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India – La fine e i fini del prestigiatore Terzi

Pubblichiamo due articoli di Matteo Miavaldi, usciti su China Files, scritti per Il Manifesto e pubblicati il 26 e 27 marzo. (Fonte immagine: Europa.)

di Matteo Miavaldi

Undici giorni di follia diplomatica con due pescatori morti sulle spalle

Dopo undici giorni di ordinaria follia diplomatica, dal 22 marzo qui in India si è tornati ad aspettare che la spinosa vicenda dei due marò, dopo oltre tredici mesi, raggiunga finalmente una conclusione. Il sottosegretario agli Esteri Staffan De Mistura, in un tour de force che lo ha portato negli studi televisivi di tutti i canali in lingua inglese dell’etere indiano, è stato molto chiaro: qualsiasi sia la conclusione, basta che arrivi in fretta.

Il travagliato iter legale dei due fucilieri del reggimento San Marco Salvatore Girone e Massimiliano Latorre inizia, secondo la vulgata, con un tranello. In questi mesi la diplomazia italiana ha sostenuto, ed ora con maggior forza lo rivendica, che la petroliera Enrica Lexie la sera del 15 febbraio 2012 sia stata attirata al porto di Kochi, Kerala meridionale, con un bieco tranello tirato dalla guardia costiera indiana.

Ci sono oggi alcuni fatti accettati anche dalla difesa dei due marò in India. L’Enrica Lexie, intorno alle 16:30, si trovava a 20.5 miglia dalla costa indiana: non in acque internazionali né territoriali, bensì entro le 24 miglia della zona contigua, il tratto di mare adiacente al mare territoriale in cui lo stato può estendere la propria giurisdizione nelle materie di immigrazione, fiscali e doganali ed altre finalità legali a diritti fondamentali.

In India il Maritime Zone Act del 1976 estende la giurisdizione alla zona contigua al fine di mantenere la “sicurezza della Nazione”. In aggiunta, secondo la section 188a del codice di procedura criminale indiano – introdotta tramite notificazione dal governo – la giurisdizione è estesa addirittura fino alle 200 miglia nautiche, come negli Usa durante il proibizionismo e attualmente al largo delle coste della Cina.

Gli spari dei due marò, dicono i test balistici condotti in India alla presenza di due tecnici italiani, hanno ucciso due pescatori indiani a bordo del peschereccio St. Antony. Il peschereccio indiano lancia l’allarme e, dopo due ore e mezza dal fatto, vengono contattate via radio le imbarcazioni sospettate di essere coinvolte nel presunto “attacco pirata”: l’Enrica Lexie, la Kamome Victoria, la Giovanni e la Ocean Breeze.

Delle quattro l’unica a rispondere affermativamente è l’Enrica Lexie. “Abbiamo respinto dei pirati” dicono alle autorità indiane. Ma ora è tutto sotto controllo, il peggio è passato, e infatti l’Enrica Lexie sta continuando lungo la rotta prestabilita. In due ore e mezza, contravvenendo ai protocolli standard, la petroliera si era allontanata di ben 70 km dalla “scena del delitto” senza avvertire nessuno.

Le autorità indiane intimano al capitano Vitielli di invertire la rotta e tornare al porto di Kochi per chiarire tutta la faccenda, adducendo la scusa di un “riconoscimento dell’imbarcazione”. Oltre al monito verbale, dalla costa indiana salpano i due pattugliatori Shamar e Lakshmi Bhai e decolla l’aereo di sorveglianza marittima Dornier Do 228, per assicurarsi che l’Enrica Lexie torni ad attraccare in territorio indiano.

Se di tranello si è trattato, sarebbe interessante capire come mai dall’Enrica Lexie non sia arrivato nessun segnale di allarme o di attacco pirata sventato, comportamento che ha fatto sospettare la guardia costiera indiana di una fuga verso acque lontane, con due cadaveri alle spalle.

I due sottufficiali vengono arrestati solo quattro giorni dopo, il 19 febbraio, dopo una serie di interrogatori effettuati a bordo dell’Enrica Lexie da parte degli inquirenti indiani.

Inizia così l’odissea legale, con un primo procedimento penale aperto nella Corte distrettuale di Kollam al quale seguono ricorsi dell’Italia che, nel frattempo, cambia tre versioni: “non siamo stati noi, ha sparato qualcun’altro”; “siamo stati noi ma ci siamo confusi e comunque eravamo in acque internazionali”; “siamo stati noi, li abbiamo scambiati per pirati, ma siamo militari in servizio, abbiamo l’immunità e inoltre eravamo in acque internazionali”.

