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Le distorsioni sul racconto dell’immigrazione

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di Giuseppe Lorenti

A me piace camminare a piedi. A me piacciono gli spazi larghi che lasciano l’opportunità di osservare la linea dell’orizzonte. A me piace il mare. A me piacciono le contraddizioni. Quel fascino per ciò che costringe a interrogarti è stato, sempre, la mia forza e la mia debolezza. A Catania c’è un luogo che contiene in sé questi elementi: il suo porto. Un’ansa profonda che si apre sul Mediterraneo e che, dal 2018, si è trasformata nella nuova frontiera dei migranti che muovono verso l’Europa.

Questo raccontano i dati del Ministero dell’Interno che evidenziano come, da gennaio 2018, ci sia stato un profondo cambiamento nei flussi in arrivo dall’Africa. I numeri dei primi sette mesi del 2018 confermano, in maniera ancora più eclatante, questo scenario. Il report del Ministero dell’Interno del 18 luglio dimostra il crollo spaventoso degli arrivi. La comparazione con i primi sette mesi dei due anni precedenti è impietosa: rispetto al 2016 il calo è del 77,67 %, al 2017 del 80,89.Se da gennaio a luglio 2016 gli sbarchi erano stati oltre 79.877 e nel 2017 93.333(di cui oltre 89.000 dalla Libia),a luglio 2018 il numero è di 17.838(di cui 12.088 dalla Libia).

In questi primi sette mesi la centralità del porto di Catania ha assunto maggiore evidenza: 2.786 sbarchi, seguita da Augusta con 2.413 arrivi mentre Lampedusa si ferma a 1.266. La grande invasione sembra essersi fermata. Ecco che tornano le contraddizioni, che emerge quel bisogno di conoscenza che mi ha spinto ad ascoltare le voci e vivere le emozioni, un grumo inestricabile di felicità e sofferenza, di chi, in città, si occupa di un fenomeno che il nostro paese ha, scelleratamente, deciso di raccontare agitando il fantasma della paura e di affrontare con la logica dell’emergenza.

Guido Nicolosi insegna Sociologia dei Processi culturali al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania ed è componente del Centre d’Étudedes Techniques, des Connaissances et des Pratiques della Sorbona. Nei mesi scorsi è stato selezionato e incaricato da EVP, società partner di Facebook, che coordina un programma mondiale lanciato dal social network, di contrasto all’hatespeech sui social. “Mi hanno contattato nello scorso ottobre, dice Nicolosi, conoscevano il mio lavoro sulla comunicazione dei fenomeni migratori, su stereotipi e pregiudizi e mi hanno chiesto se fossi stato disponibile a candidare la mia Università per partecipare al programma: Peer to Peer: Facebook Global Digital Challenge, presentando un progetto per una campagna di comunicazione sui social media che contrastasse l’hatespeech sul tema dell’immigrazione. Ricordo che durante i colloqui emergeva la valenza simbolica della Sicilia e di Catania sulla question emigranti. Negli Stati Uniti sono consapevoli che il dibattito sulle migrazioniè focalizzato su un’area geografica specifica, il Mediterraneo, e all’interno di questa area la Sicilia e negli ultimi due anni Catania ha assunto una centralità assoluta”. Così nasce Don’tignorehumankind, una campagna di comunicazione di contrasto ai discorsi di odio nei confronti dei migranti. La specificità del progetto, che si è chiuso lo scorso giugno, è di essere stato realizzato da un team di studenti, secondo la logica del“Peer to Peer”.

