Illustrazione: Marco Rocchi

Immaginare la terra oggi. Una conversazione geografica con Matteo Meschiari

di Giuseppe Sorce

Piove, ma non troppo. Una di quelle piogge sottili che a Palermo non si vedono mai. Infatti, non appena arrivo nel luogo del nostro appuntamento, torna a diluviare come al solito. C’è anche molto vento. Penso, prima di scendere da casa, con questo tempo, questa sera rimarremo al chiuso. Invece trovo Matteo Meschiari seduto all’unico tavolino fuori – dovevo aspettarmelo – sotto un tendaggio precario che la cameriera viene di tanto in tanto a svuotare (un perfetto raccoglitore d’acqua piovana, devo dire) facendo precipitare intere cascate un poco oltre le spalle di Pietro Motisi, fotografo, lì al tavolo con noi. Stavano parlando di Luigi Ghirri quando sono arrivato io imbacuccato, il cappotto umidiccio, un taccuino in tasca con qualche domanda da tirar fuori e il solito ritardo. «Dopo anni che ne parliamo ho capito finalmente perché le fotografie di Ghirri ci attirano così tanto. Sono apocalittiche. Quei paesaggi privi della presenza umana ci parlano di un mondo-senza-di-noi che è pienamente apocalittico».

Incontro Matteo Meschiari per farci una chiacchierata a proposito dell’uscita il prossimo 28 novembre del suo nuovo libro per i tipi di Milieu Edizioni, parlo di Neogeografia, sottotitolo: Per un nuovo immaginario terrestre. Come in una specie di portico virtuale, un po’ sotto la tempesta un po’ al riparo, bevuto il primo bicchiere, la prima cosa che voglio chiedere a Meschiari è proprio che cosa ruota attorno questo immaginario terrestre, che cosa significa oggi. Appunto. Oggi – mentre trascrivo questa intervista il notiziario titola “a un passo dall’apocalisse” perché piogge torrenziali, allagamenti ed esondazioni stanno devastando molte parti d’Italia – oggi che l’apocalisse, più che una variazione sul tema dell’esistenza, sembra esserne il nocciolo.

Neogeografia propone una riflessione sulla geografia e sull’immaginare la Terra attraverso sei doppie esplorazioni, terrestri e poetiche. Sei paesaggi, cioè sei testi (una narrazione di viaggio mediolatina del IX secolo, le canzoni di gesta antico-francesi, i viaggi in Canada del Capitano Cartier, la Liguria di Montale, l’India di Pasolini e Moravia, la Bretagna di Kenneth White), tutte modalità cognitive di “addomesticazione” spaziale, mappe mentali costruite su itinerari di senso scavati nell’esperienza di un dove-altrove. Sei paesaggi e sei testi, quindi, per ripensare lo spazio e il funzionamento dell’immaginario alla ricerca dei comportamenti universali di quello che Meschiari chiama Homo geographicus.

Alzo gli occhi dal mio bicchiere – ho scelto un nebbiolo, a sentimento, per il clima della serata, non me  ne pento. Stacco. Avvicinamento sull’asse, zoom in. Mi accorgo che Meschiari mi sta guardando. Piano strettissimo, particolare. Sguardo stretto sul mio. Mi dice: «L’ABC dell’immaginario geologico-terrestre. Perché oggi?». Ok. Procediamo per gradi.

SORCE: Matteo, prima cosa, dritta al punto. A cosa serve la geografia ora che la Terra ci si sta rivoltando contro, pur essendo costantemente sotto controllo? E ancora. A cosa serve la geografia ai tempi dell’ecologia?

MESCHIARI: La geografia è una specie di pensiero laterale che cerca di modificare l’angolatura dei suoi oggetti di studio per guardarli da una prospettiva inusuale, non scontata. Non è una mera riflessione sullo spazio, è uno stare nello spazio con persone, animali e cose, è la ricerca di un luogo dove osservatore e osservato sono sullo stesso piano, e dove umani e non-umani intrecciano una conversazione conoscitiva, dove si muovono assieme. In questo senso la geografia è un modo per pensare iperoggetti come l’Antropocene, l’ecologia, la mutazione climatica, la migrazione, il collasso sociale e ambientale alla ricerca di soluzioni reali. Forse qualcuno pensa ancora alla raccolta dati, all’interpretazione, ai modelli ermeneutici, ma l’epistemologia della geografia sta cambiando all’unisono con i cambiamenti del pianeta, e oggi si avvicina più che mai a un “pensiero delle soluzioni”. La geografia per me serve a questo: trovare delle soluzioni al collasso terrestre.