Interpellata dalla diplomazia italiana, coi fisiologici ritardi della burocrazia indiana e le pressioni del governo del Kerala, intenzionato a tenere il processo a Kollam per potersi mostrare ai propri elettori come un esecutivo forte e dalla parte del popolo, la Corte suprema indiana il 18 gennaio raggiunge un primo verdetto: dice che la giurisdizione non può essere dello stato del Kerala – la cui competenza finisce entro le 12 miglia – ma rileva un possibile concorso di giurisdizione tra Italia e India.

Ordina quindi la formazione di una Corte speciale col compito di dirimere prima di tutto la questione giurisdizionale, poi quella dell’eventuale immunità funzionale – si discute se difendere una petroliera privata sia esercitare le funzioni di militare e non di contractor – e, se la giurisdizione sarà negata all’Italia assieme all’immunità dei marò, istruire un nuovo processo che veda come imputati Latorre e Girone.

La dicitura Corte speciale, in Italia, ha creato qualche incomprensione, riportando alla memoria i tribunali speciali di epoca fascista. In India invece la formazione di Corti speciali è pratica molto comune, garanzia di terzietà e autorevolezza in casi spinosi o di profondo interesse nazionale come stupri, corruzione, terrorismo.

In attesa della sentenza della Corte, che potrebbe aprire i lavori già dal 2 aprile, le ipotesi a questo punto sono tre: una condanna in India coi marò che sconteranno la pena in carceri italiane, secondo un accordo bilaterale firmato a fine dicembre tra Italia e India; lo spostamento del processo in Italia; il ricorso ad un arbitrato internazionale, magari al Tribunale del mare di Amburgo.

In ogni caso di una cosa siamo certi: ai marò non sarà comminata la pena di morte. Dal 1995 ad oggi i boia indiani hanno sentenziato uno stupratore, un serial killer e due terroristi (tra cui il kashmiro Afzal Guru, che forse terrorista non era). I marò non sarebbero rientrati nella categoria dei condannabili a morte. E non ci voleva alcuna lettera di rassicurazione dall’India, sarebbe bastata la conoscenza dei precedenti indiani. E un pizzico di buon senso.

La ricostruzione fa acqua

Lo show dell’informativa dell’ormai ex ministro Terzi è stato infarcito nella sua interezza di mistificazioni, frasi dette a metà, omissioni. Proviamo ad integrarlo per avere una visione più completa del complesso caso dei due marò, un ginepraio di codici internazionali e ricostruzioni caotiche dell’incidente del 15 febbraio 2012, quando i sottufficiali di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno sparato contro il peschereccio indiano St. Antony.

Terzi, davanti alla camera dei deputati, ha sostenuto che anche l’India avesse ammesso che l’Enrica Lexie, quel pomeriggio, si trovasse “in acque internazionali”: affermazione che non trova alcun riscontro in nessuna dichiarazione ufficiale delle autorità indiane né, tantomeno, nella lunga sentenza pronunciata dalla Corte suprema indiana il 18 gennaio, pubblicata in versione integrale sul sito della massima corte indiana. Nelle oltre cento pagine non si dice mai “acque internazionali”, bensì “non in acque territoriali”, che sembra la stessa cosa ma non lo è.

La petroliera italiana, dicono le rilevazioni satellitari e ammette la stessa difesa dei due marò in India, si trovava a 20,5 miglia dalla costa del Kerala, nella cosiddetta zona contigua, tratto di mare dove, secondo la United Nations Convention on the Law of the Sea (Unclos), si estende fino a 24 miglia. In quell’area la giurisdizione dello stato è limitata a questioni di fisco, immigrazione, sanità e dogana: quindi, seppure non c’entri direttamente col nostro caso, la zona contigua non rientra nelle acque internazionali.

Quando Terzi dice che la giurisdizione secondo le leggi internazionali è italiana, si dimentica di ravvedere che sì, l’India ha firmato e accettato la Unclos, ma l’ha fatto con due riserve, cioè dichiarando di non aderire a due punti della Convenzione.

La prima riserva (articoli 287 e 298) ha proprio a che fare con le indicazioni circa la delimitazione della giurisdizione nazionale nelle acque fino a 200 miglia (zona economica esclusiva). In sostanza, l’India difende il diritto di decidere, caso per caso, come procedere qualora si verificassero reati commessi entro 200 miglia dalla costa. In virtù di questa riserva, infatti, il codice di procedura criminale indiano con la section 188a estende la completa giurisdizione dello stato fino alle 200 miglia nautiche. Tradotto dal legalese: l’India potrebbe avere solide basi per decidere di avocare a sé la giurisdizione del caso Enrica Lexie.

