Ilva per principianti #1. Considerazioni sulla città dell’acciaio

di Alessandro Leogrande

Raccolgo qui, a mo’ di diario, tre articoli sulla “questione Taranto” scritti in questi giorni per il “Corriere del Mezzogiorno”. Sono riflessioni certamente non esaustive. Tuttavia sono convinto che una discussione complessa su come coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute, “cosa” e “come” produrre e non solo “quanto” produrre, “come” avviare concretamente un processo di ambientalizzazione di un colosso siderurgico, “come” indirizzare l’impresa privata (benché abbia rilevato uno stabilimento di Stato) a devolvere parte dei suo ingenti profitti per tale processo, e – allo stesso tempo – “come” affrontare l’enorme questione operaia che si sta oggi aprendo in Italia, riguardi tutti. A cominciare dai redattori, dai collaboratori e dai lettori di “minima et moralia”. (a.l.)

Giovedì 26 luglio

Come Youngstown

C’è un aspetto che riguarda la crisi da cui Taranto cerca di uscire: la sua contrazione demografica. Benché sottaciuta, essa è strettamente legata al nodo irrisolto industria-ambiente.

Partiamo dai dati. Nel 1951 Taranto aveva 169 mila abitanti. Nel 1981, anno che coincide con l’acme dell’industrializzazione di stato, prima della crisi del decennio successivo, 244 mila. All’epoca c’era chi credeva che, mantenendo questo trend di crescita, la popolazione sarebbe presto arrivata alle 350 mila unità, e che un nuovo piano urbanistico avrebbe dovuto tener conto di questa ingente crescita. Invece oggi Taranto (secondo i dati provvisori dell’ultimo censimento) ha solo 195 mila abitanti. In trent’anni si sono volatilizzate circa 50 mila persone. È vero che nel novero vanno sottratti i 14 mila abitanti di Statte (ex frazione cittadina, comune autonomo dalla metà degli anni novanta). Ma è vero anche che quelle 195 mila unità andrebbero ulteriormente passate al setaccio. Non c’è censimento, eppure sono diverse migliaia le tarantine e i tarantini under 40 che vivono fuori per studio o lavoro, pur mantenendo la residenza in città.

Cosa ci dice tutto questo? La curva di crescita e decrescita è chiaramente legata alla storia della monocultura siderurgica. Il paradosso jonico è che non c’è stata alcuna dismissione. L’Ilva (privatizzata) è sempre lì. Con circa 12 mila dipendenti, più alcune migliaia dell’indotto, è la più grande concentrazione industriale e operaia della nuova Italia de-industrializzata. Eppure questi numeri, se confrontati con i numeri massicci degli anni settanta, con le migliaia di prepensionamenti degli anni ottanta, e con il semplice fatto che oggi più o meno la metà dei dipendenti Ilva non risiede in città, bensì nei paesi della provincia, spiegano molto bene perché la contrazione non è stata arrestata. Anzi, è aumentata nella misura in cui le alternative produttive e di lavoro sono ancora tutte all’orizzonte.

Quello che sta avvenendo a Taranto – alle spalle dello scontro mesto tra salute e lavoro – non è un fenomeno locale, né unicamente meridionale. Un libro recentemente edito da Laterza aiuta ad allargare lo sguardo: Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana di Alessandro Coppola. Coppola è un giovane ricercatore del Politecnico di Milano. Per anni ha studiato e analizzato la crisi urbanistica delle città industriali americane. In particolare le città dell’acciaio: Youngstown, Baltimore, Buffalo, Detroit… Quelle che erano le famose “steel town”, fiore all’occhiello dell’America roosveltiana, si sono rovesciate già negli anni settanta nei punti neri della Rust Belt, la cintura delle ruggine. La crisi dell’acciaio negli Usa è partita prima che da noi, benché in Italia allora nessuno seppe valutare – anche per Taranto – le sue conseguenze. Ciò che ha prodotto è un panorama di macerie: altiforni e laminatoi dismessi o abbandonati, disoccupazione, microcriminalità, assenza di prospettive, contrazione demografica – con numeri non dissimili da quelli jonici. Non sempre le cose sono andate come a Pittsburgh, la città eretta a emblema (in modo peraltro eccessivamente ottimistico) da chi oggi sogna un futuro verde e post-industriale. La realtà è molto più grigia.

