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Come iniziare un racconto o addirittura un romanzo? ovvero una microscopica lezione di scrittura sull’incipit

di Christian Raimo

Quando ci si fa la domanda Come iniziare un racconto o un romanzo? in realtà ci si sta ponendo almeno tre questioni differenti che forse non sono trasparenti nemmeno a noi stessi.

1.

La prima è quella della pagina bianca. Ed è la questione più sottovalutata nei corsi di scrittura. Chi insegna non interpreta il suo ruolo almeno inizialmente come quello di uno psicanalista. Quelli che si iscrivono ai corsi di scrittura spesso, come coloro che decidono di ricorrere alla terapia, non hanno le idee chiare su quello che vogliono né su quello che li aspetta in questi incontri. Un insegnante di scrittura invece può dare per scontata una presunzione dello scrittore in erba: che lui abbia nella testa già tutto, e che occorra semplicemente capire il come buttarlo sulla pagina.

L’espressione perfetta di questo rapporto che si può instaurare tra docente e allievo è nella vignetta qui sopra.

Gli insegnanti di scrittura creativa assomigliano in molti casi a Lucy e gli effetti che producono nei poveri Snoopy sono proprio quelli di immaginare che uno stile più raffinato, magari anche in modo solo derivativo se non caricaturale, possa legittimare quello che abbiamo appena buttato sulla pagina.

La questione prioritaria della scrittura infatti non è il come, ma il perché, il cosa. È inutile girarci intorno. Non si può scindere il modo, lo stile con cui raccontiamo qualcosa dall’urgenza – o anche semplicemente la motivazione – che ci ha spinto a farlo. O ancora meglio, spesso non sappiamo cosa vogliamo raccontare. Non abbiamo idea di quale sia la storia che ci sta veramente a cuore. Vogliamo scrivere, diventare scrittori, pubblica e parlare di un sacco di cose, essere ascoltati. Tutte ambizioni legittime; ma prima è bene capire cos’è che ci interessa.

2.

La seconda questione, oltre la pagina bianca, è quella che si potrebbe definire della pagina scarabocchiata. Ce l’abbiamo una storia, ce l’abbiamo un’idea, ma se poi dobbiamo cominciare a scriverla, buttiamo giù un pastrocchio.
Alcuni saggi che ragionano in modo molto acuto e generoso su questo problema sono scritti da un grande autore di incipit, Donald Barthelme. Scrittore statunitense non molto famoso, ma molto amato dagli scrittori, nato nel 1931 e morto nel 1989, esponente di punta di quello che è stato definito postmodernismo.

In Not knowing, una sua raccolta di essays e interviste uscita postuma nel 1997, Barthelme scrive:

Mettiamo che qualcuno debba scrivere una storia. Dal mondo dei segni convenzionali prende un cespuglio di azalea, e lo pianta in un bel parco. Prende sempre dal mondo dei segni convenzionali un orologio da polsino d’oro e lo piazza sotto il cespuglio. Prende dallo stesso ricco bacino un ladro dall’aspetto piacente e una cintura di castità, fa indossare al ladro la cintura e lo lascia distendere teneramente vicino all’azalea, senza dimenticarsi di caricare l’orologio in modo che il suo ticchettio possa risvegliare poi il ladro che ora si è appisolato. Prende in prestito dal campus della Sarah Lawrence University un paio di studentesse, Jacqueline e Jemina, e le mette a camminare vicino al cespuglio di azalea con il ladro casto e bello. Jacqueline e Jemina sono state appena bocciate all’esame di accesso ai corsi di specializzazione, e imprecano contro Dio nel loro colorito linguaggio da college altolocato. E poi, cosa succede?
Naturalmente, non lo so.
È giusto fermarsi un momento e dire che uno scrittore è un tizio che, quando si imbarca in un compito, non sa cosa fare. Non posso dirvi, in questo momento, se Jemina e Jacqueline riusciranno nel loro intento di scassinare la cintura di castità, o se il ladro, il cui nome è Zeno e ha rubato i fogli con le domande del prossimo esame di accesso ai corsi di specializzazione, si metterà in tasca il suo orologio da taschino, oppure lo consegnerà al primo addetto al parco che incontrerà. Anche il destino del cespuglio di azalea, se fiorirà o se invece sarà sterminato dal gelo, mi è sconosciuto.

