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In ascolto del cinema muto: Quo vadis?

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In occasione del centenario della morte di Henry Sienkiewickz, domenica 13 Novembre presso l’Istituto Polacco di Roma si terrà la mostra “Quo vadis” la prima opera transmediale. Da caso letterario a fenomeno della cultura di massa con ospite il fumettista Rodolfo Torti.  A seguire verrà proiettato la versione cinematografica muta del romanzo realizzata nel 1913 da Enrico Guazzoni. Michele Sganga, apprezzato autore di recital e colonne sonore e ospite fisso dal 2013 della Milanesiana, eseguirà per l’occasione al piano alcune sue composizioni originali, creando una suggestiva colonna sonora dal vivo. Ospitiamo un suo testo introduttivo.

di Michele Sganga

Ho immaginato una macchina del tempo capricciosa, che mi scaraventasse dal 2016 indietro cent’anni nel passato, davanti al malconcio pianoforte di un’affollata sala cinematografica: come non pensare a quanto disse Šostakovič dell’esperienza di pianista accompagnatore per il cinema muto, vissuta nei primi anni Venti del secolo scorso, e ricordata come “un lavoro spossante, anche se non del tutto inutile, in cui bisognava improvvisare molto in conformità degli avvenimenti che scorrevano sullo schermo”?

È così anche il mio tour de force compositivo per “CiakPolska 2016”, volto ad accompagnare ex novo dal vivo (8 e 13 novembre) la proiezione in versione restaurata di uno dei primi kolossal della storia, basato sul celebre romanzo di Henryk Sienkiewicz (Nobel per la letteratura 1905), e adattato per il cinema da Enrico Guazzoni nel 1913. Tuttavia ho da subito sentito la necessità di prendere la strada di un “contrasto”, a tratti quasi un disturbo, alla visione del film. E la decisione iniziale implica quella di opporre all’idea di intrattenimento di massa, funzione ancora oggi predominante e “vincente” per l’industria cinematografica, un “discorso” contrario, di approfondimento, da delegarsi al fatto sonoro.

Piuttosto vorrei, suonando, far quasi lo sgambetto a queste scene di un cinema-che-fu, tanto capaci – ancora oggi! – d’incantare, ipnotizzare il pubblico; quello dell’epoca, almeno, fu senza dubbio rapito dalla potenza del moderno mezzo espressivo e narrativo, fu soggiogato da quel nuovo tipo di “realismo”, in grado di far trasalire e rabbrividire gli animi come nemmeno il teatro d’opera o la musica – appunto – erano mai riusciti a fare…

Porsi in contrasto col concetto familiare di Visione (cinematografica), non significa volerlo sbeffeggiare, o disconoscerne il valore, bensì avere l’ambizione di riattivare, “restaurare”, assieme alla pellicola, lo sguardo che presuppone, a vantaggio di una rivalutazione della funzione parimenti importante dell’Ascolto (tout court), liberando la musica dal ruolo di ancilla imaginis, cui troppo spesso nel cinema d’oggi è relegata.

Nel caso allora di questa mia colonna sonora ex post, il suono tradirà l’immagine, l’Ascolto “disturberà”, al massimo perturbandola, la Visione, così come il cinema, squalo affamato, balena gigantesca e quanto mai vorace, inglobando tutte le forme d’arte che l’avevano preceduto, e soprattutto fondendole in un unico mastodontico “mostruoso” prodotto riproducibile in serie, è riuscito a “tradire” una volta per tutte il concetto stesso di Arte, mutandone per sempre percezione, fruizione, funzione e uso nella società contemporanea.

Forse, a oltre un secolo di distanza, è lecito chiedersi dove (quo) ci abbia condotti questo sentiero non più utopico e visionario, bensì iper-realista e iper-visivo. È innegabile infatti come ormai anche il “libro” (book) debba preliminarmente ammantarsi di “immagini”, “pose” o “facciate” vive e colorate (face), per ambire a vendere qualche copia; come anche il racconto e la scrittura (le cui origini e finalità – lo ricordo di sfuggita – sarebbero del tutto orali, e quindi sonore…) debbano farsi “story-telling” o fumetto, per (r)esistere sul mercato, e magari un giorno diventare sceneggiatura per un film.