Essendo Coppola un urbanista, il fenomeno che più gli interessa è quello del cosiddetto “shrinkage”, la contrazione della popolazione e dei suoi insediamenti abitativi. Insomma, come gestire razionalmente la “decrescita” in città che sono cresciute molto in fretta, alimentando suburbi e periferie, e ora vedono ridurre drasticamente la propria popolazione? In che modo fare i conti con quartieri desertificati, case abbandonate, crollo del mercato immobiliare? Come densificare ciò che si è inevitabilmente frastagliato?

Le risposte messe sul campo sono state molteplici, sia sul piano istituzionale, sia in quello dell’iniziativa dal basso. E Coppola sa raccontarle tutte, intuendone pregi e difetti (ci sono delle belle pagine, ad esempio, sull’importanza degli orti urbani e degli “school gardens”). La cosa sorprendente della lettura di Apocalypse Town è la straordinaria somiglianza tra la storia di Youngstown e quella di Taranto. Segno che le risposte a simili processi devono necessariamente avere uno sguardo globale.

Anche Taranto sembra essere afflitta da mali simili. Desertificazione abitativa del suo centro e trasferimento silenzioso della sua popolazione verso le nuove periferie e i nuovi suburbi. Fenomeno quanto meno inquietante se si considera il radicale “shrinkage” jonico. Non è un fenomeno ridotto unicamente all’abbandono della città vecchia, in cui ora vivono appena duemila persone. Il virus sta intaccando anche il Borgo, il centro tardo-ottocentesco della città. Certo, il suo impatto non è visibile come nelle città americane dove vengono abbattuti interi isolati. Eppure il centro di Taranto appare un tessuto perforato: basta prendere un palazzo a caso per rendersi conto che almeno un appartamento su cinque risulta non abitato. Di contro abbiamo i quartieri dormitorio, cresciuti a dismisura proprio negli ultimi trent’anni. Una città frastagliata rischia di diventare una non-città: un’accozzaglia di atomi tanto più isolati, quanto più la contrazione demografica – come tutto lascia presupporre – continuerà.

Nel programma dell’attuale maggioranza al consiglio comunale – in linea con la normativa regionale vigente – questa tendenza sembra essere colta appieno. Si parla di recuperare, riammagliare e ricompattare, senza cedere alle tentazioni di una nuova espansione edilizia. Eppure, in attesa che venga approvato un nuovo Piano urbanistico, c’è una grande discussione culturale da avviare intorno a questi temi. Con un occhio rivolto alle sorti di quelle “steel town” americane, che anche l’amministrazione Obama prova a sottrarre all’urbicidio.

Venerdì 27 luglio

Produrre acciaio

Ci voleva la manifestazione di ieri per ricordare a Taranto, e all’intero paese, quale impatto possono avere migliaia di operai intenzionati a bloccare una città e le sue vie d’accesso. Eppure per capire una tale manifestazione improvvisa, dai toni aspri e disperati, bisogna svolgere a ritroso il nastro della storia. Ci sono momenti come questi, in cui il passato e suoi errori ti sono sbattuti in faccia di colpo. Quel passato è fatto di scelte, trasformazioni, dati e numeri: per comprendere il futuro immediato, occorre fermarsi un attimo e analizzarlo.

La storia dell’industrializzazione jonica è sempre stata intrecciata alla ricerca, sovente utopica, della piena occupazione in una città e una provincia affamate di lavoro. Quando alla fine degli anni cinquanta la sfilata dei ministri democristiani sancì l’inizio dei lavori per la costruzione del siderurgico, sull’economia cittadina pesavano le aspettative di ventimila disoccupati. L’Arsenale e i cantieri navali non garantivano piena occupazione, né la garantivano – in provincia – l’agricoltura e una riforma agraria male applicata. L’Italsider parve darla, quella benedetta piena occupazione. Non solo ai tarantini già residenti, ma anche ai nuovi immigrati dal Salento, dalla Lucania, dalla Calabria che andarono ad abitare nei casermoni dei quartieri dormitorio. Per questo fu osannato dal centrosinistra al governo e dal Pci all’opposizione.

