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“L’infanzia di Gesù” di Coetzee è il primo libro cardine degli anni Dieci?

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Giorni dopo aver letto L’infanzia di Gesù, l’ultimo libro del premio Nobel 2003 J.M. Coetzee, ho sentito un bisogno forte di cercare quanto più si potesse trovare in rete sull’argomento, convinto che ruminare per conto mio avrebbe risolto poco rispetto a certe cose del libro che a tutti i costi non mi si chiarivano.

Ho visto che, tra gli altri, Joyce Carol Oates ne aveva parlato sul New York Times, Benjamin Markovits sul Guardian, Jason Farago su New Republic, Roger Bellin sulla Los Angeles Review of Books.

Si tratta di recensioni lunghe e ragionate, quasi tutte elogiative se non entusiastiche, che hanno un interessante aspetto comune – al di là della ricorsività un po’ telefonata di alcune parole chiave (enigma, filosofia, allegoria, Kafka) – in una sorta di sospensione del giudizio di fronte all’impenetrabilità di certi nodi del libro, quasi che Coetzee volasse talmente più in alto delle normali rotte letterarie da risultare invisibile al radar dei critici. Oppure, volendo rimanere in tema, come se da terra guardassero a occhio nudo un aereo volare ad alta quota, senza poter sapere da dove sia partito né dove sia diretto, ma non per questo mettendone in dubbio il senso stesso del volo o mancando di provare una sensazione di deferenza nel seguirne in cielo la traiettoria dritta e decisa.

Addirittura la Oates si augurava che Elizabeth Costello in persona si potesse un giorno scomodare per farci luce sui misteri del libro.

Qual è il meccanismo attraverso il quale Coetzee riesce a incutere una tale sudditanza, un tale timore reverenziale nei lettori più navigati?

Una chiave possibile ce la dà il filosofo australiano Raimond Gaita, su youtube, in un ampio e articolato confronto riguardo L’infanzia di Gesù.

«– Quello che ho sentito leggendo il libro, dopo aver anche riletto i lavori precedenti di Coetzee, è quanto mi fidavo di lui.

– In che senso si fidava di lui?

– Mi fido della sua serietà».

Su questo punto davvero niente da eccepire; è una serietà che origina da un certo tipo d’intransigenza in primo luogo nei confronti della letteratura: ancora prima del sussiego emozionato con il quale lo abbiamo visto ricevere la medaglia dal Re di Svezia o della voce salmodiante e ipnotica che usa per leggere in pubblico, ci sono i suoi libri che potrebbero essere paragonati alle sequenze iniziali di Full Metal Jacket per il modo in cui la narrazione, con il suo ritmo aggressivo, implacabile eppure controllato, modulare, interdice ogni via di fuga dell’immaginazione e costringe lì chi legge, annichilito, senza la libertà di vedere altro e oltre.

Coetzee con la trilogia delle Scene di vita di provincia ha sterilizzato in anticipo di dieci anni il dibattito fiction/non-fiction tramite il semplice uso del pronome he. Ha osato talmente tanto da inoculare il virus Elizabeth Costello in un corpo perfettamente sano come Slow man con il risultato di invigorire quest’ultimo. Ha reinventato i concetti di derivazione e di riscrittura con Aspettando i barbari o Foe nel quale Defoe sembra diventare un personaggio di fantasia di Robinson Crusoe. Ha scritto il capolavoro La vita e il tempo di Michael K in cui, unico scrittore nella storia del Novecento, si appropria di Kafka, ci si sovrappone perfettamente, lo scarnifica e insieme lo adorna.

Insomma, poiché a Coetzee riesce più o meno tutto – e in virtù di ciò può vantare un credito inesauribile –, nel caso de L’infanzia di Gesù, che è un libro impenetrabile a qualsiasi chiave di lettura in grado di offrire una visione d’insieme, fasciati nella nostra bandiera bianca, possiamo legittimamente sospettare di trovarci di fronte al grande libro degli anni Dieci del Ventunesimo secolo.

Una breve sinossi de L’infanzia di Gesù.

Un uomo e un bambino sbarcano in una terra di cui poco ci è detto ma che si intuisce essere ben organizzata su un modello vagamente socialista; all’arrivo viene loro assegnato un nome (Simón  all’uomo; Davíd al bambino), un’età (quarantacinque anni; cinque anni), un lavoro come scaricatore di stive di navi all’uomo, un alloggio. Viene loro insegnata una nuova lingua: lo spagnolo.

Uguale sorte è toccata in precedenza a tutti gli abitanti del paese, emigrati senza reminiscenza della vita precedente (dice Simón “È vero: non ho ricordi. Ma mi restano delle immagini, delle ombre. Non so spiegare come sia. Rimane anche qualcosa di più profondo che chiamo la memoria del ricordo”), privi di una vera e propria ostilità quanto piuttosto compassati, come privi di libido, la Oates li definisce zombie benevoli.

