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In territorio nemico

Vogliamo ricordare la Liberazione con un brano tratto dal romanzo In territorio nemico di Scrittura Industriale Collettiva. Buon 25 aprile a tutti.

Una colonna era partita da Parma alle tre di notte del 24 ottobre. L’ordine era di scendere verso la Toscana. Tutti i paesi su quella tratta erano covi di fiancheggiatori delle bande partigiane, tuttavia per quella volta i banditi nascosti nei boschi del Penna e del Maggiorasca sarebbero stati fortunati: il rastrellamento riguardava i ribelli nascosti dalla parte sotto la Cisa, nell’alta Lunigiana. In ogni caso i tedeschi della Wehrmacht, gli italiani della Monte Rosa e le SS al seguito svegliarono più di un paese a fucilate, e in uno addirittura catturarono un maestro di scuola, lo impiccarono sulla piazza della chiesa e ripartirono sparacchiando verso il crinale tosco-emiliano. Poco sotto il passo l’autocolonna si fermò. Metà degli uomini scese in strada e si dispose ai due lati della rotabile. Si allargarono a ventaglio e risalirono i radi castagneti, verso le creste sommitali. Due camicie nere sulla quarantina, aggregate alla truppa, scesero dal camion di testa per farsi una pisciata e tirar giù un paio di sorsi di grappa.

«Cambia quelle bende ai polpacci, Castelli, fanno schifo da quanto son sudicie».

«Tanto, se dobbiamo andare nel bosco…»

«Dobbiamo andarci sì: senza di noi, questi finiscan tutti in un canalone! Il comando della Monte Rosa ci ha chiamati apposta».

«A te».

«Fossimo nel senese, anche anche… Hanno di certo pensato prima a te, che sei di Aulla. Poi però avranno detto, sai cosa, chiamiamo anche il Restighi, che sennò quello, lì da solo coi crucchi, si fa ammazzare di sicuro!»

Castelli sorrise e guardò verso il bosco: «Era tanto che non tornavo da queste parti».

Lo Hauptsturmführer Hans Reichenauer li osservava, con i blindati che gli sfilavano dietro. Gli piaceva il rumore dei cingoli che si trascinavano via l’asfalto della strada. Era un rumore che la gente riconosceva subito, in Spagna, Polonia, Grecia, Nord Africa, e adesso in Italia. Osservò Restighi che si staccava dal compare e gli si avvicinava. Gli disse che finita la perlustrazione aveva deciso di ripartire subito verso la Cisa e scendere sul versante toscano. Restighi annuì e tornò a riferire l’ordine a Castelli. Era una tecnica già sperimentata nelle operazioni lanciate un mese prima contro i partigiani della Cichero, in alta Val Trebbia: dato che sui terreni impervi l’attacco procedeva con lentezza e il nemico aveva tutto il tempo per ritirarsi, all’azione delle truppe a piedi si era deciso di unire quella delle colonne autotrasportate.

Anche stavolta, grazie al battistrada, che conosceva quei luoghi al pari dei partigiani, la testa motorizzata del gruppo procedeva velocemente, accompagnata da canti repubblichini e dal «Wenn alle untreu werden». Il capitano passava lo sguardo sui boschi e ripassava le note di «Treulich geführt». Pensava alla prossima licenza a Milano, era già stufo di quelle montagne. Il suo personale obiettivo era fare pulizia alla svelta e tornare il prima possibile a fumare sigari nel foyer della Scala.

Il primo paese nella loro linea d’azione, un minuscolo borgo montano dell’alta Val di Magra, venne occupato nel pomeriggio. I due collaborazionisti e le SS spalancarono a calci le porte delle abitazioni, mentre i soldati tedeschi e i militi circondavano gli edifici per vanificare eventuali vie di fuga.

«La pesca l’è andata ’un c’è male», disse Restighi all’orecchio del vecchio che aveva catturato, e che ora scortava alla piazza dove erano stati radunati gli abitanti. Con uno spintone lo fece cadere ai piedi del gruppo. Alcune mani s’allungarono per aiutarlo ma subito i calci delle mitragliette tedesche colpirono chi aveva osato muoversi. Le due camicie nere condussero l’interrogatorio sotto la supervisione di un sergente tedesco.