Secondo dati forniti dall’Ilva, la capacità produttiva originaria, che al momento dell’avvio del primo altoforno nell’ottobre 1964 era di 3 milioni di tonnellate all’anno, venne aumentata a 4,5 milioni di tonnellate nel 1970 e a 11,5 milioni nel 1975. L’occupazione massima fu raggiunta nel corso del 1980, con 21.791 unità.

L’aumento della produzione, degli occupati e dei residenti per un ventennio sono stati direttamente proporzionali. Taranto e la sua industria sembravano crescere insieme. Quando nell’ottobre del 1979, Walter Tobagi dipinse la città in un celebre reportage apparso sul “Corriere della Sera” non poté non accorgersi dell’evidenza: “Taranto è la più prospera fra le città del Meridione: il reddito pro capite sfiora il milione e 300 mila lire, che grosso modo corrisponde alla media nazionale.” Tuttavia già allora Tobagi si accorse che il vero protagonista dell’industrializzazione tarantina era il “metalmezzadro”. I contadini entrati in fabbrica, in realtà, erano rimasti contadini. Non avevano formato una vera comunità, né avevano tagliato i ponti con il passato. In molti, poi, vivendo in provincia, continuavano a fare il doppio lavoro, mantenendo un piccolo appezzamento di terra.

Negli anni ottanta, quando la crisi dell’acciaio è giunta anche da noi, alimentando la crisi delle partecipazioni statali e allo stesso tempo venendo alimentata da quest’ultima, la crescita si è trasformata in decrescita. Crisi di produzione, riduzione dei dipendenti, riduzione della popolazione cittadina.

Nel maggio del 1995, in un’epoca di veloci privatizzazioni, il Gruppo Riva rileva l’impianto siderurgico, In quel momento lo stabilimento di Taranto occupava 11.796 unità, diecimila in meno del picco di quindi anni prima. Tanto che oggi è difficile non mettere in relazione quella feroce contrazione occupazionale con quanto è accaduto negli anni più bui della storia cittadina, tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta: impoverimento diffuso, implosione del sistema politico, nascita del populismo citiano, dilagare della violenza mafiosa.

A seguito di una vasta opera di ristrutturazione aziendale, facendo anche leva sull’utilizzo dei contratti di formazione per i giovani, l’Ilva degli ultimi quindici anni è diventata un’altra fabbrica. All’industria di stato, si sono sostituiti un proprietario privato e il cognome di una sola famiglia: i Riva. Eppure per capire il legame a filo doppio nuovamente intessuto con l’economia cittadina e nazionale (al di là dell’esplodere della questione ambientale) bisogna ancora una volta far ricorso ad alcuni numeri.

Nel 2011, nonostante la crisi del mercato mondiale, lo stabilimento jonico ha prodotto circa 8 milioni e mezzo di tonnellate d’acciaio. L’Ilva di Taranto oggi impiega poco più di diecimila operai, cui vanno aggiunti 1.500 tra impiegati, quadri e dirigenti. A questi vanno, inoltre, sommati gli operai impiegati nelle ditte dell’indotto, tra le due e le tremila unità.

Il fatturato, sempre nel 2011, è stato di 10 miliardi di euro. Il 53% dell’acciaio prodotto dal Gruppo Riva è destinato all’Italia: l’Ilva copre il 40% del fabbisogno di acciaio del nostro settore manifatturiero.

Questi dati, ovviamente, non possono giustificare la gravità dell’impatto ambientale. Spiegano però molto bene quali possano essere le pesanti conseguenze del sequestro dell’aria a caldo, specie in una città che negli ultimi sessant’anni non ha mai pensato a una seria alternativa alla monocultura siderurgica. E soprattutto in una città che, oggi come ieri, oggi più di ieri, ha fame di lavoro, di occupazione.

La manifestazione di ieri pomeriggio ha reso evidente ciò che in genere evidente non è. A Taranto gli operai ci sono ancora, in media sono molto giovani, e se l’Ilva dovesse chiudere definitivamente, non saprebbero dove andare a cercare un altro lavoro.