Questo di Barthelme non è un esercizio retorico di modestia, ma una postura intellettualmente onesta. E anche di più. C’è, in questa dichiarazione di impotenza, un suggerimento di metodo e una teoria letteraria in miniatura. Più che dire come procedere, Barthelme illustra innanzitutto cosa non fare. Non andare spediti, non essere sicuri di sé, non andare dritti a cercare definizioni: la libertà non è quella ansiogena della pagina bianca, ma quella da costruire di una immaginazione che realmente sappia portarci dove ancora non sappiamo. Il saggio continua così:

Uno scrittore molto coscienzioso potrebbe acquistare un azalea da Downtown Nursery o un orologio d’oro da Tiffany, assoldare un ladro direttamente dalla prigione di Rikers Island, prendere in prestito una cintura di castità dal Metropolitan, adescare Jemina e Jacqueline nel Bronx, e osservare i loro comportamenti come sotto una lente, buttare giù i risultati di questa ricerca in una prosa onesta e puntigliosa. Ma così facendo collocherebbe se stesso nel regno del giornalismo o della sociologia. Il non sapere è fondamentale per l’arte, è ciò che permette di fare arte. Senza il processo di analisi generato dal non sapere, senza avere la possibilità di una mente che si muova in direzioni inaspettate, non ci sarebbe invenzione.

Vista così, la pagina bianca non è una minaccia, anzi. È proprio la rappresentazione di questo campo aperto dove poter finalmente creare figure nuove. Ma è soprattutto con un falso amico dello scrittore che Barthelme ce l’ha: la coscienziosità, lo scrupolo. All’inizio non è proprio quello che ci serve.
Certo la prima pagina che buttiamo giù non corrisponderà alla prima pagina della versione definitiva, o forse non ci sarà affatto, sostituita da pagine migliori, o spostata in avanti nel testo. E qui arriva la terza questione rispetto a come iniziare un racconto o un romanzo.

3.

È difficile dire qualcosa di preciso sugli incipit. Qualunque considerazione, anche generica, potrebbe essere smentita da una quantità di controesempi. La narrativa inizia un po’ come vuole. E sicuramente non ci sono regole da seguire se non appunto quella del costruirsi una possibilità di far spaziare l’immaginazione, di autosorprendersi.
È vero però che gli incipit che ci restano più in mente condividono spesso una certa qualità. Che si potrebbe definire ambivalenza, ironia, humour, sospensione del giudizio morale.
Se crediamo alla letteratura – ed è una fede che prima o poi ci ha sicuramente avvinto – sappiamo bene che quello che il dono che ci viene elargito in cambio della nostra credulità è quello di trovare un “territorio in cui è sospeso il giudizio morale”.
Scrive Kundera nei Testamenti traditi, uno dei suoi saggi sul romanzo.

Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo, bensì la sua morale, una morale che si contrappone alla inveterata pratica umana che consiste nel giudicare subito e di continuo tutto e tutti – nel giudicare prima di e senza aver capito. Dal punto di vista della sapienza del romanzo, questa fervida disponibilità a giudicare è la più esecrabile sciocchezza, il peggiore di tutti i mali. Non che il romanziere contesti in assoluto la legittimità del giudizio morale: egli si limita a spostarlo oltre i confini del romanzo.

Se vogliamo entrare nel territorio del romanzo, che sia dalla porta del lettore che da quello dello scrittore, non possiamo che accettare questa regola che fa strame di molte altre.

