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Le università devono riaprire in autunno?

di Cinzia Arruzza
Le università devono aprire in autunno? Per diverse settimane questa domanda mi ha lasciata un po’ paralizzata. Non perché le due opzioni disponibili mi sembrassero ugualmente attraenti, ma perché entrambe mi sembravano ugualmente dannose. Tuttavia, come regola generale, credo che la linea di condotta moralmente prudente sia quella di andare online.
Qui convergono tre linee distinte di crisi – una crisi della sanità pubblica, una crisi economica e l’incombente crisi dell’istruzione superiore – e semplicemente non c’è una risposta generica, unica e adatta a tutti, che possa rispondere alla complessità delle circostanze particolari di ogni istituzione. Ciò di cui abbiamo bisogno è un attento esame caso per caso, che tenga conto di una molteplicità di fattori: l’ubicazione dell’università, il tasso di infezione in quella sede, la capacità dell’università di testare tutti gli studenti in arrivo e, successivamente, di eseguire un monitoraggio periodico, la capacità dell’università di isolare le persone infette e di fornire loro un luogo sicuro per la quarantena, la capacità di mettere in atto misure di distanziamento sociale, di sanificare le strutture, di imporre l’uso di maschere facciali e altri DPI. Tutte queste misure sono costose e la loro attuazione trasformerebbe profondamente l’esperienza del campus – e nessuna università può riaprire responsabilmente senza metterle in atto. La decisione di soprassedere a qualunque di queste necessità può essere “giustificata” solo se si sostiene esplicitamente la logica della spendibilità per cui alcune vite sono considerate degne di essere sacrificate in nome dell'”economia” o della “nobile missione dell’istruzione superiore”.
Eppure, decisioni politiche irresponsabili hanno reso questa linea d’azione per lo più inattuabile. Negli Usa, la cattiva gestione federale e le politiche disordinate e contraddittorie di lockdown da parte degli stati, la riapertura affrettata di stati dove i tassi di infezione sono ancora alle stelle, la grave inadeguatezza del sistema sanitario statunitense, la continua ambiguità sull’effettiva disponibilità di test: Tutto questo rende praticamente impossibile prevedere oggi, con qualsiasi grado di precisione, quale sarà il tasso di infezione e di mortalità alla fine dell’estate.
Secondo l’indagine del Chronicle su oltre 800 università, la maggior parte ha in programma di aprire in autunno. Su quali basi sono giunti a questa decisione? In una situazione che è stata sovradeterminata da scelte politiche sbagliate che rendono molto difficile prevedere l’andamento della pandemia, da dove prendono le loro certezze gli amministratori? L’unica posizione responsabile sarebbe quella di spostare tutti o la maggior parte dei corsi online. Ma anche andare online avrà gravi conseguenze per l’istruzione superiore: Un certo numero di piccoli college andranno in bancarotta, migliaia di posti di lavoro andranno persi e la qualità dell’istruzione ne risentirà. È anche possibile che una sorta di terapia d’urto ristrutturerà in modo permanente il settore dell’istruzione superiore.
Questo è l’angolo in cui siamo stati costretti; queste sono le cattive opzioni che ci sono rimaste. Non doveva essere così, e questo dovrebbe farci arrabbiare. Quando le circostanze rendono impossibili le buone decisioni, dobbiamo interrogarci sulle circostanze stesse, su come queste si siano sviluppate a causa delle patologie non inevitabili nei nostri sistemi politici, di istruzione superiore e sanitari. E dobbiamo fare in modo di non finire mai più in una situazione come questa. Se una malattia come il Covid-19 può spingere l’istruzione superiore sull’orlo del collasso, forse qualcosa è marcio nel sistema. Ed è di questo che dovremmo discutere.
Cinzia Arruzza è professoressa associata di filosofia alla New School of Social Research 
Questo testo è uscito sul Chronicle, ed è stato tradotto da Francesca Coin.
Commenti
4 Commenti a “Le università devono riaprire in autunno?”
  1. Adespoto scrive:

    Ho dovuto rileggere questo articolo per sincerarmi di non essermi sbagliato.
    No, non mi ero sbagliato. Solo che, accecato dalla rabbia che stava montando, non mi ero reso conto che l’autrice si riferisce agli Stati Uniti, allo Stato di New York in particolare.

    Perché, parlando della situazione italiana, se c’è una cosa che si fa seriamente fatica a capire, è come mai le Università e le scuole non abbiano ancora riaperto.
    I casi sono solo due: o non si teme più il Covid 19 o, come al solito, siamo alla follia più totale.
    Mi spiego meglio: se il Covid è considerato ancora pericoloso, allora le Università dovrebbero restare chiuse, non c’è dubbio. Ma, OVVIAMENTE, ben prima di loro, non avrebbero dovuto riaprire: aeroporti, stazioni, alberghi, ristoranti, centri commerciali (che per quanto mi riguarda potrebbero chiudere per sempre), bar, stadi, palestre, centri balneari e qualunque altra situazione di probabile aggregazione che non fosse indispensabile, come i negozi di generi alimentari e, naturalmente, i centri medici di vario tipo. Visto che invece tutte queste attività sono di nuovo pienamente operative, e leggo addirittura della forte possibilità di far giocare le partite di calcio internazionali A PORTE APERTE; visto che abbiamo tranquillamente assistito ai festeggiamenti con tanto di caroselli per la promozione in serie B della Reggina, e per la Coppa Italia di calcio vinta dal Napoli (e quindi naturalmente disputata in campo), allora mi chiedo come mai siano proprio Scuole e Università a dover restare chiuse.

    “La decisione di soprassedere a qualunque di queste necessità può essere “giustificata” solo se si sostiene esplicitamente la logica della spendibilità per cui alcune vite sono considerate degne di essere sacrificate in nome dell’”economia” o della “nobile missione dell’istruzione superiore”.

    La “nobile missione dell’istruzione superiore” – purtroppo – non esiste. Certamente non in Italia.
    Viceversa, in nome del PIL, tutte le altre vite sono sacrificabili, eccome!

  2. Francesca scrive:

    Francamente non vedo la differenza tra la situazione italiana e quella estera, come invece suggerisce il commento di #Adespoto, se parliamo di istruzione superiore e non di scuola, per il semplice fatto che la differenza non c’è. In entrambi i casi si sta usando questa crisi per smantellare l’università, anzi all’estero oltre che per smantellare la si sta usando per licenziare, salvo che all’estero si può discutere della crisi terminale dell’università e di quale logiche l’hanno causata, in Italia l’unica cosa di cui è dato parlare è che bisogna riaprire! A prescindere da rischi e pericoli, a prescindere dal contesto, a prescindere da tutto il resto – che dibattito deprimente!

  3. Carlo Cappa scrive:

    Grazie per il contributo!

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