Quindici studenti hanno presentato un piano di comunicazione a Facebook che prevedeva la realizzazione e la condivisione sui social di video e notizie che smontassero la narrazione comune sul fenomeno migratorio, attività di fact checking per evidenziare dati che hanno smontato stereotipi e pregiudizi. Una campagna fondata su tre pilastri: ironia, controinformazione, solidarietà. Questo ha significato costruire un network locale che ha contribuito alla diffusione del progetto: Scenario Pubblico, Centro Nazionale di Produzione Danza,  ha allestito una coreografia diventata lo spot finale del progetto,la radio dell’Università, Radio Zammù, ha realizzato un programma radiofonico con il coinvolgimento di alcuni migranti, il Cope, Centro per la Cooperazione dei Paesi emergenti, ha svolto un’attività di formazione per il team di studenti.Tra i partner  anche il Comitato Provinciale di Catania della Croce Rossa che, in questi anni, ha svolto un ruolo essenziale nella gestione della prima accoglienza. Stefano Principato, Presidente di CRI Catania, mi conferma questo mutamento “negli ultimi due anni il porto catanese è diventato il nuovo snodo di ingresso in Europa ma è cambiata la modalità con cui gli immigrati arrivano. Negli anni scorsi abbiamo visto arrivare zattere e barconi straripanti di esseri umani,oggi sono i mezzi della Guarda Costiera e delle ONG che intercettano questi mezzi di fortuna e li accompagnano nei porti. Come CRI abbiamo approntato dei gazebo in cui accogliamo, con i nostri volontari, i migranti appena sbarcati. Il fatto che Catania sia diventata un nodo centrale è legato a motivi logistici e organizzativi. La Guardia Costiera e molte ONG hanno base in città e questo rende più agevole la  prima accoglienza. Noi li supportiamo con un’attività sanitaria, l’assistenza psicologica e con i servizi del Restoring Family Links,  un progetto che permette a chi arriva di contattare la propria famiglia”.

Catania è una città contraddittoria. Mentre c’è chi opera per dare risposte concrete l’amministrazione comunale, di fatto, smantella il Progetto Immigrati e “Casa dei Popoli”, un luogo che ha rappresentato, dal 1994, un riferimento per i migranti, motivando questa scelta come dolorosa ma necessaria per la la mancanza di risorse economiche. E sarà anche una scelta sofferta ma, oggettivamente, è insensata. Contemporaneamente, l’amministrazione ha messo a disposizione alcuni locali di sua proprietà per ospitare le attività di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.

Silvia Dizzia, responsabile del Restoring Family Links, mi racconta che in città si ha una percezione minima del fenomeno. “I catanesi non hanno piena consapevolezza di come sia aumentato il numero degli sbarchi al molo del porto, e qui succede qualcosa di paradossale. Mentre noi operatori siamo in attesa degli arrivi, talvolta avvengono anche nei giorni festivi, parallelamente ci sono locali stracolmi di gente perché c’è una festa, per bere una birra,per mangiare una granita. Ci troviamo davanti due mondi che si incrociano, un’umanità in fuga e un universo che si gode, legittimamente, la giornata di vacanza. Per me lo sbarco è un microcosmo che attraversa le nostre vite ponendole di fronte a contrasti emotivi che ti spiazzano ma che sono entrati nella nostra quotidianità”.

In ogni caso, il dato che permane è l’enorme diminuzione di arrivi, come mi conferma Marco Bertotto, responsabile Advocacy di Msf Italia. “La riduzione delle partenze è imputabile a un’attività svolta, a quanto pare, con il supporto e il finanziamento di autorità italiane ed europee, da milizie libiche che ostacolano l’attività dei trafficanti a terra, inoltre c’è stato un aumento importante delle intercettazioni da parte della Guardia Costiera libica”. In questo quadro il cosiddetto Decreto Minniti ha segnato un deciso cambio di strategia politica del nostro paese. “Dal nostro punto di vista, continua Bertotto, questa drammatica diminuzione degli sbarchi non è affatto un successo, in quanto causa sicuramente una maggiore sofferenza per migliaia di persone che vengono rispedite nei centri di detenzione libici. Si vogliono chiudere le frontiere sulle rotte del Mediterraneo senza costruire modalità di accesso in Europa con canali regolari”.

Un successo sbandierato che nasconde incapacità e mancanza di volontà per reali politiche di accoglienza in grado di gestire un fenomeno che presenta numeri importanti ma molto lontani dalla grande invasione che ci viene raccontata. Un quadro inquietante, inoltre, continua ad emergere sulla percezione del fenomeno e sul conseguente formarsi dell’opinione pubblica. Da alcune ricerche condotte all’interno del progetto Don’tIgnorehumankind e che hanno coinvolto un target di circa trecento studenti universitari, è emerso un clima allarmante di ostilità e diffidenza nei confronti dei migranti che dovrebbe spingere a interrogarci  sul perché la narrazione del migrante miserabile, criminale, terrorista continua a essere vincente.

