liberi (ore 18,30, sala Antares), per raccontare il suo ultimo romanzo Il Volontario, uscito in Italia per 66thand2nd nella traduzione di Michele Martino.

Vollie Frade è un uomo da metamorfosi interiori, da molte vite nella stessa vita. Cresciuto nell’America rurale, di punto in bianco decide di arruolarsi nel corpo dei marines, ancora minorenne. C’è il Vietnam che infuria dall’altra parte dell’Oceano, e all’inquieto Vollie sembra l’occasione giusta per imboccare la sua strada. Rientrato in patria, dopo essere miracolosamente sopravvissuto alla prigionia nell’inferno dei tunnel scavati dai Vietcong, Vollie cambia ancora. Questa volta è un uomo diverso anche per la burocrazia: il nuovo nome è timbrato sui documenti. Adesso si chiama Dwight Elliot Tilly.

Si può sfuggire al proprio passato cambiando città, mestiere, annullando ogni legame con la famiglia d’origine, e infine persino indossando un nome nuovo? Uno dei nuclei fondamentali del Volontario, il secondo romanzo di Salvatore Scibona, (66thand2nd, traduzione di Michele Martino) ruota proprio intorno al concetto di identità. Ma non è questo l’unico motivo nascosto all’interno di un romanzo complesso e ambizioso, con lo sguardo rivolto al Novecento – tanto nell’ambientazione prevalente quanto nei riferimenti letterari; ci torneremo più avanti – eppure affatto polveroso o conservatore, grazie a un’architettura psicologica che suona contemporanea.

Abbracciando nella trama America, Europa e Asia, Scibona ha costruito una storia che racconta delle scelte e dei fallimenti che queste scelte possono portarsi dietro, della possibilità di ricostruirsi e ripartire. Il tutto all’interno del rapporto archetipico fra padri e figli. Di fatto la cornice narrativa del Volontario intreccia tre padri e tre figli in altrettante differenti generazioni, legati eppure irrimediabilmente divisi da un solco che può assumere le sembianze del rifiuto (Vollie, il Volontario, fuggito dalla sua famiglia) o dell’abbandono (la scena che apre il romanzo: Elroy Heflin, figliastro di Vollie, militare anche lui, sceglie di lasciare il proprio figlio, ancora un bambino, in aeroporto).

Dicevo dell’intreccio. Il Volontario è costruito in segmenti diversi, destinati a parlarsi tra loro in un gioco di specchi e legami sotterranei. Se la prima scena del romanzo è ambientata nell’aeroporto di Amburgo durante il 2010, il seguito va prima a ritroso nel tempo, seguendo l’infanzia di Vollie Frade in Iowa, per poi dilagare nella seconda metà del Novecento e sfociare negli anni Duemila, proiettandosi persino in un futuro prossimo. In questo, nella gestione del tempo narrativo, nella scelta di tratteggiare per i suoi personaggi una traiettoria che li abbraccia nel corso della loro crescita come esseri umani, Salvatore Scibona ha operato una scelta che riecheggia La fine, il suo romanzo d’esordio uscito dieci anni fa. A tal proposito, mentre La fine copre il periodo che va dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Cinquanta, specularmente Il Volontario parte proprio dai Cinquanta per arrivare ai giorni nostri; una simmetria che non dev’essere casuale, soprattutto per uno scrittore meticoloso e calibrato come Scibona.

Il vero perno del romanzo è rappresentato dallo spaesamento continuo di Frade, un uomo per cui vale il vecchio adagio di trovarsi sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel Volontario passiamo di sequenza in sequenza e ciascuna di queste sequenze arriva a una conclusione drammatica, un fatto o una decisione che si fissano nella biografia di Frade come un susseguirsi di tacche inscritte dentro una pietra; e sappiamo che una volta scavato, il solco – più o meno profondo che sia – non andrà più via. È la somma delle azioni svolte o subite da Vollie a formarne l’identità, ed è questa la massa indistinta con cui bisogna fare i conti, e dalla quale è impossibile fuggire.

Le scelte compiute vent’anni o trent’anni prima, per quanto siano esaurite da un punto di vista fattuale – la scelta singola è unica e irripetibile, questo è certo – non smettono mai di riverberarsi nel presente, e possono riapparire da un momento all’altro in forma di conforto o tormento. Il passato può riemergere sotto forma di una lettera – quella che giunge improvvisamente a Vollie da un prete tedesco, e chi avrebbe mai potuto pensarlo? – o di un pensiero fugace, o di una persona ritrovata: niente si può realmente cancellare.