La seconda riserva, ancora più pertinente, indica che l’India “interpreta che le disposizioni della Convenzione non autorizzano altri Stati a procedere, entro la zona economica esclusiva […] a manovre o esercizi militari, in particolare quelle che coinvolgano uso di armi da fuoco o esplosivi, senza il consenso dello Stato costiero”. Ovvero, la presenza di due militari italiani che sparano entro 200 miglia dalla costa indiana, senza un permesso esplicito di Delhi, è da ritenersi illegale. E il permesso di Delhi, l’Italia, non ce l’ha.

Quando l’Enrica Lexie ha attraccato al porto di Kochi – per un corto circuito della catena di comando che, nella convenzione firmata da Ministero della Difesa e Confitarma (Confederazione italiana armatori) nel 2011, conferisce al capitano della nave il diritto di decidere la rotta – all’arresto dei due marò inizia in India un iter giuridico che, come in tutte le democrazie del mondo, è indipendente dal potere esecutivo. Le pressioni diplomatiche, quindi, devono comunque sottostare alla conclusione naturale del processo dei due marò in India: la Corte suprema, giustamente, non ammette influenze del governo.

La sentenza della Corte speciale si occuperà proprio di questo: dirimere la spinosa disputa sulla giurisdizione, valutando se riconoscere l’immunità funzionale di Latorre e Girone. Se la Corte li considererà come militari in servizio, allora il processo sarà spostato in Italia. Ma se dovesse prevalere l’interpretazione che due marò a difesa di una nave privata non stanno svolgendo funzioni da militari, bensì di contractors, allora le chance di vedere un ritorno dei due fucilieri in Italia da imputati e non da condannati non sono molte.

Terzi, nel suo discorso, ha anche sostenuto che la Corte suprema, il 18 gennaio, avesse concordato sul fatto che fosse necessaria una risoluzione del caso in un contesto internazionale. Ma la sentenza dice un’altra cosa: la Corte aveva confermato temporaneamente la giurisdizione all’India, dando il compito alla Corte speciale di pronunciasi definitivamente sul caso e invitando la difesa dei marò, nella prossima udienza, a contestare la giurisdizione indiana rifacendosi all’articolo 100 della Unclos, che esorta le parti in causa alla massima collaborazione nella lotta antipirateria mondiale.

Quindi, se di arbitrato internazionale si parlerà, per l’India lo si farà solamente dopo la sentenza definitiva della Corte speciale che, lo ribadiamo, non ha niente a che vedere coi tribunali speciali fascisti, ma è una prerogativa indiana utilizzata non di rado in casi particolarmente spinosi o di alta rilevanza nazionale. In India la Corte speciale è la massima espressione della terzietà ed autorevolezza del sistema giuridico, non uno stratagemma per sospendere i diritti degli imputati.

Altra dichiarazione grave, Terzi ha ritenuto che “il Governo indiano si era appunto rifiutato di dar seguito alla stessa sentenza della loro Corte Suprema, laddove stabiliva che essendo avvenuto il fatto in acque internazionale sarebbe dovuta essere la Convenzione Onu per il diritto marittimo a regolare la vertenza”: una tesi insostenibile, partendo dal presupposto elementare della divisione dei poteri nelle democrazie del globo terracqueo, e soprattutto infamante per l’esecutivo di Delhi, raccontando una spaccatura tra il governo e la Corte che, in India, non è mai avvenuta.

Queste imprecisioni, e usiamo un eufemismo, andranno in conto alla valutazione dell’operato del tecnico Giulio Terzi di Sant’Agata nel suo anno a capo della Farnesina.

[Foto credit: europaquotidiano.it;

Commenti
8 Commenti a “India – La fine e i fini del prestigiatore Terzi”
  1. bortocal scrive:

    ricostruzione esemplare, grazie

  2. Enrico Marsili scrive:

    La ricostruzione e` molto interessante, per la precisione con cui descrive alcuni dei problemi legali di questa vicenda.
    Non una parola, pero` sulla parte tecnica, cioe` le analisi balistiche, le analisi sul peschereccio, etc. Sono stati i fucili degli italiani a sparare quei colpi? Come? Quali erano le regole di ingaggio? Dove e` stato colpito il peschereccio? Aspettiamo il lavoro della corte o si sa qualcosa?

