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“Il mondo intero è gremito di storie”. In memoria di Sebastiano Vassalli

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Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l’incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

In una di queste camere il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo trascorsero la notte di Natale dell’anno 1916: forse in questa stessa dove io ora mi trovo, forse in un’altra. Chissà. L’albergo, rimaneggiato nei muri divisori ma intatto nella struttura, molto probabilmente è coetaneo della ferrovia Firenze-Faenza: che s’inaugurò nel 1893 con grandi feste popolari e con l’intervento di Sua Altezza il Duca di Genova in rappresentanza di Umberto I di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e per volontà della Nazione».

Di Marrani le guide turistiche dicono poco: 328 metri sul livello del mare, cinquemila abitanti (ma all’inizio del secolo erano molti di più, quasi il doppio), qualche santuario nei dintorni, qualche resto di torre medioevale… In pratica, un paese attraversato da una strada, senza particolari connotazioni culturali o linguistiche. Soltanto gli edifici di piazza Scalelle parlano ancora di un’epoca in cui Marradi fu la piccola capitale della «Romagna toscana» alla frontiera di due Stati: il Granducato e lo Stato della Chiesa. Il paesaggio, gradevole, non presenta scorci o caratteristiche di particolare rilievo. Il profilo dei monti è «dolce» e insieme «severo», come diceva Campana; il cielo è luminoso, la vegetazione è varia: ma ciò che rientra nella generale bellezza del paesaggio appenninico e italiano. L’Italia è tutta un incanto.

 

 

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Il richiamo dei luoghi  

Io credo che la pianura tenda ad essere un non-luogo
letterario perché la più grande tra le sue storie non
raccontate è la sua stessa storia o, se si preferisce, quella
del suo paesaggio. […] La storia di questo paesaggio,
tra i più artefatti e manipolati dall’uomo che ci
siano nel mondo, riassume e compendia in sé tutte le
altre storie; le sovrasta come il Monte Rosa, il «macigno
bianco» di Dino Campana, sovrasta e domina la
pianura; le rende piccole e sostanzialmente inutili.
Ogni fatto che è accaduto in questi luoghi, anche il
più importante e drammatico, è una parola o una frase
di un romanzo che nessuno mai scriverà, ma che
chiunque, in una bella giornata, può vedere, andando
in treno o in automobile da Milano a Torino o viceversa.
A fronte della grandiosità di quella storia, gli scrittori
sono disarmati: e la nostra letteratura, inevitabilmente,
finisce per essere una letteratura di bozzetti, di
atmosfere, di frammenti di paesaggio e di “figurine”.
(Il mio Piemonte)

Nato a Genova un po’ a pigione e trapiantato forzosamente a Novara, come ti consideri regionalmente parlando?

Mi considero, e sono, piemontese. Pur essendo metà lombardo per parte di padre, e metà toscano per parte di madre. Il Piemonte, e specificatamente la pianura ai piedi delle Alpi: la pianura del riso (inteso come cereale) è, se non proprio la terra dei miei avi, il paese dove sono vissuto sempre. È il mio orizzonte fisico e mentale, che comprende e racchiude in sé ogni altro orizzonte.

La pianura, dici. E le valli?

Ho un rapporto speciale con la Valsesia: una valle chiusa, dominata dal massiccio imponente del Monte Rosa. Varallo è una piccola città d’arte, dove hanno operato, nel corso dei secoli, pittori scultori e architetti di grande talento. Di questa valle, e delle sue meraviglie sepolte nel tempo, ho parlato nel mio recente romanzo: Le due chiese.

Non sono gli unici luoghi in cui tu abbia ambientato le tue storie. Ne hai ambientate anche altrove, di certo più in là. Ti sei occupato degli «italiani trasparenti» del Sud Tirolo.

Sì, ho amato altri luoghi delle Alpi. Nelle Dolomiti, che conoscevo poco, ci sono dovuto andare all’inizio degli anni ottanta per un servizio giornalistico. Ho conosciuto Bolzano e Merano e le valli annesse fino al Brennero. Ho dovuto calarmi nella realtà di una terra dove gli italiani, in passato, hanno mostrato la loro faccia peggiore, quella “forte e vincente”: e ora cercano di riparare una situazione che non cesserà di essere difficile finché gli altri (i sud-tirolesi) non metteranno un poco di buona volontà per venirgli incontro. Le vie dell’odio sono fin troppo facili da percorrere; le altre richiedono pazienza e intelligenza. Due cose rare.

Hai anche ambientato buona parte del romanzo Marco e Mattio nella valle di Zoldo.

È vero, sono tornato nelle Dolomiti: nella valle di Zoldo, per raccontare la storia di un uomo, Mattio Lovat, che doveva salvare il mondo e che forse lo salvò davvero. Chissà! (Visto che si sacrificò per realizzare quell’impresa, concediamogli almeno il beneficio del dubbio). Con Mattio Lovat e con Ludovico Manin, che fu l’ultimo dei dogi, ho conosciuto Venezia. Non la città medievale e rinascimentale, splendida d’arte e di ricchezze. La Venezia in cui io sono arrivato, e di cui ho percorso le calli, stava vivendo il momento del suo declino; era la vuota spoglia di una città grande e splendida, destinata a diventare l’ombra di sé stessa. Una finzione per i turisti dei secoli a venire.

