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Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni

Qualche giorno fa è uscito l’ultimo romanzo di Walter Veltroni, L’isola e le rose. Ne hanno parlato già in molti prima che uscisse o appena il libro è stato disponibile. Il Tg1 delle 20, per esempio. Pierluigi Battista  sul Corriere, per esempio. Aldo Cazzullo su Sette, l’inserto del Corriere, per esempio. Luisella Costamagna e Edoardo Nesi alla Festa dell’Unità, per esempio. Sempre Edoardo Nesi su Repubblica, per esempio. Aurelio Picca sul Messaggero, per esempio. Massimo D’Alema sull’Unità, per esempio… Molti si sono addentrati sui temi evocati dal libro, pochi su come è scritto. Nessuno ne ha parlato facendone un’analisi.

Mi è capitato di pensare di essere uno dei lettori più attenti della sua opera in Italia (dai romanzi agli pseudosaggi alle poesie), tanto da averne fatto un bilancio, di questo rapporto critico.
Questa continuità forse mi dà la possibilità di leggere a vari livelli il suo nuovo romanzo, L’isola e le rose, vicenda romanzata ispirata a quella vera e abbastanza straordinaria dell’Isola delle rose, raccontata molto bene da Graziano Graziani in un libro recente sulle micronazioni [Graziani ha il pregio di far notare tra l’altro l’ambiguità politica dei protagonisti della vicenda, tutt’altro che scanzonati vitelloni di sinistra, come appare dal romanzo veltroniano]

Cominciamo col dire subito che il libro di Veltroni è un’opera che se non avesse quel nome in copertina non sarebbe pubblicata da nessun editore di livello, forse nemmeno da un editore tout-court. È un libro farraginoso, quasi melmoso: la fatica di tenere la pagina se non usando pochi e vieti trucchi retorici è tale da farlo assomigliare a una lunghissima serie di tesine liceali accostate l’una all’altra. Va apprezzato il lavoro editoriale che evidentemente è stato fatto per farlo diventare un prodotto vagamente presentabile. Quello che tuttavia resta offerto al lettore è una quantità inusitata di pagine brutte, devastata da una serie di tic stilistici e sciatterie varie del Veltroni scrittore.

Chi è interessato alla trama, al suo valore simbolico, al “ritratto generazionale”, può farsene un’idea leggendosi la scheda del libro sul sito di Rizzoli, oppure una qualunque delle recensioni uscite che sono appunto particolarmente avare di giudizio critico. Proverei invece a partire dall’opposto e proverei a capire il romanzo di Veltroni focalizzandomi proprio sulla tecnica stilistica.

Proviamo a fare degli esempi, partendo da pagina 11, la prima del romanzo.
Proprio qui troviamo, a riga sei dell’incipit, una tipica espressione veltroniana. Il mare viene definito “ingiustamente bruno” e – a parte la cacofonia dell’immagine – non si capisce cosa voglia dire. Sembra proprio l’immagine irrisolta, puerile di chi non ha uno stile adulto, di chi non padroneggia una lingua letteraria.

Ci sono poi le ripetizioni. Già a pagina 12 abbiamo “una coppia esplosa, forse per noia o per delusione”, seguito dopo poco da “Poi, una sequenza di delusioni e Lucia e rifluita in una scuola per ragioneri”, e sei righe dopo da “ragazze carine […] forse destinate a un rosario di aspettative deluse”. Alla pagina successiva “il meraviglioso protocollo” fa il paio con “quella meraviglia calda” distanziate da una manciata di righe. Lo sguardo di Giorgio è “rassicurante” a pag. 23, a pagina 26 “Francesca i suoi occhi li parcheggia nel luogo più comodo e rassicurante che in quel momento abbia a disposizione: l’infinito”, una riga e mezza dopo: “Giorgio arresta la barca, dopo aver dato allo striminzito equipaggio un messaggio imperativo e rassicurante” e a pag. 32: “mostri spaventosi e fiabe rassicuranti”, poi a pagina 83 torna un altro sorriso “rassicurante”, e di sguardi “sicuri” anche ce ne sono un po’. I “tipi” sono tutti inevitabilmente “strani”, spesso lo sono anche le “serate”. Pag. 61: “Alfonso sparò tutte le cartucce, poi tentò l’ultima carta”; pag. 66, sempre senso metaforico: “Giulio si fermò qui, aveva sparato tutte le munizioni”.

