In cattiva fede

di Daniele Manusia

Il razzismo, almeno a livello concettuale, è difficile da definire. Quello che è successo a Firenze lo scorso 13 dicembre ha evidenziato la confusione che regna nella società italiana sul tema. Ad esempio, i primi giornalisti a scriverne, gente che si guadagna da vivere con le parole, hanno definito le vittime col termine spregiativo, e antiquato, di “vu’ cumprà” (se ne parla qui ). Quanto è grave un errore del genere, dovuto senz’altro anche alla fretta e compiuto, si capisce, in buona fede?
Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha dichiarato il lutto cittadino in onore delle vittime e sottolineato come anziché a un paio di senegalesi qualsiasi ci si debba riferire a Mor Diopr e Modou Samb, persone che avevano “un nome e una storia” (qui). A poche ore dalla tragedia, però, aveva commentato su Twitter: “Firenze è scossa dal gesto solitario di un killer folle e senza pietà”, e in seguito ad alcuni tweet di protesta aveva aggiunto: “Mi dicono che devo specificare che il killer è razzista e non folle. Per me chi è razzista è anche folle”. Naturalmente, non ha tutti i torti. Si potrebbe fare l’esempio di Breivik, l’autore della strage di Utoya lo scorso 22 luglio, giudicato incapace di intendere e volere dagli psichiatri del tribunale di Oslo. Al suo secondo tweet Renzi fa addirittura seguire l’ashtag ironico #sapevatelo. Come a dire che l’antirazzismo è un valore così condiviso ormai da dare per scontato. Almeno nel suo caso. Anche il ministro degli Affari Esteri, Giulio Terzi, preferisce non insistere sulla componente razzista della vicenda. Rispondendo – sempre su Twitter – a chi gli chiedeva come si sarebbe comportato se invece che di nazionalità senegalese le vittime fossero state francesi di origine africana o, per assurdo, afroamericani, dice che “la violenza è sempre inaccettabile. Senza distinzioni”. Impossibile non essere d’accordo.

Resta però da chiedersi perché si preferisca puntare il dito sulla violenza in generale. Se il razzismo è una forma particolare di violenza, esiste una forma di razzismo che non sia violenta? Non è lo stesso omicida, Casseri, in questo caso ad aver compiuto una distinzione alla base? E nel caso di Renzi, non sarebbe stato più preciso, anche dando per scontato il suo antirazzismo usare il binomio “killer razzista” invece di “killer folle”? Dire che tutti i razzisti sono dei pazzi, è una posizione così rigorosa come sembra a Renzi? E poi, che c’entra quel “senza pietà”? Gianluca Casseri era matto nel senso che avrebbe ucciso comunque qualcuno quel giorno o, come sembra, è uscito di casa con l’intenzione di uccidere quelle persone perché erano nere?

L’idea di fondo sembrerebbe essere che l’Italia non è un paese razzista. Avranno ragione? O forse il vero problema è che in Italia il razzismo non viene preso sul serio?
A tal proposito citerò brevemente un passo dell’articolo del Corriere della Sera in cui, dopo aver parlato delle letture e dei film che possono avere ispirato Casseri (in tutto tre: Ispettore Callaghan, il caso Skorpio è tuo; Un Giorno di Ordinaria Follia e Dobermann; voglio dire: non esattamente i film più violenti che mi vengano in mente), Enrico Rulli, amico di Casseri con cui ha anche scritto un libro a quattro mani, racconta un aneddoto. “Una volta eravamo in auto. Un lavavetri si avvicinò al semaforo, lui fece segno che non voleva e quello gli pulì lo stesso il parabrezza. Scese dall’auto e gli rovesciò addosso il secchio. Trecento metri dopo ne trovammo un altro. Al suo “no” l’extracomunitario fece un passo indietro. Gianluca gli diede la mano, e gli regalò dieci euro”. Il racconto è introdotto dalla veloce considerazione che era difficile “capire, immaginare” e il giornalista non sente il bisogno di aggiungere niente. In che senso era difficile capire, immaginare? Anche in questo caso quello che più importa è l’atto violento in sé (estremo e sempre inimmaginabile) e non il razzismo di fondo che lo ha motivato e che, invece, era visibile già da prima. Chissà se Casseri ha mai rovesciato il secchiello del ghiaccio in testa al barista (non extracomunitario) che gli ha messo il cacao sul cappuccino senza chiederglielo.

Uno degli ambiti in cui si capisce meglio quanto il razzismo sia difficile da definire è il calcio.
“Gli ululati, i buuu contro i calciatori neri, sono sempre da considerare espressione di razzismo oppure vi sono delle deroghe? E se sì, quali? Lo stesso vale per l’utilizzo di termini denigratori, come zingaro. Quando va punito? Sempre?”. Queste sono le domande da cui muove  Mauro Valeri nel suo libro: Che Razza di Tifo. Dieci anni di razzismo nel calcio italiano. (Donzelli, 2010).