La notte della cometa non può certo dirsi ambientata in Piemonte.

Con Dino Campana ho camminato sulle strade del Mugello e sono andato a piedi al santuario della Verna. Insieme a lui ho conosciuto la Firenze del primo Novecento: i suoi caffè, le sue case editrici, i suoi personaggi alla moda. Ho rivissuto, nell’Alcova elettrica, il processo a “Lacerba”. Passatisti contro futuristi. Una storia futile e grottesca, come la battaglia dei topi e delle rane cantata da Omero e da Leopardi. Ricordi? «Antica lite io canto, opre lontane, / la battaglia dei topi e delle rane». Ma con il canonico Giovan Battista Cavagna sono anche sceso nelle catacombe di Roma alla fine del Cinquecento, per cercare le reliquie dei santi da portare a Novara al vescovo Bascapè: uno dei protagonisti della Chimera. Poi ho conosciuto la Palermo di Emanuele Notarbartolo, di Raffaele Palizzolo e di “don Piddu” Fontana, che sarebbe diventato uno dei capi della Mano Nera in America. Ho conosciuto – e ne abbiamo
appena parlato – la Sicilia. La Sicilia è un luogo della terra pieno di bellezze e di bruttezze, di pregi e di difetti, con una caratteristica unica: che quando la conosci ci resti coinvolto. O la ami, o la odi; l’indifferenza nei suoi confronti non è possibile.

E tu?

Io sono stato tentato di odiarla; poi, invece ho finito per amarla.

Il tuo rapporto con Novara?

A vent’anni, mi sono sforzato di odiare Novara, la città «quasi brutta» e «priva di lusinghe» come la signorina Felicita di Gozzano, dove il destino mi ha fatto approdare in tempo di guerra. Non ci sono riuscito, e ci sono rimasto per tutta la vita.

Del resto di Novara hai lungamente parlato nei romanzi La chimera e Cuore di pietra.

Questa piccola città ha una storia nascosta: una grande storia, che probabilmente nessuno mai riuscirà a raccontare. La coltivazione del riso, di cui è stata ed è il centro, ha impiegato nei secoli migliaia di schiavi, come la coltivazione del cotone in America. L’unica differenza con l’America è che gli schiavi del riso non viaggiavano sulle navi e non venivano dall’Africa. Non avevano la pelle nera: erano bianchi, come gli uomini che li facevano lavorare a suon di frustate. Venivano dalle valli alpine o anche dai villaggi della pianura. Erano i disgraziati che più disgraziati non si può: gli storpi, i gozzuti, gli handicappati, i vecchi ormai inabili a qualsiasi altro lavoro, e morivano di stenti e di malaria, secondo ciò che riferiscono le “gride” degli spagnoli, senza che nessuno si occupasse di loro…

Una città sorprendentemente gremita di storie.

Il mondo intero è gremito di storie: anche se non tutte sono così grandi e così dolorose come l’epopea degli schiavi del riso. (Che non a caso è stata sepolta e “rimossa” nell’inconscio collettivo).
Novara non ha grandi tradizioni culturali; non è una ex capitale né una città d’arte, ma è un luogo che ha visto compiersi nel tempo molte più storie di quante io ne potrei raccontare. È un teatro, come ho scritto in Cuore di pietra, su cui gli dei vengono ad affacciarsi per assistere alle nostre vicende; e se loro se ne accontentano anch’io posso accontentarmene. Non ti pare?

Anche a Napoli hai trovato il modo di guardare.

Napoli l’ho vista con gli occhi di Giacomo Leopardi, seduto a un tavolino del Caffè delle Due Sicilie, poi Caffè d’Italia; o intento a scrivere sulla terrazza della villa (che in realtà non era una vera villa, ma la sua dépendence) ai piedi del Vesuvio, dove lui abitò con Ranieri durante l’epidemia di colera. Forse nessuno se ne è accorto, ma io ho finito per raccontare l’Italia fuori dai particolarismi e dai localismi. L’ho raccontata a nord, a sud, a est e a ovest.

Commenti
2 Commenti a ““Il mondo intero è gremito di storie”. In memoria di Sebastiano Vassalli”
  1. Mauro scrive:

    Consiglio vivamente ai frequentatori del blog la lettura di Un nulla pieno di storie, una conversazione autobiografica che svela molto di uno scrittore vero e importante come Vassalli, forse il più importante della sua generazione insieme a Pontiggia. Tra i suoi libri, a volte disuguali, per i lettori più giovani direi Archeologia del presente, impietoso ritratto dell’Italia post-Sessantotto. Siamo agli antipodi dal modello di scrittore ( e di scrittura) all’inseguimento del gusto del proprio tempo, perché preso piuttosto dalla necessità, insieme etica ed estetica, di far sentire la propria voce, come dovrebbe essere sempre per chi pratica seriamente il campo dell’espressione artistica.

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