C’è l’abitudine a usare in modo ridondante le virgole, quello che definirei virgolismo. Pag. 12: “Giovanni che si spogliava, in bagno”. Pag. 22: Giorgio annuncia via sms che il lunedì mattina, presto, sarebbe partita una missione…”. Pag. 34: “Giovanni capì, quella sera, di essere diventato grande”, poche righe sotto: “… Fa la doccia e quando esce gli sembra che, a contatto con l’aria, la borsa abbia ripreso improvvisamente colore”, poche righe ancora sotto: “… viene riflesso da quel metallo che, per un tempo incalcolabile, ha vissuto solo con il buo della profondità”. Pag. 36: “È la prima cosa che il ragazzo estrae, con delicatezza, e posa sul letto”. Pag. 40: “Giovanni sa che, entrando lì, non avrebbe saputo da dove cominciare”. Pag. 41: “… un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso”. Pag. 85: “Per questo, istintivamente, mentre il ragazzo usciva dalla porta…”. Pag. 100: “… sottostare alla noiosa rigidità di un protocollo che, peraltro, prevedeva…”. Pag. 113: “C’era ansia, in quegli occhi”. Sempre pag. 113: “… fermando i capelli dietro l’orecchio destro, un gesto che, sempre, lo mandava in cielo”.

C’è il vezzo di usare tre sinonimi uno di seguito all’altro, spesso tutti e tre vaghi. Il triplisinonimismo. Pag. 14: “Era un rito, una sfida, una prova”. Pag. 20: “Vuole che l’acqua l’avvolga, la carezzi, la culli”. Pag. 23: “… di chi sa riconoscere nell’uniformità del mare una rotta, un punto d’arrivo, un destino”. Pag. 31: “… i suoi genitori si odiavano, si rifiutavano, si respingevano”. Pagina 31, due righe sotto: “… ha sviluppato una dimensione creativa, fantastica, sognante”. Pag. 55: “Una storia lunga, magica, dolorosa”. La migliore, forse, a pagina 76: “Lorenzo deglutì mentre bussava alla porta dell’ufficio del padre. Era agitato, emozionato, arrabbiato”. Pag. 83: “… gli conferivano un’aria di sicurezza, competenza e autorevolezza”. Pag. 84: “Ho una domanda secondaria, un aspetto marginale, irrilevante”. Pag. 86: “Il progetto che ormai lo aveva invaso, occupato, posseduto”. Pag. 91: “Come se tutto fosse insopportabilmente disordinato, rumoroso, concitato”. Pag. 92. “… Elisa. Che è il mio sguardo sul mondo, la mia televisione, il mio periscopio”. Pag. 104: “Aveva un tono strano, ansioso, affannato”. Pag. 111: “Gli dava fastidio quell’allegria infondata, esagerata, falsa”.

C’è un uso di registri, tipico di Veltroni (vedete il monologo Quando l’acrobata cade, entrano i clown) che fanno a botte l’uno con l’altro, spesso uno semiburocratico l’altro iperlirico. Il tecnoletterarismo. Pag. 15: “Lasciano sulla spiaggia una scia di attesa e leggerezza, di fascino e di mistero. […] Sanno tutto del mare e delle tecniche di immersione e di esplorazione dei fondali marini. Ma devono applicare la loro competenza all’Adriatico.”

C’è un uso pervasivo di citazioni da film usati in modo feticistico: invece di descrivere uno stato d’animo o la reazione causata da uno stato d’animo. Prendete un esempio qualunque, tipo pag. 16: “Si sente come Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso“, oppure a pag.17: “Quel ciuffo di capelli che ricorda Mark Frechette, l’affascinante protagonista di Zabriskie Point“. Pag. 31: “Fellini è in ogni angolo di quella città sorridente e misteriosa. Giovanni ha visto tutti i suoi film, più volte. Fin da bambino il padre, un fan scatenato del maestro, gli ha fatto penetrare i confini di quel regno magico”. [Ci sono vari occorrenze in cui per non ripetere “Fellini” Veltroni usa la parola “maestro” – a parte la bruttezza dell’uso di appellativi elogiativi in un romanzo, in questo caso non si capisce chi è lo consideri tale: Giovanni? il narratore?]. Pag. 35: “Nella libreria seleziona la musica jazz di Fabrizio Bosso e fa scorrere la barretta azzurra fino al brano che lo commuove. È una rivisitazione, con lo struggimento che il suono dolente di una tromba puà provocare, della colonna sonora di Amarcord“.

