siti

In principio erano i corpi gloriosi

In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce. Si parlava ancora di lui, a lato di un più affollato condominio di borgata, nel fortunato Contagio. Nel Canto del diavolo lo spasimato cambiava nome in Massimo, ma gli attributi erano quelli. Oggi, infine, Autopsia dell’ossessione esibisce il corpo glorioso (ma forse già estinto) di un Angelo di periferia, coatto e palestrato come tutti gli altri, identico a loro nei modi e nelle parole. Le foto di Angelo, sparse nel libro a margine dei commenti dell’incantato e dolente protagonista (che questa volta non si chiama Walter ma Danilo Pulvirenti), confermano la sua natura di replicante. Il volto che contempliamo in questi nudi è lo stesso dell’apparato iconografico della Magnifica merce, e di altre, meno note, esposizioni extra-letterarie. La medesima girandola di avatar, la stessa cattiva infinità che colpisce l’oggetto del desiderio grava, simmetricamente, sul soggetto desiderante. Che si tratti di personaggi autobiografici, più o meno mistificatori, di professori universitari, autori televisivi o flâneurs delle periferie, ad occupare la scena è sempre lo stesso individuo, o meglio la stessa ossessione ambulante. Come Angelo, Danilo non sfugge al ripetersi delle incarnazioni letterarie. Anche in questo caso, nonostante l’invenzione di un nuovo personaggio, il ciclo delle varianti non può che confermare la ricorrenza del tema. Tema che proprio nella ripetizione dell’identico esibisce la sua cifra esistenziale: quella dell’ossesso, appunto.

La scelta, inedita per lo scrittore, di condurre la narrazione completamente in terza persona, non comporta gravi eccezioni. E non stupisce dunque, in un capitolo del romanzo intitolato Dopplegänger, vedere riapparire, in veste di doppio e rivale d’amore di Danilo, uno scrittore sessantenne diventato famoso grazie a un romanzo sulle borgate romane. Tutto è chiaro e conclamato, Siti gioca a carte scoperte: impossibile, o comunque terribilmente difficile, uscire dal narcisismo autobiografico, tagliare una volta per tutte quel fertile cordone ombelicale. Il tema del doppio è metafora narrativa di una più antica e sostanziale incapacità di trascendersi, la stessa che portava il protagonista del Contagio a domandarsi, alla fine del libro: «Ho teorizzato che tutto il mondo stava diventando gay; ora teorizzo che il mondo sta diventando un’immensa borgata; non sarà perché mi è mancato il coraggio di ammettere che per me un borgataro gay era diventato tutto il mondo?» Niente di nuovo sotto il sole dunque? Più o meno. Intanto, il tentativo di cogliere l’ossessione all’interno di uno spazio più asettico possibile (l’autopsia del titolo), spremerne una sorta di essenza speculativa o matematica, compendiata in una ventina di postulati definitivi. Il corollario dell’analisi in vitro è però che, di fronte a tanta ontologia, la natura per così dire secondaria della fisionomia sociale di Pulvirenti risalta come una nota vagamente stonata. Figlio di madre nobile e padre militare, moderatamente attivo sul fronte politico (dal Pc ai Ds), appassionato di lirica e di pratiche sadomaso, antiquario di professione: Danilo resta una creatura effimera. Zavorrato dal peso dei suoi predecessori, schiacciato dal dovere dell’esemplarità (o dell’essenzialità), il personaggio non riesce a spiccare il volo dell’autonomia. I connotati della finzione non bastano a nascondere l’ingombrante matrice originaria e la sua vicenda biografica (che pure iniziava bene, in quegli anni giovanili che avremmo desiderato durassero un po’ più a lungo) dà l’impressione di una sistemazione provvisoria, destinata a cure più approfondite. Il tentativo di ancorare il carattere di Danilo allo sfondo dell’attualità (politica, in questo caso), forse perciò, a momenti, sembra girare a vuoto. Il proprio debito con il presente, questa volta Siti lo paga con un assegno mezzo scoperto. Anche il linguaggio del narratore sconta in qualche modo il suo carattere derivativo: le metafore gnostiche e religiose, la fuga dal mondo nella contemplazione di un osceno sacralizzato, la correlazione scandalosa del sublime e dell’infimo. Tutto come prima, ma l’intensità è come scesa di una tacca. La presenza delle immagini fotografiche, dato significativo del romanzo e sua possibile «chance inaspettata» (per usare una vecchia espressione dell’autore), non convince fino in fondo. La dialettica di testo e immagine è a tratti monotona e il momento in cui il discorso si aggrappa all’immagine con maggiore mordente, producendo un effetto davvero toccante, è nell’unica fotografia che non riguarda Angelo, quella di Danilo bambino, mostrata appena dopo la tesissima scena del matricidio. Si tratta dell’ultima immagine del libro: a indicare, immaginiamo, una possibile via d’uscita. C’è forse una trama, una traccia interna, di romanzo in romanzo, che conduce all’Autopsia come a una fine annunciata già nel Contagio, facendone qualcosa di necessario all’economia complessiva dell’opera di Siti, alla parabola poetica di un’ossessione durata (almeno sulla carta) più di quindici anni. Ma pare, questa, una morte dura, molto dura a consumarsi. Forse, quello che osserviamo nelle pagine dell’Autopsia sono gli ultimi rantoli, l’ultimo tentativo di sbarazzarsi di un’ispirazione che comincia a diventare un limite. Non è da escludersi, comunque, che a un lettore innocente, al primo incontro con questo scrittore, il suo nuovo romanzo possa piacere senza riserve. La scrittura di Siti vola altissimo, come sempre, ed è sempre un piacere abbandonarsi al suo fraseggio così denso e preciso, al ritmo e alla ricchezza straordinaria della sua prosa poetica. Siti resta uno dei nostri massimi narratori, un grande stilista e un grande visionario. Di fronte a tanto scrittore suona quasi inopportuno lamentarsi, ma ai più bravi si chiede sempre il meglio, e l’accanito istinto di sopravvivenza dell’ossessione non basterà a convincerci del depotenziamento di una scrittura che in passato ci ha appassionato, sapendo peraltro abbandonare, e con ottimi risultati, il sentiero battuto e autobiografico della mania erotica (certi racconti della Magnifica merce, certe pagine del Contagio, Benvenuta Rachele – nella raccolta di racconti politici pubblicata da Einaudi nel 2008 – lo splendido testo sui salotti romani letto quest’estate alla basilica di Massenzio, ad esempio).Vedremo nel prossimo romanzo se il culturista avrà davvero finito di dibattersi oppure se, come la creatura di Frankenstein, continuerà a perseguitare il suo autore.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
2 Commenti a “In principio erano i corpi gloriosi”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Amo usare a proposito di Siti un giudizio di Harold Bloom su Hemngway: un piccolo romanziere con un grande stile. Peccato che, con le capacità tecniche che possiede, rimanga sempre prigioniero di sè stesso. Siti è il massimo esponente di una letteratura italiana egocentrata, ripiegata, d’un nichilismo glamour che è molto più insidioso di quanto appaia: c’insegna ad abituarci a non credere in nulla, nemmeno nel Male.

  2. christian raimo scrive:

    Questa recensione è fantastica, alle volte è riposante trovare qualcuno che dice molto meglio di te le cose che più o meno stavi pensando.

Aggiungi un commento