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Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è

Pubblichiamo un reportage di Ornella Bellucci tratto da «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto». Su RadioArticolo1 è possibile ascoltare i podcast dell’inchiesta radiofonica «Taranto sotto le ciminiere» curata da Ornella Bellucci nel 2009: dieci anni di storie di fabbrica e di vita che raccontano il perché si sia arrivati a questo punto.

di Ornella Bellucci

Io non sapevo quello che sanno i pescatori. Ebbi a che fare, in realtà, con un leone del mare, un irriducibile: voleva spiegarmi che il mare è ricchezza per tutti. Aveva sperimentato che costruendo gabbie nell’acqua e allevando pesci, col mare poteva creare mercato. Lino ce l’aveva nello sguardo, gli scorreva dentro, il mare. Patrizia, sua moglie, quando andava a trovarlo in carcere, gliene portava sempre una spugna imbevuta. Lui la strizzava fino a riempirsi le mani, le portava al viso – «il nostro mare» – e pian piano si lasciava andare.

Il viaggio parte da qui, dal sogno miope e romantico di un tarantino che una notte, quand’era ragazzo, ha ucciso un ragazzo (si dirà in un regolamento di conti tra bande rivali). Il sogno di un uomo ora sui cinquanta – nato in una Taranto umida e malfamata, subalterna a quella dello sviluppo industriale – di restituire la città al mare e il mare alla città. Lino ora è fuori. Mentre parliamo abbozza su un foglio le sue gabbie. Ne ha già alcune, tre, quattro. Le ha costruite con le sue mani in un lembo di Mar Piccolo che ha occupato abusivamente, riempiendole con semenza di fortuna. Dice che il mare di Taranto è fecondo e può dare ancora tanto. Ha messo su una cooperativa per il reintegro lavorativo delle persone detenute, si chiama Fame. L’idea è di assumerne almeno tre, con l’obiettivo di offrire, lui dice, un buon esempio di come «allevare il mare con il mare» senza ricorrere a mangimi industriali. Ora i suoi fogli sono macchie d’inchiostro nero: numeri su numeri, elevati alle potenze più svariate, tutte le probabilità, secondo uno schema ripetuto tante volte per dimostrare che il sistema è vincente. Lino lo ha sperimentato in carcere, col totocalcio. Se avesse vinto, avrebbe fatto altro della città. Il mare lo ha studiato a lungo, su pubblicazioni «scientifiche» spesso scambiate con le sigarette. «Sai perché il Mar Piccolo è unico al mondo? Perché ha miscelato acqua dolce e acqua salata ed è attraversato da correnti ben temperate, che favoriscono la crescita del pesce». Lino ha l’aria stanca, interrotta. «A Taranto», dice, «il problema non è l’inquinamento, né la scarsità di lavoro, né il degrado. A Taranto il problema è l’ignoranza. Qui è chi gestisce che è ignorante. Una città così ricca di valori, di storia… Non crederò mai che trenta, quarant’anni d’Italsider hanno potuto distruggere tutto».

Guarda il cielo, oltre il mare, e le nubi grigie si stagliano all’orizzonte quasi bruno; si alzano dalle ciminiere delle acciaierie, miste a vapori bianchi. In lontananza s’intravede l’insenatura del porto, con i suoi rivoli, e tutte le navi e i container. È uno sguardo lungo. «Fai conto», dice, «che la città è un cavallo e io sono la mosca che gli ronza intorno. Hai presente a Socrate?» Sorride appena, come per nascondere i denti guasti. «Ho realizzato il sistema di gabbie come da brevetto», dice, «un brevetto per misurare quanto produce il mare. Pensa che per pareggiare quanto se ne può estrarre di commestibile, bisogna mettere sull’altro piatto della bilancia almeno tre miliardi di bovini adulti. Sai cosa vuol dire?»

Ora cerca nel taschino della camicia per cavarne, nell’ordine, il tabacco, un articolo sulla fame nel mondo con scatti di Salgado, una pagina di un Tv Sorrisi e Canzoni dell’85 con una foto che lo ritrae insieme a Franco Nero durante una partita di calcio a Rebibbia (in cui la nazionale detenuti batté la nazionale attori) e un disegno di sua figlia Tea.

Tea ha tredici anni. Cresce alta e magra, come suo padre. Il viso spigoloso, i capelli chiari e lunghi. Quando parla di lei, lo sguardo di Lino sembra riempirsi. «Voglio esaudire il suo desiderio», dice. «Mia figlia vuole un cavallo, “ma piccolo”, dice. “Lo mettiamo là, sotto il televisore…” Allora le dico: “Senti Tea, non è possibile, non c’è spazio, ma se fai la brava e mi aiuti io ti risolvo il problema del cavallo. Ci compriamo un bel pezzo di terra e ci mettiamo un bel cavallo, da noi. Mettiamo gli animali che vogliamo noi, piantiamo quello che vogliamo noi, però Tea tu mi devi aiutare. Allora, se papà ti dice che tu sei la padrona di Mar Piccolo, mi segui?”»

Questo mare unico al mondo, un tempo l’unico a carezzare la città e a sfamarla. Battuto dai pescatori giorno e notte e ricoperto d’oro dagli allevatori di cozze; questo mare piccolo ma grande… in continuo scambio con l’altro mare, quello che i tarantini chiamano il Grande, e che si apre a perdita d’occhio oltre il Ponte Girevole (la lingua di ferro che collega la città vecchia alla nuova). C’è una storia che Lino racconta, risale al 1951. È l’anno in cui la Città Vecchia – in particolare quel lembo di Isola in cui viveva lui – si è svuotata. Quando i residenti, in seguito alle operazioni di bonifica avviate dal governo cittadino, sono stati trasferiti in quelli che oggi sono i quartieri più periferici della città nuova (i Tamburi, Paolo vi, le «case bianche», Salinella e Tramontone). Lino racconta che suo nonno e altri pescatori rimasti nell’Isola quell’anno avevano preso a setacciare da riva il Mar Grande. Arrivavano all’alba, con grandi retini. Quello che tiravano su lo trasferivano in cestelli forati che avevano fissato con lunghe corde in Mar Piccolo. E dopo una settimana, «sai cosa c’era dentro?» Lino posa la penna e mi guarda: «La vita».

Taranto è la mia città. Li capisco quelli come me, quelli che lavorano fuori, quando dicono che gli manca il mare. Taranto nasce sul mare e del mare assorbe gli umori, gli odori, l’abbondanza. Nei giorni di vento – un vento tiepido di eterna estate – si ricopre di sale, diventa bianca. Basta un attimo e già lo sguardo torna a infrangersi sulle rocce che la cingono: sponde gentili, che sembrano ritrarsi quando il blu si gonfia, sbuffa, prevale. Benvenuti a Taranto, doveva leggersi sui resti del cartello affisso su un ponteggio alzato a cento metri dal mare, all’ingresso nord della città, al quale si arriva dall’Appia, la statale industriale.

La città che sorgeva tra i due mari, intorno all’antica Isola, oggi non ha più un centro. A partire dagli anni Cinquanta la Taranto nuova ha abbandonato la vecchia per ampliarsi intorno a due solidi (e allora pubblici) colossi industriali: l’arsenale militare (progettato fra il 1883 e il 1889, ha dato lavoro fino alla fine della seconda guerra mondiale) e lo stabilimento dell’Italsider (costruito nel 1962, ampliato negli anni Settanta e privatizzato nel ’95). Emblemi, entrambi, di uno sviluppo imposto e distorto, ma necessario alla comunità che si lasciava colonizzare. Erano pescatori, contadini, muratori, artigiani, gente stanca della povertà e fiduciosa nel benessere.

L’arsenale e il porto furono il primo richiamo per tanti lavoratori desiderosi di acquisire redditi fissi in forma di salari. Fu l’ora della grande cementificazione, dell’esodo dalla Città Vecchia e dalle campagne. Taranto diventò un’importante base navale e l’industria bellica produceva a pieno ritmo, ma non c’era mercato. L’arsenale non riuscì a diversificare il proprio ciclo produttivo, e l’indotto che vi crebbe intorno si specializzò unicamente nel campo dei servizi. Da qui, il lento declino.

La seconda industrializzazione è coincisa invece con l’avvio del iv centro siderurgico dell’Iri. Era il «nuovo arsenale», con posto fisso e buoni salari. Un ricatto ciclico, permanente: un’altra volta occupazione e iniezioni di benessere in cambio di inquinamento della terra e delle acque, e di una forzata emigrazione interna dalle campagne del Salento, della Basilicata, della Calabria.

In molti osannarono le virtù dell’acciaio, ma anche questo era un sistema chiuso: la produzione di un bene finito non porta a un indotto diversificato. Lo stabilimento viene calato dall’alto e, al suo esterno, richiede solo macchinari e manutenzione. Stessa prassi: appalti di servizio, un centinaio di ditte, tutte specializzate nell’assistenza richiesta. L’insediamento del siderurgico determinò un ulteriore sconvolgimento del modello territoriale. Fu allora che presero forma le periferie, i quartieri dormitorio, i ghetti martoriati dall’inquinamento.