Proviamo invece con l’occasione a chiudere gli occhi e ad aprire le orecchie, tornando soltanto in un passo successivo alla nostra pellicola muta: al suo montaggio ritmicamente insostenibile, alle fissità impacciate di quasi tutte le inquadrature, al “posare” assurdo in costumi improbabili degli attori – che ancora per un bel pezzo resteranno inconsapevoli della forza pervasiva del nuovo mezzo mediatico che contribuivano a sviluppare. Certo si sa, per il pubblico dell’epoca fu un totale shock l’incontro con questa nuova “magia”: poter percepire come vero, sotto i propri stessi occhi, un movimento finto ad arte, ma credibile! Ora ogni storia (o la Storia che dir si voglia), pur agìta scenicamente in un passato mitico e leggendario, grazie al trionfo di una tecnologia venuta d’Oltralpe pochi decenni addietro, poteva andare addirittura oltre se stessa, apparendo “documentata”, piuttosto che semplicemente  “narrata”.

Nasce così, con la “settima arte”, anche un nuovo modo di nascondere e (con)fondere il vero col falso; di (in)scrivere direttamente col linguaggio delle emozioni provate dall’animo umano – come un calco metallico impresso a caldo nella carne viva – il ricordo di qualcosa. Qualsiasi cosa di lì in poi andrà vista, prima che letta; vista, prima ancora che documentata da tracce certe; vista, piuttosto che vissuta in prima persona o nel racconto di un testimone da ascoltare.

A mio avviso, quasi un secolo di musica per immagini, o immagini con musica, ha consolidato in noi la credenza che in fin dei conti il mondo (o meglio, lo stare al mondo) possa essere considerato un mezzo per soddisfare i propri desideri, così come il cinema d’evasione diventa spesso solo un sistema con cui illudersi di aver realizzato i propri sogni. Sia ben inteso, di per sé non c’è nulla di male nei due termini della similitudine. Come potrebbe essere altrimenti, per uno come me, cresciuto a pane e kolossal praticamente dalle fasce, al suono del Williams di Guerre stellari, ovvero fra iniezioni quotidiane di tardivo e post-moderno wagnerismo a effetto ritmico-sonoro protratto e  continuato…?

Non si dimentichi però, ed è questo il messaggio che vorrei dare con la mia musica, che la partita dei desideri e dei sogni si gioca su molti altri terreni. Luoghi dello spirito, dove Ascolto e Visione possono assumere significati assai profondi, arcaici perché radicati nella notte dei tempi, agli albori della coscienza. Ma esistono “immagini” di questi luoghi? Certamente! La Nona di Beethoven è una di queste, ad esempio. E al contrario, non è forse la sequenza di un film di Tarkovskij, o di  Kieślowski (solo due rimandi, fra i mille possibili),  il “suono” di questa nostra origine/destinazione comune – che poi coincide con ciò che siamo?

Esiste, eccome, tanto “altro” cinema che scandaglia in maniera sublime questi percorsi, a caccia di un modo sempre nuovo e rinnovato di vedere, nel recupero di un modo antico e del tutto originario di ascoltare.

Concludendo sulle musiche di questo concerto/proiezione, preciso che sono di mia composizione, ma con delle significative eccezioni. Ho deciso infatti a priori d’inserire alcune citazioni dal repertorio pianistico classico: essendo la musica quel luogo spirituale in fondo imprescindibile per tutti e per ciascuno di noi, va da sé che esso sarà crocevia e punto d’incontro – o di scontro straniante e provocatorio – anche di una congerie di stili e ispirazioni le più svariate.

È appunto lì, in quel “luogo” sonoro, che vorrei riuscire a condurre lo spettatore/ascoltatore di questa mia “maratona” visivo/acustica, dovuta ancora, dopo oltre cent’anni, al genio letterario di Sienkiewicz da una parte, e dall’altra al talento pionieristico di un autentico maestro del cinema-che-fu.

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