Su tutto questo insistono le forze del destino. Nel Volontario assistiamo a un vortice di meccanismi complessi che si mescolano tra loro. Alla base di tutto, l’individuo, e su di esso si abbattono le forze esterne, non meno intricate e imprevedibili; è il salto dalla storia singola al magma della storia collettiva, fatta di travasi continui e opportunità o tragedie pronte a esplodere a ogni passo. Con la forma di una ragazzina che sbarra l’accesso a un agente e finisce uccisa, ad esempio. Anche qui: il modo in cui Scibona lascia scivolare questo concetto dentro il muro del racconto, senza interrompere il corso degli eventi narrati ma intrecciandoli alla riflessione esistenziale, è un gesto narrativo semplice, come un bigliettino lasciato scivolare sotto l’uscio di una porta sprangata. Un bigliettino che spiega come la direzione dei personaggi del Volontario, e quindi delle nostre vite, è affidata al caso, all’eventualità improvvisa e ineluttabile che porta da sempre uomini e donne a scegliere una strada anziché un’altra.

Se da un punto di vista narrativo Scibona usa una strategia che potremmo definire di “accumulo”, di fatti che gonfiano progressivamente la trama aggiungendo spezzoni che di volta in volta aggiungono nuovi particolari al quadro complessivo, riuscendo così a tenere alta l’attenzione del lettore, del Volontario si possono apprezzare anche la bellezza stilistica e le capacità mimetiche della scrittura in quanto tale.

Quando anni fa lo intervistai per La fine, già molto apprezzato dalla critica e finalista al National Book Award, il lungo elenco di scrittori da lui prediletti andava da Saul Bellow a William Faulkner, Virginia Woolf e Toni Morrison e Don DeLillo. Tutti autori che possono essere scovati in controluce nel suo nuovo romanzo. Quando racconta dell’infanzia in Iowa di Vollie Frade con i suoi genitori, ecco che la narrazione ha un’impronta faulkneriana, dai toni southern gothic («La scena di cui fu testimone, il rito terrificante, si depositò nel fondo della sua coscienza, imprimendo la propria forma nei recessi più intimi del suo essere, e subito dopo svanì: già la mattina successiva non ricordava più cosa avesse visto, o perfino di aver visto qualcosa»).

Con Vollie in Vietnam, percepiamo il pericolo e l’oscurità e i lampi di luce improvvisa come nelle grandi pellicole ispirate al conflitto come Apocalypse Now («Li raggiunsero solo i suoni del nulla. I suoni di un doppio nulla, di un tunnel che non esisteva e di uomini che non erano lì per un’estensione temporale che mai era avvenuta e che in ogni caso non poteva essere misurata, dal momento che non vedevano né la luce del sole né il luccichio delle stelle, e cos’è il tempo senza la possibilità di misurarlo?»). Ancora, spostando il centro della scena a New York, nelle descrizioni della città, delle sue strade e dei suoi locali, il tocco ricorda quello dei grandi scrittori newyorchesi del secondo Novecento, da Bellow a DeLillo («Erano in piedi a un angolo di strada nel 1973. Faceva un caldo infernale, il sole cadeva così a picco che i loro corpi non proiettavano neanche l’ombra sull’asfalto. La luce inondava allo stesso modo, senza distinzioni, le persone, i precipizi di vetro e granito, le auto di lusso e i taxi, oltre ai mille cocci scuri di una bottiglia di liquore al malto in frantumi sul marciapiede. Era tutto visibile, semplice»).

Verso la fine del romanzo, ma non ancora alla fine vera e propria, avviene la resa dei conti tra Vollie e Lorch, l’uomo che incarna la coscienza nera del volontario. Vollie, ormai un uomo maturo, ha finalmente messo assieme i pezzi del mosaico – il mosaico che è stato la sua vita – e ha visto tutto quello che gli è accaduto trasformarsi in un’immagine più completa, profonda, come quel cielo visto fuori dalla sua automobile in viaggio. Lorch, cantore del potere e del denaro, è nei panni del diavolo tentatore e ricorre alle Scritture, come gli succede spesso: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole. Romani, tredici, otto. Ho sempre cercato di essere corretto con te, sergente. Perché tu non vuoi esserlo con me?».

È l’ultima scelta a cui Vollie viene messo di fronte: quella di vestire ancora una volta nuovi indumenti, compiendo un ulteriore salto psicologico/morale; oppure annullare definitivamente i suoi sé, in quella che è in fondo è sempre stata la sua ambizione. Restare un corpo, e nient’altro.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Aggiungi un commento