Per gli avventurieri degli appalti la manna dal cielo arrivò negli anni Settanta, quando l’Italsider raddoppiò impianti e produzione. Fu quello il tempo dell’euforia e dei grandi profitti, e di centinaia di morti bianche. La fabbrica si estendeva su un’area pari a due volte e mezzo quella urbana: 15 milioni di metri quadri, 60 chilometri di strade, 200 di binari, 190 di nastri trasportatori, centinaia e centinaia di comignoli. Furono le grandi lotte sindacali e politiche degli anni Settanta (la «Vertenza Taranto») a bloccare la disoccupazione di ritorno di coloro che erano stati impiegati nei lavori per il raddoppio. Anni duri, che contribuirono alla creazione di una seppur flebile coscienza di classe in una città in cui il mito operaio era stato più imposto che cercato. Eppure la dilatazione degli appalti e di un indotto parassitario nella seconda metà degli anni Settanta è stata il brodo di coltura dell’inferno degli anni Ottanta, della connivenza tra mafia e politica, delle guerre di mala, dell’implosione del sistema delle partecipazioni statali. Gli anni che hanno spalancato il vuoto immenso che al momento opportuno seppe occupare Giancarlo Cito, l’ex picchiatore fascista e telepredicatore televisivo che riuscì, nello stupore generale, a farsi eleggere sindaco nel 1993.

Oggi l’Italsider si chiama Ilva, e non è più un’industria di stato. Nel 1995 è stata offerta su un piatto d’argento a Emilio Riva, che ne ha fatto il cuore del proprio impero. Il gruppo Riva è il nono produttore mondiale d’acciaio. Lo stabilimento di Taranto gli garantisce il 50% della produzione (10 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno), la parte rimanente proviene dal Belgio, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Grecia, dal Canada, dall’India, dalla Tunisia… Con la privatizzazione sono arrivati i licenziamenti di massa, la cassa integrazione intensiva e le nuove assunzioni con i contratti di formazione lavoro. Sino al ’92, la fabbrica aveva 20.000 dipendenti, oggi ne ha poco più di 13.000. Di questi, fino a due anni fa, la metà erano ragazzi sotto i trent’anni, assunti con contratti a termine e per questo estremamente ricattabili.

Oggi quelle assunzioni, grazie a una lotta sindacale unitaria, sono diventate stabili. A parte qualche contratto d’inserimento e alcuni interinali (subito impugnati dai sindacati davanti all’Ispettorato del lavoro), la situazione occupazionale in fabbrica sembra assestarsi con qualche certezza in più per i lavoratori. Ma il baratro si apre per gli operai dell’indotto – sempre più instabile, e segmentato – perché Riva, stretto nella morsa giudiziaria per le emissioni inquinanti, sta esternalizzando attività a suo dire specialistiche ma che i sindacati, tutti, ritengono essere tra le più pericolose. Del resto l’indotto Ilva (3500 dipendenti), in cui quotidianamente si verificano infortuni gravi, oggi miete più morti della fabbrica.

Salvatore Musetti ha lavorato in acciaieria per ventisette anni. Ne aveva ventiquattro quando è entrato, nel 1964. Di quel ragazzo oggi resta poco. Chi mi parla, nel tepore della cucina di famiglia, è un uomo stanco, col cuore affaticato. Esile, siede al tavolo; il viso allungato, lo sguardo mite. La fabbrica che racconta è cambiata: le assunzioni a tempo indeterminato, i corsi di formazione, che ai suoi tempi erano la regola, oggi sono delle rarità. Musetti fu assunto con la qualifica di riparatore meccanico (operaio qualificato, precisa lui) e destinato al primo treno nastri, allora in costruzione. «Facevamo rotoli e lamiere che andavano alla Fiat e ad altre aziende. All’inizio, in una giornata, ne facevamo quindici, venti a turno, poi siamo arrivati a farne cinquecento. Ma il nostro», dice, «era anzitutto un lavoro di pronto intervento: se succedeva un guasto sul treno dovevamo ripristinarlo». Il treno nastri era formato da vari reparti, tutti sotto il controllo dei nuovi assunti. Tredici operai a squadra per area, su tre turni. «Dovevamo stare con gli occhi aperti e vigilare su ogni singolo passaggio dell’attività lavorativa, anche se di sicurezza all’epoca ce n’era». Queste parole non torneranno più. E neppure le tredici persone in squadra resteranno tredici perché «l’azienda, nonostante il lavoro aumentasse, ha via via dimezzato il personale».

A quei tempi il sindacato in fabbrica si faceva sentire. «Io ero della Fiom, sempre iscritto alla Fiom, anche adesso. Per la verità», ammette, «allora eravamo tutti della Fiom». Lui fu tra i primi a iscriversi, allo scadere dei tre mesi di prova. «Se c’era qualcosa che non andava ne parlavamo col delegato di reparto; arrivavamo anche allo sciopero, se necessario». Ne ricorda uno in particolare Musetti, quello del ’68: «Era per il riconoscimento dell’indennità di malattia e durò dieci giorni». Ma allora era diverso, i lavoratori erano uniti e lo sciopero era previsto dal contratto. «All’epoca scioperavamo tutti. Anzi, se durante lo sciopero qualche impiegato si permetteva di lavorare, il giorno dopo ci fermavamo ancora». Oggi Musetti il treno nastri lo vorrebbe rivedere. «Ci ho vissuto una vita là dentro e vorrei sapere com’è cambiato. A sentire i colleghi in peggio, come lavoro e come tutto. Ultimamente ho anche saputo che un amico è caduto nella via rulli: sembra strano che uno che ha sempre fatto quel lavoro cada così, anche perché sul treno si può operare solo se è fermo». Quanto agli infortuni, «ce n’erano anche allora, ma non mortali. Nell’indotto sì, ma non all’Italsider». Queste parole invece torneranno, perché rimandano alla stretta attualità. Quando Musetti ha compiuto cinquant’anni gli hanno detto «o te ne vai o te ne vai». Era l’aprile del 1991. «Siamo stati parecchi ad andar via con la legge dei dieci anni d’abbuono, la legge sull’amianto, siamo stati parecchi». Il suo ricordo della fabbrica? «Si passava il tempo, diciamo». «E che tempo!», chiosa sua moglie. «Era il lavoro», dice lui. «Era il lavoro», ripete la moglie. Musetti è di sinistra, dice che il sindacato ce l’ha nel sangue, anche se «oggi ha perso parecchio. Anche la Cgil non è più quella di una volta. Prima era un sindacato ferreo, invece adesso, come si dice alla tarantina, s’è ammosciat’».

Fabrizio, suo figlio, giovane operaio Ilva, gli siede accanto. Anche lui iscritto alla Fiom e più fresco di lotte sindacali. Lo guarda come attraverso una clessidra capovolta. «Il sindacato è sempre lo stesso», dice. «Nun jè sembr’ ’o stess’, Fabrì!», lo interrompe il padre. «Il sindacato dev’essere più coerente con i lavoratori, deve diciamo farsi sentire dai signori padroni. Perché i padroni senza di noi non sono e non fanno niente».

Il racconto di Musetti padre riabilita l’equivalenza sindacato-lavoratori, ma ai giovani le cose sembrano un po’ diverse: il sindacato è una cosa, cioè «un luogo di potere», e i lavoratori… «Il sindacato siamo noi!», tuona l’operaio in pensione. «I delegati devono andare fra i lavoratori, parlare». Il presente del siderurgico Salvatore lo legge negli occhi di suo figlio. Come tanti sa che il lavoro a Taranto è ancora in quella fabbrica. E di una cosa è certo: «I padroni dovrebbero renderla più sicura e meno inquinante. Se vogliono possono farlo», dice. E quando gli chiedo se poteva esserci un’alternativa alla siderurgia, il suo sguardo diventa nostalgico: «Noi avevamo la pesca, avevamo tanta di quella roba… Da ragazzi andavamo a Rondinella, dove adesso c’è la Cementir, giù a mare, e ricordo che bastava immergere la mano per prendere il ben di Dio. Adesso non c’è più niente, l’Ilva ha rovinato tutto. Ci vorranno anni per recuperare, almeno il mare». Ora il suo sguardo è lo specchio di quello di suo figlio. «Vorrei vederlo da qualche altra parte», dice, «ma come lavoro qui non c’è niente. Questo è il problema principale per i giovani di adesso, per quelli che verranno sarà ancora peggio».

L’ultima volta che Musetti ha visto la fabbrica è stato una mattina che ha accompagnato Fabrizio. Il suo ultimo giorno in acciaieria invece lo ricorda breve. «Ho preso le mie cose e me ne sono andato. Erano indumenti da lavoro. Dopo è subentrata la tristezza, perché avrei perso l’andamento, il ritmo».