È giunto il tempo di trovare il coraggio di prendere le distanze dall’isteria collettiva e da questa rappresentazione sguaiata che banalizza perché incapace di dare risposte. Al contrario della demagogia populista del nuovo Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che chiude i porti per garantire la sicurezza degli italiani è tempo di spalancarli i nostri porti. È giunto il tempo di non aver paura.

Commenti
6 Commenti a “Le distorsioni sul racconto dell’immigrazione”
  1. Andrea scrive:

    … c’è ben altro dietro, dietro le Ong, ovvero la strumentalizzazione dell’immigrazione come strumento di opposizione politica all’Italia…
    e da parte di chi…?
    non saranno mica alcuni nostri alleati europei, o per lo meno alcune grandi e potenti fazioni degli stessi…?

  2. Engy scrive:

    Si continua a parlare di statistiche che, per quanto importanti, nulla dicono rispetto a certe situazioni comuni a tante città: sbattere in faccia le fredde statistiche all’anziano che abita un modesto appartamento nel quartiere popolare della sua città (quartiere che magari e studiatamente è diventato un ghetto, grazie a modifiche alla viabilità appositamente studiate) divenuto negli anni quartiere a forte maggioranza straniera; sbattere le statistiche in faccia all’anziano – dandogli indirettamente del razzista – che se la deve vedere inevitabilmente con problemi di spaccio, sfruttamento della prostituzione, scippi, aggressioni – ecco, tutto questo è veramente meschino.
    Si chiede l’autore da cosa derivi questo “clima allarmante di ostilità e diffidenza nei confronti dei migranti” e invita (stupito…) “a interrogarci sul perché la narrazione del migrante miserabile, criminale, terrorista continua a essere vincente”. Ecco, forse basterebbe farsi ospitare per qualche settimana da uno di questi anziani soli e pensionati al minimo che vivono nei ghetti di una città a caso…. Forse diminuirebbe lo stupore.
    Poi non capisco: il mondo, in tutti i suoi settori, è corrottissimo; però, per taluni, le ONG sono tutte criminali o quantomeno poco trasparenti e interessate soprattutto ai soldi, mentre per talaltri sono intoccabili, trasparenti pure e immacolate. ….

  3. Engy scrive:

    poi scusate tanto, ma questo abuso di anglicismi, per quanto mi riguarda è diventato insopportabile.

  4. Giuseppe Lorenti scrive:

    Cara Engy, intanto grazie per le tue riflessioni. In quanto a ció che scrivi: che le statistiche nulla dicono mi sembra un’affermazione un po’ forte. Ritengo che quando si scrive un reportage dare contezza, anche numerica, a ciò che si scrive sia un valore aggiunto non un elemento inutile. Nel reportage non sono certo usate per sbatterle in faccia agli anziani che vivono in condizioni di disagio. Piuttosto per evidenziare come, ad esempio, il nostro Ministro dell’interno, che continua a parlare di invasione, non si curi neanche di verificare i dati che un organo di cui è, politicamente a capo, giornalmente elabora. . Questo a me mi fa riflettere sul fatto che questo paese, anche con i governi precedenti, non sia stato in grado di affrontare in modo coerente e non emeeginzakw un fenomeno complesso così da aumentare il disagio a cui tu ti riferisci.

  5. Andrea scrive:

    D’accordo con questi ultimi commenti, ed è questo il punto.

    Non tutte le ong sono poco trasparenti, c’è però una differenza sostanziale tra chi ha firmato il Codice di condotta e chi non lo ha fatto; ma in ogni caso, la questione a mio parere è molto più complessa di come la si sta rappresentando su entrambi i fronti: io, ad esempio, mi schiero a favore dell’accoglienza dello “straniero” che arriva in Italia, rischiando pesantemente la vita oltre tutto, ma mi piacerebbe che aggallassero tutti i termini della presente questione, tutti gli elementi nascosti, compresa la partita in gioco a livello geopolitico ed economico.

    Mi chiedo, senza far finta che non c’entri niente: uno spregiudicato speculatore neoliberista, ad esempio, può anche essere ritenuto a ragione un filantropo?

  6. Engy scrive:

    ok Giuseppe Lorenti,
    ma io infatti ho detto altro rispetto alle statistiche, ho parlato di situazioni specifiche e comunque diffuse, situazioni dove le statistiche dicono nulla appunto.
    E lo sappiamo tutti ormai, non fosse altro per il fatto che ce lo dicono tutti i santi giorni, che non c’è l’emergenza a livello statistico.

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