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Incarnare il Joker

“I’ve been a puppet, a pauper, a pirate, a poet, a pawn and a king…”
Frank Sinatra, That’s life

 

L’immagine del Joker interpretato da Joaquin Phoenix ha iniziato a ossessionarmi sin dal camera test apparso a settembre 2018. Quello in cui l’attore e il personaggio si sovrapponevano per pochi secondi fino a coincidere e a svelare il sorriso compiaciuto del pagliaccio. Il movimento appena accennato del sopracciglio la diceva lunga su quello che avremmo visto al cinema, ho pensato allora. Guardando i trailer ufficiali pubblicati in seguito ho concluso che avrei dovuto difendermi da questo film. Ero certo che mi avrebbe torturato. Poi, contravvenendo alla regola che mi sono imposto per tutti i film a cui tengo particolarmente, Joker l’ho visto in italiano. Non ho resistito. E non mi ha sconvolto. Poi l’ho rivisto in lingua originale e ho avuto l’impressione di aver assistito alla proiezione di tutt’altro film.

Al diavolo l’attualità, le letture sociali, politiche e cliniche, mi sono detto: Joker è un film sulla scoperta e sull’espressione di sé stessi. Ne sono convinto tuttora, mentre scrivo queste righe. E non credo sia necessario specificare che si tratta di un percorso di scoperta del tutto deviato, di una sorta di fiaba sottosopra, agiografica e perversa con tanto di estasi da santo assassino. A proposito: nelle fiabe un oggetto incantato – un anello, una spada – può fare da innesco per il racconto. In Joker è la pistola regalata ad Arthur Fleck da Randall, suo collega pagliaccio e delatore, a svolgere questa funzione: senza, Arthur sarebbe rimasto uno spostato domestico e io non sarei mai andato al cinema a vedere due volte il film di Todd Phillips.

“I shot a man in Reno, just to watch him die”. È il verso di una canzone di Johnny Cash, interpretato qualche anno fa dallo stesso Joaquin Phoenix in Walk the line. È banale dirlo, ma una storia non deve necessariamente dirci ciò che è giusto fare nella vita di ogni giorno. Può anche raccontare l’ambiguità, porsi su un confine. Magari spingersi oltre. In Folsom Prison Blues Johnny Cash raccontava il desiderio di libertà di un uomo finito in carcere per un assassinio, e faceva di tutto perché noi potessimo sentirlo nostro, cantarlo con lui. Non c’è nulla di scandaloso, allora, se per due ore e due minuti delle nostre vite proviamo a capire cos’è il Joker. Cos’è questo Joker.

Se parliamo di violenza, questo Joker non è neppure un gran killer. In tutto il film ammazza tra le sei e le nove persone (a seconda delle interpretazioni che girano in rete), e quando lo fa troviamo sempre qualcosa di più o meno giusto o quantomeno comprensibile, nelle sue azioni. Il fatto che sia giusto e comprensibile nel film, di nuovo, non significa che sia giusto fuori dallo schermo. Ad ogni modo non è questo che fa di Joker il Joker, non è questo che disturba del film.

Quello che è davvero interessante, e che disturba per la sua intensità, è ciò che succede dopo i primi episodi di violenza in Joker. Dopo le uccisioni in metropolitana, Arthur Fleck danza. Una danza ancora incerta e titubante, solo per sé, in uno squallido bagno pubblico, che fa da contraltare alla risata nervosa che aveva attirato le tre vittime di Arthur. Lì, nello specchio unto e appannato, affiora per la prima volta il Joker. Perché per la prima volta Arthur ha sentito se stesso in uno spazio che non è solo la sua mente. Non voglio parlare di catarsi, ma di certo qualcosa – forse l’eco assordante degli spari della maledetta pistola magica che gli fischiano ancora nelle orecchie, forse il semplice correre, riscuotersi dallo stato di torpore psichico in cui vive Arthur – lo ha risvegliato. E ci disturba perché lo percepiamo come liberatorio, in qualche modo poetico. Ma subito dopo quella danza il Joker si inabissa di nuovo: è come se Arthur non fosse ancora pronto a lasciarsi andare del tutto, come se non avesse ancora assaporato appieno il sapore della violenza, come se non avesse goduto di tutte le sfumature dell’essere altro da sé. Così il Joker rifluisce nel contenitore-Arthur, o forse resta lì, imprigionato nello specchio.