GS: Una curiosità prima di continuare, mi sono accorto che rispetto al manoscritto che ho letto qualche mese fa, hai cambiato l’ultimo capitolo, quello in cui parli di Kenneth White. Mi riferisco al passaggio in cui ti soffermi sul rapporto fra mente e paesaggio, quando trovi nel pensiero poetico (ci tengo molto a parlare di poesia in questi termini) una specie di collante fisico-cognitivo fra l’uomo e la terra.  Perché sei tornato su queste pagine?

MM: Perché mi sono reso conto che in quel punto mi stavo ripetendo, stavo tornando su cose di cui avevo già parlato proprio in quei termini in altri libri. A volte non so bene se dovrei ripetermi o no, e forse ogni libro va pensato come un messaggio nella bottiglia a sé stante, ma in realtà Neogeografia è un libro che va a rompere le uova nel paniere della geografia tradizionale e non volevo farmi attaccare anche su questo aspetto formale, accademico, diciamo. Però il discorso sul pensiero poetico non si perde, è anzi diluito in tutto il libro nel tema forse più universale dell’immaginazione geografica.

* * *

La pioggia e il vento continuano a scuotere la notte mentre gli ultimi clienti del pub, eccetto noi, vanno via cercando di non scomporsi troppo. C’è un’insegna al neon appesa al palazzo di fronte, ogni volta che la guardo ho l’impressione che le lettere, a coppie, si vadano spegnendo. Qual è la sua visione, continuo a chiedermi, sulle cose e sul mondo? Tutta l’umanità fuori, a quest’ora e con questo tempo, è seduta al nostro tavolo?

* * *

GS: Perché quindi parli di “sintassi terrestre”, di “coloro che, camminando, ricavano ritmi, suoni, e a volte un’intera poetica dal terreno”? Che cosa c’entra tutto questo con la geografia?

MM: Detto così, fuori contesto, sembra infatti un po’ strano. In realtà voglio dire una cosa abbastanza elementare e abbastanza condivisa: Homo geographicus è Homo sapiens nello spazio, e lo spazio prima di tutto, prima delle misure e delle teorie, lo si conosce con il corpo. L’universale sensibile del corpo umano è insomma uno strumento e un metodo di ricerca, camminare, ascoltare, è un modo per cercare un’equazione tra uomo e terreno, tra paesaggio mentale e paesaggio concreto. Questo ponte, il ponte tra landscape e mindscape, a mio modo di vedere è il wordscape, il paesaggio verbale, nel senso che lo strumento conoscitivo più efficace della nostra specie è il linguaggio, qualcosa che circola tra bocca e neuroni. Attraverso il linguaggio, attraverso architetture verbali, l’uomo è alla perenne ricerca di equazioni tra ciò che avviene nel suo cervello e ciò che avviene là fuori, nel mondo. Anche per questo in Neogeografia ho cercato di esplorare i paesaggi verbali altrui, per vedere se avevano qualcosa da dirci sulla geografia in generale.

GS: Matteo, devo dirti però una cosa. Non ho potuto che notare un vuoto in questo libro. Dov’è la città? Perché in un testo come questo che vuole rifondare la geografia mancano la città, gli spazi urbani, il cemento?

MM: La città è ovunque, la metafora della città è uno dei principali modelli che ci piace applicare al mondo. Non esiste solo un urbanesimo reale, siamo anche vittime inconsapevoli di un urbanesimo mentale, che ci spinge a riconoscere dappertutto una specie di organizzazione urbana (reticolare, trafficata, sovrappopolata). Ma le città esistono da poche migliaia di anni, mentre il cervello della nostra specie si è modellato per centinaia di migliaia di anni in un sistema di ecosistemi naturali complessi. Mi piaceva allora l’idea di andare a cercare la geologia sotto la città, per vedere se esistono dei modelli cognitivi alternativi. Ovviamente esistono e ovviamente tutta una serie di skill spaziali dell’uomo derivano da un’esposizione di lunga durata ai paesaggi terrestri. Si può parlare in senso stretto di “mente paesaggistica”. Meno ovvio invece è cercare di capire se questo modo in cui siamo fatti possa suggerirci delle soluzioni per superare l’impasse contemporanea, cioè il collasso più o meno annunciato del sistema-terra.

GS: Ho come un’impressione, e seguendoti da tempo non posso che assecondarla, e cioè che quando parli di epistemologia della geografia tu ci stia parlando in realtà di qualcosa che ha a che fare con la politica, con le relazioni di potere. Che cosa c’entra quindi quello che tu chiami, già dal sottotitolo, “immaginario terrestre” con il nostro adesso-qui? Nostro in quanto umani, una specie che si deve preparare ad affrontare il collasso ambientale?