Infine c’è un dato, questa volta non espresso in numeri, che va preso in considerazione. Negli ultimi anni, chiunque abbia studiato l’Ilva di Taranto si è posto questa domanda: come mai, nonostante l’inquinamento, l’elevata frequenza di incidenti mortali, i fumi e le polveri, migliaia di ragazzi sognano ancora “un posto all’Ilva”? Perché, in una città come Taranto, “quel posto” è ancora la manna dal cielo. Può condurre a qualcosa che in genere viene percepita come in via d’estinzione, proprio come i panda: un’assunzione a tempo indeterminato.

La manifestazione di ieri è l’estrema difesa di tale argine in una città a tempo. Può essere letta come una difesa corporativa. In realtà è un segno di profonda debolezza di fronte alla crisi.

Domenica 29 luglio

Gli operai di Asor Rosa

Vista da grande distanza, l’esplosione della “questione Taranto” può apparire di difficile lettura. Così, per dissipare le ombre, capita che in molti facciano uso di schemi e arnesi ideologici posticciamente appiccitati a una realtà oltremodo complessa. Ad avere un po’ di tempo, si potrebbe raccogliere un’antologia. Tra i casi più eclatanti, c’è sicuramente l’editoriale di Alberto Asor Rosa apparso ieri su “il manifesto”. Titolo tranchat: Operai e padroni, strana alleanza.

Ora occorre ricordare che il professor Asor Rosa, oltre che critico letterario, è stato uno dei principali esponenti di quella corrente di pensiero marxista, unicamente italiana, nata sulla scia dei libri di Mario Tronti e nota come “operaismo”. Probabilmente la stragrande maggioranza dei giovani operai dell’Ilva, che per due giorni hanno bloccato la città di Taranto, e ora attendono con il fiato sospeso il pronunciamento del Tribunale del riesame, nulla sanno di cosa sia stato l’operaismo nostrano – quella particolare forma di scissione intellettuale tra operai reali, in carne e ossa, con le loro sfumature, la loro umanità, le loro debolezze, e la loro astrazione filosofica, la loro trasformazione in soggetto hegeliano di filosofia della storia: un’entità compatta, priva di crepe, dalla rude forza, inevitabilmente opposta al “nemico di classe”… Tali cose, per quanto la stragrande maggioranza di quei giovani operai probabilmente lo ignori, sono state scritte in fiumi di inchiostro, proprio negli anni in cui la vecchia Italsider aumentava costantemente la sua produzione. Eppure bastava guardare la vita reale di quei nuovi operai, in particolare dei “metalmezzadri” jonici, per rendersi conto di quanto irreali fossero quelle idealizzazioni, e per dar ragioni alle dure critiche mosse ai Tronti e agli Asor Rosa da un grande socialista di sinistra oggi quasi del tutto dimenticato: Raniero Panzieri, suscitatore di inchieste sulla vita vera degli operai.

Oggi il professor Asor Rosa dà un rapido sguardo alle proteste di Taranto e si accorge che qualcosa non torna. Così scrive sul “manifesto”: “Il dato inquietante è che, in tutti i casi del genere, gli operai si schierano senza se e senza ma dalla parte del padrone, e non della cittadinanza (cui pure, ovviamente, appartengono)”.

Il soggetto operaio, insomma, non starebbe interpretando la sua parte di soggetto operaio. Ma, al di là della constatazione di un vecchio refrain operaista, sorge davvero spontaneo chiedersi: che film ha visto Asor Rosa?

Capire cosa pensino gli operai, tutti gli operai, in un momento convulso come questo, è molto difficile. Basta prendere ad esempio le trasmissioni televisive di questi giorni, quelle trasmissioni in cui con rapide interviste si prova a sondare cosa pensi “la classe operaia” circa il possibile blocco dell’area a caldo. Un coacervo di idee: i poveri inviati che piazzano, come orsi da fiera, dieci operai davanti alla telecamere, si ritrovano sovente con dieci opinioni diverse, e drammi umani spesso difficili da condensare in poche parole. È la vita che è così, verrebbe da dire ad Asor Rosa citando l’Amleto: “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia”.