4.

Per molto tempo mi sono coricato presto la sera.

Ci confessa il protagonista di Un amore di Swann proprio all’inizio. Potrebbe sembrare una frase definitiva, il bilancio di una vita, un’osservazione lasciata lì. Eppure contiene in sé, quasi invisibile, una tarma che subito ci punge. Perché il narratore si è coricato presto la sera? Non dicendolo, essendo impreciso, preferendo “molto tempo” a “sempre” o a un’indicazione ancora più esatta, ci rende impossibile non voler leggere almeno un seguito di questa microstoria di una riga. A riga uno di pagina uno ci siamo incastrati; Proust ha buon gioco poi nel raccontarci tutto il rito dell’addormentarsi fin da quando era un bambino e aspettava la buonanotte materna.

Quest’ambivalenza può essere più costruita.

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.

Ossia? Cosa è accaduto? Kafka è bravissimo a non porsi nemmeno il tema di dare una spiegazione per questa bizzarria ma a descrivere la condizione di disagio in cui si trova ora Gregor Samsa.

Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.

Senza nemmeno accorgercene già siamo dentro la storia. L’ambivalenza dell’incipit ci ha teso il giusto tranello. E questo vale per i classici come per i grandi romanzi contemporanei.
Prendiamo l’inizio dei Detective selvaggi di Roberto Bolano:

2 novembre

Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Naturalmente, ho accettato. Non c’è stata cerimonia di iniziazione. Meglio così.

Che cos’è questo realismo viscerale? Chi è che parla? Perché dice “naturalmente”? Perché è meglio che non ci sia stata una cerimonia d’iniziazione? Sono domande che non ci saremmo mai fatti prima di leggere questo incipit; ma a cui ora, una volta cominciato I detective selvaggi non possiamo evitare di provare a esplorare.
L’incipit contrassegna il coraggio di uno scrittore. Se dovessi dare un consiglio semplice a uno scrittore dilettante – e quindi anche al dilettante che è in me – gli direi: cerca di usare meno quasi possibile, meno un po’. Sii coraggioso, scegli. Ti sembra assurdo quello che stai scrivendo? Abbi almeno tu il coraggio di crederci, se no nessun lettore ci crederà: non cercare la sua benevolenza a partire da un ridimensionamento delle tue ambizioni. Tantomeno nell’incipit. Almeno per qualche riga crediti dio, o almeno Truman Capote, e permettiti la sua ironia.

In qualche parte del mondo esiste una filosofa straordinaria che si chiama Florie Rotondo. L’altro giorno mi sono imbattuto in una delle sue riflessioni, stampata da una rivista consacrata agli scritti degli scolaretti. Diceva: “Se potessi fare quel che voglio, andrei al centro del nostro pianeta, la Terra, a cercare uranio, rubini e oro. Cercherei anche i Mostri non rovinati. Poi mi trasferirei in campagna. Florie Rotondo, 8 anni”
Florie, tesoro, io so cosa intendi dire – anche se tu non lo sai: come potresti a otto anni? Perché io ci sono stato nel centro del nostro pianeta; o almeno ho patito tribolazioni che un viaggio del genere può infliggere. Ho cercato uranio, rubini e oro e lungo il cammino, ho visto altri impegnati in queste stesse ricerche. E, senti Florie – ho incontrato Mostri Non Rovinati! E anche Mostri Rovinati. Ma la varietà non rovinata è rara avis: i tartufi bianchi paragonati a quelli neri, gli amari asparagi selvatici rispetto a quelli coltivati negli orti. La sola cosa che non ho fatto è trasferirmi in campagna.

Commenti
7 Commenti a “Come iniziare un racconto o addirittura un romanzo? ovvero una microscopica lezione di scrittura sull’incipit”
  1. Anonimo scrive:

    Mah, a scrivere dovrebbe insegnare uno scrittore. Non un militante politico di quarto rango.
    Parlo di Raimo, ovviamente.