MM: Credo che l’immaginazione sia al nocciolo del problema. Non riconosciamo il disastro per mancanza di immaginazione. Non troviamo soluzioni al disastro per mancanza di immaginazione. La mancanza di immaginazione è direttamente proporzionale alla quiescenza politica di un popolo. La mia idea è forse fin troppo semplice, ma sono proprio convinto che delegare ad altri (politici, tecnocrati, caporali) il nostro immaginario, la nostra individuale, personale capacità di immaginare, sia la strada asfaltata verso l’accettazione del dominio totale dei pochi sui molti. Ora, per me è necessario imparare a immaginare cose che non immaginiamo più, che sono scomparse dal nostro orizzonte mentale: la terra, gli animali, le piante, gli “altri”. La geografia dunque come pratica politica dell’immaginario, per ricalibrare il posto dell’uomo nel cosmo, per sgonfiare le estetiche antropocentriche, per attrezzarci mentalmente al peggio che sta arrivando.

GS: Che cos’è quindi Neogeografia in rapporto a questo discorso sull’immaginario che stai portando avanti da un po’ – penso a La Grande Estinzione, il tuo ultimo pamphlet sull’immaginazione, e al progetto TINA – in sostanza, che cosa abbiamo davanti? Una discussione accademica, una ucronia in prosa, un saggio di geofilosofia o una sorta di guida per immaginare la terra del domani?

MM: Neogeografia è La Grande Estinzione spiegata a un livello più articolato, forse più complesso. Cerca di rispondere con altri mezzi analitici e altri spunti tematici alla stessa grande domanda: come e perché reimmaginare la Terra può aiutare a salvarci? La gente sa immaginare ma è scoraggiata. Ha in sé tutti gli strumenti cognitivi per reagire e cambiare le cose e se non lo fa è solo perché qualcuno l’ha convinta che immaginare sia roba da bambini, da artisti, da pazzi. L’immaginazione invece è la facoltà cognitiva che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere nei momenti di crisi, inventando dei e trascendenza, costruendo architetture proiettate verso un futuro ancora invisibile, gettando un ponte tra noi e i nostri morti, cioè con un passato che continua a parlarci. Neogeografia è un sondaggio più approfondito di quello che altrove ho solo enunciato, è un modo per dire: ok, vediamo come funziona veramente la macchina geografica che abbiamo in testa.

GS: Come dicevi, siamo immersi nello spazio, lo spazio è un “fatto naturale”, citando Harvey, che ci pervade. Le immagini sono spazializzazioni, le lingue sono sature di metafore spaziali e sono esse stesse in qualche modo delle spazializzazioni, come hai accennato appunto, e così via. Ti chiedo perciò: c’è un rapporto fra lo spazio come controllo, lo spazio come trappola esistenziale, e le conseguenze dell’Antropocene? È possibile uscire dallo spazio tossico dell’Antropocene (inquinamento ambientale, disagio e deriva sociale, ipnosi cognitiva) che abbiamo noi stessi (umani) costruito? Ma soprattutto, è possibile uscirne vivi?

MM: l’Apocalisse, il Collasso, fanno pensare a meteoriti, pandemie e conflitti nucleari, ma la catastrofe ultima, quella dei disaster movie o delle escatologie religiose e laiche, è solo un’ipotesi tra le tante, e anzi per il suo elevato impatto visionario rende invisibili i “collassi punteggiati”, le “catastrofi morbide”, le “apocalissi in atto”. Non è facile dire se l’umanità tra cent’anni si sarà definitivamente suicidata, se ci sarà un Paleolitico prossimo venturo o se ci barcameneremo come sempre, morendo lentamente di inedia come in Interstellar. Quello che la geografia dovrebbe saper registrare oggi è il colossale turn che ha investito l’immaginario collettivo: negli ultimi tempi la gente sta immaginando la Terra in un modo radicalmente diverso rispetto a una decina di anni fa. Mappare questo immaginario nuovo, farne un’analisi zonale, esplorare le terre incognite, è un compito complesso e necessario. Secondo me passa infatti da qui l’idea di presente, passato e futuro che ci faremo molto presto del mondo in cui abitiamo, e da qui potranno emergere forse delle soluzioni per resistere in qualche maniera al disastro. La domanda più importante però non è se ce la faremo, ma come saremo se ce la faremo. Non credi?

* * *

Dopo un breve respiro la pioggia ritorna a sferzare le strade. Sono tornato alla macchina con la testa fumante. Stiamo davvero parlando di una specie di click mentale? Un qualcosa che ha a che fare con la necessità e il sogno, la nostra vita, la nostra specie e il cosmo?

Il profilo acetato della giacca a vento riflette un’ultima volta le luci della città, girato l’angolo, prima che il mio sguardo lo perda, camminando, sulla via verso casa. È possibile allora che oggi il mondo sia così imprendibile, così difficile da dire, proprio perché continuiamo a non voler vedere il buio oltre la notte al neon?

(Illustrazione: Marco Rocchi)

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