A dirla tutta sono poche le volte in cui Joker è il Joker, nel film. Di certo non è il Joker “dei fumetti”, qualsiasi cosa voglia dire: ci sono infinite versioni del villain, ma di certo quello interpretato da Joaquin Phoenix non è (o non è ancora) il manipolatore sociopatico capace di far esplodere una scuola, tagliarsi via la faccia o rendere disabile e forse addirittura stuprare Barbara Gordon. Questo Joker, quando affiora, è un narciso autistico e apparentemente indifeso in costante ricerca d’attenzione e amore nei posti dove nessuno andrebbe a cercarne. Ha tratti di tenerezza, infantilismo e un vago senso critico nei confronti della società, che emerge a fasi alterne e in modo del tutto sconclusionato.

È vero che l’empatia nei confronti del Joker dovrebbe essere vietata per legge, ma più in generale è sconsigliabile provare empatia per qualsiasi psicotico. Anche quello della porta accanto. Anche se tutti sappiamo che far ridere gli altri col rischio che gli altri ridano di noi a volte è l’unico modo per ricevere approvazione ed essere ammessi in società, e tutti di tanto in tanto cantiamo e balliamo davanti allo specchio e immaginiamo storie d’amore che non sono mai nate e ci infiliamo in un frigorifero per sentirci al riparo dal senso di vergogna quando realizziamo di esserci inventati tutto di sana pianta giusto per avere qualcosa in cui credere. E tutti o quasi tutti sentiamo di essere abitati da un’infinità di voci, e siamo fissati con certi numeri o con una certa ora che guarda caso appare sul quadrante dell’orologio a muro ogni volta che guardiamo l’orologio appeso al muro, e tutti o quasi quando ci sentiamo degli spostati scopriamo che è bene comportarsi come se non lo fossimo perché è questo che gli altri si aspettano da noi, e tutti o quasi sappiamo pure che i momenti di lucidità possono essere molto più orribili di quelli di confusione e annebbiamento, e tutti o quasi ci illudiamo che se smettessimo con le pillole – o con qualsiasi cosa ci acquieti agli occhi degli altri – avremmo la possibilità di essere davvero noi stessi, benché col terrore di scoprire che al centro di questo “noi”, soppresse le infinite voci che ci abitano, non ci sia altro che un grande vuoto.

Il fatto è che non c’è molto da dire sulla malattia mentale: è difficile anche chiamarla “malattia” perché la diagnosi è spesso assente o sballata, e un film, come un’agiografia o una fiaba, difficilmente può avere il valore di una cartella clinica. Il punto, in ogni caso, non è sentirsi come Joker sullo schermo, ma se ti sei mai sentito come Joker prima di averlo visto su schermo, in questa incarnazione. Perché il Joker di Todd Phillips è soprattutto un’incarnazione.

È verso la fine del film che questa incarnazione si manifesta in tutto il suo splendore (splendore, sì: come icona questo Joker è uno splendore, anche per via del make up e dei costumi). È curioso: l’origin story del Joker inizia davvero quando si sgretolano le origini di Arthur Fleck, quando cioè lo stesso Joaquin Phoenix inizia a svanire dietro il trucco da clown. L’uccisione della madre di Arthur è il momento di rottura: da qui in poi Joker smette di muoversi per reazione o strampalata e legittima difesa e inizia ad agire perché sa di esistere, perché non c’è alternativa alla sua esistenza, non esistendo più Arthur/Joaquin. Una mutazione non ancora del tutto compiuta, ma che viene già sottolineata dal movimento: mentre Arthur/Joaquin è spesso inquadrato immobile in tutta la sua sconcertante magrezza, seduto in salotto a fumare compulsivamente mentre davanti alla tv, Joker ha un corpo che si lascia guardare senza raccapriccio, ha un suo portamento, corre, si muove, ancora sgraziato ma costantemente in agitazione.

