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In difesa di Ciceruacchio (que viva Rodotà)

(Immagine: Antonio Malchiodi.)

Verso la fine del suo articolo su Repubblica del 21 aprile, Francesco Merlo, che leggo sempre per il piacere della sua intelligenza e della lingua che usa, scrive:

(Grillo) si ispira, sia pure in versione genovese, a Ciceruacchio, quando conta il suo popolo a milioni di milioni e straparla di “fine della democrazia”, “giornata nera della repubblica”. Ciceruacchio, che in romanesco vuol dire cicciottello, era un tribuno della plebe dagli occhi di fuoco, la barba risorgimentale e i capelli lunghi e ribelli che organizzava assalti a conventi e derubava i preti.

Poiché il 21 aprile è il Natale di Roma, e poiché ho studiato storia dell’età del Risorgimento per anni, vorrei precisare, per i lettori di Repubblica, che le cose, a Roma, nel 1849, non andarono come Merlo ha sbrigativamente riassunto.

Senza aprire polemiche vecchie di secoli sul potere temporale della Chiesa, e in particolare sul pontificato di Pio IX, è bene ricordare che Ciceruacchio, il cui nome era Angelo Brunetti, fu fucilato dagli austriaci insieme al figlio di tredici anni durante la sventurata marcia di Garibaldi verso Venezia, un mese dopo la caduta della Repubblica Romana. E anche che questa Repubblica non si macchiò che di pochissimi eccessi e registrò invece vastissima adesione e sostegno da parte di migliaia di giovani, tutti accorsi da ogni parte del mondo per difenderla. Si distinse anche per la stesura di una delle più equilibrate costituzioni repubblicane, firmata simbolicamente il giorno prima della sua resa, una costituzione che fu poi presa a modello dai costituenti di un secolo dopo e che è quindi alla base della nostra carta dei diritti.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che la nostra è una storia di Repubbliche tradite, svendute, assediate. La Repubblica Romana del 1849 le incarna tutte, nel modo più doloroso e tragico. È il simbolo di una sconfitta che fa ancora male, come un reumatismo che torna a dolere di tanto in tanto, quandola Storia lo risveglia. Quello che è successo ieri, con l’incomprensibile rifiuto da parte del Partito Democratico di convergere sul nome di Stefano Rodotà come supremo garante dei diritti e doveri di tutti i cittadini e con il relativo accordo di governissimo che si profila attraverso un patto mortale con la destra berlusconiana, la vera anomalia della nostra Repubblica, rappresenta la fine di una speranza per più di una generazione. La speranza di chi credeva che le cose stessero per cambiare e si potessero finalmente stilare regole per tutti, come una semplice legge sul conflitto di interessi (e aveva votato di conseguenza). Rinnova in qualche modo un senso di disperazione, lo sbigottimento che si ha quando il potere di sempre rindossa le sue vecchie maschere e uniformi.

Come Ciceruacchio, senza assaltare e derubare nessuno, ma essendo defraudati ancora una volta, prendiamo atto che le Restaurazioni non finiscono mai.

Que viva Rodotà.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
4 Commenti a “In difesa di Ciceruacchio (que viva Rodotà)”
  1. Gloria Gaetano scrive:

    Nella storia sono finite e poi ricominciano sotto altra forma. In Italia il 48 è stato meno diffuso e importante del 48 in Francia. Noi italiani abbiamo un difetto storico, sociale, ci lasciamo sfilare le conquiste di sotto.,senza accorgercene. La S è scomparsa. La migliore scuola d’Europa, scomparsa. Lo stato sociale si sta disfacendo, la riforma Basaglia anche.Paghiamo lo scotto di aver sempre ceduto tutto per compromessi momentanei. Abbiamo anche una chiesa che ostacola ogni riforma radicale, e che, al momento buono, vieta progressi, innovazioni, e si sostituisce, con la Carità e il potere al senso civle ed etico.Ma ci piacciono le chiacchiere e i miracoli. Una delle migliori costituzioni borghesi, Lo Statuto dei lavoratori li sappiamo distruggere in poco tempo.

  2. tommaso scrive:

    Gentile Fabio Stassi, grazie per questo breve ma puntuale contributo. Una domanda, qualche consiglio di libro di storia d’Italia sul periodo di cui parli? O, se può essere interessante, più in generale qualche lettura illuminante sulla nostra storia passata che possa dare spunti di riflessione interessanti su questo presente, in particolare su questi ultimi 20-30 anni di continuo scavare, scavare sempre più giù, sempre più giù, come diceva quell’attore ne il Caimano. (Mi rendo conto che non è un consiglio facile, ma ci provo….).

  3. Fabio scrive:

    Gentile Tommaso, è uscito nel 2011 per Sellerio un bel libro di Brunella Diddi e Stella Sofri che ha per titolo: Roma 1849. Gli stranieri nei giorni della Repubblica Romana. Altri nomi più classici, da leggere, che forse conoscerà sono Le interpretazioni del Risorgimento di Walter Maturi, il Pisacane di Nello Rosselli, la storia d’Italia del Candeloro, la biografia di Garibaldi di Jasper Ridley, e poi il profilo del Novecento di Bobbio, Paolo Spriano, Federico Chabod… E anche un piccolo, dimenticato, libro di Emilio Dandolo, I bersaglieri di Luciano Manara.

  4. Luca scrive:

    Mi permetto di aggiungere il riferimento bibliografico a tutta la produzione di Alberto Mario Banti, uno dei massimi storici risorgimentali viventi. Ricordiamo a onore del vero che la costituzione della repubblica romana non riconosceva il diritto di voto alle donne.

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