«Dove sono gli altri uomini?», gridò Castelli sbocconcellando una focaccia secca col rosmarino che aveva trovato in una delle case. Silenzio. Castelli s’avvicinò allora al vecchio portato da Restighi, che nel frattempo si era faticosamente tirato in piedi.

«Dove sono gli altri uomini?», ripeté soltanto a lui. Di nuovo nessuna risposta. Castelli sputò e si voltò verso il sergente. Quello estrasse la pistola e sparò al ginocchio dell’anziano.

«Per l’amor di Dio», riprese Castelli, «dove sono gli altri uomini del paese?» Ma il vecchio aveva perso i sensi.

Negli occhi della gente non c’era più spazio per la sorpresa, solo per il terrore. Reichenauer si mise a camminare lungo la fila. Non erano rimasti in tanti. Vecchi, donne, ragazzine. Teneva il conto battendo il frustino sulla coscia, ogni dieci persone si fermava. Puntava gli occhi sul volto dello sfortunato e gli faceva cenno di avanzare un passo; i ranghi erano tenuti compatti dai latrati dei cani lupo e dagli insulti dei repubblichini. Quando il conto si fermò a trenta, ordinò al sergente di legare i tre prescelti. Quello eseguì, e tre militi, uno per ogni malcapitato, li spinsero con le canne dei fucili fino al bordo della piazza. Lì improvvisarono tre forche legando delle corde a un balcone e li impiccarono.

«E ora, se non volete che appendiamo tutto il paese, diteci dove sono i vostri uomini», gridò Restighi alla gente, «che tanto li squarteremo comunque: come conigli. In Spagna gli aprivo i’ petto e gli prendevo i’ cuore, a quelli come loro. Dove stanno?»

Il capitano fumava e guardava con sdegno le donne che urlavano e svenivano, i marmocchi piegati sulle madri. Qualcuno però iniziava a parlare: da quei «non lo sappiamo… forse sulle montagne…» si intuiva che dovevano essere vicini alla preda. Quando vide una donna alzare gli occhi, furtivamente, quasi involontariamente, verso un crinale, ebbe un lampo. Richiamò all’ordine il suo gruppo scelto: il sergente Blucher con la sua squadra di dieci uomini, i due SS semplici Müller e Kuhn, più Restighi e Castelli, a cui affidò il proprio cane.

«Procediamo qui sopra, ora». Diede ordine ai soldati della Wehrmacht di presidiare il paese e si avviarono verso il bosco. Sentiva che li avevano mancati per un pelo e voleva assolutamente prenderli. Lasciò scorrere i suoi finché non si trovò ultimo della fila. In testa c’era Restighi, che non smetteva di parlare: «Lo sento, i’ puzzo di quei merdosi… Quando ne piglio uno, giuro, per prima cosa lo fo a brandelli, poi…»

Castelli si portò a fianco del compare, il cane lupo che tirava, e in breve erano già ben dentro il bosco, dietro a una traccia che solo loro riuscivano a decifrare. Anche il giovane Kuhn volle portarsi in testa al gruppo. I due italiani parlottavano spavaldi:

«Gli alleati, li chiamano “alleati”, e poi quelli gli violentano le donne», sentenziava Restighi.

«Soprattutto i negri e gli arabi!»

«Bravo Castelli! Vengan qui, si fanno invitare a casa e poi mentre dormi si fanno la tu’ moglie e la tu’ figliola…» Li accompagnava il rumore degli scarponi sul terreno molle, su cui ora spiccavano altre impronte.

«Sono fuggite di qui, le merde, e anche da poco».

Dietro di lui, i soldati tedeschi cercavano di scorgere movimenti nel fitto di foglie e arbusti. Il capitano li seguiva ancora più indietro.

«Eccoli, sono laggiù!», gridò Castelli, che aveva scorto un movimento tra le fronde, e slegò il cane, che si avventò verso due ombre in fuga. Il lupo scartò a destra nel bosco e raggiunse due ragazzine di dodici o tredici anni, che al ringhiare della bestia si addossarono al tronco di un abete. Kuhn fu il primo ad arrivare, tagliando in diagonale, seguito dall’altro SS, Müller. Richiamarono l’animale e dissero alle due di stare calme. Gli altri arrivarono poco dopo. Il Restighi ruppe il silenzio: «Queste son due staffette, ve lo dico io! Andavano ad avvisare i loro compagni!»

Le due ragazzine erano impietrite.