Eppure, se proprio un filo comune è possibile rintracciare nel coacervo delle dichiarazioni, un minimo comun denominatore di ansiosa saggezza, questo contraddice quanto sostenuto da Asor Rosa. Gli operai non saranno forse il soggetto di una nuova storia, ma la sanno lunga. Tanto da distinguere chiaramente tra le due ordinanze del gip: quella degli arresti dei dirigenti e quella del sequestro degli impianti. Sulla prima, il senso comune espresso nei picchetti è stato molto chiaro: la magistratura deve fare il suo corso, il processo ci deve essere, le responsabilità (per altro già esperite in fabbrica) devono essere pienamente accertate. E – detto per inciso – se venisse un domani accertato il cosiddetto “dolo eventuale”, secondo cui i dirigenti non potevano non tenere in considerazione le conseguenze di un simile sistema di produzione, la sentenza di condanna potrebbe essere esemplare come nel caso dell’Eternit.

È sul secondo punto, il sequestro degli impianti, che è esplosa la protesta. Ed è esplosa non perché si voglia difendere un’area a caldo che produce malattie, ma perché lo spettro della disoccupazione, in una città già in crisi, fa tremare. E per dirla tutta, in un’epoca di “fiscal compact” e di “spending review”, tutti questi soldi per un intervento pubblico di bonifica oggettivamente saranno difficili da trovare. La paura diffusa è un dato di fatto.

Tuttavia Asor Rosa continua: “Nella crisi le giustificazioni dell’attacco all’ambiente e al territorio – a qualsiasi prezzo e a qualsiasi condizione – aumentano a dismisura. L’alleanza padronato-classe operaia rischia di diventare strategica.”

Strategica? La questione è semplicemente più complessa, più drammatica. Sono tutti d’accordo che bisogni armonizzare il diritto alla salute con il diritto al lavoro. Nessuno lo nega. Semmai è la “strategia” da seguire a essere oggetto di animate discussioni.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Ilva per principianti #1. Considerazioni sulla città dell’acciaio”
  1. Maria Pia scrive:

    Grazie Leogrande. Grazie minima&moralia. Grazie a bellissimi post come questi possiamo addentrarci in territori che il caos e la fretta da cui siamo circondati spesso ci precludono.

  2. Mariateresa scrive:

    Taranto: allora, è un bel problema. Una trentina d’anni fa, Taranto sembrava, tra le province pugliesi, addirittura la più avanzata. Arrivavano i giapponesi a studiare le tecnologie di produzione dell’acciaio. In questi anni, Taranto è tutt’altro: a causa della disastrosa amministrazione di Cito prima e di Rossana Di Bello poi, il Comune risulta il più indebitato d’Italia. Il nuovo sindaco, Stefano, è un pediatra, sa bene quanto male possano stare i bambini di Taranto. Visitavi allora l’Ilva e ti pareva davvero una fabbrica mostruosa; tra l’altro nessuno oggi dice a che cosa serve tutto quell’acciaio che viene prodotto in fase sminuzzate, pericolose (quante morti bianche di giovani all’Ilva!, giovani che perdono la vita cadendo da impalcature provvisorie il giorno dopo l’assunzione…)…forse per le auto? Ma l’industria automobilistica è ferma e così l’edilizia. Cosa ce ne facciamo dell’acciaio? Molti capifamiglia hanno fatto studiare i figli, ora professionisti (insegnanti, avvocati) nel Salento, ma non sono vissuti a lungo: l’età media di un operaio Italsider quando va bene di 50 anni. Questo non va dimenticato in questi giorni. Arrivi in città e alla stazione ti colpisce la presenza di tanti nugoli di mosche e già è un segnale di qualcosa che non va; inoltre l’aria puzza, non si può respirare. I tarantini, se glielo fai notare, non dicono nulla, sono come mitriditizzati. Anzi, non si deve dire che l’aria puzza, perché sennò si rischia la chiusura di qualche altoforno…ma come, non ve ne accorgete? Sì, ma poi il fine settimana si va tutti al mare e non ci si pensa più…ma la sabbia è rossa e qualche parente, amico, collega, conoscente, si è ammalato del male incurabile…Io ringrazio la giudice Todisco per aver svelato che il re è nudo; che la grande fabbrica è sotto gli occhi (e il naso e i polmoni) di tutti e si sa che inquina, come inquinano i gas dell’Eni, come inquina la Cementir, come inquina tutto quel paradiso perduto di sviluppo trasformato nell’inferno della periferia da terzo o quinto mondo in cui il Sud viene sempre respinto. Ma non solo Sud, ricordiamo l’Icmesa a Milano, ricordiamo Chernobyl…ricordiamo che non ci può essere industria senza salvaguardia dell’ambiente e della salute e che, come molti di noi rinunciano a prendere l’auto perché costa troppo e inquina (o a fumare per le stesse identiche ragioni), andrebbe chiesto primo a chi serve tutto quell’acciaio, a chi serve una Taranto malata e cosa si fa per porre fine a tutto ciò. L’Ilva inquina, l’Ilva va chiusa: cosa si fa?Altro, ci si ingegna tutti insieme a fare altro!!!