C’è una roba che chiamerei licealismi: passi simili a quelli dei diari più banali di un ragazzo al liceo. Pag. 19: “L’acqua. È il suo elemento naturale. Il luogo dell’universo dove si sente più a suo agio. Libera, felice. Senza nessuno che la giudichi, senza rumori che non ha scelto né cercato, senza l’ossessione del tempo e dello spazio. Il mondo senza confini, fisici e temporali. E poi la sorpresa, l’ignoto, la percezione del proprio respiro come promemoria [tecnoletterarismo] del valore di ogni istante della vita”.

Le metafore spiegate. Già dalla prima pagina, le similitudini e le metafore sono ridondanti. Spesso Veltroni non si tiene e pare debba per forza spiegarle. C’è pieno in tutto il libro. Prendiamo per fare un solo esempio sempre pagina 19: di seguito al pezzo precedente: “Insomma: il ventre materno, l’origine del mondo, la libertà”.

Citazioni da tesina, con giudizio lodativo annesso. Esempi anche qui a profusione. Prendiamo sempre anche pag. 19: “Quel tempo remoto che descritto meravigliosamente Frank Schätzing in Il mondo d’acqua, un libro di cui Francesca potrebbe citare a memoria lunghi brani”. [Segue citazione di mezza pagina]. Pag. 75: “Ma sopra di tutto adorava una frase di Robert Musil tanto da volerla scrivere su quel maestoso cartello che campeggiava su una parete del suo studio”. [Segue citazione di dieci righe]. A pag. 99 è la volta di Rimini – incapace di descriverla in altro modo che “Rimini sogna, e racconta. Storie e leggende favolose, un mondo di memorie in cui vero e immaginario si incrociano per non lasciarsi mai”, Veltroni usa anche qui una citazione di Fellini di dieci righe a seguire.

Banalismi tout-court, kitscherie. Qui è difficile scegliere, ma per capirci. Pag. 22: “Settembre a Rimini è bellissimo. Meno gente sulla spiaggia e nei viali, e nell’aria quella sensazione un po’ malinconica [ma va?] e un po’ febbrile della stagione che sta per finire. Pag. 78: “Perché il Grand Hotel è un tempo sospeso, è una nuvola di bellezza che ha resistito a tutto ed è arrivata fin qui”. Pag. 98: “Rimini è una città slow, carica di memoria e di struggimento”.

Spiegoni a gò-gò. I personaggi, i loro pensieri come i loro rapporti, non sono mai descritti, ma sempre enunciati. A pag. 24 per esempio il conflitto generazionale tra Giovanni e Francesca e descritto a botte di Voi siete questo e Noi siamo questo. Tutto quello che accade interiormente viene definito attraverso una serie molto ristretta di aggettivi standard accoppiati spesso ad avverbi, come in una sorta di didattica dei gesti che abbiamo appena visto. Per dire, a pag. 26: “Giovanni resta interdetto, l’addolcimento finale non ha cancellato la sgradevolezza delle parole di Francesca e la loro inaspettata brutalità”. Pag. 41: “Daniela fa finta di offendersi e mette su un broncio che fa pentire Giovanni della confidenza che si è, troppo rapidamente, preso. Ma lei lo stupisce dicendogli, con una sicurezza insospettabile in quell’aspetto deliziosamete minuto…”

I wikipedismi. Ogni tanto il romanzo fa una digressione in cui viene raccontata una vicenda storica curiosa. Il linguaggio che viene usato, sia nel narrato che nel dialogo, sa sempre di copia e incolla wikipediano. A pag. 32 per esempio c’è la storia di San Giovanni Marignano. A pag. 44 c’è la voce esperanto. A pagina 65 quella Edgar Allan Poe. A pag. 79 è la volta della storia bignamizzata del Grand Hotel.