All’inizio degli anni Novanta, il gioiello delle partecipazioni statali si assesta sugli 11.000 dipendenti e sopravvive grazie ai miliardi della Comunità Europea. Ma la drastica riduzione del personale avviata nell’85 per far fronte alla crisi del mercato non ferma la caduta dell’azienda. Nel ’94 la situazione diventa insostenibile: da un lato gli operai, minacciati dal ridimensionamento, dall’altro la politica di sperpero della dirigenza. Il colpo mortale lo imprime la gestione Gambardella, che porta a migliaia di miliardi il debito dello stabilimento con le banche. Alla privatizzazione si arriva quando la Comunità Europea minaccia Roma di tagliare i finanziamenti. Il governo fa un ultimo tentativo: a risollevare lo stabilimento viene inviato un giapponese, Hayao Nakamura, ma dopo aver riportato a 500 miliardi gli utili dell’Ilva è rispedito a casa. Quando la privatizzazione diviene davvero inevitabile, i contendenti rimangono in due: Lucchini e Riva. Si va all’asta in busta chiusa davanti all’allora ministro dell’Industria, Gnutti. A vincere è il milanese Emilio Riva, capace di sborsare 1400 miliardi di lire (gran parte della somma però non è stata mai versata). Così i debiti rimangono allo stato e Riva entra in possesso di uno stabilimento la cui produzione è a pieno ritmo, si sta rifacendo con soldi pubblici un altoforno e sono già stati avviati i prepensionamenti per l’amianto. Nel giro di cinque anni l’imprenditore lombardo smantella il sistema degli appalti, affianca ai quadri una gerarchia parallela (la Siderconsult) e scuote la regola del posto fisso con contratti a termine e di formazione lavoro. Questi ultimi vengono raramente rinnovati, ma dal momento che a gestire l’Ilva sono due società (l’ilp, laminati piani, e l’ilt, lamiere e tubi), nulla impedisce che un giovane che ha lavorato per un anno per l’ilp venga riassunto, dopo venti giorni, all’ilt, e viceversa. Dal ’95 al 2005 il ricambio annuo dei dipendenti è stato del 50%.

Oggi la siderurgia italiana è Riva. In quarant’anni il cavaliere è passato dal furgoncino per i rottami all’olimpo dell’acciaio. Tra le privatizzazioni italiane forse solo la Fiat, con l’acquisto dell’Alfa Romeo, ha fatto un affare migliore. In una chiacchierata con Antonio Calabrò, apparsa in Intervista ai capitalisti (Rizzoli 2005), Emilio Riva racconta: «Quando abbiamo comprato l’Ilva di Taranto dalla Finsider, sono andato subito in giro per lo stabilimento. E tutti si sono stupiti: quei dirigenti dell’Iri non si facevano mai vedere in fabbrica, forse nemmeno sapevano com’erano gli impianti. I risultati si sono visti. Prima l’Ilva perdeva, ora guadagna». Eccolo Emilio Riva, ottant’anni suonati e la fibra di un ragazzino. Eccolo il padrone moderno, esperto di marketing aziendale e sempre pronto a virare verso toni compassionevoli. «Ho anche assunto parecchi giovani», aggiunge, «prima con contratti di formazione e poi in pianta stabile. Sono un datore di lavoro. E per me chi presta il suo lavoro è sacro».

Ai cancelli dell’Ilva la storia è un’altra. I lavoratori non sembrano avere la serenità che Riva dice di garantirgli. Molti si aggirano come automi, quasi che il ritmo delle colate continue si sia impresso nelle loro vite. Certo sono meno riluttanti di un tempo a parlare del lavoro in fabbrica, si interessano di sicurezza e sembrano aver maturato una labile coscienza ambientalista. Il 18 aprile del 2007 davanti alla portineria d dell’Ilva un volantino dell’Associazione familiari degli operai vittime del lavoro invitava a un incontro in memoria di Antonio Mingolla, un operaio dell’indotto caduto un anno prima. Qualcuno di loro lo conosceva, qualcun altro no. E comunque la sua foto, riprodotta sul volantino, parlava a tutti. Raccontava una storia antica, tragica, spezzata: quella di un ragazzo che, pur di lavorare, ha accettato di stare, senza misure di sicurezza, sull’impalcatura instabile che lo ha poi seppellito. Ma il siderurgico è una cosa, l’indotto siderurgico un’altra, sebbene una parentela ci sia e sia stretta. Questo i lavoratori lo sanno, con più consapevolezza i dipendenti diretti.

I primi a staccare dal turno alle 15 sono quelli dell’area a caldo. Sono tanti, entrati in fabbrica con contratto di formazione e poi riconfermati. I tre che incontro sono tagliatori: tagliano cioè con la fiamma ossidrica pezzi di acciaio. Di infortuni ne hanno visti molti. Non sono iscritti al sindacato; a dir la verità, sono ancora indecisi. Paolo è tra loro, ha ventiquattro anni. Prima di essere assunto all’Ilva tirava la giornata in campagna. «Sono stato fortunato», dice, ma il tono è amaro. E comunque il posto di lavoro se lo tiene stretto. Gli chiedo se gli piacerebbe fare altro. Dice di no, che «ormai» pensa di rimanere. Paolo in fabbrica ha pochi amici: «Sugli impianti non c’è tempo per i sentimenti». E quando gli chiedo se si è fatto un’idea del lavoro complessivo prodotto all’interno del sistema-Ilva non risponde.

Alfonso lavora da sette anni in acciaieria, fa il conduttore di caldaie. Supervisiona l’intero impianto su pc. La sua è un’attività tranquilla. «Mesi fa nel mio reparto c’è stata un’esplosione. Il tubo conduttore di una caldaia ha ceduto e un operaio, investito da un getto di gas che ha preso fuoco, è morto carbonizzato. Si è accartocciato al suolo, a pochi metri da noi». Alfonso non sa come sia successo, «non posso saperlo». A iscriversi al sindacato non ci pensa nemmeno. «Mi sono sempre tutelato da solo», dice. «Non sempre ci sono riuscito, ma sono andato avanti». Autotutela all’Ilva? «Sai, forse è perché non ho avuto problemi, insomma mi sono saputo gestire o non mi sono accorto di essere stato manovrato. Ho ottenuto quello che potevo ottenere, ecco». Tipo? «Tipo la categoria “idonea al posto di lavoro”, che chi ci ha preceduto aveva perso. Ci abbiamo messo un po’ di più ma…» Ma quello, gli faccio notare, è stato il risultato di una lotta sindacale piuttosto dura. «Sicuramente è anche merito del sindacato, ma io non sono iscritto. Ripeto, non ne sento il bisogno. E poi non ho mai visto un grande impegno da parte dei sindacalisti. Dove sto io si vedono poco». Alfonso, come Paolo, è un pendolare. Tra fabbrica e viaggio ogni giorno dedica a Riva dieci ore del suo tempo. «Meno ore di lavoro ci vorrebbero secondo me. Stare lì dentro è veramente faticoso».

Ora il sole batte forte sull’asfalto rossastro su cui s’affaccia la portineria d dell’Ilva. Il cordolo blu cui ci poggiamo – quel passamani in ferro che si ripete, in file parallele, sul piazzale antistante l’ingresso, a separare gli operai in entrata e in uscita – ormai brucia. Vetrate su vetrate, sbarre, pass e uomini in divisa ci separano dalla fabbrica. Sotto l’occhio vigile di un sofisticato sistema di sorveglianza. Alfonso può avere trent’anni, porta un cappello nero con la visiera. Dice che l’importante lì dentro è essere disciplinati. «Che vuol dire prima il lavoro, poi tutto il resto». E comunque la disciplina in fabbrica si impara. «Al massimo ti licenziano e, se ti sei comportato bene, dopo qualche mese ti riassumono. A me è successo così, ma allora c’erano tante agevolazioni per l’azienda». Alfonso non ha mai partecipato a uno sciopero, neppure a quello imponente seguito alla morte di Paolo Franco e Pasquale D’Ettorre, schiacciati da una gru nel parco minerali il 12 giugno del 2003. «Mi avevano messo di comandata». In base a un accordo tra sindacati e azienda, alla vigilia di ogni sciopero, quest’ultima compila liste di operai che non possono assentarsi, per evitare che gli impianti vengano bloccati. Eppure, ogni volta, i sindacati lamentano che quelle liste sono lunghe oltre il necessario. Per Alfonso l’Ilva «dovrebbe impegnarsi di più a evitare gli incidenti e a non inquinare. Perché è inutile che facciamo gli eroi: della fabbrica non possiamo fare a meno».

