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Incontrando un capolavoro: “Il pane del patriarca” di Raduan Nassar

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Di un libro si sente dire necessario, si legge indispensabile, si arriva a usare, con leggerezza estrema, il termine capolavoro. Lo si fa con buoni libri, talvolta con ottimi libri. Chi scrive che un romanzo è necessario lo fa, diamo per scontato, con onestà. Chi sottolinea che tali pagine, di uno scrittore o di una scrittrice, sono un capolavoro, di sicuro in qualche momento ha sussultato, non dubitiamo che lo abbia pensato.

È capitato, a volte anche al sottoscritto, e capiterà. Ma quante volte è vero? Quante volte accostandoci a un capolavoro reale vorremmo non averlo detto di un altro? Almeno qualche volta, perché il capolavoro ogni tanto arriva, magari dal passato, magari da lontano, e si fa riconoscere, semplicemente esistendo. Non ce lo dirà più il sussulto, non sarà l’emozione di un singolo passaggio ben scritto. Ce lo racconterà la lingua pulita, potente, ce lo mostrerà l’autore già dalla prima pagina, perché ogni singola parola sarà profonda, dolce, luminosa e tagliente; ci apparirà certa, esatta, dando l’impressione di aver scavato fino in fondo e di essersi fermata lì dove il piccone non riesce a spaccare più, laggiù dove la pala non riesce a tirare su più nemmeno una manciata di terreno.

Nei primi giorni di aprile di quest’anno ho incontrato un capolavoro e ho capito che non mi avrebbe lasciato mai più. Il romanzo è Il pane del patriarca di Raduan Nassar, scritto dall’autore brasiliano nel 1975, pubblicato quest’anno da edizioni Sur – traduzione di Amina Di Munno, particolarmente riuscita, e prefazione di Emanuele Trevi, uno scritto stupendo – dopo l’uscita di Un bicchiere di rabbia dell’anno passato.

Gli occhi volti al soffitto, la nudità nella stanza; rosa, azzurra , o violacea, la stanza è inviolabile; la stanza è individuale, è un mondo, stanza cattedrale, dove nelle pause dell’angoscia si coglie, da un acerbo stelo, nella palma della mano, la rosa bianca della disperazione, poiché fra gli oggetti che la stanza consacra ci sono per primi gli oggetti del corpo.

Nassar ha scritto due romanzi e diversi racconti, poi ha detto “ciao”. Si è ritirato in campagna e ha semplicemente smesso di scrivere. Come sottolinea Trevi, lo scrittore brasiliano ha risposto più volte, ai giornalisti che glielo hanno domandato di non conoscerne il motivo e che non è poi così importante. Uno smette di fare qualunque mestiere e nessuno va a domandargli perché, smette di fare lo scrittore e tutti vogliono conoscerne le ragioni.

Trevi scrive: «E se volessimo noi dare una risposta alla domanda al quale il diretto interessato non sa che rispondere, potremmo azzardare l’ipotesi che in quelle poche decine di pagine Nassar abbia centrato ed esaurito il suo bersaglio senza bisogno di aggiungere altro.»; chi scrive è d’accordo con Emanuele Trevi sebbene sia piacevole immaginare Nassar, in mezzo alla campagna brasiliana, magari in una mattina di sole, di molti anni fa risolversi a dire: “Può bastare, non scrivo più”.

La storia che leggiamo tra le pagine de Il pane del patriarca narra le vicende di André, uno dei figli di una numerosa famiglia che vive proprio nella campagna brasiliana. Vita scandita dal lavoro nei campi e dai saldi principi religiosi e morali, stabiliti e confermati dal padre, recitati in lunghi sermoni tenuti a tavola. Una tavola in cui si prega, si ringrazia il padreterno, tutti insieme, tutti i giorni. Una famiglia che da un lato può sembrare conforto – sapere che c’è sempre chi si occupa di te e che ti protegge – e dall’altro appare prigione. Non si può scampare a un quotidiano così opprimente: preghiera e lavoro duro.

