Il voto dei giovani

Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?), mi sembra interessante decodificare la retorica che si è creata attorno a questo argomento, e porre una questione più profonda: in quale ideale si riconosce un votante giovane e meno smaliziato (o disilluso)?

In ogni caso, è sempre bene partire dalle cifre. I dati forniti da Termometropolitico.it (basati su statistiche di instant poll Emg) testimoniano uno straordinario 64% di affluenza per i giovani sotto i 25 anni, mentre il resto degli elettori under 65 si attesta attorno al 60% circa (con un 62% per le persone fra i 45 e 54 anni). Riportati così, tuttavia, i numeri non parlano ancora una lingua chiara. Occorre metterli a confronto: ad esempio con quelli delle elezioni politiche del 2008 (sempre grazie a Termometropolitico.it, con lo studio sociodemografico Itanes). Tre anni fa, la fascia 18-24 anni rispose con un’affluenza ridicola: 8,47%.
D’accordo, si trattava di un’adunanza pubblica di carattere diverso: ma questo non basta a spiegare una sproporzione del genere. Ecco dunque la vera domanda preliminare: perché questo totale mutamento di tendenza?

Il web, ma non solo il web
Una risposta spicciola è: nel 2008 i social network – almeno in Italia – non erano ancora diffusi come nel 2011. Certo. Ma questo sembra sottintendere l’equazione giovani = social network = il referendum è stato deciso dal “popolo della rete” (espressione di una superficialità immane).
Il blogger ed esperto di comunicazione Enrico Sola ha fatto qualche conto per riportare il tema sulla terra: ricordando ad esempio che gli utenti italiani di Twitter sono circa 350 mila – tutt’altro che grandi numeri, specie se paragonati a quelli mastodontici della televisione.
Eppure l’hype è stato così folle che anche un intellettuale di primo livello come Marco Belpoliti ha potuto iniziare un articolo così: “Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.” (“La Stampa”, 14 giugno 2011).
Se sgombriamo un attimo il campo dalle esagerazioni – il cibo preferito dalle testate nostrane – vediamo come sì, la rete ha senz’altro influito positivamente, ma non è certo sulle sue spalle che si regge per intero questo successo. Eppure, come nota anche Sola, c’è una sensazione. C’è la sensazione chiara che il web abbia veicolato qualcosa e giocato un suo ruolo. E questo è probabilmente vero: così come è vero che qualcosa è cambiato a strati geologici assai più profondi della sociologia facile da social network. Si sono usati tutti i mezzi possibili, dal digitale all’analogico, dalle foto su Facebook al passaparola di strada, per raggiungere il risultato.
Una risposta più meditata alla domanda sulla mobilitazione giovanile, allora, sembra essere questa: perché, rispetto a solo poco tempo fa, la prospettiva puramente individualista del berlusconismo ha cominciato a sgretolarsi. Complice una serie di fattori – la presenza di reti sociali, la stanchezza verso una certa retorica, e forse anche l’esempio delle rivoluzioni arabe – la visione privatista della cosa pubblica non è stata sufficiente ad arginare l’entusiasmo.