Difetti della costruzione narrativa. Un esempio: il giovane sub Giovanni trova un contenitore misterioso in una delle sue immersioni nel mare di fronte Rimini, lo porta in superficie, e ci legge una scritta: Insulo de la rozoj. Voi che fareste? Giovanni capisce che è esperanto e utilizza Google Maps per andare a cercare il circolo di esperanto a Rimini dove farsi tradurre quest’espressione dagli addetti del posto. In rete c’è pieno di traduttori automatici di esperanto.

Mancanza di gestione della focalizzazione narrativa. Qui Veltroni sembra proprio non porsi questa fondamentale questione di narratologia, costruendo il romanzo. È difficile citare tutti i pezzi in cui questo deficit è palese. A pagina 42 per esempio a Giovanni viene chiesto se gli va di andarsi a mangiare un panino. “Messa così, è impossibile dire di no. Anche se la ragazza davanti a lui fosse stata la figlia di Fantozzi e anche se in quel momento avessero trasmesso in tv la finale dei campionati del mondo”. Pare che siamo nella testa di Giovanni, giusto? Il narratore mica farebbe esempi così adolescenziali? Senza soluzione di continuità, qualche riga dopo troviamo: “Ogni tanto fuori passa qualcuno in bicicletta, una ragazza ha una gonna che le si alza con il vento e ride imbarazzata, sembra un disegno di Rockwell”. Un disegno di Rockwell: quindi non stiamo più nella capoccia di Giovanni il ragazzo?

______________________

Purtroppo, a causa della quantità impressionante di questo tipo di difetti stilistici, non ho limitato questo lavoro di selezione solo sulle prime 100 pagine a mo’ di esempio-campione. La fatica che qualunque persona abituata a leggere letteratura fa con questo libro è la stessa di un professore delle medie che debba passare il weekend a correggere i temi di una classe di buon cuore, ma un po’ svogliata. Il ragazzo Veltroni, come dire, non si applica.

La sciatteria palmare di questo libro fa arrabbiare essendo l’autore un politico che per esempio è stato anche ministro della cultura. Lo sprezzo che Veltroni ha per la letteratura, nonostante l’uso feticistico che ne fa, è nei fatti tale che questo romanzo come tutto il resto della sua produzione letteraria sembra avere – all’esatto opposto delle sue intenzioni – una funzione diseducativa. Il lettore viene incoraggiato a pensare che questo libro sia letteratura, essendo stato pubblicato in pompa magna da un’importante casa editrice, e invece – spiace deluderlo – non lo è proprio. Sarebbe, come dire, se un ex-ministro dell’Istruzione aprisse una casa editrice che pubblica bignami.