«Allora, confessate?», disse loro, e le fece cadere a suon di ceffoni. Il sergente Blucher, nel vedere le loro cosce morbide spuntare dalle sottane, si slacciò la patta e si gettò immediatamente su quella a sinistra. L’altra gridò: «Aspettate!»

Il capitano fece un cenno a Kuhn. Quello cercò di fermare il sergente che aveva già preso a dare i primi colpi di reni. Quando si accorse di lui, Blucher alzò la baionetta dal collo della vittima e la puntò al ragazzo in divisa: «Auch du sollst etwas Spaß haben».

Kuhn restò atterrito e si allontanò a testa bassa. Il capitano non disse niente, ma si avvicinò all’altra: «Allora?»

«Non sappiamo dove sono, sappiamo solo che stanno per questi boschi».

«Tut mit ihnen was ihr wollt», disse Reichenauer ai suoi. Müller si buttò sulla seconda ragazza e i grugniti dei soldati si fecero tutt’uno coi pianti. Castelli si voltò, e vide Kuhn andarsene in disparte, verso una radura lì vicina. Ebbe voglia di seguirlo, ma fu trattenuto per il braccio dal Restighi, il quale invece non vedeva l’ora che le SS finissero per infilarsi pure lui nel gioco.

Il capitano si sedette su un ceppo a lato del sentiero e osservò i suoi uomini approfittarsi di quelle disgraziate, sgozzarle, e lasciare che il suo cane staccasse brani di carne dai corpi. Fumò una sigaretta; era più amara dei suoi sigari, ma d’altronde quel bosco non assomigliava per niente al foyer della Scala.

«Procediamo», disse, e si alzò.

Restighi e Castelli ripartirono, tenendosi sempre al comando della fila: «Ah, che trombata!», disse il primo.

«Però, insomma… I cani…», accennò Castelli, ma il compare lo interruppe subito: «Son ma loro, i cani! E ora, quando s’incontrano, que’ traditori, voglio pigliarmi i’ gusto di sparagli ni’ muso! Ma prima a quelli come loro li si attacca a un albero e gli si stacca i coglioni. Non è vero, Herr Kapitan

«Ja, Restighi, ja», rispose annoiato quello. Restighi si fece una risata catarrosa, prese dal taschino una senza filtro e se l’accese controvento. Il capitano non sempre capiva quello che diceva, e non gliene importava nulla. Il lavoro che contava, quei due lo stavano facendo. Quando si soffermarono di nuovo per valutare le tracce, Kuhn, che pareva aver ripreso coraggio, si avvicinò ai due miliziani. Li guardò con malcelato disprezzo e sibilò: «Allora? Dove partigiani? Questo non è gioco da italiani viliacchi».

Restighi fece un passo avanti: «Qui sopra c’è una brigata anarchica, fidati biondino, dove vuoi che andassero quelle, a cercà i funghi? Un po’ di pazienza e lo vedremo, chi è il “viliacco”».

«Tu pensa trovarli».

«Pensa trovarli… Bah…» Poi disse, rivolto al gruppo: «Piano ora, che iniziamo a esserci».

Il gruppo si rimise in marcia cercando di non fare rumore. Non molto dopo, Restighi arrestò la colonna con un cenno e indicò l’orma di uno scarpone nella fanghiglia del sottobosco. Aumentarono il passo. Il capitano, di solito un po’ impacciato, aveva trovato il ritmo e seguì abbastanza agilmente Restighi e Castelli. Le narici gli vibravano, gli pareva quasi che seguissero l’odore del nemico. Anche i suoi uomini avevano subito una metamorfosi, avanzavano con lo sguardo fisso davanti a sé, tesi a cogliere ogni segno della preda. Sentiva scorrere nel gruppo una corrente eccitante, inebriante, una sensazione di vita e di morte, di carta bianca. Il bosco, di tronchi lisci coperti di macchie d’argento, era uno spazio bello e primordiale, indifferente alla caccia che vi si svolgeva.

