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Il lavoro dell’attore: incontro con Ascanio Celestini

 

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(fonte immagine)

di Gianmarco Di Traglia

“Secondo me, un attore non può pensare di essere solamente un attore”, esordisce Celestini sorridendo tra il blu, il rosso, il verde ed il giallo dell’arcobaleno tessile creato dalle poltrone del teatro Palladium. Voglio essere chiaro, l’ho ingannato. L’ho incontrato diverse volte con il pretesto di dovergli rivolgere delle domande per conto di una radio locale, ma alla fine era solo un modo per incontrarlo e sapere cosa ne pensava di questo o di quello. Conoscere Celestini che seguivo dalla Dandini e che leggevo e rileggevo voracemente e che riusciva a comunicare in maniera diretta con me, allora sedicenne.

In verità la radio esisteva, era una radio pirata che avevo fondato assieme ad un mio amico, nella sua camera. Il segnale oscurava quello di un’altra emittente ed era debole, quindi più che locale la radio era intercondominiale potremmo dire. Ad ogni modo, Ascanio continuando a sorridere osserva“L’attore scrive, anche se non con le parole. La scrittura scenica è composta principalmente dall’attore. Che poi ci sia un regista a dare un sostegno e un drammaturgo  a dare una struttura è importante, ma al di la di tutto l’attore è uno scrittore”.

Il suo consiglio è fortemente chiaro e semplice. Studiare, leggere, scrivere. Celestini mi fa notare che in Italia la maggior parte di quelli che portano in scena un qualcosa di interessante, riescono perché si sono trovati un gruppo “e non perché sostengono migliaia di provini, girando per centinaia di compagnie, quindi” prosegue “a mio avviso è necessario trovare un gruppo di persone con le quali portare avanti una propria idea di teatro”.

Mi interrogo ed interrogo lui sul rischio di perdere un’idea di teatro con lo sfrenato eccesso di sostenere provini su provini e lui mi risponde “se cominci a fare provini a rotta di collo finisci per lavorare al servizio degli altri, ammesso poi che in questo “teatrificio” dove si producono spettacoli a rotta di collo ci sia un’idea di teatro”. Mi sembra di capire che la soluzione sia passare ai margini delle grandi compagnie, per non rischiare di essere avviluppato in questo modo di fare e in un determinato ambiente. “Il mondo del teatro è uno strano settore del mercato del lavoro. C’è una grande parte di manovalanza e di precariato, come del resto accade in altri settori, che sostiene ciò che emerge”. Esemplificando, prosegue: “Mettiamo che una compagnia sia formata da quindici persone. Dieci di loro prendono la minima sindacale, in realtà cinque di questi dieci neanche la prendono se non formalmente, fino a poco tempo fa almeno gli attori avevano il sussidio di disoccupazione mentre ora lo hanno solo i tecnici, ad ogni modo, i restanti cinque membri della compagnia, magari, prendono cifre esorbitanti. È anche così questo settore. Per questo è meglio cercare la propria strada al lato delle grandi compagnie, anche perché spesso fanno cose poco interessanti, per bisogni ministeriali, perché lì stanno i soldi; e perché spesso fanno lavori che non hanno nulla a che vedere con la scrittura scenica ed il teatro”.

Girare un po’ l’Europa in cerca di un teatro diverso, non necessariamente migliore o peggiore, ma diverso, questo è un altro consiglio che sono riuscito a comprendere conversando con lui. E ancora: occorre distinguere tra il successo e la fama, e tornare a puntare sull’idea. “Il successo e la fama sono due cose molto distanti, anche se non sembra”, dice Celestini. “Mio padre, ad esempio, era un artigiano di successo poiché non gli mancava mai il lavoro e ha potuto costruire una casa e campare una famiglia. Qualche tempo fa parlavo con Marco Paolini del fatto che spesso gli imprenditori non mettono un tetto, un limite, su quello che vogliono guadagnare. Per non perdere la testa dobbiamo fissare un obiettivo, raggiungerlo e fermarci. Non andare sempre oltre incessantemente perdendo la testa”.

Rimanere nel proprio spazio, non solamente scenico – un’ultima fondamentale osservazione da tenere a mente. Siamo esseri finiti, dopotutto.

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