Certo la colpa di questa incapacità artistica non è tutta consapevole. Veltroni stesso si mina la possibilità di costruire un romanzo decente. Per vari motivi.
Il primo, si è capito, è che ai veri strumenti della letteratura non crede. Utilizza tutto l’impianto metaforico, praticamente sempre, in modo ornamentale. L’idea di evocare e di non spiegare è totalmente aliena dallo stile veltroniano. Se qualcosa viene raccontato in modo ellittico, state pure sicuro che poche pagine dopo troverete un riassuntino che vi aiuta se vi eravate distratti (è quello che accade per esempio a pagina 90, dopo che i quattro protagonisti hanno avuto l’idea di creare questa piccola isola utopica).
Il secondo motivo è che la produzione veltroniana è una rievocazione nostalgica senza possibilità di trasformazione artistica. Quello che, diciamo a partire dalla Poetica di Aristotele, si chiede alla scrittura. Se, come avevamo evidenziato altre volte, Veltroni è particolarmente ossessionato dalle narrazioni necrofile (jazzisti morti per overdose, i morti dell’Heysel, i desaparecidos, Alfredino, le vittime del terrorismo, etc…), anche qui in controluce il dispositivo narrativo è lo stesso: raccontare qualcosa che poteva essere il paradiso e che invece non c’è più. La sequenza fotografica della deflagrazione dell’Isola delle Rose è sicuramente, volente o nolente Veltroni, la parte più suggestiva del libro (l’unica che non ha scritto, anche, evidentemente). Ma da quel sogno del passato lì – nonostante i proclami finali alle nuove generazioni, di tenere viva la luce del sogno – non si scappa. Psicanaliticamente è come se Veltroni tornasse ossessivamente alla morte del padre che non ha conosciuto: questo decrittavamo nell’analisi di altri suoi libri, riconoscendolo vittima di una sorta di complesso di Telemaco. Hai un padre meraviglioso che non hai mai conosciuto, come ti ci puoi confrontare dialetticamente come un qualunque Edipo? Questa impossibilità di conflitto generazionale dava adito in altri testi di Veltroni e anche in questo a un conformismo morale che in politica si è chiamato buonismo e che qui è evidente come manifestazione dell’impossibilità della mancanza di conflitto. Soprattutto ai figli non è concesso di uccidere i padri, metaforicamente parlando. Con la generazione precedente alla sua, Veltroni e i suoi personaggi coetanei sembrano avere un rapporto di sudditanza morale. Ma più di ogni altro indizio c’è un’immagine rivelativa. È a pagina 292.
La piattaforma dell’isola è esplosa, minata alla base dai militari, e “ora i ragazzi erano liberi di singhiozzare o di manifestare la loro rabbia. Quella barchetta sembrava una scialuppa dell’Andrea Doria, tanto forti erano le emozioni che lo riempivano”. Se riprendiamo il precedente libro di Veltroni, L’inizio del buio, ci troviamo a pag. 101 una confessione disarmante. Per Veltroni, quella nave affondata nel 1956 rappresenta il padre mai conosciuto, Vittorio, amatissimo giornalista Rai, morto proprio a pochi giorni di distanza dal naufragio dell’Andrea Doria. È fin troppo chiaro allora che questa scialuppa è Walter. Salvo, ma solo, e alla deriva. Con l’idea inscalfibile che ci si stata un’età dell’oro, in cui le Isole delle Rose resistevano, e l’Andrea Doria solcava i mari. Da lì in poi è andato tutto un po’ peggio. Ci dispiace quasi alla fine per questa ossessione nostalgica veltroniana. Come molte altre cose che ha scritto, come buona parte delle sue idee politiche, la sua prospettiva appare tutta imprigionata in una dimensione di sogno e di memoria: un mondo lontano che non si ripeterà più e che possiamo solamente rimpiangere o custodire. Il passaggio di testimone che mette in scena in varie parti del romanzo è poco credibile proprio perché la parola più brutta per Veltroni è oblio, anche quando si tratta di oblio attivo. Proprio perché la memoria dovrebbe essere potente come nient’altro al mondo. Per ricordarci in un loop infinito le canzoni di allora, Bob Dylan e Rokes.

Ed è per questo che mio caro Walter, eterno ragazzo, non posso che augurarti di lasciare lei malie dei sogni adolescenziali alle spalle e di diventare finalmente un adulto.

Commenti
84 Commenti a “Ingiustamente bruno, ovvero: analizzare “L’isola e le rose”, l’ultimo romanzo di Walter Veltroni”
  1. Antonello scrive:

    Sto leggendo Candido (ovvero Un sogno fatto in Sicilia) di Sciascia. Ieri sera m’imbatto nella seguente frase a pag 50: “…queste due parole avevano generato in lei inquietudine, perplessità, indecisione…”.
    Ho sorriso. Non perché considero granitiche le parole di Sciascia, ma perché egualmente non considero granitiche le regole dell’editing.

    La recensione è interessante. Sarebbe interessante vedere applicato lo stesso metodo d’analisi su Come Dio comanda o su Il caso Vittorio.

  2. alice scrive:

    grazie, mi sono fatta un’idea più che chiara di cosa scrive Veltroni. Poi la parte sul triplosinonimismo mi ha fatto troppo ridere, sembrava un articolo di Vice.

  3. davide calzolari scrive:

    certo che la dicitura “spiegoni a go go”sopra,è divertente,ma quella almeno non è del walter !

  4. LM scrive:

    La letteratura non c’entra nulla. C’entra la cultura… che non a caso in Italia conta sempre di meno… questo è probabilmente il vero contenuto della recinzione elogiativa del critico… Massimo D’Alema, politico a mio avviso stimabile, uno dei capi del socialismo europeo, no pizza e fichi, uno che ha almeno la finezza di non scrivere romanzi e che notoriamente odia politicamente Veltroni: Walter, occupati di cultura, che lì danni non ne fai…

    Quando sento parlare di cultura metto mano alla (e)pistola. Inutile che scrivo lettere a Veltroni (virgola) perché mi sembra uno che sa leggere ancora peggio di quanto sappia scrivere. Invece reputo Raimo un ottimo lettore… e mi domando con chi ce l’ha veramente (forse con gli scrittori, anche rinomatissimi, che si dice stiano a monte della produzione letteraria di WV, e che in ogni caso fanno parte de ‘O Sistema di potere culturale messo in piedi da WV? Ma non sarebbe meglio attaccare direttamente i loro fragili testi?).