Se fossi un uomo avrei partecipato, pensava invece Kuhn, avanzando a una decina di metri dai due camerati italiani, che non poteva soffrire. Li avrebbe fucilati volentieri, lo prendevano sempre in giro. «Kuhn mai fisto fica», «troppi brufoli uguale troppe seghen…» E in effetti anche prima, con quelle ragazze, non si era fatto avanti. Eppure non aveva problemi ad ammazzare. Non è vero che si prova rimorso, anche se gli sarebbe piaciuto veder finire la guerra, vedere un ordine scendere sull’umanità, sposarsi, avere due o tre figli, una vita serena. Sollevò lo sguardo al cielo che faceva capolino tra le foglie. Sentì un crepitare sulla destra e si accasciò all’indietro, la bocca aperta che colava sangue. Fu un istante, e tutti si lanciarono da quella parte: adesso che guardavano nella direzione giusta, potevano rendersi conto che c’erano almeno tre partigiani, i quali evidentemente si erano accorti di loro e avevano fatto in tempo a guadagnare l’iniziativa. Reichenauer era fuori di sé e gridava di fare fuoco.

Alle prime raffiche del manipolo, i partigiani schizzarono in tre direzioni diverse: quello piazzato più in alto di tutti si buttò in avanti, nel folto della macchia, inciampò e rotolò giù in un canalone del sottobosco; gli altri due si allargarono e interruppero la corsa per rispondere al fuoco. Il più giovane, un ragazzo magro, dall’incarnato chiaro ben visibile tra le fronde, si era piazzato dietro a un albero e sparava verso Castelli, ma quando si fermò per ricaricare lo Sten, o forse per disincepparlo, fu afferrato da un lato, per le bretelle, e finì a terra. Era Restighi: avventuratosi in una rischiosa manovra di aggiramento, ora gli teneva ferma la mano col mitra e cercava di immobilizzarlo. Il terzo, un tipo strano coi capelli lunghi e il pizzo, si stava portando sulla sinistra, la pistola in pugno, ma Müller lo inchiodò dov’era con una sventagliata ottimamente calibrata.

Disinteressandosi del primo, valutato ormai troppo lontano, anche Castelli si buttò sul ragazzo bloccato da Restighi: arrivò di corsa e gli schiantò il manico del mitra sullo zigomo. Quando il partigiano cadde su un ginocchio, Restighi gli calpestò la gamba rimasta tesa, che cedette con uno schiocco. Il partigiano lanciò un grido mentre i tedeschi sparavano verso la macchia, col capitano che non smetteva di strepitare. Restighi tirò fuori il pugnale, poi disse a Castelli: «Ora ti fo vedere un giochino», e lo affondò nella pancia del partigiano.

Castelli fece istintivamente un passo indietro, e solo quando Restighi gli gridò di farsi sotto avanzò e colpì anche lui. A ogni pugnalata al ventre, il giovane partigiano sussultava, ma non moriva. E allora ecco che ne arrivarono altre, finché non fu immobile. Restighi indicò le budella sparse a terra ai tedeschi che intanto erano sopraggiunti: «Dopo si va a pescà, eh? Ci s’ha digià i bachi per la canna».

Müller sentì un rumore dietro di sé e vide che il partigiano a cui aveva sparato non era ancora morto. Si era sollevato su un gomito e lo guardava. Parlò, addirittura: «Ci si vede all’inferno», disse, «e ricordati che mi chiamo Fra Diavolo». Müller non capì e lo finì con una raffica al petto.

I tre corpi vennero trascinati giù fino al sentiero; il capitano diede ordine di seppellire Kuhn, mentre i partigiani vennero appesi a due alberi, testa in giù e braccia penzolanti. Restighi si prese addirittura la briga di preparare un cartello con un pezzo di legno e del carboncino: «Ecco i liberatori d’Italia», ci scrisse, e lo legò addosso a quello sbudellato. Fece un passo indietro e lo rimirò soddisfatto. Il capitano guardò il senese con sufficienza: «Torniamo al paese, non voglio rischiare altri uomini. Non importa se uno è scappato. Adesso che sappiamo dove sono, manderemo una truppa adeguata».

Solo dopo parecchio tempo, quando tutti gli altri rumori erano cessati, dalla macchia uno scricchiolio annunciò la ricomparsa del terzo partigiano. Sporco, lacero, ancora terrorizzato, Destro si tirò in piedi e si mise a cercare invano la mitraglietta.

Per alcune ore vagò frastornato e incapace di orientarsi; rassegnato a morire per uno sparo improvviso. A volte sentiva voci e grida in tedesco arrivare da lontano: il rastrellamento continuava. Poi, dato che la morte non veniva e invece scendeva il buio, si accoccolò tremando di stanchezza alla base di un albero e lì si addormentò.

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