l'inganno

Ingannato sia l’uomo, ingannate siano le donne dell’ultimo film di Sofia Coppola

l'inganno

Quanto può essere difficile avvicinarsi all’Altro quando ci si è costruititi la nostra corazza di certezze e rassicurazioni? Quando il consueto non lascia spazio alla sorpresa, al rischio? Cosa accade quando la cornice protettiva che la società vuole per noi, la corazza che ci teniamo stretta poiché è la sola che conosciamo e ci porta conforto, viene incrinata, sbalestrata, e, nell’infrangersi, minaccia di far crollare tutto? E prima di tutto il terreno sui cui, con la dovuta noncuranza, abbiamo da sempre appoggiato i nostri piedi?

L’arrivo del caporale John McBurney (Colin Farrell) nella vita delle sette donne dell’ultimo film di Sofia Coppola ha la portata dello sbarco di un extra-terrestre, eppure John McBurney viene dalla terra.

La terra lo “catapulta” nel bosco, nella zona limite, al confine, all’ombra di un albero, a ridosso del tronco dove crescono i funghi, quelli buoni e quelli fatali. Su quel terreno si affaccia un collegio femminile. È il collegio dove, api operaie diligenti e ricolme di abnegazione, risiedono sette educande di età diversa.

È solo questo a distinguerle, l’età. Miss Martha (Nicole Kidman), Edwina (Kirsten Dunst), Alicia (Elle Fanning) si differenziano l’una dall’altra per l’attitudine comportamentale che l’anagrafe comanda, ma potrebbero essere la stessa persona, fotografata in momenti diversi della vita. Non vi è un’identità definita, non un vissuto o un passato da raccontare che possa distinguerle, ci sono i ruoli che ciascuna ricopre nel microcosmo. La Kidman, il capofamiglia, è la madre senza marito, la Dunst la figlia adulta in cerca dell’amore, la Fanning è l’adolescente inquieta. E poi ci sono le quattro bambine senza padre di cui le “sorelle” maggiori si prendono cura.

Quello del collegio è un nucleo familiare autonomo, rodato, funzionante, aziendalmente ineccepibile. Il collegio reagisce come gruppo, questa è la dinamica che lo caratterizza, dall’inizio alla fine del film.

E poi c’è il caporale McBurney, che arriva da una zona imprecisata della terra, ovvero, ma questo lo sappiamo solo noi spettatori, dalla guerra di secessione americana. Ha una gamba ferita e necessita di cure. È uno, è maschio, è nordista, è l’estraneo. È l’Altro che ha bisogno di noi.

Tuttavia è anche colui che innesca la curiosità, il desiderio, che rammenta alle fanciulle che esiste una controparte. È lui che, idealmente, e a seconda delle esigenze dettate dall’età, potrebbe completarci, potrebbe amarci, potrebbe scoparci, potrebbe proteggerci. (Potrebbe tutte queste cose insieme?)

Dunque, il caporale per le donne è prima di tutto una proiezione collettiva. Ed è il motivo che altera gli equilibri precostituiti e assodati di una società in cui il confronto intimo è negato, quando l’Altro, in un attimo, diventa il catalizzatore di tutte le tensioni.

L’inganno di Sofia Coppola racconta una società ̶ antica eppure metastorica, ipotetica ma reale ̶ e le sue reazioni all’arrivo dell’Altro. Lo fa mostrando la gabbia: gli interni della casa, la sua teatralità, una geografia rassicurante, tetra, claustrofobica nei primi piani stretti, trattenuta, intimorita. Ma lo fa anche spalancando lo stupore scivoloso che sta fuori: il sogno impenetrabile e seducente del parco circostante, quello spazio incolto e senza confini che il sergente si propone di curare. E qui troviamo tagli di luce mozzafiato e la distanza dal soggetto: la giusta distanza dalle cose e da sé stessi, il distacco dalla fonte che consente di avvicinarsi, di osservare e, con circospezione e curiosità, magari accogliere.

Ma può, l’accoglienza, farsi scenario possibile se l’assetto sociale è autosufficiente e autoconclusivo, inalterabile come una fotografia al dagherrotipo?

Dunque, ingannata sia la donna. Composita, molteplice, spaccata in sette: l’azione di una delle donne ricade necessariamente sulle altre; i bisogni e le responsabilità, nel collegio, si traducono sempre in fatti condivisi. Ingannate siano le donne, in fondo irremovibili, oltre che irreprensibili: la capacità di ciascuna di “ricomporsi”, di tornare a far parte di un sistema ha dell’automatico e quasi del mostruoso.

Ingannato sia l’uomo, incapace di farsi guida, di orientarsi nella sovrabbondanza, inadeguato di fronte alla complessità multiforme del femminile.

In questo, da una parte la frattura e dall’altra il femminismo di Sofia Coppola: l’impossibilità della donna di beneficiare di un’identità univoca, l’impossibilità del maschio di gestire la pluralità addensata e sfaccettata della sostanza femminile.

È tutta qui la differenza con La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel cui la regista si rifà per girare L’inganno: la sostanziale autorità del punto di vista femminile sulla vicenda, un punto di vista, come abbiamo detto, intrinsecamente esteso e insieme diviso. E poi, l’esplorazione dei limiti del genere, l’irrealizzabilità di un incontro appagante, la severità di un impianto sociale che non lascia spiragli al dissimile.

A quasi venti’anni di distanza dal primo film, Sofia Coppola ritrova il suo giardino delle vergini suicide; quel mondo oggi ha i connotati di un western gotico e intimista. Il microcosmo femminile si è evoluto, emancipato, eppure ancora soffre. È produttivo, irrequieto, incespica, si incaglia. Non si perde d’animo, medita la strategia da adottare. Poi, rinfrancato, rinsaldato – ancora trincerato in se stesso – siede e osserva. E ciò che osserva non è altro che la sottile, vacillante, invalicabile frontiera di una dialettica non risolta.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
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