    Interessante, e probabilmente dirimente, e` l`errore iniziale (tutto Italiano) di mandare dei militari (funzionari statali) invece che dei contractor privati. Da li` in poi, e` tutta discesa per l`India, visto che si e` elevato al rango di controversia internazionale quello che poteva essere un semplice incidente con dei morti (alle cui famiglie va, ovviamente, il risarcimento e la solidarieta` dell`Italia).

    Aggiungo che questa crisi diplomatica ha creato strascichi piuttosto fastidiosi, in termini di visti negati e di problemi alla frontiera, da tutte e due le parti. Sarebbe ora di accettare la sconfitta diplomatica e pensare a come evitare in futuro simili problemi. Magari le compagnie potrebbero pagarsi una squadra di mercenari, con piu` liberta` di movimento, invece che richiedere l`aiuto dell`Esercito, che si dovrebbe muovere solo per emergenze interne o internazionali, non per fare la scorta a un barile di petrolio.

  3. bortocal scrive:

    il commento di Marsili mi pare altrettanto interessante, mi permetto di riutilizzarlo sul mio blog.

    vorrei dire che sì, le perizie balistiche hanno dimostrato che i colpi sono stati sparati dalla petroliera e le testimonianze non lasciano dubbi sul fatto che siano stati i marò.

    un particolare inquietante è che non sono stati sparati con le armi di ordinanza ma con armi il cui uso era interdetto, motivo per il quale i marò sono indagati dalla Procura Militare.

  4. giuseppe scrive:

    E’ l’ennesima figuraccia. E sì che l’Italia non ha mai avuto una politica estera credibile. Però il governo Monti ha raggiunto il colmo dell’incongruenza nei confronti dell’India.

  5. klement scrive:

    Era stato notato dallo stesso autore che la missione antipirateria era in Somalia e dintorni. Ammettiamo che per questioni tecniche gli armati non potevano imbarcarsi a metà strada, ma comunque davanti all’India potevano solo transitare e non sparare. Lì nessuno li aveva chiamati a esercitare le funzioni di polizia giudiziaria attribuite da La Russa, per cui l’unica motivazione può essere la legittima difesa, nel caso si dimostri che oggettivamente i pescatori sembravano pirati, p.e. per l’assenza di bandiera.
    Molto più terra terra, le autostrade sono competenza della Polizia stradale, per cui se un vigile le usa per spostarsi pure da un capo all’altro del suo Comune è un automobilista come gli altri, senza poter multare, arrestare e meno che mai sparare. E le Guardie Forestali essendo un corpo armato talvolta con permessi speciali attraversano un pezzo di territorio estero per raggiungere zone montane remote, ma neppure si possono sognare di esercitare nessun tipo di autorità o uso di armi.
    Alla radice, come parzialmente notato da Barberini in http://www.questionegiustizia.it, per fermare, inseguire o ispezionare navi sospettate di pirateria si deve essere su navi chiaramente riconoscibili come militari o comunque di corpo governativo. Una petroliera non può neppure fisicamente essere usata per operazioni di polizia, quindi militari o no i fucilieri agiscono da contractors. Pagati e richiesti dall’armatore, che invece dovrebbe essere lui pagato dalla Marina se esercitasse il trasporto di una missione pubblica.
    Altro che offendersi per l’equiparazione a delinquenti comuni, perché se i due fossero stati considerati militari in servizio, allora gli spari diventavano un atto di guerra non dichiarata

  6. gregor scrive:

    Invece di brontolare moralisticamente per il tranello, che qualunque polizia userebbe per incastrare, meglio usarlo nella difesa.
    Se la Guardia costiera indiana chiede di andare a Cochi per riconoscere i pirati, come fa ora la Nia a negare che i pescatori apparissero come tali?

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  1. […] una ricostruzione esemplare della vicenda dei marò nei due articoli di Matteo Miavaldi, usciti su China Files, scritti per Il Manifesto e pubblicati il 26 e 27 marzo: li potete leggere qui. […]

  2. […] > Giulio Terzi si è dimesso. In Parlamento l’ex ministro degli Esteri ha spiegato le sue ragioni. Ma omissioni e mistificazioni non mancano. Così quando Terzi afferma che l’India ha ammesso che la nave dei due soldati al momento dell’uccisione dei pescatori indiani si trovava in acque internazionali e che la giurisdizione del caso, per le leggi internazionali, sarebbe italiana, dice il falso. Tra fact checking e riflessioni, ricostruita l’intera vicenda dei marò. Minima&moralia – La fine e i fini del prestigiatore Terzi […]



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