    Quello che mi preoccupa, Raimo, non è il veltronismo che c’è in loro, oramai smascherato e con le budella in mano, ma quello che c’è in voi (teatro Valle, TQ, classifiche di qualità ecc). Lo so che ti faccio incazzare, ma il concetto di cultura bene comune, ad esempio, è in perfetta continuità con il veltronismo di quel Walter Veltroni che all’inizio della seconda Repubblica (quella con il nocciolo duro dell’azionariato in mano a De Benedetti e Scalfari) mise al centro del dibattito politico la cultura, che altro non poteva essere che la sua visione di cultura, abbastanza miserabile, sempre funzionale ai bisogni propagandistici di quella parte di sinistra che cerca di sganciarsi da quel poco di buono che porta con sé, i germi di un nuovo scatto in avanti del socialismo riformista europeo; socialismo che adesso altro non può fare che difendere i vecchi diritti dei lavoratori e degli oppressi dagli attacchi delle destre padronali e populiste, ma che dovrebbe, dico dovrebbe, a partire dal lavoro intellettuale, elaborare la carta dei nuovi diritti sociali da affermare in tutti i paesi dell’Unione (che non sono i diritti stessi degli intellettuali, come farebbero intendere tante enunciazioni e tanti comportamenti, come farebbe intendere la coniazione stessa del pietistico concetto di lavoratori della conoscenza).

    Vabbè, Raimo, mi fermo, mi pare di aver detto abbastanza, anche se solo un minimum, giusto un fax. La e-pistola, semmai, la seconda a te, la pubblico con calma nel mio blog.

    Larry Massino

  5. davide calzolari scrive:

    larry,troppa carne al fuoco

  6. Gianluigi scrive:

    @LM
    condivido quello che dici (vs Valle, TQ etc.) più nella generalizzazione di alcune loro retoriche, ma non con i contenuti e i risultati, che è la cosa più importante. Anzi, l’unica che conta.

    Faccio un semplice esempio. Quando Veltroni pubblicava il suo primo libro, Raimo stava straducendo (e aiutando a importare in Italia) il suo primo libro di David Foster Wallace, che da noi nessuno sapeva chi fosse.

    Di esempi concreti di questo tipo ce ne sarebbero a valanghe, su quello che le nuove generazioni stanno facendo.

    A distanza di anni, insomma, si sta cominciando a vedere chi ha fatto cosa. E’ questa, l’unica cosa che conta, secondo me. E stando ai fatti (libri pubblicati, autori scoperti, spazi creati dal niente come questo blog, dove la cosa meno interessante possono essere proprio i pezzi su Veltroni, ma il più è interessantissimo, metri sopra il livello del dibattito quotidiano sui quotidiani etc.) mi sa che non sono così d’accordo con te.

    Però delle cose che dici le trovo sensate. C’è un mix di adultità sconosciuta ai sessantenni come D’Alema e un infantilismo snervante, in questi nuovi autori e intellettuali. Spero che il primo alla lunga prevalga e il secondo diventi semmai vera profondità bambina. Come gli occhi dei grandi intellettuali sapevano essere, insomma

  7. fabiano scrive:

    insomma non ti è piaciuto

  8. davide calzolari scrive:

    X GIANLUIGI
    tu dici:

    “”C’è un mix di adultità sconosciuta ai sessantenni come D’Alema e un infantilismo snervante, in questi nuovi autori e intellettuali. Spero che il primo alla lunga prevalga e il secondo diventi semmai vera profondità bambina. Come gli occhi dei grandi intellettuali sapevano essere, insomma””

    bel colpo,si anchio avevo nasato una cosa del genere ma non sapevo come definirla(tu,si:complimenti sinceri)

    se certi intellettuali del passato sembravano meno”nevrili”(vero)ma erano anche meno frivoli e leziosi(spero nessuno se la prenda,ne qui ne altrove),era perchè la società in tutto il suo complesso era meno frivola e leziosa

  9. sergio garufi scrive:

    in generale penso che ciascuno dovrebbe fare il suo mestiere, e che i politici che si cimentano con la letteratura mi fanno la stessa tenerezza degli scrittori che parlano di politica. a proposito di questi ultimi, ci tenevo a segnalare che di recente edoardo nesi, il premio strega più inutile della storia, alla festa dei democratici ha definito veltroni “uno scrittore di razza”. ricordiamocela bene questa marchetta.