La fabbrica che il 13 giugno del 2003, il giorno dopo il doppio infortunio mortale, avevo di fronte a me non era quella in cui aveva lavorato mio padre. Quella la ricordo appena, e non per lui. La nonna diceva che il posto all’Italsider mio padre se l’era sudato. Era un quadro, un responsabile della manutenzione, un capo. Aveva sotto di sé degli operai. Ricordo il suo ritorno la sera, l’aria cupa, il borsello grigio davanti alla tv. E poi quei silenzi pieni, per anni. Il lavoro al siderurgico era sicuro ma l’aveva svuotato. Mio padre non era un capo, faceva il capo, e gli operai che coordinava erano quelli con cui sugli impianti si sporcava le mani, erano gli amici con cui, quando il tempo era buono, andava a pesca. Non era la sua storia: si è dimesso dopo trentacinque anni di servizio per un altro lavoro. L’Ilva di Riva mio padre non l’ha mai conosciuta, né ha conosciuto gli operai dell’Ilva di Riva. Lì certo non avrebbe potuto ricoprire la mansione che ricopriva come la ricopriva, cioè con lealtà nei confronti degli altri lavoratori. Insomma mio padre non era uno di quelli che scioperavano, perché «il posto di lavoro è sacro e i problemi si possono risolvere in altro modo». Mai iscritto al sindacato, solo una capatina all’Ugl, per sbrigare le pratiche del prepensionamento. Del suo lavoro non so granché. Ho visto pile di carte e conti sulla sua scrivania e foto di grandi tubi che vomitano ghisa, e un posacenere zeppo di mozziconi di sigarette. Nient’altro. Del luogo fisico in cui mio padre allora lavorava non ho alcuna immagine. Ci ho pensato solo una volta, in occasione dello sciopero per la sicurezza del 13 giugno. Quella mattina io, Fabrizio e Morris siamo arrivati davanti alla fabbrica molto presto. Ricordo che era buio. Loro non sarebbero entrati, anzi avrebbero provato a dissuadere i colleghi dal farlo: erano morti altri due ragazzi, era una strage. Io di lì a poco avrei consegnato a Radio Popolare un pezzo per il giornale radio delle sei. Faceva freddo e la voce mi tremava, ma in quella prima edizione si trattava solo di descrivere qualche immagine per dare la parola agli operai. Dovevo farcela, per i lavoratori che via via si addensavano davanti alla portineria d senza varcarla e per tutti gli altri che quel giorno erano rimasti fuori dalla fabbrica. Mancavano tredici minuti al gr e avevo bisogno di una base d’appoggio per scrivere. L’unica sarebbe stata sedersi sul bordo di cemento che separava l’ingresso dello stabilimento dall’area parcheggio e utilizzare la cartellina come supporto. Così ho fatto. Sono rimasta lì fino alla consegna del pezzo, ingolfata nella giacca taglia 50 che un amico mi aveva messo sulle spalle, a ingoiare la polvere alzata dal viavai degli operai in sciopero. Dal basso la fabbrica sembrava molto più grande di quanto non fosse. Nel buio che di lì a poco si sarebbe stemperato forse in un giorno nuovo per Taranto, per la generazione di giovani operai che allora, e dopo tanti anni, vedevo ricomporsi in unità e che riconoscevo come la mia, guardavo a nord, verso la palazzina degli uffici dirigenziali. Lì, da qualche parte, aveva lavorato mio padre. E chissà quanto doveva essere diversa, pensavo, la fabbrica di oggi da quella che allora lui poteva vedere dall’alto. A un tratto, dalla radio del furgoncino-bar parcheggiato a due metri da me – un crocevia di caffè bruciati e brioche di plastica – è partita la sigla del gr di Radio Popolare. Stacco netto sui titoli e in apertura il mio pezzo, quasi mixato al rumore dei passi degli operai ora in dissolvenza. Più di qualcuno si è fermato ad ascoltare. Si parlava di loro, anzi quel giorno erano loro a parlare.

Per i lavoratori delle ditte che alimentano il vasto indotto dello stabilimento c’è un’entrata a parte. La portineria appalti ricorda l’ingresso di un centro sociale. Una bocca di cemento, tappezzata di volantini per la sicurezza, risucchia gli operai all’interno. Il flusso è lento, specie in uscita. «Usciamo per andare a lavorare ancora». Francesco ha quarant’anni e molte rughe. All’Ilva monta e smonta mezzi industriali per conto dell’azienda Ricciuti. «Si guadagna bene. Se si lavora, si guadagna». Quasi 1500 euro lordi al mese e «con contratto fisso», dice lui, ripetendo quello che da vent’anni gli raccontano le ditte che lo assumono a termine. L’elenco è fitto: Euromontaggi, Magis, Ecoservice… Alle sue spalle arriva un ragazzo sui vent’anni, cammina lento. Ha addosso l’odore acre dei grassi industriali. Lavora nell’indotto Ilva da due mesi, per l’ip, ma non vuole parlare. «L’unica cosa, i morti e gli incidenti. Da quando sto qui», dice, «non si contano più».

Per l’Eurispes, che documenta i dati sulle morti bianche e gli infortuni sul lavoro registrati in Italia dal 2003 al 2006, quella tarantina è la trincea più rischiosa. Il tasso medio di incidenti – mortali e non – è dell’11,33%. Il settore dove si rischia di più è quello industriale. La percentuale di morti e feriti – Ilva in testa – sale al 12,73%.

È l’indotto siderurgico oggi la nuova emergenza. Era il 13 dicembre 2006 quando il Tar di Lecce respingeva il ricorso con cui l’Ilva si opponeva all’adempimento di alcune misure richieste dalla Asl di Taranto per prevenire gli infortuni tra i dipendenti delle aziende appaltatrici. Fino ad allora il servizio pubblico deputato ai controlli sui luoghi di lavoro non aveva mai potuto verificare la reale situazione dell’indotto: l’Ilva si era sempre rifiutata di consegnare i contratti stipulati ritenendoli suscettibili di riservatezza, e pertanto «non cedibili a terzi». Uno degli ultimi scioperi per la sicurezza nel settore siderurgico tarantino risale al 6 giugno 2007. I lavoratori hanno risposto compatti all’infortunio che poche ore prima aveva ridotto in fin di vita Andrea D’Alessano. Aveva diciannove anni Andrea, lavorava all’Ilva da cinque mesi, per conto di una ditta in appalto. È stato colpito da un martello, precipitato da un’altezza di venti metri all’interno dell’Altoforno 4. Le ferite riportate alla testa non gli hanno lasciato scampo. Dopo due settimane di coma è morto. Ma la tragedia sembra aver smosso qualcosa, e non solo tra i lavoratori. Regione Puglia, Ministero della Salute e del Lavoro, Arpa, Inail e Ispes hanno istituito una task force con il compito di abbassare il tasso di infortuni nel siderurgico tarantino e di indirizzare la politica aziendale verso una gestione integrata della sicurezza.

E certo ora dovrei dire quanti sono stati gli infortuni all’Ilva di Taranto, distinguendo tra quelli lievi, gravi e mortali, e passando per le malattie professionali, cioè quelle indennizzabili perché determinate o collegabili all’attività lavorativa. Dovrei cioè mettere sul piatto le cifre, indagare il loro andamento almeno dal ’95 a oggi. La privatizzazione del siderurgico segna infatti l’inizio della stagione continua degli infortuni e dei morti sul lavoro. Quando viceversa in trenta, quarant’anni di attività l’Italsider, l’acciaieria di stato, dove i lavoratori si infortunavano poco e perlopiù in modo non grave, di operai ne ha seppelliti meno di dieci. Tanti, ma sempre «meno», in media, che negli ultimi anni. Dunque avrebbe un senso avere quei dati, eppure quei dati, quelli ufficiali, per intenderci, mancano. O meglio, qualcosa c’è alla sede provinciale dell’Inail ma non quanto basta a chiarire il quadro. Anzitutto si tratta di una cifra «riservata» all’Istituto, e che aggrega tutte le voci del caso: vi confluiscono infatti sia i dati sugli infortuni, sia quelli sulle morti, sia quelli sulle malattie professionali. La particolarità di questa cifra è che non può essere disaggregata, a meno che l’azienda non dia la propria autorizzazione, e l’azienda, spiegano all’Inail, solitamente non la dà. La situazione è questa nel siderurgico tarantino, da Riva in poi. Gli altri dati, quelli ufficiosi, quelli che nell’emergenza, e dunque costantemente, circolano tra le associazioni e i cittadini, valgono il tempo che trovano. La stampa, dettagliata nel descrivere infortuni e morti all’Ilva, sui numeri tace. Nessuna novità: è tutto fermo al 2001, a quando l’Inail, allora autorizzato a disaggregare i dati, riferiva di un calo degli infortuni mortali (scesi a due nel biennio 1999-2001 contro i sei del biennio ’96-98) e di quelli con prognosi superiore ai 22 giorni (da 21 scesi a 18) e dell’aumento di quelli invalidanti (che da 90 nel 2000 sono saliti a 106 nel 2001). Per il resto si procede a memoria. Così quando chiamo Margherita Calderazzi dello Slai Cobas – un nervo di donna, il capello ispido, riccio e nero, sempre in prima linea per la sicurezza sul lavoro – mi conferma che è vero, che funziona così. Lei ad esempio ricorda che nel 2007 all’Ilva di Taranto i morti sono stati tre e gli infortuni oltre una decina. Secondo i dati forniti invece dalla Uilm provinciale, negli ultimi quattordici anni, dal 1993 al 2007, i morti sono stati quaranta. E sei solo nell’ultimo biennio: di questi, quattro lavoravano per ditte dell’appalto.

Dal 2005 l’Ilva non sta più assumendo. I Riva, messi alle strette dalla magistratura per le omissioni in materia di sicurezza e per le emissioni inquinanti, hanno adeguato la loro politica industriale alle esigenze dei tempi. Rocco Palombella, segretario provinciale della Uilm (sindacato forte in fabbrica, in particolare nelle aree impiegatizie), fa un’analisi puntuale della nuova strategia. «Nel momento in cui siamo riusciti a garantire una serie di tutele ai lavoratori, l’Ilva anziché continuare ad assumere, sapendo che la strada sarebbe stata quella della normalizzazione dei rapporti, sta terziarizzando le attività. Nel terziarizzarle», spiega, «sposta sull’indotto tutta una serie di lavorazioni che fa passare per specialistiche ma che in realtà, oltre a essere a basso contenuto professionale, sono tra le più pericolose». E l’indotto Ilva oggi è un terreno tutto da censire. «Dei lavoratori, dei contratti con cui sono assunti, di come sono organizzati, sappiamo poco. Sappiamo che non ci sono contratti di inserimento e che c’è un po’ di interinale, che abbiamo subito denunciato». Questi ultimi contratti sono un centinaio, e riguardano lavoratori che l’azienda impiega in attività che definisce non di ciclo, quindi a tempo, e più precarie, più esposte di quelle di ciclo. «Abbiamo un problema di responsabilità sindacale nei confronti di questi lavoratori. Prova ne è che la piaga degli infortuni oggi si è spostata su di loro».