Uno sguardo più a fondo
Bene, premesse chiarite, risultati messi in chiaro, champagne stappato e bevuto per il gran ritorno dei giovani alla vita politica. Ora però credo sia necessario affondare ulteriormente lo sguardo. Perché dietro questo successo innegabile e straordinario si agitano ancora molte ombre, e una su tutte: la questione dell’ingiustizia narrativa.
Mi spiego. Il problema del voto consegnato da un giovane italiano non sta tanto nel gesto (la rinnovata coscienza civica è evidente): sta nel destino del voto stesso. Io scelgo, ma perché dovrei poi sentirmi raccontare come parte di un “popolo della rete” o di una “generazione precaria”, o ammannito da un discorso veltroniano-dalemiano che puzza di polvere lontano un miglio? Io voto, ma non so quale classe dirigente saprà raccogliere e valorizzare la mia fiducia.
Senz’altro, la caratteristica chiave del referendum stava proprio nel portare la democrazia diretta in campo: nessuno doveva farsi carico di nulla, la decisione spettava alla maggioranza. Ma oltre a ciò, l’enorme afflusso alle urne ha testimoniato anche il bisogno indispensabile di una democrazia indiretta in grado di dare voce reale a quelle persone, al di là dell’evento. Una democrazia rappresentativa di qualità, insomma. Credo sia infatti superficiale ridurre questo straordinario risveglio ai temi, pure molto urgenti, di acqua, nucleare e legittimo impedimento: il grande evento è stato il quorum, non la vittoria dei no (su cui bene o male si era tutti convinti). In altri termini: soprattutto per tutta la fetta generazionale più giovane, il referendum non è stato solo una chiamata alle urne, ma lo specchio di un più complesso momento di ritorno al civismo. Un “no” convincente alle sirene del berlusconismo.
Resta da capire se questa primavera italiana sia in grado di diventare estate: svecchiando una volta per tutte la percezione stessa della politica italiana. Resta da capire se qualcuno, in alto, se ne farà carico e sappia intendere quale meravigliosa possibilità si trova davanti.

Il pericolo della discesa semantica
Torniamo insomma sempre lì, alla questione delle élites, ma con una sfumatura ulteriore: e cioè il fatto che, voto o non voto, risultato o non risultato, la generazione precedente alla mia detiene comunque il potere ufficiale della narrazione. La versione della storia è nelle sue mani: e chi racconta oggi decide non solo del presente (questo è scontato) ma anche dell’idea del futuro.
Una nota: so che il concetto di “narrazione”, specie con la curvatura à la Vendola che ha preso negli ultimi periodi, può suonare irrimediabilmente vago. Ma tutto quello che intendo per padronanza della narrazione è quello di avere in mano l’agenda setting e mantenere a senso unico il dialogo o il conflitto. Nel concreto, il dominio degli organi informativi e di influenza sull’opinione pubblica, la sovranità sulla dirigenza politica ed economica, e la possibilità di ignorare o (peggio ancora) svilire, un qualsiasi racconto di tenore diverso.
Questo significa che difficilmente i giovani riescono a proporre la propria storia in modi realistici e critici. Possono accedere alle forme derivate e locali di narrazione: qualche inchiesta, qualche testimonianza, un blog. Ma la gestione del racconto è in mano ai “padri”, e generalmente i padri hanno una visione:
a. conservatrice (il vizio del mancato ricambio e la mancanza di comprensione);
b. sottilmente ipocrita (perché di fondo temono le nuove leve: quindi va bene denunciare la situazione dei giovani, ma le strategie in grado di cambiarla sono proibite);
c. comunque paternalistica (per forza: sono padri).
Questa combinazione crea una storia banale in cui, come dicevo sopra, i problemi scompaiono in un mare di indeterminatezza e termini-slogan.
Il discrimine dei padri è di trovare le parole giuste per descrivere una situazione statica che non riescono a penetrare emotivamente. Così elaborano manifesti, scrivono libri, moltiplicano gli editoriali sui quotidiani.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Lo porta indietro, in un processo di discesa semantica continua e sempre più violenta – parlare del parlare del parlare, commentare sul commentare sul commentare – finché i fatti, la realtà nuda e cruda, la violenza sociale, l’amarezza, il dolore, non scompaiono dall’orizzonte delle cose.
Persino il racconto della mia situazione è inefficiente – penso alle inchieste che proprio in questi giorni affollano le pagine dei quotidiani (siamo tornati al precariato come unica categoria epistemica), non porta a nulla: la macchina narrativa si ingolfa ancora prima di partire. Ed è questo che ora, ora in particolar modo, ora che c’è questo fermento, bisogna evitare.