Il libro tratta i primi dieci anni del duemila (da quando, cioè, sono entrate in vigore nuove norme Uefa che prevedono, nei casi più gravi o reiterati, la possibilità di far giocare le squadre le cui tifoserie si siano macchiate di atteggiamenti razzisti a porte chiuse, senza pubblico) è strutturato in questo modo: ogni stagione della decade presa in esame è introdotta da un capitolo chiamato “I dati e le norme” seguito dai singoli “casi” più eclatanti. Suddividere il libro in questo modo, oltre che interessante da un punto di vista editoriale (si può aprire il libro e iniziare a leggere, oppure passare da un “caso” all’altro), è un’operazione intelligente perché permette di analizzare la specificità di un avvenimento particolare all’interno di un continuum persecutorio più ampio. Il libro è denso di avvenimenti e la visione d’insieme sembrerebbe dare un giudizio sull’Italia sconfortante. A meno che non si consideri il razzismo da stadio come un fenomeno separato dal resto dei fenomeni che aiutano a definire una società.

Nel sistema calcio, però, la definizione di quali atteggiamenti siano da considerare razzisti e quali no è un problema della massima importanza. Oltre che simbolico è un problema economico. Secondo Valeri: “nel calcio, come nella vita, la definizione di cosa sia il razzismo, al di là delle decisioni del giudice sportivo, dipende molto anche da quello che viene percepito come tale, sia dalla vittima sia da chi lotta contro la sua diffusione. È una sorta di concetto mobile, come dimostrano i molti ricorsi, infarciti di se e di ma, avanzati dalle Società alla Disciplinare”. In generale si tenta di svuotare i cori offensivi del contenuto razzista. Che i cori siano offensivi nessuno lo mette in dubbio, è oggettivo, che si tratti di razzismo però è opinabile. Ad esempio nel 2001 la Disciplinare dà ragione al ricorso del Verona argomentando che fare il “verso della scimmia” (come riportato dal quarto uomo nel referto) non è un gesto di discriminazione razziale bensì una “manifestazione di scherno nei confronti degli avversari”.

Alcune di quelle “scappatoie interpretative” con cui le società cercano di evitare le multe possono essere esilaranti e in alcuni casi si arriva a vere e proprie capriole a livello logico. Come nel caso “Mutu vs Zamparini”. Il presidente del Palermo, dopo un gol del giocatore rumeno della Fiorentina, segnato con un avversario a terra, lo definisce : “uno zingarello” che come tutti i rumeni ama fare il furbo. E prova a difendersi in questo modo: “Quando Mutu era un bambino viveva in uno Stato che faceva fatica ad andare avanti per colpa del regime comunista e in quella realtà ha imparato ad arrangiarsi. La parola zingarello, per me, è sinonimo di furbizia”. Scrive addirittura una lettera alla Figc dove, dopo aver dichiarato che ci sono poche persone antirazziste, tolleranti, umane, come la famiglia Zamparini, aggiunge: “Penso che nel lessico italiano la parola furbizia non sia un oltraggio, specialmente se sposata con uno scugnizzo, un ragazzo cresciuto nei bassi della città e nella miseria, dove la lotta per sopravvivere fa diventare la furbizia un valore, che rimane nell’istinto di quei ragazzi per tutta la vita”. Addirittura. Per inciso, Mutu, rumeno ma non di etnia roma, è laureato in giurisprudenza.

Il “caso Balotelli” è forse quello più interessante, e anche Valeri gli dedica ben tre capitoli. Prima di tutto perché, essendo figlio di ghanesi, anche se nato in Italia Balotelli non è considerato italiano fino alla maggiore età. È un esempio di quello che Valeri definisce “razzismo istituzionale”. Tanto per dire: nel 2008 non può partecipare ai giochi Olimpici di Pechino anche se ha già vinto un campionato primavera, uno di serie A e la classifica capocannonieri in Coppa Italia. In quanto “black italian” però viene bersagliato dai tifosi più di un giocatore di colore qualsiasi. Per lui viene riutilizzato lo stesso coro usato per Carlton Myers (cestista italiano di padre caraibico) “non ci sono negri italiani”. Secondo poi, e forse questo è l’aspetto più interessante della faccenda: Balotelli oltre che nero è anche antipatico. O almeno, il fatto che a molti risulti antipatico pare un’attenuante alla gravità dei cori razzisti che subisce.

