road

In una stanza sconosciuta

Questo articolo è uscito per Alias.

Quello del recensire libri sarebbe un mestiere piuttosto ingrato, abbastanza monotono e relativamente (diciamolo pure) compromesso: troppo spesso disturbato da moleste interferenze: amicizie, convenienze, esigenze redazionali. Sarebbe tale e tale resterebbe se nella quotidiana peregrinazione attraverso il prevedibile paesaggio delle “novità” non capitasse saltuariamente, raramente, d’imbattersi in qualche bene prezioso, in libri che valgono da soli la fatica di leggerne molti altri. In questi casi l’indubbio, inconfondibile accadere della letteratura – di quella che davvero conta – ripaga il perplesso consumatore di prodotti occasionali. Qualcosa s’impone, e tutto il resto cade in secondo piano. Se si parlasse soltanto di libri simili credo basterebbe una minuscola percentuale delle informazioni oggi fornite da terze pagine, riviste, blog, siti d’informazione culturale, eccetera. Quella sfera in continua espansione di discorsi, promozioni, dibattiti che, un po’ come la famosa mappa borgesiana in scala 1:1, tende a neutralizzare la naturale funzione della critica giornalistica e militante. Ovvero orientare, selezionare, dividere il grano dal loglio.

Questo preambolo solo per segnalare Damon Galgut come uno di quei rari scrittori che non conoscere sarebbe un vero peccato. Uno di quelli che, appunto, s’impongono. I suoi libri bastano a se stessi: indicarli è semplicemente il minimo che un critico letterario abituato a navigare nel caotico mercato editoriale potrebbe e dovrebbe fare. E anzi, volendo essere ancora più tranchant, a dover scegliere un “TQ” (per dirla con una sigla all’ordine del giorno) nell’intera area della letteratura in lingua inglese Galgut sarebbe senz’altro tra i miei principali candidati. Molto prima di Franzen, di Coe, di Eggers e di altri campioni con il posto eternamente garantito nelle vetrine delle librerie e sulle prime pagine dei giornali.
Tra gli autori sudafricani della generazione successiva a quella di Coetzee e Breytenbach quello di Damon Galgut – nato nel 1963 e già autore di una decina di opere abbondantemente premiate e apprezzate in giro per il mondo – è in effetti il nome che viene fuori più spesso. Da noi sono stati tradotti solo un paio di romanzi per Guanda (tra cui Il buon dottore, un libro splendido, evidentemente riconducibile al filone più “kafkiano” di Coetzee, ma senza nulla di epigonale), e quest’ultimo pubblicato da e/o. Diversamente dai suoi libri precedenti, In una stanza sconosciuta non contiene nessun riferimento alla condizione politica, sociale, culturale del paese dove lo scrittore è nato e cresciuto. Si tratta di un romanzo autobiografico composto di tre racconti lunghi ma organici, omologhi, che nel giro di poco più di duecento pagine ci fanno letteralmente attraversare il pianeta terra: dallo Zimbawe all’Inghilterra, dalla Svizzera all’India. Mesi e mesi di spostamenti, migliaia di chilometri, decine di paesi: eppure confinare questo testo nel pur vasto e poroso reparto della letteratura di viaggio rischierebbe di mancarne completamente la qualità specifica. O almeno, se di letteratura di viaggio si tratta, abbiamo a che fare con un esemplare del genere assolutamente originale. Galgut, come Chatwtin, viaggia perché non può farne a meno, perché qualcosa d’imperativo e d’irresistibile lo obbliga al nomadismo, a fare lo zaino e lasciare il proprio mondo per un altro dai contorni sconosciuti (o “strani”: In a strange room è il titolo originale del libro – citazione faulkneriana tratta da As I Lay Dying). L’Altro di Galgut, tuttavia, non ha nulla a che fare con la specificità dei luoghi e delle culture incontrate. È impressionante la suprema noncuranza “conoscitiva” dello scrittore, quasi lo spreco verrebbe da dire. I paesaggi restano lontani come splendidi fondali, i costumi, le genti, la politica dei paesi attraversati sono del tutto assenti: appena qualche tratto, più che altro accidentale, sfuggito quasi suo malgrado alla penna del narratore. Galgut, come già ha dimostrato in passato, è un abilissimo illustratore di rapporti, incontri, combinazioni relazionali. Ma rapporti, incontri, relazioni appaiono adesso strappati a qualsiasi indice culturale, radice storica o funzionale, liberati di tutto ciò che non sia il semplice e incontrovertibile fatto umano di due individui a confronto. Confronto che nell’esperienza del viaggio e in particolare del viaggiare insieme (i protagonisti di questi racconti sono proprio i viaggiatori che accompagnano Galgut) assume una dimensione tanto rischiosa quanto paradossale: quasi il partire, l’abbandono dei luoghi famigliari, invece di “aprire” isolasse le persone in una sorta di mondo parallelo. Il viaggio, inteso come “utopia mobile”, esercizio di deprivazione, spoliazione di qualsiasi eredità simbolica (e la scrittura estremamente asciutta di Galgut ne testimonia, splendidamente) è allora occasione per sublimare l’essenza chimica dei rapporti, la loro nuda meccanica evoluzionistica, al di fuori di pretesti e contesti, liberando l’avvicendarsi dei temi intimi, dei motori immobili dell’interiorità, dove psicologia diventa sinonimo di destino e la sua rappresentazione narrativa si espande nel dominio rarefatto dell’allegoria. “Il seguace”, “l’amante”, “il guardiano”: sono i titoli dei tre momenti che scandiscono il romanzo, tre modulazioni essenziali dello stare insieme (il potere, l’amore, la cura), tre personaggi/emblemi che il narratore riconosce in sé e nell’altro, o meglio nello spazio tra i due: uno spazio tutto interno alla voce narrante che perciò oscilla continuamente tra prima e terza persona. Elemento stilistico, quest’ultimo, assai caratterizzante, gestito e valorizzato benissimo da Galgut e in qualche modo legato anche al ruolo che investe la memoria nella ricostruzione narrativa del tempo trascorso. Racconto oggettivo e soggettivo, Io passato e Io presente: confusi o alternati nel gioco dei punti di vista. Come nell’ultimo libro di Coetzee (Summertime), l’autobiografia diventa un esercizio di spossessamento. La sincerità un obiettivo difficile da cercare al di fuori di sé.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
3 Commenti a “In una stanza sconosciuta”
  1. Tt scrive:

    Grazie

  2. Sara Bauducco scrive:

    E’ vero, quello delle recensioni è un mare da esplorare in cui si trovano isole, libri che bastano a se stessi… E questo navigar m’è dolce…

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] approfondire: La recensione di Carlo Mazza Galanti su Minima & Moralia La recenione del Guardian La recensione del New York […]



Aggiungi un commento