  3. carlo scrive:

    La magistratura applica le leggi che fa la politica. Sotto la pressione degli ambientalisti (bacino elettorale sempre più numeroso – per fortuna!) e delle direttive comunitarie, la politica ha dovuto rimediare e negli ultimi anni ha abbassato i limiti ed i coefficienti della produzione e delle immissioni di veleni consentiti. Ora L’Ilva – o parte di essa – è fuori legge ed è una vittoria civile aver reso ufficiale questo dato. La sconfitta civile e politica sta nel rischio che i lavoratori non siano reimpiegati nelle attività di risanamento od in altri settori. E’ questa indegna e incompetente politica – assieme ad un sindacato ormai di regime – che si cura solo di statistiche e di propaganda per raccattare consensi. il marcio di questo paese. Se introduco nuove norme igienico-sanitarie-ambientali, e nel contempo non prevedo un piano economico-industriale per il ricollocamento dei lavoratori occupati in attività che diventeranno illecite con l’entrata in vigore di quelle norme, la colpa è mia e solo mia, non della magistratura che lapplica norme volute da me. La stampa che continua a porre la questione lavoro contro ambiente è servile ed incosciente e cavalca la protesta in modo demagogico. Gli 8.000 – (20.000, quanti sono? ) lavoratori dovrebbero dismettere i loro rappresentanti sindacali e recarsi a casa di Vendola. Fitto e Clini e chiedere conto del loro operato miserabile e irresponsabile. La verità è che siamo tutti ambientalisti fino a quando non ci toccano i veleni attorno ai quali abbiamo organizzato l’esistenza. si tratti di fabbriche alla diossina o di mobilità alle polveri sottili o di un qualsiasi altro mutamento di stile di vita. Una così grande pigrizia culturale non può che esprimere rappresentanze politiche che sul provvisorio e sul contingente hanno fondato la loro stabile mediocrità evitando accuratamente di programmare, connettere, organizzare, i processi di produzione normativa (in questo caso sanitari ed ambientali ) con quelli industriali e con la vita reale delle persone e delle aziende. Come uscirne? sicuramente battendosi assieme – cittadini e lavoratori – per ciò che in realtà sono: soggetto unico portatore di interessi plurimi ( lavoro, salute, casa, vita dignitosa, ecc – come può la stampa rappresentarli in antagonismo, spesso alimentando i contrasti nella solita cultura da curva sud? ) tutti di rilevanza costituzionale e gerarchicamente preordinati all’interesse privato e all’utile di impresa. Richiamare qui la recente sentenza della Consulta sui servizi pubblici e sull’acqua, può servire a dare spessore a questa lettura della questione ILVA – La politica ha il sacrosanto dovere di intervenire per garantire un nuovo piano industriale, bonifiche urgenti ed assieme i posti di lavoro. Le risorse vanno tolte , ad esempio, al finanziamento degli f35 12 mld – http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/29/difesa-750-milioni-di-euro-per-due-superjet-e-12-miliardi-per-decine-di-f35/309385/ – e ad altri settori . Sperare che vincano le ragioni della realtà delle persone e del loro ambiente in un’Italia ancora stretta dentro un intricato gioco i lobby, non credo sia semplice. Sentire oggi Bonanni -CISL- accusare la magistratura di irresponsabilità è sconfortante perchè dentro quelle parole più che la reale preoccupazione per i lavoratori, le famiglie e la loro salute, si legge il timore i perdere consensi. E questo, temo, resterà il difetto di fondo delle democrazie incompiute.

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