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Agassi e Open

Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita sul Riformista, dedicata a Open, la biografia che Andre Agassi ha scritto insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer.

«E se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?». Quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia, la finzione e le bugie. La coscienza però non regge il bluff a lungo, ad un certo punto scalcia, tira pugni dall’interno fino a quando la propria identità non sorge come un’alba. Si risorge sempre però da un cumulo di ceneri. Non si diventa se stessi, infatti, senza un percorso interminabile, fatto di bivi che sfuggono alla vista, di sbandate, di soste dolorose, e di tratti sfinenti in cui si attraversano deserti pieni di miraggi e molte notti fredde e oscure.

Quando Andre Agassi era ancora nella culla, il padre gli aveva appeso sulla testa delle palline da tennis e lo incoraggiava a colpirle con una racchetta da ping-pong che gli aveva fissato al polso. Gli costruì un drago – una macchina che sparava palline da tennis – col quale Agassi trascorse l’infanzia. Poi, fu spedito lontano da casa, alla Nick Bollettieri Tennis Academy, una prigione per ragazzi prodigio svezzati a disciplina, allenamenti tennistici e violenze da college, tra l’odore disgustoso di bucce di arancia delle colline circostanti. Nessuno ha mai chiesto ad Agassi se voleva giocare a tennis, lo sport in cui parli da solo, lo sport identico al pugilato, ma in cui non puoi neanche abbracciarti all’avversario prima di cadere sfinito. Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe forse sentito questa risposta: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco».

La biografia di Agassi si intitola Open (Einaudi) ed è la rivelazione di un’anima. Le 500 pagine descrivono una parabola più simile a quella disegnata da San Giovanni della Croce, che non a quelle che lampeggiano nei memoir delle celebrity. Open è un romanzo di formazione impossibile perché racconta la crescita di una identità negli anni in cui la società dei disvalori negava la possibilità di un progresso interiore, abbagliando i giovani con promesse di felicità scadenti, e con quei trofei luccicanti che, in un giorno di ira, Agassi distruggerà nella sua casa di Las Vegas. È proprio spinto dal desiderio di liberarsi del «vuoto» (spirituale, familiare, generazionale) che Agassi decide di rivedere la sua vita, scrivendo questa biografia vertiginosa, appassionante e in molti punti commovente.

La vita di Agassi è di rara ambiguità e tensione emotiva. C’è sempre una distanza tra ciò che fa e ciò che sente. Tra il non voler fare il tennista e la lancinante consapevolezza di non saper discernere dentro se stesso un desiderio più autentico: «Gli dico che sono contento del ranking, che è una bella sensazione essere il migliore possibile. È una bugia. Non è affatto ciò che provo. È ciò che vorrei provare. È ciò che ci aspetta che provi, quello che mi dico di provare. Ma in realtà non provo niente».

È evidente, fin dalle prime pagine, che Open sia un libro sul padre e sulla paternità. Un’investigazione su cosa significa essere se stessi. Nessuno può ribellarsi contro un padre violento fino a quando, e ad Agassi capiterà, non si abbia scoperto una banale realtà, quella che il prodigio di Las Vegas registra con queste parole: «Sto diventando mio padre». Il padre, un direttore di sala di casinò, scappato dall’Iran con un passaporto falso, è un mostro che minaccia gli automobilisti con la pistola: «L’ultimo posto dove vorrei essere, a parte il campo da tennis, è in auto con mio padre».

Agassi diventa intanto un giovane talento. Spartisce col fratello il bottino dei primi tornei. Allineano le banconote, le impilano, le accarezzano. Poi i tornei diventano più importanti. Vola nella capitali del mondo, straccia gli avversari, viene stordito da sconfitte insopportabili. Combatte sulla terra rossa parigina, tira granate sull’erba verde di Wimbledon, sbarca a New York. Si incontra in campo con dei giganti. McEnroe alla conferenza stampa dopo il match dice: «Ho giocato con Becker, Connors e Lendl, nessuno mi ha mai tirato una risposta così forte». Agassi compra una corvette bianca e guarda film horror. Compra un Hummer e guarda film horror. I montepremi e la fama aumentano sempre di più. Passano gli anni. La ribellione giovanile (gli orecchini vistosi, un torneo vinto in jeans) si manifesta adesso in nuove provocazioni, i giornalisti gli sparano addosso, gli danno del punk, gli danno del clown, dicono che è un truffatore; eppure i grandi sponsor lo corteggiano, la gente lo adora, la gente si vuole vestire come Andre Agassi (l’unico che non vorrebbe essere Andre Agassi è Andre stesso). Resiste come può alle autorità, continua a fare esperimenti con la sua identità. Diventa una star. Lo invitano ai party, conosce Barbra Straisand e mangia una pizza nel suo ranch, incontra Brooke Shields, la diva di Laguna blu e di Friends, che poi sposerà. Ma appena può, torna nella sua Las Vegas (dove vive ancora oggi, con la sua seconda moglie Steffi Graff). Durante tutti gli anni di scontri sui campi, con i suoi fantasmi che si chiamano Pete Sampras o Boris Becker, ciclicamente desidera solo lasciare tutto, fantastica di ritirarsi, anche se sta scoprendo qualcosa di cruciale. Sa che «anche ritirarmi non risolverebbe il mio problema fondamentale, non mi aiuterebbe a capire che cosa voglio fare della mia vita». Quindi continua inesorabilmente a giocare, diventa il numero uno del mondo, gli infilano al collo la medaglia d’oro delle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Più vince tutto, più cresce la sua voglia di perdere, di abbandonare il tennis. Cerca un padre, cerca l’amore della sua vita.

Saranno le tempeste di sabbia di Las Vegas, gli stadi che esplodono e i colpi di scena, ma Open è una grande epopea dal sapore letterario. Un’avventura nella coscienza, una sonda che tocca le corde più profonde dell’intimità. Il premio Pulitzer J.R. Moehringer ha aiutato Agassi nella stesura del libro, affilando le confessioni di un campione sullo stile di un Bret Easton Ellis in gran forma. Per ora è il miglior libro del 2011.

Droghe, menzogne, vizi. Più l’anima si batte il petto, più si coglie la richiesta di perdono. E insieme, arriva inevitabile la scoperta che se tutto ciò che possiede lo rende infelice è perché nella vita si ha più gioia nel dare che nel ricevere. Questa evangelica verità è riformulata da Agassi così: «È l’unica perfezione che esiste, la perfezione di aiutare gli altri».

Nel 1991 Andre Agassi vinse Wimbledon. Telefonò al padre che stava a Las Vegas e aveva seguito il match in tv. Ecco il racconto: «Lui non parla. Non perché dissenta o disapprovi, ma perché sta piangendo. Lo sento indistintamente che tira su col naso e si asciuga le lacrime e so che è fiero di me, ma è incapace di esprimerlo. Non posso biasimarlo perché non sa come dire ciò che ha nel cuore. È una maledizione di famiglia». Ecco il campione, ecco la letteratura, ecco l’uomo.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
4 Commenti a “Agassi e Open”
  1. zauberei scrive:

    Molto beunllo e interessante – molto bella la recensione al punto che magari me lo prendo il libro (anche se no, la retorica delli lussi e i disvalori abbasta gnela faccio più). L’uomo è reso bene, il campione benissimo – ma questo non prova che pure la letteratura ci sia di mezzo.

  2. Kavaadapheday scrive:

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  1. […] lo trovò straordinario e contattò l’autore. Da quell’incontro nacque un secondo libro, Open, scritto da Moehringer e Agassi: un caso editoriale internazionale. Il terzo libro di Moehringer si […]



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