Simón è convinto di poter riconoscere la madre di Davíd, che è certo si trovi nel nuovo paese, sebbene non ne conosca il nome e non l’abbia mai vista. La individua in una donna che gioca a tennis con i due fratelli in un resort impercettibilmente allucinato chiamato La residencia.

Davíd, Inés – il nome della donna – e il cane pastore Bolívar si trasferiscono nell’alloggio di Simón. Il bambino inizia a mostrare segni d’insofferenza all’apprendimento e più in generale alla logica comune: si rifiuta di imparare a leggere utilizzando le lettere dell’alfabeto preferendo invece memorizzare le singole parole del Don Chisciotte, ha resistenze filosofiche nell’affrontare la numerazione, assecondato dalla madre rivendica un proprio approccio idiosincratico al metodo e al merito. Al momento di confrontarsi con l’istruzione obbligatoria entra in conflitto con l’autorità scolastica ed è per questo destinato a un centro correzionale.

Inés e Simón decidono di fuggire con il bambino.

A questo punto qualcuno potrebbe chiedere ragione del titolo: perché Gesù? È necessario precisare che a margine di una lettura dal libro all’Università di Città del Capo, Coetzee aveva dichiarato: “Ho sperato che il libro potesse uscire senza copertina e senza titolo, così che solo dopo aver letto l’ultima pagina il lettore trovasse il titolo, ossia L’infanzia di Gesù. Ma nell’attuale industria editoriale ciò non è permesso”.

Non sapremo mai se tutte le innumerevoli coincidenze tra la vicenda di Davíd e quella di Gesù rispondano a una logica intrinseca, a un disegno coerente e mirato fatto di corrispondenze e allusioni, o se siano almeno in parte una sorta di divertissement di concordanze, quello che è certo è che l’attuale industria editoriale ci ha privati di uno dei momenti epifanici più significativi della storia della letteratura.

Avremmo in caso contrario trovato conferma di un presentimento o saremmo rimasti spiazzati? Senza quel titolo avremmo avuto un elemento in più o un elemento in meno per capire? Avremmo capito meglio o diversamente ragionando a posteriori? Come avremmo interpretato Davíd che scrive alla lavagna Yo soy la verdad, Simón che dice “Se questo bambino fosse il solo tra noi con gli occhi per vedere?”, avremmo preso l’eccezionalità di Davíd per un disturbo autistico? Può ancora valere questa lettura alla luce del titolo?

E quanto c’è in Davíd del bambino nevrotico di Infanzia, il primo segmento delle Scene di vita di provincia datato 1997? La stessa madre totale (“nel ruolo di sua incerta sostenitrice e ansiosa protettrice”), gli stessi due fratelli ferini (“dormono sul divano, si alzano alle undici del mattino, ciondolano per la casa per ore, mezzi nudi, in disordine”), le stesse scene che riprendono e si ampliano da dove erano state interrotte sedici anni prima (“sua madre in compagnia di altre donne in lunghi abiti bianchi, con tanto di racchette da tennis, in quello che pare il cuore del veld, sua madre con il braccio sul collo di un cane, un pastore tedesco”). E forse e soprattutto lo stesso bambino che “sa che in lui c’è qualcosa di speciale” e che intuisce che “Dipende da lui andare, in un modo o nell’altro, oltre l’infanzia, oltre la famiglia e la scuola, per cominciare una vita nuova”.

Coetzee ci sta raccontando la stessa storia? I grandi scrittori scrivono una sola, inesauribile storia.

Torniamo a Gesù. Nel video di cui parlavo in precedenza, Raimond Gaita individua nella questione della lingua il nesso fondamentale del parallelismo Davíd-Gesù.

Nel paese si parla lo spagnolo ma come lingua franca; in corsi intensivi è insegnato ai nuovi arrivati nel centro di prima accoglienza. Nessuno parla la propria lingua madre. Interrogandosi sul significato dell’amnesia collettiva che colpisce i nuovi arrivati come una prerogativa di ingresso nel paese, dice Gaita: «La lingua ha una storia profonda. Gli abitanti non hanno memoria perché si tratta di un posto dove la lingua non ha storia».

La stessa lingua di Coetzee, un inglese (tradotto come sempre con assoluto dominio da Maria Baiocchi) che traslittera lo spagnolo esemplare e cattedratico in cui si esprimono i personaggi, è una mimesi riuscitissima del grado assoluto della parola, disadorna fino a sfiorare l’ottusità ma costantemente inquisitiva, speculativa; dura come una roccia, corazzata, poiché diffidente o addirittura inconsapevole delle proprie possibilità.