Durante Inter-Roma del primo marzo 2008 Balotelli segna due gol (uno su rigore dubbio che si era procurato da sé), zittisce i tifosi romanisti che lo insultavano e fa la famosa linguaccia a Panucci. Sui giudizi post-partita, dice Valeri, “sembra pesare molto (troppo) l’appartenenza calcistica di chi li pronuncia”. Così Paolillo (dirigente dell’Inter) giustifica la linguaccia come risposta ai rumori che arrivavano dalla curva e che “sembravano razzisti”, mentre Carlo Mazzone (romano e romanista, che di suo non è proprio un esempio di self-control) dice che Balotelli “si deve dare una regolata, non è padrone del mondo. Deve rispettare le regole, qualcuno glielo dica…”.

Un mese dopo, a Torino contro la Juventus, gli insulti si fanno così pesanti che il giudice sportivo decide di sanzionare la Juventus con l’obbligo di giocare una partita a porte chiuse. Abete, presidente della Figc condanna i cori ma riferendosi a Balotelli dice che “chi chiede rispetto in campo deve dare rispetto”. Gli ultras juventini, che cantano i cori contro Balotelli anche quando Balotelli non è in campo (anche in Champions League durante Juve-Bordeaux), si giustificano pubblicamente dicendo che quei cori “erano una risposta ai suoi atteggiamenti provocatori e non contro la sua origine, tanto è vero che Viera e Muntari, di colore come il compagno, non sono stati nemmeno fischiati”. Marcello Lippi e Arrigo Sacchi ripetono più o meno la stessa cosa. Valeri sottolinea l’assurdità di una logica secondo la quale si può “chiamare razzismo solo il caso in cui l’insulto colpisce tutte le possibili vittime”. Inoltre nessuno nota che se il coro “non ci sono negri italiani” non viene rivolto a Muntari e Viera, forse la ragione è che Muntari e Viera non sono italiani. Seguiranno l’episodio di Verona (Balotelli dichiara che il pubblico di Verona, ogni volta che ci gioca contro, gli fa sempre più schifo) e più o meno la stessa polemica. Flavio Briatore dice addirittura che Balotelli “è vittima di sé stesso più che del razzismo”. Insomma, se te la cerchi e sei nero, non è razzismo.

A furia di distinzioni e specificazioni si arriva a casi assurdi come quello che vede Lippi costretto a scusarsi per aver collaborato con Moni Ovadia a un progetto contro il razzismo, costringendo il regista a eliminare il suo contributo dalla versione finale di un dvd che sarebbe stato distribuito nelle scuole. L’allenatore campione del mondo avrebbe dovuto leggere delle pagine di Primo Levi e le memorie dei testimoni della Shoah. “C’è un equivoco che voglio chiarire. Sono stato contattato dal regista che mi ha chiesto di dire qualcosa contro il razzismo. Certo, ho risposto subito (…) Ma non ho detto che parlerò contro nazismo o fascismo: in quarant’anni di calcio non ho mai preso posizione politicamente e non intendo farlo adesso”. Moni Ovadia resta allibito: “Come non si può essere contro il nazismo?”. Garlando sulla Gazzetta commenta: “opporsi al fascismo e al nazismo non è politica, è la Costituzione. L’apologia è reato”. La posizione di Lippi è la stessa di molti italiani che, per non fare torto a nessuno, non prendono posizione (non si parla di politica a tavola).

Il libro di Valeri testimonia questo continuo minimizzare e mischiare le acque che, se noi italiani non fossimo tutti brava gente in buona fede, sembrerebbe quasi essere una tattica precisa per liquidare o depotenziare il tentativo di prendere sul serio il problema razzismo. In questo senso inserire il razzismo da stadio all’interno di dinamiche più generali, come la volontà di distrarre e innervosire un giocatore avversario, non è poi così diverso dal parlare di Casseri come di un pazzo e violento in generale. In entrambi i casi si spezza il filo sottile che unisce un’idea come il razzismo alle sue manifestazioni.

Commenti
2 Commenti a “In cattiva fede”
  1. Mariateresa scrive:

    Già il tifo è una forma di razzismo, il calcio poi con le scommesse è davvero irrecuperabile…

  2. davide scrive:

    C’è un’altra riflessione da fare interna agli stadi: a volte prendono parte a questi atteggiamenti persone che non sono razziste. Ovvero, prendendo qualcosa da “La psicologia delle folle” di Le Bon, le dinamiche di massa allo stadio a volte soverchiano i singoli atteggiamenti. Non è e non vuole essere una giustificazione, semplicemente una sfumatura che aggiunge qualcosa a una realtà più complessa. L’analisi del filo sottile del razzismo all’interno degli stadi non può non tenere conto di queste dinamiche e della conflittualità per la presenza dell’avversario (qui poi andrebbe aperto il capitolo sulla qualità della cultura sportiva in Italia ma non è questo il luogo).

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