L’impressione è che Joker sia una sorta di animale fantastico portato a lungo in grembo da un essere umano troppo fragile per sopravvivergli, un animaletto dispettoso e vendicativo che spinge, spinge, spinge e viene partorito squartando il corpo che lo ospita. Perché venga partorito è necessario, dopo il punto di rottura dell’omicidio di Penny Fleck, un ulteriore momento di passaggio. Nella scena della vendetta su Randall non c’è propriamente il Joker. Al contempo facciamo fatica a riconoscere Arthur o Joaquin dietro il cerone: quel volto è una tela bianca che deve essere ancora riempita. La dinamica dell’assassinio è ambigua, pure: da un lato sembra un’azione premeditata (sin da quando Randall e il nano hanno suonato alla porta), da un altro appare un semplice raptus, la conseguenza di un episodio psicotico. Di fatto, da un punto di vista puramente metaforico il sangue sul volto imbiancato è quello dello psicotico domestico, prima ancora che quello del collega pagliaccio e delatore brutalmente ucciso a colpi di forbici.

Guardate come vibra e ansima in estasi dolorosa un attimo dopo l’assassinio, il corpo di Arthur/Joaquin squartato dal Joker: se vi è capitato di provare qualcosa di simile a un orgasmo, a un lampo di straripante consapevolezza dopo aver combinato qualcosa che la morale comune imponeva di non fare, e magari subito dopo avete deciso di risparmiare un povero nano innocente o chiunque abbia avuto la grazia di trattarvi come dio comanda, allora potete capire cosa intendo. Il che non significa che siete dei pazzi assassini: significa che qualcosa dentro di voi premeva per uscire e l’avete lasciata andare e vi siete sentiti svuotati, liberati per una fottuta volta in vita vostra. Il punto, anche qui, non è se e quanto sia sostenibile guardare un film come Joker, non sono le sue implicazioni sociali, politiche o morali – su cui il film arriva peraltro in ritardo rispetto ad altre opere – ma quanto sia insostenibile non essere sé stessi nella vita di ogni giorno.

È per questo che ha ragione Joker e hanno ragione i pagliacci di Gotham, nel duello retorico col candidato sindaco Thomas Wayne: è la ragione confusa e naïf di chi nella vita non vuole realizzare qualcosa – come sostengono di fare i ricconi alla Wayne – ma sé stessi. È quello che fanno i clown che sognano di trasformarsi in eroi della stand up comedy. Diventare artisti. Artisti compiuti.

Dopo l’assassinio di Randall, l’artista può andare in scena. Quando Joker veste finalmente gli abiti del Joker proviamo un brivido di esaltazione. È irresistibile seguirlo nel buio corridoio del condominio mentre monta Rock and Roll part II di Gary Glitter, e poi vederlo danzare su quella maledetta scalinata. Ancora una volta sentiamo qualcosa che suona come una liberazione. Ma quando arrivano i poliziotti, puff!, Joker torna per un attimo ad essere Arthur, in fuga come un ladro qualsiasi. C’è bisogno di un palco perché l’artista possa riaffiorare e affermarsi una volta per tutte. In attesa di raggiungerlo, la sovrapposizione di maschere da clown nella seconda scena della metropolitana conferma l’idea che il volto ultimo di Joker sia ormai quello del Joker stesso: ogni altra origine può essere negata.