Azzarderei a dire che L’infanzia di Gesù è un libro interamente scritto in lingua franca; provate a estrapolare una frase o un gruppo di frasi da una pagina a caso del libro, sarete presi dalla strana sensazione che Coetzee abbia perso colpi: non uno spunto, non un guizzo, di contro un’attenzione quasi pedante allo sviluppo della scena, a volte la triste ombra della banalità.

Ora prendete il Vangelo e leggete le parti in cui parla Gesù; che lingua parla Gesù? Sembra esprimersi con un misto di sufficienza e piattezza; gli vedo gli occhi della mucca che guarda passare il treno.

Per ultimo prendete un libro di Kafka, riflettete sulla geometria delle sue frasi con l’inconfondibile nodo ingarbugliabile nel mezzo che si scioglie per magia con le ultime quattro, cinque parole.

Cos’hanno queste tre lingue in comune? Non vi sembra in tutti e tre i casi una lingua celeste che muove i primi passi, nella sua autosufficienza come in guerra con la lingua degli uomini, imbevuta dell’ironia della sua natura paradossale; una parabola di Gesù o un racconto di Kafka si prendono gioco dell’uomo allo stesso modo, dietro la sicumera c’è un sorriso nient’affatto sprezzante, il sorriso di un Buddha che gongola.

Così Coetzee decide di percorrere la stessa strada; conia una lingua senza storia, senza nazione, che sgombri un campo da cui si possa ripartire da zero: non un ricordo, non uno sguardo indietro, bisogna essere privi di zavorre per la buona novella.

Per quale altro motivo Davíd dovrebbe imparare la nuova lingua dal Don Chisciotte se non per la sua natura seminale di ur-libro (un Don Chisciotte per l’occasione non scritto da Cervantes)? Perché rifiuta la griglia dell’alfabeto ovvero le sbarre della lingua se non per sostituire alla logica la fede?

Davíd ha problemi con i numeri: non capisce come possano procedere l’uno dall’altro, ne ha paura.

È come se i numeri fossero isole che galleggiano nel grande mare nero del nulla e gli si chiedesse ogni volta di chiudere gli occhi e lanciarsi nel vuoto. «E se cado? – è quello che si chiede. – E se cado e continuo a cadere per sempre?»”.

Dice Gaita: «Davíd ha paura di cadere in una fessura tra i numeri, un buco tra i numeri. Per passare da una di queste isole all’altra c’è bisogno di un atto e forse di un atto di fede (one needs a leap and perhaps a leap of faith)».

Al platonismo dei compagni scaricatori di Simón che passano i pomeriggi nella classe serale di filosofia a riflettere sul concetto di sedia, Davíd contrappone con la sua ostinazione incomprensibile lo scandalo del messaggio cristiano: dimenticate il passato, siate pronti ad abbandonare vostro padre e vostra madre e a imparare una lingua che non comprendete, siate pronti alla vita nuova.

Lo stesso atto di fede, lo stesso salto nel vuoto, ce lo chiede Coetzee per leggere L’infanzia di Gesù e – la cosa più incoraggiante di tutte – sembriamo tutti disposti a farlo.

Rocco Fischetti è nato a Roma nel 1984. È laureato in letterature straniere.
Commenti
7 Commenti a ““L’infanzia di Gesù” di Coetzee è il primo libro cardine degli anni Dieci?”
  1. Franko B scrive:

    Grande pezzo. Alta qualità. Alta civiltà. L’Italia rinasce anche su piccole cose come queste. Paragonatela alla monnezza quotidiana del giornalismo culturale. Grazie Rocco Fischetti.

  2. Jacopo scrive:

    “prendete il Vangelo e leggete le parti in cui parla Gesù”. QUALE vangelo? Vi sembra veramente che la lingua in cui parla nei Sinottici sia la stessa in cui parla secondo Giovanni? Andiamoci piano.

  3. xelle scrive:

    Condivido pienamente il bel commento al libro. Credo che segnerá una svolta per autore utile ad avvicinarlo a un pubblico ancora più vasto.. Apprezzo molto Coetzee e sono reduce da una rilettura di Età di ferro. Cosa ne dice Rocco Fischetti?

  4. gynepraio scrive:

    Questo solo per ricordarvi il vero nome di Coetzee
    http://gynepraio.com/2014/02/28/il-nientino/

  5. bella recensione che rende lo stupore che gira dentro alla fine del romanzo. sono pervaso da smarrimento, e aggiungo che da tanto non mi capitava di non sapere cosa pensare di un libro.
    forse lo dovrò far sedimentare, chissà.

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