I tempi stanno cambiando
Arriviamo così all’ultima torsione. L’ingiustizia narrativa diventa un problema per la democrazia stessa: se il racconto viene piegato alle esigenze della classe dirigente, allora l’idea stessa di una società che si muove insieme – che lavora per definire una qualche idea di bene comune – è messa in discussione. Come si diceva sopra: Io voto, ma poi? Io faccio il mio dovere, ma chi custodirà i custodi, che non sembrano in grado di recepire questo verbo elettrico, in continua mutazione, questa situazione tanto più simile a una fiamma che non a una pietra – qualcosa da lasciare ardere e non da scolpire?
La generazione che ha votato in massa alle urne è la stessa che viene quotidianamente narrata in una maniera obliqua e inefficace, al massimo compassionevole: mentre nulla, nei fatti, cambia. Di fronte a questo, sembra ovvio aspettarsi un desiderio di rivolta violenta. Ma l’Italia non è un paese che sa convogliare queste energie in un autentico moto rivoluzionario: non ha una tradizione di questo tipo né il suo presente sembra assecondarlo. Altrove, inoltre, cercavo di sostenere che c’è una buona matrice etica di fondo che impedisce il ricorso alla violenza.
Il desiderio di rivolta si traduce allora in un disagio sotterraneo, in una “introiezione del conflitto” (come la chiama Christian Raimo): dai concetti della politica si deve passare a quelli della psicanalisi – e questo, per quanto possa suonare affascinante, è un grave problema per lo stato di salute di un popolo. Di fronte a questo rischio di avvilimento collettivo – tutti risentiti, tutti depressi, tutti incapaci di trasformare la rabbia in futuro – il risultato referendario è stata una boccata d’aria fresca. Anzi, direi che è stata ancora più importante la gioia profonda con cui nelle strade, nelle piazze e sul web questa vittoria è stata salutata: l’idea stessa che si possa essere contenti in quanto collettività. Una forma di entusiasmo che rompa gli argini del proprio, minuscolo giardino. Non ricordo niente di simile negli ultimi anni.
Certo il berlusconismo non è un mostro che si uccide così, con un singolo colpo d’ascia, una sola dimostrazione pubblica di unità. Occorre molto altro per smaltirne le tossine – presenti in eguale misura a destra e a sinistra. Ma se si doveva iniziare da qualche punto, questo è un ottimo punto. E allora: nell’attesa che qualcuno si decida a raccogliere queste energie rinnovate, questo slancio che nel momento peggiore ha dato prova di esistere, questa lucidità, questa bellezza – nell’attesa di un mea culpa generale da parte della sinistra italiana, che fare?
Ho una modestissima proposta. La rivoluzione che per motivi storici, o morali, o tecnici, non sembra possibile per le strade, andrebbe coltivata in ogni gesto, da chi si è mosso in prima persona, senza aspettare altri esempi dall’alto né limitarsi all’azione politica.
Nell’attesa di qualcuno che meriti tutta la nostra fiducia, non rimane che essere ancora più diritti noi stessi: ancora più parresiastici, ancora più raccolti e coraggiosi. Di fronte all’etica della menzogna, inseguire soltanto la verità. Di fronte allo schiaffo, non porgere alcuna guancia. Di fronte alla mielosa retorica del volemose bene e all’ipocrisia di chi sa essere forte unicamente con i deboli, reagire con l’onestà e l’intransigenza (la sana intransigenza di chi non cede ai ricatti e alle compravendite – l’intransigenza di Gobetti).
La frase “i tempi stanno cambiando” è confortante, ma da sola rischia di appiattirsi a uno slogan, come se il mero corso degli anni bastasse a recare una trasformazione.Ci sono molte colpe di cui può macchiarsi una società, ma una delle più tristi è quella di tradire la fiducia di chi verrà dopo. Lasciare che il voto di un ventenne di oggi si disperda nel vuoto, che questa bellezza passi invano, è la riedizione contemporanea di tale colpa. Dovremo evitarla, ora, con qualsiasi mezzo.

Giorgio Fontana (1981) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato alcuni libri (l’ultimo è Per legge superiore, edito da Sellerio). Collabora con diverse testate ed è stato fra fra i condirettori del pamphlet letterario Eleanore Rigby.
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