  10. Patrizio scrive:

    Forse Nesi intendeva dire “uno scrittore che dirazza”…..

    Sono d’accordo com Marufi, purtroppo ormai da decenni nel nostro paese la tuttologia è la norma: filosofi che cantano, cantanti che filosofeggiano, soubrette in parlamento, parlamentari negli show televisivi, è il grande calderone mediatico che tutto mescola e annulla.

  11. sergio garufi scrive:

    marufi non me l’aveva mai detto nessuno

  12. Patrizio scrive:

    Pardon….mi perdoni la svista.

  13. davide calzolari scrive:

    scusa sergio,confermi davvero quello che Nesi avrebbe detto sopra?ma i giornali ne avevano parlato????

  14. Stefo scrive:

    Ma gli editor che ci stanno a fare? Non controllano nemmeno le ripetizioni? Non controllano le virgole e le citazioni ridondanti? Per cosa sono pagati? Non mi sembra tutta colpa del buon Veltroni

  15. Gianluigi scrive:

    @Garufi. Gli scrittori che parlano di politica non fanno per niente ridere, quando sono in gamba. Camus. Pasolini. Hugo. Tolstoj. Bolano su Allende. Levi. Joyce su Chiesa e Regno Unito. Vidal. Sciascia su Moro. E persino tra i mille abbagli di Pound si intravedono profondità d’analisi ignote agli analisti di professione. La politica appartiene a tutti, a chiunque sappia leggere la realtà, o si sforzi di farlo in buona coscienza e impegno.

  16. Gianluigi scrive:

    E sì, il marchettone di Nesi è reale. Cfr. recensione su Repubblica, tra l’altro.
    Ma anche Baricco, che ora è innamorato di Renzi, lo fu a suo tempo di Veltroni. Solo che allora fu sommerso di critiche. Ora è impossibile perché (in questo purtroppo simile a Saviano) più che uno scrittore è un sistema di potere ad attaccare il quale ti si attaccano rogne.
    Eppure questi un talento ce l’avevano… come si fa a barattarlo per scacciare la paura del salto nel vuoto che ogni buon libro dovrebbe essere per il proprio autore?

  17. Giampaolo Simi scrive:

    @gianluigi: “come si fa a barattarlo per scacciare la paura del salto nel vuoto che ogni buon libro dovrebbe essere per il proprio autore?”
    Appunto. Qualcosa mi dice che il salto nel vuoto non si avvia a essere fra le prossime nuove specialità olimpiche. Non vanta molti patiti, oggi come oggi.

  18. davide calzolari scrive:

    beh quanto a baricco si nota chiaramente che non ama troppo l’italia (glie lo si legge in faccia,e basta leggere i suoi libri che NON so se siano”europei”o “internazionali”,ma di italiano han ben poco…)quindi si butta subito a pesce da tempo su tutto ciò che può promettere qualcosa di nuovo(prima veltroni,poi ora renzi,ca va sans dire)

    tra il promettere e il fare,però,beh,notoriamente,c’è molta differenza

  19. sergio garufi scrive:

    @gianluigi “Gli scrittori che parlano di politica non fanno per niente ridere, quando sono in gamba”

    pensavo a scrittori italiani viventi, l’equivalente di veltroni scrittore, e mi venivano in mente certe riunioni TQ alle quali partecipai, ma spesso quello che fa ridere me non fa ridere altri.