Su un palco sei guardato e ammirato, anche solo per ricevere odio e derisione. Su un palco le altre voci interiori tacciono e sei fatalmente una cosa sola. Nel film l’espediente dello show televisivo come palcoscenico per il monologo finale è piuttosto blando, ma a livello visivo l’impatto è notevole: è come vedere davvero il Joker in tv. Divertito, turbato, stordito, offeso, compiaciuto, spaventato. Impenetrabile se non per qualche secondo in primissimo piano, nell’inquadratura televisiva o di traverso in quella squisitamente cinematografica. Una cosa che non dovrebbe essere – se non per essere ridotta a mera gag televisiva, a ennesima performance da idiot savant da dare in pasto al pubblico – eppure è là, vera, non più addomesticabile. Per questo inquieta, ossessiona, per questo è un’immagine che non si può dimenticare.

Oplà: piroetta, saluto in camera e stretta di mano – salda, determinata – a Murray Franklin; così Joaquin Phoenix diventa definitivamente l’incarnazione del Joker. Non è più Arthur e nemmeno l’attore “gigantesco” che interpreta magnificamente un iconico-villain-dei-fumetti. Phoenix si eclissa nel Joker, lo lascia emergere senza più alcuna possibilità che la metamorfosi possa regredire allo stadio-Fleck. Questo Joker è un uomo – pur sempre un uomo, non la riuscita quanto respingente allegoria del caos della versione di Heath Ledger – che si avvera e si realizza attraverso il corpo, attraverso l’atto e la presenza scenica in uno studio televisivo, ovvero nel luogo in cui si produce realtà più che nella realtà stessa. E quindi basta testate sul muro, inutili calci ai cassonetti dell’immondizia e propositi suicidi: non è più contro di sé che Joker deve agire ma sugli altri, e poco importa che affermare la propria esistenza implichi l’eliminazione o la manipolazione altrui. Per uccidere c’è ancora una volta la maledetta pistola magica, mentre la gente di Gotham, per strada, è già pronta ad accogliere il Joker come simbolo di una violenta protesta in cui lui non crede neppure.

Phoenix, più che Fleck, sembra riapparire per l’ultima volta nella stanza dell’Arkham State Hospital, davanti alla psichiatra che lo sta interrogando. Il faccione di Joquin riempie lo schermo: è in manette, perso nei suoi pensieri mentre fuma nervosamente come Arthur – nel modo in cui fuma Joker, invece, avevamo intuito sfrontatezza e persino qualche tratto di sobria autoriflessione. Ma poi ecco la risata, stavolta fiera, consapevole, non più sofferta: non c’è bisogno, non più, di accordarsi agli altri. In precedenza, Arthur era riuscito a sintonizzarsi su una risata socialmente accettabile solo al cinema, nel corso della proiezione di Tempi moderni. Quando la psichiatra gli chiede perché ride, Arthur risponde che non ha senso spiegarlo, perché tanto non capirebbe. Magari lo fa ridere l’idea che sul legame coi Wayne avesse ragione sua madre, o forse tutto quello che gli è capitato fino a quel punto: non ha più importanza.

Subito dopo aver ammazzato la strizzacervelli riecco il Joker in azione, in fuga nei corridoi. Stavolta però la corsa non è quella dell’animale braccato come all’inizio e nel corso del film. Il percorso fiabesco, per certi versi agiografico, ma rovesciato rispetto ai nostri canoni di spettatori moralmente istruiti, è compiuto: il mondo straordinario in cui Arthur è diventato il Joker era quello apparentemente ordinario della Gotham sporca e violenta, e al contrario quello ordinario in cui si riapproda nel finale è il mondo psicotico di Joker. Un mondo in cui si è paradossalmente più liberi al chiuso, e la corsa nel bianco accecante da sogno dei corridoi di Arkham è una danza giocosa al ralenti, da fumetto. Gli infermieri non acciufferanno mai il Joker. E se ci riusciranno sarà per poco: il Joker riaffiorerà, si reincarnerà in qualcun altro. Ancora e ancora. That’s life. Possono scorrere i titoli di coda: in corsivo, tondi e sinuosi come al termine della più classica delle commedie americane.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle).
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