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Saluti da Cinisello

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su la Repubblica. (Fonte immagine)

Piazza Affari a Zingonia, via Traversi a Quarto Oggiaro, viale della Stazione a Gattinara, via Roma a Ciriè e ancora la centrale termoelettrica di San Giovanni Valdarno, un camping di Lido Cavallino, gli hotel di via Padova a Jesolo e una casa di riposo a Mombaruzzo: se si volesse descrivere un’identità nazionale attraverso i luoghi si opporrebbe una certa resistenza all’ipotesi di individuare nei centri appena citati, e nella tipologia di costruzioni prese in considerazione, qualcosa di utile. Perché – ce lo chiarisce qualsiasi espositore di cartoline – l’immagine nazionale si compone connettendo il Colosseo alla Torre di Pisa, Rialto al Duomo di Milano, il Maschio Angioino alla Mole. Eppure c’è stato un tempo – tra la fine degli anni ’50 e i ’70 – in cui tutt’intorno al Monumento che unifica (e semplifica) la Memoria c’era una corolla di luoghi ulteriori, minimi e in teoria irrilevanti, periferie che desiderando almeno per una volta percepirsi come centro presero a comparire esattamente in quei rettangoli di cartoncino in cui fino ad allora figuravano soltanto gli emblemi dell’Arte e della Storia.

In un’altra parte della città. L’età d’oro delle cartoline di Paolo Caredda (Isbn, con un ricordo di Ugo Gregoretti) è il racconto per immagini  della struggente vitalità che derivò da quella che a posteriori può essere pensata come una breve anomalia nella storia del souvenir illustrato. Senza infatti il prodursi di una serie di circostanze non sarebbe mai stato possibile concepire come soggetto di una cartolina un comunissimo incrocio cittadino circondato da condomini appena nati (gli stessi che in quegli anni vediamo in Io la conoscevo bene di Pietrangeli o in Il giovedì di Risi), un giardino comunale, i caseggiati di Mirafiori, i quartieri nuovi di Gratosoglio e Gallarate, la Falchera a Torino o viale Libia a Roma. Gli autogrill Pavesi sospesi a ponte sulle autostrade, fieri nel loro design tra la pagoda e l’astronave, l’edilizia popolare anodina e funzionale del Piano Ina o lo stabilimento siderurgico Oscar Sinigaglia di Genova (sul retro, inquietante, la scritta «Pensandoti caramente»).

Siamo negli anni del boom, l’Italia cresce in misura dello sviluppo di ogni singolo piccolo centro. Nelle comunità che vivono in paesini scollegati da ogni interesse turistico, così come nei quartieri operai delle grandi città, nasce il desiderio di veder rappresentato il proprio spazio minuscolo nello stesso modo in cui erano rappresentati quelli maiuscoli. Senza nessuna intenzione eversiva, a venire orgogliosamente rivendicato è lo splendore del prosaico, lo sfavillio dell’opaco. Un determinato luogo – è il principio sottinteso – vale semplicemente perché è dove abitiamo: perché è il nostro luogo. E allora – mentre il calcestruzzo prende il posto del marmo e l’amianto delle case Eternit quello del travertino – una moltiplicazione di vedutine di Bresso comincia a esistere accanto a (se non contro) San Pietro e Palazzo Vecchio, e piazza Guicciardini a Genova è effigiata in una serie di scatti che esaltano un’aiuola elementare, la ghirlanda dei palazzi, le vie disabitate: l’ordinario come meraviglia.

A tutto ciò si aggiunge l’esigenza di promuovere, nella comunità di riferimento, il proprio esercizio commerciale. Tirando a poco prezzo alcune migliaia di copie presso una tipografia di quartiere, rivendendole a 35-50 lire, per un esercente era possibile far circolare una veduta di viale al Mare di Lido di Campomarino – la gente seduta ai tavolini, la 500 e l’Ape, i salvagente appesi sotto l’insegna bar maria tabacchi (gli albori del product placement) – oppure immortalare l’istante in cui il portiere dell’Hotel Madonia Lido Terrasini, a due passi da Palermo, registra l’ospite appena arrivato, cappello in testa e valigia alle spalle, la trincea della reception rivestita da listelli di legno, l’immagine talmente virata verso il miele da far pensare all’intervento di un professionista.

Del resto l’età d’oro delle cartoline che si contrapponevano selvatiche alla logica del Bello Tradizionale prevedeva l’esistenza di  competenze e mestieri che, se anche si esaurirono in una ventina d’anni, furono cruciali. Accanto al fotografo su commissione – che nelle cinquemila lire che riceveva come compenso doveva far stare tutto, dalla pellicola al viaggio – c’era infatti il tecnico che tinteggiava a mano la cartolina edulcorandola secondo necessità. In seguito si affermò la figura del cromista, che ritoccava lo scatto saturandolo, aggiungendo nuvole, mitizzando i colori. Davanti a una veduta di piazza della Libertà a Senigallia ammiriamo dunque un tramonto epicamente bronzeo che gravita sul Palace Hotel, così come contempliamo il cielo bluette che domina Corso Italia a Trapani di sera, le strie cinetiche rosse e gialle disegnate sull’asfalto dalle auto. Puro doping fotografico.

Il punto di non ritorno dell’impulso identitario all’origine di questo fenomeno coincide con due cartoline. San Giuliano Milanese, via Emilia. Sulla foto qualcuno ha tirato una freccia indicando un balconcino: casa nostra, viene precisato con soddisfazione (più giù un’altra freccia si allunga dalla strada verso la parola Milano sovrapposta a un orizzonte biancastro di foschia). E ancora: a Migliaro, in via Savonarola, un tratto di Bic collega la sagoma di un ragazzino fermo in mezzo alla strada alla scritta Sono proprio io.

È il desiderio di esserci, di abitare lo spazio (e con lo spazio il tempo), qualsiasi esso sia: una geolocalizzazione estrema, emotiva e inconfutabile, senza Gps.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “Saluti da Cinisello”
  1. Stefano Trucco scrive:

    La gioia di vedere su Minima&Moralia il Biscione di Genova, il palazzo dove ho passato la maggior parte della mia vita. Quasi come quando ci vivevo ancora e lessi Bruno Zevi che lo definiva un capolavoro dell’architettura del Novecento…
    (anche se a qualcuno, forse, l’impaginazione farà pensare che si trovi a Cinisello Balsamo)

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