È lì, in quel budello melmoso che è l’indotto Ilva, che ora si spingerà l’azione sindacale, e non sarà semplice. Franco Fiusco, segretario provinciale dei metalmeccanici Cgil, è provato. Le sue giornate sono un cumulo di telefonate, riunioni e caffè bruciati. Più i chilometri per andare e tornare dall’Ilva. Il tema della sicurezza gli è caro: del resto è stata la Fiom a denunciare la strage che si consuma nel siderurgico tarantino ponendo il caso all’attenzione del governo centrale. «Noi vorremmo», spiega Fiusco, «che la ricchezza prodotta dai lavoratori venisse ridistribuita tra loro in termini di professionalità, salario e sicurezza». La Fiom continua a chiedere al governo la cancellazione della Legge 30 e una legislazione che riconosca il lavoratore come punto centrale della produzione. «In questi anni l’Ilva è stata una delle aziende più proficue d’Europa, ma i lavoratori non ne hanno beneficiato. A trarne vantaggio sono stati quei pochi dipendenti benvoluti dall’azienda, ai quali è stato concesso in busta paga un salario unilaterale». Si tratta, in altre parole, di un premio elargito compassionevolmente dal datore di lavoro, e dunque a sua completa discrezione. «Dobbiamo bloccare il pensiero unico “se guadagno decido io a chi dare, cosa dare e quando dare”. Questa filosofia, oltre a dividere i lavoratori, li rende subalterni al padrone».

Eppure tempo fa una loro reazione c’è stata. Tra il 2003 e il 2005, un moto quasi spontaneo. Quando la Fiom, facendo decollare i precontratti, ha avviato il percorso di stabilizzazione che oggi nel siderurgico tarantino risulta in gran parte compiuto.

Ma se all’Ilva il precariato sembra diradarsi, le assunzioni sono bloccate al 2005. Tranne per alcune qualifiche specifiche, è tutto fermo. I Riva non sembrano gradire il contratto di apprendistato messo sul piatto dai sindacati metalmeccanici, evidentemente lo considerano troppo oneroso. Così l’appalto Ilva movimenta almeno 3500 lavoratori al giorno che, sommati ai diretti, portano a quota 17.000 le presenze quotidiane in fabbrica. Ma neppure un operaio immigrato: la popolazione di Taranto e provincia assorbe tutto.

Con la privatizzazione del siderurgico è esploso il problema ambientale: per ridurre i costi, si è risparmiato sui controlli periodici, sulla manutenzione, sull’ammodernamento degli impianti. Due anni fa, ad esempio, una macchina è esplosa in faccia a un ragazzo uccidendolo, perché, nonostante le continue richieste dei lavoratori, non era ancora stata riparata. Gli addetti l’avevano sistemata alla meno peggio con una cinghia e avevano continuato a farla girare, fino alla tragedia. È sulla base di quel risparmio che l’Ilva di Riva continua a marciare a pieno ritmo, eludendo leggi e intese, e riversando sulla città i suoi veleni. Da qualche tempo però questa strategia è in frenata. La magistratura tarantina ha ribaltato la prospettiva della produzione a tutti i costi fissando, con una sentenza esemplare, un binomio che sintetizza le attuali esigenze della comunità cittadina: tenere insieme diritti dell’ambiente e diritti del lavoro. Il 12 febbraio 2007 il giudice monocratico Martino Rosati, al termine di un processo di primo grado frutto di due inchieste avviate nel 2000, ha riconosciuto le responsabilità dei vertici Riva per «assalto all’ambiente», «getto pericoloso di cose», «danneggiamento aggravato» e «omissioni di cautele per la prevenzione degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali». Ne rispondono Emilio Riva (condannato a tre anni di reclusione), suo figlio Claudio (un anno e tre mesi), Roberto Pensa, responsabile del reparto cokeria (sei mesi, pena sospesa) e Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento (due anni e otto mesi). Quest’ultimo, per la durata della pena, dovrà spartire con Emilio Riva l’interdizione dall’attività industriale. In passato Capogrosso e Riva avevano già condiviso la condanna per mobbing nella Palazzina Laf, precedente che ha bloccato per loro ogni ipotesi di sospensione condizionale della pena. E se Rosati ha letto la sua sentenza in un’aula vuota, alle 12.45 di un giorno importante per Taranto, la requisitoria del procuratore aggiunto Franco Sebastio ancora rimbomba nella testa di chi l’ha ascoltata. Partiva piano, spiegando che per «getto pericoloso» si intende la dispersione di fumi e polveri sulla città e per «danneggiamento» quello di edifici e strutture pubbliche, per poi concludere: «Siamo in presenza di reati permanenti e commissivi, perché determinati dalle lavorazioni dell’azienda».

Stando alla perizia redatta nel dicembre 2006 dai tecnici dell’Arpa e dello Spesal, l’inquinamento prodotto dall’Ilva sul territorio tarantino è pari all’87% del totale (l’Agip incide per il 7%, la Cementir e l’Ise per il 3). Nel dispositivo della sentenza del processo alla «grande industria», Rosati scrive: «Le immissioni in atmosfera e al suolo provenienti dal locale stabilimento Ilva sono risultate imponenti, e quindi, in quanto tali, sicuramente superiori alla normale – ma anche stretta – tollerabilità». Quanto alle omissioni accertate in materia di sicurezza, e qui strettamente legate alle violazioni ambientali, Rosati precisa: «Le batterie di forni a coke emettono numerose sostanze inquinanti (le più nocive per la salute sono le polveri di fossile, gli idrocarburi policiclici aromatici e il benzene) e, di conseguenza, considerando la natura delle patologie causalmente riconducibili all’esposizione alle sostanze in questione, non ci sono dubbi che queste ultime debbano classificarsi come malattie-infortunio».

Una fabbrica ingorda, che succhia all’osso la vita degli operai. Marco ha trent’anni, l’aria compassata e, ora, qualcosa che gli brucia dentro. Quando l’ho incontrato, anni fa, lavorava nel reparto cokeria dell’Ilva. L’immagine è quella apparsa su molti quotidiani: l’operaio sul piano di carico sotto una caricatrice, immerso nel fumo. Casco e mascherina in cokeria venivano usati poco. «Con 40 gradi al sole e altrettanti sotto le scarpe, portare una mascherina per otto ore diventa insopportabile. Sei costretto a togliertela per cercare di respirare». E comunque le mascherine in dotazione agli operai hanno un filtro in carbone che va bene per le polveri ma non per i gas. «A un anno e mezzo dalla firma del contratto di formazione mi è stata diagnosticata un’infezione delle vie aeree superiori e mi sono stati trovati due noduli in gola. Questo mi ha fatto capire che non era il caso di continuare a lavorare nello stabilimento».

Tutto è cominciato col sequestro delle batterie 3 e 6 della cokeria dell’Ilva, sprovviste dei dispositivi per impedire o contenere le emissioni diffuse degli agenti inquinanti nelle fasi più critiche di lavorazione. I sigilli decretati dal pool dei magistrati della procura di Taranto scattarono l’11 settembre del 2001, ma il sequestro rimase a lungo su carta per difficoltà di esecuzione. Per abbassare l’inquinamento i tecnici proposero la riduzione delle forniture di coke, ipotesi che vide Riva pronto a spegnere le batterie incriminate e a mandare a casa 6000 lavoratori. Quegli impianti erano ormai il simbolo della battaglia ambientalista del sindaco forzista Rossana Di Bello, che ne ordinò la chiusura, e anche della Provincia, schierata al suo fianco. Un atto di guerra alla grande industria che però si sgonfiò in fretta, anche per l’intervento della magistratura. Con la minaccia di licenziamenti a cascata, Riva recuperò gli impianti, rimettendoli in funzione con un semplice revamping (manutenzione approfondita). Poi Comune e Provincia hanno ritirato la costituzione di parte civile da tutti i procedimenti a carico dell’Ilva. In quello «contro la grande industria» tra i banchi riservati alla parte civile sono rimaste solo Legambiente e la Uil, alle quali è stato riconosciuto il diritto al risarcimento del danno.

Il terzo rapporto dell’Apat (l’agenzia per l’ambiente e i servizi tecnici del Ministero dell’Ambiente) sulla qualità dell’aria – i dati sono riferiti al 2006 – spinge Taranto in vetta alla classifica delle città più inquinate d’Italia. Da esso emerge che il 93% dell’inquinamento cittadino è prodotto dall’industria pesante. La quantità di polveri sottili derivanti dalla combustione di coke risulta infatti molto elevata.