  20. davide calzolari scrive:

    x sergo garufi:

    cti sua :
    “e che i politici che si cimentano con la letteratura mi fanno la stessa tenerezza degli scrittori che parlano di politica”

    c’è poco da lamentarsi della pochezza di certi scritti sulla politica prodotti da molti scrittori italiani: se per 40 anni si è fatta una monocultura progressista in campo culturale (attenzione,non sono a favore di quella regressista,ma neanche del ripete sempre le solite cose)è ovvio che le idee e le suggestioni vanno a farsi benedire:)e a poco serviranno nuove mode come,che so,il”ritorno alla natura” o”la decrescita felice”…

    già tondelli diceva che dopo la vicenda Moro non aveva letto niente di rilevante prodotto dal mondo degli scrittori italiani

  21. carmelo scrive:

    ma ne vale proprio la pena? E’ proprio così necessario sprecare una gran quantità di tempo ( prima leggerlo, poi farne la recensione) ad esclusivo beneficio di chi lo ha scritto e della sua casa editrice ?

  22. valter binaghi scrive:

    Infatti questo è un marchettone, ma non come quello di Nesi: più raffinato.
    Ti critico ma ti accredito, e pure con affetto paterno.

  23. Patrizio scrive:

    Non credo proprio che WV sia molto felice di un tale “marchettone”, purtroppo Nesi e altri lo hanno accreditato sul serio.

  24. davide calzolari scrive:

    non credo proprio questo sia un marchettone

    (alcuni han un gusto del paradossale davvero out,bah )

  25. valter binaghi scrive:

    Eh, un pezzo come questo, dove si tratta Veltroni da maldestro scrittore ma pur sempre romanticone, un “vorrei ma non posso” della rivoluzione, postato due giorni dopo aver fatto eco alla bufala su Grillo e i marocchini orchestrata dal PD e qualche giorno prima di assumere la direzione dell’inserto culturale del nuovo quotidiano diretto dal Signor Baffo Berlinguer….
    Insomma, ogni tanto zoppico in giro per la Rete per vedere come si muovono questi TQ, se almeno per loro non vale la regola dell’adolescenza incendiaria (Nazione Indiana, il manifesto) per una maturità in poltronissima mediatica all’ombra del Partito Guida (regola che vale da sempre a sinistra, almeno dai tempi del Gran Maestro Lerner). E invece, non riuscite mai a stupirmi, cazzo.

  26. davide calzolari scrive:

    cit da link sopra:

    “””Renzi aveva puntato l’indice contro Vetroni rispondendo ad una domanda precisa. Preferisce Veltroni come politico o come
    romanziere? “Direi che i successi maggiori li ha avuti come romanziere – aveva replicato – Gli auguro tanti romanzi belli per il futuro”. “””

  27. Alessandro scrive:

    Ma un pensiero sul fatto che un ex Ministro della Repubblica e comunque un uomo delle Istituzioni glorifichi e esalti quello che in fondo era anche un attentato alla sovranità nazionale pare non interessi a nessuno. Premesso che il libro non l’ho letto, vorrei dire che le radio libere che trasmettevano dal mare aperto negli anni ’60 i maggiori profitti li ricavavano dalla pubblicità delle sigarette; vogliamo agggiungere che qui si progettava un casinò, mi sembra ce ne sia abbastanza per smontare certi idealismi.

  28. Daniele scrive:

    Una domanda: come hai fatto a leggere un libro di Veltroni? 😀
    Complimenti comunque per la recensione, io non leggerei mai i suoi libri per vari motivi, ma non pensavo potessero esserci tutti questi problemi nella sua scrittura.

  29. Aspirapolvere scrive:

    Almeno ci facciamo quattro risate! :)

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  1. […] giorno ho letto su Minima & Moralia una dettagliata analisi testuale di Christian Raimo dedicata alll’ultimo libro di Walter Veltroni. Inizia più o meno così: […]

  2. Che Guevara scrive:

    […] a mano che ci si sposta verso il centro e lo si scavalca, la qualità cala drasticamente: Walter Veltroni, ad […]

  3. […] e di poesia, ne ho parlato in modo molto diffuso e molto critico – l’ho fatto l’ultima volta qui e prima qui, e qui, e ancora qui, e ne ho fatto anche un bilancio, di questo rapporto critico. Ne […]

  4. […] e di poesia, ne ho parlato in modo molto diffuso e molto critico – l’ho fatto l’ultima volta qui e prima qui, e qui, e ancora qui, e ne ho fatto anche un bilancio, di questo rapporto critico. Ne ho […]



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