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Impredevibili e sensuali: gli innocenti di Oswaldo Reynoso

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Ciambella – «Cappellino scarlatto. Capelli neri scompigliati sulla fronte. Occhi tristi da bambino. Sigaretta che pende, che pende dalla bocca. Giubbotto rosso e pantaloni neri» – ha sedici anni e se ne va in giro per Lima con un certificato, da lui stesso falsificato, secondo il quale ne ha già compiuti venti. Eppure Ciambella non mente, anzi ha ragione, perché l’adolescenza è un tempo febbrile e impaziente, senza sosta impegnato a immaginare che cosa potrà voler dire essere adulti (e dunque – si presume – interi, rotondi, compiuti).

Non essere ancora adulti, supporre di essere lì lì per diventarlo, fare di tutto per colmare lo scarto che separa la propria disarmata (e disarmante) adolescenza dalla presunta pienezza che se ne sta dietro l’angolo, è l’ossessione dei cinque protagonisti di Gli innocenti di Oswaldo Reynoso (scomparso ottantacinquenne lo scorso maggio), pubblicato per la prima volta nel 1961 e oggi proposto da Sur nella traduzione di Federica Niola e con una prefazione di Matteo Nucci.

Ciambella, Faccia D’Angelo, il principe, Carambola e Rossetto attraversano le loro storie guardando le vetrine dei negozi, giocando a dadi, a flipper e a biliardo, fumando, viaggiando a scrocco sugli autobus, correndo, o meglio scappando, ascoltando la musica che proviene dai jukebox, innamorandosi invano (di Gilda, di Margarita, di Juanita che «allegra e chiassosa, cantava sul tram. Triste e zitto, mi faceva male guardarla»), e poi ubriacandosi, dimenticando e ricordando.

Tutt’intorno Lima, la città dove la tentazione ti divora, da percorrere per chilometri e chilometri camminando con l’andatura invincibilmente esausta di James Dean, oppure cercando rifugio nella propria banda, l’unico regno reale («Lì sì che sono coraggioso»), perché nella banda anche fare la lotta è laboratorio, invenzione, conoscenza: il modo in cui, intrecciando i corpi, si scoprono il conflitto e la condivisione, cos’è la gioia, com’è fatta la delusione.

Incandescenti, imprevedibili, sensuali, gli innocenti di Reynoso vivono immersi nelle percezioni, intrappolati nello splendore senza fine della mitomania; mentre dentro le teste l’adolescenza non fa altro che monologare, loro annusano l’aria, prendono a calci il vento, mangiano i fiammiferi che fanno diventare intrepidi; poi, le mani conficcate nelle tasche, si avviano per l’ennesimo vicolo cieco immaginando il tempo che verrà, quando euforia e malinconia smetteranno di essere la stessa cosa.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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