Intanto nuove nubi si stagliano letteralmente all’orizzonte. In un corposo dossier Peacelink, associazione telematica per la pace, rilancia l’allarme diossina. Stando ai dati pubblicati sul Registro Ines (Inventario nazionale emissioni e loro sorgenti), Taranto sarebbe passata dai 71,4 grammi/anno di diossina del 2002 ai 93 grammi/anno del 2005, ultimo anno per il quale si dispone di stime relative alla grande industria. Questo aumento si riferisce a elementi come pcdd (policlorodibenzo-p-diossine) e pcdf (policlorodibenzo-p-furani): il solo contatto con queste sostanze, rilevate nell’atmosfera e nel mare, costituisce seri rischi per la salute. E se in Italia la diossina diminuisce (in totale, è passata dai 222,5 grammi/anno del 2002 ai 103 del 2005), a Taranto e nell’hinterland aumenta. Sempre l’Ines individua nell’Ilva la sorgente principale delle emissioni: in particolare nell’impianto di agglomerazione, quello che prepara i «pani» utilizzati negli altiforni, in cui avvengono i processi di sintetizzazione chimica del coke. Ma il dato più inquietante che si evince dai numeri citati è che l’Ilva di Taranto, da sola, produce il 90,3% della diossina emessa in Italia.

La diossina provoca un danno cronico che può essere valutato dopo venti o trent’anni. Gli specialisti ritengono che sia in grado di alterare il normale sviluppo di un embrione, determinandone malformazioni e anomalie. A giugno scorso, dopo anni di inquinamento libero e incontrollato, l’Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente) e il Cnr (Consiglio nazionale per le ricerche) hanno avviato il monitoraggio sulle emissioni dal siderurgico. Le misurazioni (che il Cnr effettua per conto di Riva) vengono eseguite sul camino più alto dello stabilimento con metodo discontinuo, mediante una sonda di campionamento.

«Un’intesa è un terreno più avanzato di lotta». Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, cita Pietro Nenni per suggellare la firma di un nuovo accordo (il quarto) sulla vertenza ambiente. Nel pieno della crisi finanziaria che di lì a poco porterà Taranto al dissesto, il governatore pugliese riunisce Ilva, enti locali, sindacati e parti sociali proprio nella città dei due mari: in quel Palazzo municipale in cui da qualche tempo le luci restavano accese fino a tardi, e nel quale, il 23 ottobre del 2006, verrà sigillata una nuova intesa, l’ultima, per il risanamento e il rilancio della città (solo la Uilm poi ritirerà la propria firma). Un documento che alimenta la speranza dei tarantini di una convivenza meno problematica con l’industria siderurgica.

Nell’intesa, che amplia i contenuti di tre precedenti accordi (8 gennaio 2003, 27 febbraio 2004, 15 dicembre 2004), l’Ilva conferma gli impegni già assunti. E dunque adeguerà gli impianti alle Bat, ridurrà le emissioni di polveri dal parco minerali, dismetterà e sostituirà le apparecchiature contenenti pcb, rimuoverà i materiali in amianto, garantirà la certificazione iso 14001 per tutte le attività industriali, adotterà sistemi protettivi per contrastare l’azione dei venti sui cumuli dei parchi materie prime, doterà i nastri trasportatori di coperture adeguate. Bonificherà, metterà in sicurezza di emergenza e assicurerà il ripristino ambientale dell’intera area siderurgica, trasmettendo periodicamente all’Arpa relazioni dettagliate sugli interventi realizzati.

Comune e Provincia di Taranto, d’intesa con l’Ilva, definiranno il completamento delle colline ecologiche per contenere il riversamento delle polveri di minerale sulla città. È il Ministero per l’Ambiente a finanziare il progetto, con circa 2 milioni e 600.000 euro. Inoltre ci sono sempre i 56 milioni di euro che nel 2003 Ministero dell’Economia e Regione Puglia hanno destinato al risanamento e alla riqualificazione urbana delle aree «a rischio» di Taranto e Statte, un paese vicino, e che finora non sono stati spesi.

Nella stessa intesa, l’Ilva e le organizzazioni sindacali ribadiscono la necessità di attivare iniziative utili a «ridurre progressivamente il tasso degli infortuni». Tutti i firmatari si impegnano, allo stesso tempo, a «eliminare le controversie pendenti nelle sedi giudiziarie» a carico dei Riva.

Presentando l’ultimo piano industriale, il gruppo Riva si è detto pronto a scucire 300 milioni di euro per il risanamento dell’area siderurgica. Eppure, promesse a parte, il profitto del padrone lombardo costa a tutti, specie a chi abita nei quartieri limitrofi alla fabbrica. Lì sono nati, e lì continuano a nascere comitati e associazioni per l’ambiente. La gente si organizza, scende in piazza, ma non fa che rispondere all’emergenza. E il 5 luglio, come ogni anno, ci si ritrova alla Sagra delle polveri, nel quartiere Tamburi. In un campetto di calcio (poi ribattezzato «dell’acciaio») un tempo frequentato da centinaia di ragazzi, nel 2002 l’Amiu, l’azienda per la nettezza urbana, ne raccolse 654 tonnellate.

«Qui non siamo più disposti a morire». Angelo ha cinquantatré anni e per diciotto ha lavorato all’Ilva, dove si è ammalato di cancro. Passa le giornate in casa, con le imposte socchiuse. A mezzogiorno arriva l’infermiere per il trattamento. Tre ore di flebo, in assoluto riposo. «Che vuol dire», spiega l’infermiere, «restare immobili il tempo necessario». Lo sento con le mie orecchie, perché sono lì anch’io. Accompagno un amico dal quale Angelo ha accettato di farsi riprendere mentre si sottopone al trattamento. Senza parlare, certo, ma è per la tv, è importante. Siede sul letto e stende le braccia livide sul tavolino su cui la moglie tiene l’alcol, le garze e la scatola con gli aghi. Mentre si infila i guanti l’infermiere, un ragazzo, lo guarda. «Allora Angelo, ci siamo. Posso servirle lo stesso cocktail di ieri?» Lui non l’ascolta, mentre scivola, senza espressione, sul cuscino alle sue spalle. Nel condominio in cui abita, in via Troilo, sono in quattro a sottoporsi allo stesso trattamento.

Giuseppe è un pescatore, costruisce presepi di conchiglie. Si appoggia alla rimessa del figlio, in via Verdi. «Vogliamo morire qui», dice, «dove siamo nati». Quando c’è vento l’aria diventa pesante. «Le polveri e i gas ci schiacciano. Ma che possiamo fare?»

Da ragazzi io e Daniele nel quartiere ci passavamo giornate intere. In particolare nel fine settimana, quando i suoi non c’erano. La casa in cui viveva, al secondo piano di una palazzina popolare costruita a trecento metri dalla fabbrica, diventava il nostro laboratorio, di sogni e di idee. Il viaggio per arrivarci era lungo, da capolinea a capolinea, su un autobus chiamato 1/2, e tutte le fermate e le facce, e la città che via via, oltre il finestrino, diventava un’altra. Non sapeva più di grasso d’officina e neppure di sale. E non era quella di quand’ero bambina, dei chioschi di banane e di cocco negli atri dei palazzi anni Trenta del centro. L’odore, acre, adesso era di pesce, di oli esausti, di finito.

Alla seconda fermata di via Verdi, dove Daniele mi aspettava, insieme a me una domenica scesero tre donne con dei fiori. Le guardai svanire dietro l’angolo, verso il cimitero, e con loro quei dialetti misti di vecchio e di nuovo la cui eco ora si perdeva nel campo di calce bianca che tagliava in due il mio orizzonte. Poco in là, a destra, in prossimità dell’area un tempo occupata dalla Centrale del latte, s’alzavano, a schiera, le esili palazzine che tuttora separano la città dalla fabbrica. Ma lo sguardo fu breve. Attraversammo via Verdi sotto un sole incerto, sapendo che quella era la nostra storia, che ci stava addosso contro la nostra volontà, e che dovevamo cambiarla. E ne avremmo parlato, certo. Arrivati a casa – una casa su tinte ocra e ciliegio, e triste – Daniele andava e veniva dalla veranda dove aveva messo sul fuoco il caffè. Ricordo quei vetri, e il grigio che trattenevano, e ricordo i suoi gesti riflessi in quei vetri a un tratto interrompersi. Daniele entrò nella sua stanza, a cercare gli accordi di un testo scritto la mattina. Faceva più o meno così: «Lavoro poco, male, però mi so arrangiare / tutto il giorno all’altoforno senza andata né ritorno. / La sera sono stanco in amore vado in bianco / ho una moglie tutta d’oro che se la fanno loro…» Cantava con voce roca Daniele, tra sé e sé: «E non è che voglio dire che c’è solo da capire / capire sai non basta se non hai una lira in tasca / la mia è un’altra opinione: crepa padrone, crepa padrone…» Anni dopo quella canzone allora solo abbozzata è stata incisa, insieme ad altre, in un cd. È diventata un pezzo ska («Sai, così tira di più…», mi ha detto una volta scherzando), ma quel pomeriggio la sua chitarra suonava dolce. Suonava il dolore di un ragazzino cresciuto accostando i vetri della veranda per impedire che l’altoforno, che si leva appena oltre e che gli porterà via suo padre, potesse ancora entrare nella sua vita.

Quei giorni insieme ora sono finiti, ma l’amicizia tra me e Daniele non è diventata un ricordo. Sebbene facciamo vite molto diverse, in due città lontane, è ancora qui. Nelle telefonate fatte e in quelle non fatte, negli appuntamenti saltati e negli occhi di sua figlia, Bianca, che ha nove anni, un cesto di capelli e conosce tutte le sue canzoni.