E com’era pesante lo zaino sulle mie spalle quando me ne andai da casa; attaccato alla mia schiena, abbiamo camminato come gemelli con le stesse spalle, tuorli di uno stesso uovo, con gli occhi voltati in avanti e all’indietro.

André se ne va via. Il romanzo comincia con suo fratello maggiore che lo ritrova e con André che racconta, in un misto di fervore mistico, liberatorio e sensuale, le ragioni della sua fuga e del suo smarrimento. È andato via per scampare al lavoro duro, al peso dei sermoni paterni, ma anche (e soprattutto) per sottrarsi agli impulsi sessuali che prova per una delle sue sorelle. Un vero e proprio tormento d’amore, dal sapore biblico, qualcosa che scioglie la lingua di André tra paradiso e inferno, che lo spinge a dire tutto al fratello, che lo porta a ritornare a casa, come il figliol prodigo del Vangelo di Luca.

Lì sarà preparata un’accoglienza che ha il sapore della liturgia. Vino, preghiere e balli e un discorso tra padre e figlio che va messo di forza tra i grandi passaggi della letteratura del Novecento. Nassar è un classico, leggerlo ti fa sentire come quando leggi Kafka, come quando sfogli un romanzo di Dostoevskij. Di questo stiamo parlando.

Fu quello l’istante: lei oltrepassò la soglia, girandomi intorno come se avesse girato intorno a un pezzo di legno ritto di fronte a lei, impassibile, secco, altamente infiammabile; non mi mossi, continuai a essere quella trave tesa, anche se sentivo i suoi passi folli dietro di me e intuivo che una sostanza oscura offuscava i suoi occhi.

Nassar non cerca la semplicità, la sua scrittura è un fiume che scorre rapidamente e non concede pause. È un innovatore, è sperimentale. Nel romanzo ci sono pochissimi punti, posti quasi sempre alla fine di ogni capitolo, il resto sono virgole, punti e virgole, due punti. Così che le frasi suonino e non si interrompano mai e che trasportino il lettore in un vortice di religione e sesso, pietra e terra, desiderio e perdono, angoscia e dolore, tempo perduto e ritrovato.

Frasi che sembrano un trattato di grammatica messo al servizio della narrativa. Nassar inventa un linguaggio, un suono e un modo scrivendo una storia senza tempo, perché quel tempo in cui avvengono tutte le cose è quello in cui si siede la grande letteratura.

Davanti alla porta della sala da pranzo, mi fermai: vigile ai cambiamenti, scandendo il silenzio con rigore, ecco lì il nostro vecchio orologio a muro che funzionava con precisione; ecco lì la vecchia tavola, solida, massiccia, attorno a cui la famiglia riunita consumava ogni giorno il suo cibo; uno dei capotavola, solo un angolo, era stato ricoperto da una tovaglia bianca, su cui c’era il pasto che mi aspettava; accanto, in piedi, con il corpo robusto immobile, stava la madre, stringendo sugli occhi un fazzoletto spiegazzato che abbassò nell’avvertire la mia presenza; e fu solo allora che riuscii a vedere, malgrado la luce che brillava nei suoi occhi, lo scempio che avevo gettato su quel volto.

Leggiamo e sussultiamo, ci perdiamo e ritroviamo, avvertiamo il tormento di André, il turbamento di sua sorella, l’apparente remissività della madre, la fermezza del padre e la sua momentanea confusione. Lo avvertiamo quasi fisicamente, vediamo ogni cosa, perché ogni cosa è disegnata senza essere troppo descritta, ogni parola è esatta al punto da mettere quasi paura.

«All’improvviso, dove ci aspettavamo il tessuto, percepiamo il fiato.», scrive Trevi. Nassar rende il pensiero fatto parlato, il delirio della mente di André viene visto da dentro, le parole tutte quante ci mettono dietro gli occhi del protagonista e da lassù vediamo ogni cosa come lui la vede. Ogni termine è perentorio, ogni aggettivo è carezza. Se la storia sgomenta, la lingua ci appaga e ci consegna nelle mani dell’opera letteraria che è, stavolta sì, la Bibbia che andiamo cercando.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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