Impressioni sulle elezioni di settembre

di Christian Raimo

Impressioni sulle elezioni di settembre
1. Le regionali sono sempre più regionali, le ideologie contano sempre meno, così anche le segreterie nazionali. I territori sono spesso feudi, come la Campania per De Luca, ma soprattutto il Veneto per Zaia che ottiene un plebiscito, 70 per cento e passa, 92 per cento a Treviso. Non è un caso che la prima parola che abbia pronunciato prima di grazie sia stata autonomia differenziata.
2. La democrazia repubblicana ne esce indebolita: il taglio dei parlamentari e il rafforzamento del voto locale mostra un’Italia in cui il populismo si manifesta soprattutto come idiosincrasia al senso di comunità. Si era già visto durante la pandemia, con l’amministrazione regionale della sanità, si vedrà nella lotta per accaparrarsi i soldi del recovery fund il crescere delle retoriche campaniliste.
3. Vince la Democrazia cristiana. Vincono i governatori che vanno a messa, che si affidano ai santi, paternalisti e mezzi reucci taumaturghi, il ponte San Giorgio e Padre Pio, i patroni locali.
4. Vince la tattica di Nicola Zingaretti di non strappare mai, perde quella di Matteo Renzi di strappare sempre. Le vittorie si ottengono – insegna il Pd zingarettiano – quando tutti i cadaveri sono passati e ripassati, i conflitti si sono consumati in estenuazioni, e quando ci si possono intestare cambiamenti sociali ormai avvenuti; la fine della politica come avanguardia in un certo senso è compiuta così. Perde l’idea di politica come arrembaggio: Renzi paga il non aver costruito una classe politica che lo seguisse a parte qualche yesman, e aver continuato a pensare che l’ideologia fosse un fardello: oggi si ritrova senza persone e senza idee.
5. La sinistra non esiste. Nell’unico posto dove aveva una chance di rappresentanza – la Toscana con Tommaso Fattori – perde e perde male. C’è un’eredità rifondarola che non vale nemmeno più in senso testimoniale. Abbiamo bisogno di tutto quel portato politico ideologico, ma abbiamo bisogno di capacità di lettura della società, e di comunicazione. Avremmo dovuto impararlo da Sanders, da Momentum, facendo crescere una nuova generazione politica, stiamo ancora nell’onda lunga di Bertinotti.
6. Vince il neoliberismo e la speculazione. Non si vede all’orizzonte nemmeno l’ombra di una cultura ambientalista. Vince chi vuole costruire sulle spiagge, chi vuole gli aeroporti nel giardino di casa, chi ancora non ha chiesto scusa su come ha gestito la xylella. Saranno cinque anni in cui i governatori regionali dovranno affrontare calamità naturali sempre più spaventose e sapranno chiedere soldi soprattutto per le emergenze, spendendo probabilmente così il più grosso investimento europeo.
7. L’antifascismo non può essere un argine ideologico se non è un’alternativa sociale. La vittoria di Acquaroli in una regione come le Marche dopo quella di Marsilio in Abruzzo fanno della dorsale adriatica una nuova terra del neofascismo. I terremoti, la crisi economica e la pandemia hanno prodotto questo disastro.
8. Chi pensava che la pandemia avrebbe cambiato qualcosa ha avuto torto. La pandemia ha cristallizzato il presente. Zaia avrebbe dovuto fare un monumento a Crisanti – questo plebiscito è anche molto merito suo – ma l’ondata lunga del contagio ha debilitato i processi di organizzazione politica. Meno assemblee, meno scioperi, meno mobilitazioni, meno conflitto sociale, meno democrazia: il risultato è che ha vinto la retorica di quei presidenti a cui piace essere chiamati governatori e che si sono presentati come commissari dell’emergenza. Ha funzionato rispetto al terremoto, ha funzionato rispetto al Ponte Morandi, ha funzionato moltissimo rispetto alla pandemia. Sarà sempre più così: la democrazia come commissariamento nell’emergenza.
9. Perde la politica come conflitto delle idee.
Non si è visto uno straccio di discussione ideologica nella campagna elettorale, gli intellettuali sono un intralcio, le idee una reliquia culturale, la cultura sinonimo del piatto tipico, mai viste tante foto di politici in trattoria, col prosciutto in mano, in visita alla fabbrica di pizzocheri, la pansa come emblema di buon governo.
10. Non esistono le donne. L’unica candidata di rilievo, Ceccardi, era un trasferello di Salvini. Per il resto il femminismo o persino la presenza di una classe politica di donne è un oggetto non identificato. Fa impressione vedere questi risultati, e dover persino simulare una contentezza il giorno dopo la morte di Rossana Rossanda, pensare a lei che diventa una dirigente nazionale nel Pci degli anni sessanta. La sua commemorazione, senza nemmeno un funerale, la sua cremazione, le sue ceneri a Parigi, è come il simbolo di una eredità che sparisce, si allontana definitivamente.
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Commenti
5 Commenti a “Impressioni sulle elezioni di settembre”
  1. Francesca ha detto:

    impeccabile, specie l’analisi di Zingaretti

  2. Francesca ha detto:

    Preciso e totalmente condiviso
    È deprimente ciò che ci circonda in modo intollerabile non da oggi, una terra desolata e cristallizzata nella desolazione.

  3. Elena Grammann ha detto:

    O ma, vietato essere anche solo un pochino pochino contenti che la dorsale adriatica del neofascismo non ha fatto il balzo sul Tirreno.
    Io, che rispetto al voto di domenica/lunedì non nutrivo speranze palingenetiche (che come si vede danno immancabilmente luogo alle solite geremiadi da San Giovanni Battista nel deserto), ieri sera comunque una bottiglia l’ho stappata. Magari di birra e non di champagne, ma capisco che per chi Salvini Zingaretti Conte Di Maio Renzi ecc. stessa cosa sono non ci fosse motivo di brindare.
    Chissà quando ci sarà motivo, pour les idéologues. Astemi duri, mi sa.

  4. danilo macucci ha detto:

    splendido il post di elena grammann,concordo parola per parola……sono troppo stanco per aggiungere qualcosa,temo che non sarei all’altezza delle sue ottime ed abbondanti

  5. sergio falcone ha detto:

    Non avrei voluto occuparmene, delle ultime penose elezioni – avvilenti i commenti e lo spettacolo che offre il degrado del nostro paese – ma le considerazioni di Christian Raimo mi sembrano meritevoli.
    Ai compagni di quello che rimane della sinistra rivoluzionaria: siamo del tutto inesistenti.

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