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Le collinette ecologiche che dovrebbero proteggere il quartiere dall’inquinamento prodotto dall’Ilva sono un palliativo: i palazzi e i polmoni dei residenti si insozzano quotidianamente. Di più. Al cimitero, la caratteristica sfumatura rosa delle tombe, dovuta alla polvere di minerale, sta spingendo i proprietari a scegliere direttamente questa tinta. E le polveri, come i gas, viaggiano. Per un fatale gioco di venti nessun quartiere cittadino è risparmiato: da quelli centrali a quelli periferici (a dieci, quindici chilometri dalla fabbrica).

I dati epidemiologici diffusi annualmente dall’Asl segnalano l’aumento di patologie legate all’apparato respiratorio (soprattutto tra i bambini) e dei casi di tumore (alla prostata, alla vescica, al polmone). A Taranto, area a elevato rischio di crisi ambientale dal ’94, dal 1971 al 1998 le morti per cancro sono raddoppiate (da 124 a 244). Negli ultimi venticinque anni almeno 6000 decessi sono stati provocati da malattie all’apparato respiratorio. Queste patologie, nel 40% dei casi, sono attribuibili all’inquinamento industriale.

Quando Riva ha appreso che in base al Piano per le emissioni di anidride carbonica presentato dall’Italia a Bruxelles anche l’Ilva avrebbe dovuto rispettare le quote di co2 previste dal Protocollo di Kyoto (e quindi ridurre del 20% le emissioni), ha preso la penna e ha scritto al premier Prodi e al presidente della Regione Puglia: meno co2 significa meno produzione e quindi «riduzione del personale, almeno 4000 unità». Fine di Kyoto. In effetti il governo ha promesso a Riva che le quote di emissione per la siderurgia non saranno abbassate e che si cercherà di «compensare» da qualche altro settore. Anche se il piano italiano è stato bocciato a Bruxelles e le emissioni di co2 andranno comunque tagliate, il settore siderurgico ne uscirà indenne. Parola di Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente. «Il taglio», dice, «dev’essere fatto tra le centrali termoelettriche alimentate a carbone, perché il carbone costa molto meno di altre fonti fossili e dà molta co2».

Oltre l’Ilva a Taranto c’è poco. C’è un’imponente raffineria del gruppo Eni. C’è lo stabilimento Cementir, che fa capo a uno dei maggiori gruppi imprenditoriali italiani. Ci sono le fabbriche di impianti eolici della Vestas, di rilevanti dimensioni produttive e occupazionali, controllate dal maggior competitore mondiale del settore. C’è l’arsenale, che fino a non molti anni fa, tra diretti e indiretti, contava 9000 dipendenti, oggi scesi a 2000. Annualmente assicura la manutenzione periodica di tre sommergibili, di quattro o cinque fregate e di tre unità da sbarco, e fornisce supporto diretto alle unità pronte (il personale arsenalizio è infatti impiegato anche su navi in missione all’estero).

Il versante occidentale della città, quello sul Mar Grande, è dominato dal porto. Un pozzo senza fondo per la società armatoriale taiwanese Evergreen, che, impiegando poco più di 700 lavoratori a termine, dal 2001 a oggi ha visto i suoi bilanci crescere vertiginosamente. Quello di Taranto è il secondo porto italiano, dopo quello di Genova.

Intanto la città si riempie di cantieri edili e di morti nei cantieri. Di badanti con contratti capestro, di agenzie interinali, di ambulanti senza permesso. Gli addetti alle pulizie nelle scuole un giorno sì un giorno no bloccano il Ponte. Lavorano, quando lavorano, per due soldi.

A Paolo vi, estrema periferia nord di Taranto, faccia a faccia con le ciminiere dell’acciaieria, è sorto il call center Teleperformance. «L’altra Ilva, il futuro», dicono qui. Ci lavorano quasi 1500 persone, prevalentemente con contratti a termine. La storia di Francesca, trentasei anni, assunta da tre mesi e costretta a lavorare anche la domenica, è comune lì dentro. «Sono precaria, com’è precaria la mia busta paga», dice. Le danno cinque euro lordi all’ora, «però lo stipendio sale se riesco a concludere contratti a favore del committente». Adesso lavora con Sky. La sua ultima busta paga è stata di 460 euro, ma non si lamenta. «Mi adatto», dice sperando nell’assunzione a tempo indeterminato.

Tra i vicoli dell’antica Isola, nella sede del comitato di quartiere Città Vecchia, campeggia la statua di San Guajate (che in dialetto vuol dire «Si è inguaiato»), alternativa jonica a San Precario. «Perché qua il discorso non è che siamo solo precari», prova a spiegare Peppe. San Guajate – un mezzo busto di cartapesta, la bocca e il naso coperti da una mascherina, lo sguardo perso in una carnagione rossiccia innaturale – indossa la tuta da lavoro dell’Ilva, un cappellino blu in fibra sintetica che ricorda quello dei pescatori, e stretta al collo, una sciarpa rossa. «È quella delle manifestazioni», dicono qui. I ragazzi portano spesso la statua di San Guajate in processione. L’ultima volta al parroco della Città Vecchia non è andata giù e durante l’omelia della messa pasquale ha ammonito i fedeli: «Diffidate, dico diffidate, dai falsi santi». Eppure le apparizioni pubbliche di San Guajate si sono ripetute. Si ricorda, tra tutte, quella alla Festa dei Briganti a Carosino, un paesello dell’entroterra. Era giugno. Chi c’era racconta che una band locale suonava i pezzi di Capossela, e che è stato sull’ultimo, «L’uomo vivo», che la statua del Santo, portata a spalla da due operai dell’Ilva e da due ragazzi del comitato, ha cominciato a ballare sulle parole: «È pazzo di gioia / è l’Uomo Vivo!» Fabrizio Musetti, il figlio di Salvatore, giura che si muoveva a ritmo.

Quel che resta del lavoro a Taranto – a parte il sommerso che cresce su sacche di illegalità ormai sature, in particolare nell’edilizia – è nelle offerte esposte nelle vetrine delle poche agenzie interinali presenti in città. A sentire gli habitué, ovvero i lavoratori temporanei, l’Adecco di viale Trentino è la più frequentata. Sia per la varietà che per l’abbondanza delle offerte. Era luglio quando mi è capitato di passarci davanti. Lì, nei locali che fino a pochi anni fa ospitavano il deposito di un magazzino piuttosto frequentato nel quartiere, ora si rischia di perdersi: sottili pareti di cartongesso lo scompongono in tanti piccoli gabbiotti uguali, tutti dotati di scrivanie e computer e di quanto serve a soddisfare le aspettative dei «clienti». Un mondo a parte, abitato da rigorose figure manageriali, interscambiabili nell’inquadrare gli utenti in precise categorie d’impiego, prima di metterli in lista d’attesa. Oltre le vetrate – tre, grandi, tappezzate di annunci – una signorina Adecco prende le telefonate. Dice che le spiace ma «l’agenzia riapre a settembre, secondo gli orari esposti all’ingresso». Alle dodici in punto i suoi colleghi se ne vanno: le sfilano davanti composti, fino alla porta che dà sul retro (l’uscita garage), oltre la quale scompaiono senza lasciare tracce. Lei si gira intorno, guarda l’orario e, quando mancano dieci minuti a mezzogiorno e mezzo, con l’apposito telecomando attiva il dispositivo di chiusura delle saracinesche, abbassandole a metà. Giusto il tempo, per me, di leggere le offerte esposte sotto lo slogan «Better work, better life». Il quadro, in verità, è magro. Si cercano diplomati in ragioneria con esperienza nel settore amministrativo, con la precisazione che saranno preferiti i candidati che abbiano già lavorato con aziende collegate all’Ilva. Si cercano periti, tecnici meccanici, elettrici ed elettronici da inserire in aziende metalmeccaniche del Nord, e in particolare in Emilia Romagna. Anche qui, meglio se i candidati hanno lavorato in Ilva o in qualche ditta dell’appalto Ilva. Anche per loro un contratto a tempo determinato e la promessa di un’assunzione definitiva. E poi l’offerta di un lavoro nuovo, che lascia interdetta una coppia alle mie spalle. «Robottista? Mai sentito, e tu?» «Mai». La richiesta è di un perito elettronico o informatico, con esperienza come operatore di macchine utensili. «Sarà…», sospira lui. «Sarà», ripete lei.

Poco più in là, un ragazzo del quale riesco solo a immaginare il volto – un volto chiaro, nascosto da grandi lenti azzurre tipo Ray-ban – mi fissa incredulo. Forse si domanda perché me ne stia lì a cercare tra quelle offerte. Dev’essersi accorto che il lavoro che l’agenzia offre è essenzialmente maschile, è lavoro di braccia. Fa qualche passo verso di me, mi è accanto, prova a varcare l’ingresso. Ma neppure sfiora la soglia che la signorina Adecco riappare. «È chiuso», grida, «non sai leggere? E poi, se vuoi essere inserito in banca dati, devi portare fototessera e curriculum». Lui annuisce, bisbigliando qualcosa nella sua lingua. Ma quella è ancora lì a fissarlo. Milan – mi dirà di chiamarsi così quel ragazzo che torna clandestino dalla Bosnia e tira a campare in Città Vecchia – indietreggia senza mai darle le spalle. Mi guarda e dice: «La conosco», intuendo che da lì a poco sarei scattata. Del resto Milan aveva già lavorato a Taranto: l’anno scorso, in un cantiere edile. E non escludo che anche allora, per garantirsi la permanenza in Italia allo scadere del contratto, una puntatina da Adecco l’abbia fatta. «Quello che avevo era un buon lavoro, per questo sono tornato. Ma non mi hanno richiamato». Gli offro una sigaretta, insieme a un foglio con gli orari d’apertura dell’agenzia. Mi guarda, sorride. «Non fumo», dice, «le sigarette le vendo soltanto».

Paolo vi è una delle tante banlieues di Taranto, frutto di quella cementificazione povera che le politiche di sviluppo locali, sedotte dallo splendore del primo acciaio, vollero confinare al silenzio. Il quartiere nasce tra i campi, a fatica si allontana dal mare. Lavorando in radio, negli anni mi è capitato di intervistare chi ci abita: un’umanità dolente e lontana, molto lontana dal centro della città, dall’epicentro della sua vita. Paolo vi è quasi sempre additato quale ghetto di mafia (in passato era il quartiere del Messicano e dei fratelli Modeo), ma a me è sempre parso, anzitutto, un luogo umiliato dallo Sviluppo. Le distinzioni tra lavoro in fabbrica e lavoro precario nel quartiere si perdono, sono l’eco di un discorso remoto. A Paolo vi il lavoro non c’è, e quando c’è, come per tutto il resto, è lo scarto della città. Allora, nell’impossibilità di afferrare le molteplicità del degrado, le mille facce dell’esclusione, a volte mi metto a riascoltare i nastri registrati negli anni. E mi emoziona ogni volta scoprire quanto il racconto delle giovani donne del quartiere sia attuale e vivo.

si vive male? assai. cosa bisognerebbe cambiare? non lo so, tutto. tutta la città. da dove comincerebbe lei? da sopra, buttare tutto giù… noi qui siamo stati abbandonati proprio. la città è bella, non è che noi siamo scontenti che l’hanno fatta così bella però anche qui ci vuole un po’ di… quando sentono paolo sesto si spaventano. solamente la parte di qua, si spaventano tutti. hanno messo un po’ di tempo fa, non lo so, i pullman: brigate rosse stava scritto… son venuti a fare, non mi ricordo che cosa, una manifestazione vicino a don Luigi hanno pulito solo il marciapiedi di don Luigi e hanno abbandonato l’altro marciapiede, con tutte le erbacce alte. hanno fatto il mercato generale e l’hanno abbandonato, hanno fatto la villetta e l’abbandonano. ci sono i giovani, però giù non possono stare, perché dove vanno a giocare questi giovani? non c’è niente, solo erba, erbaccia… qua è diventato un quartiere molto pericoloso, di tutte altre cose. tu vid’ tutti gli angoli droga droga e droga, tu passi davanti e i ragazzi che ti vendono la droga…

Il quartiere è una spugna che non assorbe, trabocca di storie trasferite. Dalle campagne, dalle città, dalla provincia. A viverci sono famiglie numerose, spesso allargate al primo grado di parentela. E poi ci vivono i cani.

noi non scendiamo la sera e neanche il pomeriggio perché i cani sono assai che ci sono. l’altro giorno a un signore, non so che gli hanno fatto, a un bambino anche… sono cani dispersi dappertutto e quello chiedo io, una cosa sola, di prenderli tutti e di portarli, non lo so, a un macello… ci sono un po’ di persone sporche, che buttano l’immondizia, la buttano dalla finestra. vedi? e poi pensano ai cani. non devono parlare con i cani perché i cani non hanno bocca e si devono difendere.

Il primo nucleo del quartiere sono state le case bianche, poi si è costruito intorno e verso l’entroterra e il progetto ha preso forma. Da un lato la zona «bene», dall’altro schiere di alloggi precari, edilizia povera: le case bianche e quelle dello Iacp o, come dicono nel quartiere, le case nuove.

abitate qui vicino? si, le case che hanno dato adesso, vicino alla motorizzazione quaggiù. e lì quanto si paga? 25.000 lire, 12 euro e ottanta… alla motorizzazione abito, sono tre anni che ho avuto la casa là, prima abitavo ai tamburri… da città vecchia a qua mi sono trovata diversa, è bello qua ma però mi sento sola.

La città è altrove, dal quartiere appena s’intravede. Se non fosse per le ciminiere dell’Ilva sembrerebbe lontana. Da Paolo vi di autobus di linea ne passano davvero pochi.

io la città non la conosco proprio, non la conosco la città. vuoi mettere la città con noi qua? che ha dda fa’ ’a Di Bbell’ a qua? e quanto deve mantenere, un giorno? disse l’altra volta il sindaco altro che quartiere degradato, le cose le sta facendo, ma sull’altro quartiere…

Nel quartiere il lavoro manca, si vive spesso alla giornata. I fortunati lavorano in fabbrica o nei cantieri, alcuni si arrangiano a mare. Le donne portano avanti la casa e i giovani vivono la strada.

nel quartiere che lavori si fanno? si lavora? tutti disoccupati. che lavoro? ho detto a chi ha quattro posti e chi non ne ha neanche uno… mio marito sta per conto suo. se trova un po’ di verdura la vende, sennò nind’… mio marito dopo trentadue anni che ha adesso, ha preso a lavorare, graziealsignore. aiutante ossigenista… mio marito quarantacinque anni tiene, senza lavoro.

sto con mio padre io, pensionato. non sa più che cosa deve fare con quella pensione. mi aiuta mio padre però come mi può aiutare? più di tanto non mi può aiutare perché è pensionato minimo… ce am’ a scé avand’, sembr’ co’ ’e domand’ d’u sussidio? quella la fanno una volta all’anno, ’na vot’ all’ann’ am’ a mangià?

qualsiasi politico devi stare proprio vicino vicino per avere un lavoro. io ho chiesto lavoro ai politici, collaboratrice domestica che ce l’hanno tutti, e me l’hanno rifiutato. dice non ti preoccupare, poi vediamo poi vediamo. vieni lunedì, vieni lunedì, vieni lunedì, sono passati tre anni da quel lunedì. lei ha dato il voto a qualcuno di questi politici? come si dice, si tenta sempre, no? io lavoro, sì lavoro, ma l’ho trovato io il lavoro, non devo dire grazie a nessuno.

io diciamo faccio la sarta. mio marito lavora, sì lavora. una ditta di carpenteria in ferro, però sono due anni che prende la busta paga. prima lavorava a nero, lavorava sempre a nero. e che faceva? sempre lo stesso lavoro… mio marito se ne va a mare alle due il pomeriggio viene la mattina alle nove però a casa viene verso le due, allora il tempo di mangiare e poi di nuovo se ne va a mare. poi viene stanotte e domani mattina va a vendere il pesce, il pomeriggio va di nuovo a mare e poi viene il giorno dopo. è un lavoro che, o dio, non mi manca niente. io ci ho a casa sette persone, solo un lavoro con mio marito tiriamo avanti tutti… invece mio marito è bidello di scuola. noi siamo mia figlia il marito il bambino cinque persone, però io purtroppo lavoro perché i soldi non bastano. lavori domestici faccio.

Voci come pietre, a raccontare la parabola di una città che si sgretola, facendosi periferia di se stessa, e periferia di periferia. Quelle voci, che tanto dicono della Taranto di oggi, e che in realtà sono ferme nel tempo.

Il presente attraversa i sogni di un ragazzino del quartiere. Ha tredici anni e frequenta la seconda media. In un compito in classe scrive:

Tutte le persone hanno un sogno segreto e anche io. Il mio sogno è che mio padre esca dal carcere e non vi entri più. Io vorrei che mio padre trovasse un lavoro e che non frequentasse più persone sbagliate perché portano solo a combinare guai. Da quando ha problemi con la giustizia non può più allontanarsi dal quartiere e alle nove deve stare in casa, perciò noi non possiamo fare una gita e non possiamo andare al mare tutti insieme. Vorrei che un giorno potessimo fare un viaggio tutti insieme per visitare l’Italia, in particolare Roma perché lì ci sono il colosseo e S. Pietro. Se durante il viaggio ci fermasse la polizia vorrei che non avessimo paura, perché è normale che i documenti vengono controllati a tutti. Per far cambiare la nostra vita vorrei andare ad abitare in un quartiere dove non si faccia spaccio di droga e non vi siano sparatorie, ma ancora più bello sarebbe se il quartiere cambiasse e la gente trovasse un lavoro onesto.

Commenti
6 Commenti a “Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è”
  1. Mariateresa scrive:

    Come mai non ci sono commenti? Da Taranto nessuno legge questo blog? O non hanno parole? è sconcertante….

  2. Mariateresa scrive:

    Ecco, tutti zitti, sono decenni che i tarantini stanno zitti….

  3. Federico scrive:

    Magari qualcuno saprà delucidare: la qui citata “sagra delle polveri” (nel “campo dell’acciaio”) del 5 luglio si tratta di una formula giornalistica inventata dall’autrice, una ricorrenza oppure un evento isolato nel 2002?
    Non sono riuscito a reperire altre fonti/informazioni a riguardo.

    Grazie mille!

  4. Fra scrive:

    Io abito in provincia di Taranto, che è una bellissima città dimenticata.

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  2. pulizia la casa naturale…

    Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è : minima&moralia…



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