  2. A' nonimo scrive:

    E a commentare così dovrebbe essere qualcuno con il coraggio di metterci la faccia, non un vigliacchetto fascista

  3. Elena Grammann scrive:

    Quel che irrita in Anonimo, secondo me, non è tanto l’anonimato (perché da chiamarsi Anonimo a chiamarsi Paolo o Giovanni o Francesca come la maggior parte dei commentatori, cosa cambia?), quanto il fatto che attacca a testa bassa senza mai fondare i suoi attacchi. I quali essendo ripetitivi, tautologici e non fondati diventano naturalmente attacchi a vuoto, e senza bisogno di essere rispediti tornano da soli al mittente come boomerang bene addestrati.
    Lasciando da parte il rango di Raimo come scrittore e come militante politico, che non mi sembra questione da risolvere in poche righe, ecco cosa avrebbe potuto dire Anonimo se avesse voluto attaccare efficacemente:
    1. innanzitutto avrebbe dovuto complimentarsi con Raimo per il suo precedente articolo su Renzi: chiaro affilato preciso, non una sbavatura, un fendente di katana pulito pulito e decapitiamo virtualmente Renzi. Applausi. Questo gli avrebbe permesso di suggerire che forse Raimo è più tagliato per fare il militante politico che lo scrittore, perché in effetti
    2. il suo presente articolo ha invece un che di anguillesco, sfugge, non si riesce bene ad afferrarlo, tocca diversi temi, o forse lo stesso tema da troppi punti di vista, parte in troppe direzioni, si fatica a stargli dietro – anche perché
    3. c’è il problema dei connettori già sollevato da qualcuno. Ad esempio nel primo paragrafo del punto 1.: “Un insegnante di scrittura invece può dare per scontata una presunzione dello scrittore in erba”, quell’ “invece può” è una scelta assai infelice per assicurare un corretto collegamento logico con la frase precedente.
    4. Potrebbe chiedere, Anonimo, perché Raimo non si rilegge più accuratamente: sarebbe un segno di rispetto nei confronti della lingua e dei lettori. Lasciando anche stare la svista di Un amore di Swann, ci sono un paio di refusi e soprattutto delle scelte lessicali discutibili da parte di uno scrittore. Ad esempio nella frase “il dono che ci viene elargito in cambio della nostra credulità” la parola “credulità”è molto opinabile: “credulità” in italiano è connotato negativamente, è l’essere credulo, cioè il credere a qualsiasi scemenza. Può darsi che Raimo proprio questo abbia voluto dire; secondo me tuttavia sarebbe stato più opportuno cercare qualcosa di più calzante. Per non parlare poi del “tema”: “non porsi nemmeno il tema di dare una spiegazione”.

    Questi sono alcuni esempi di ciò che Anonimo avrebbe potuto dire se proprio avesse voluto attaccare Raimo su questo articolo (che sì, è un po’ sconclusionato, ma è anche carino).

    Temo però che Anonimo non ci arrivi.

  4. Anonimo scrive:

    E certo. Uno che si firma Anonimo invece che X qualsiasi è un vigliacchetto e pure fascista (!). Uno che dice che Raimo non sa scrivere dovrebbe complimentarsi con Raimo (!). Vabbè, fate morire dal ridere. E rassegnatevi: chi si pone come personaggio pubblico si espone alle critiche, non necessariamente fondate né costruttive. A me, per esempio, Raimo sta sui coglioni, e se mi gira vengo qua a dirglielo. E guarda un po’, rispondo solo al codice penale, mica al soviet dei lettori di questo blog.

  5. Anna Frosali scrive:

    Perfetta rappresentazione di dialogo fra sordi.

  6. Elia scrive:

    Grazie per i commenti. è stato divertente.

  7. A' nonimo scrive:

    Anonimo, e ‘sti cazzi?
    A me stai sul cazzo tu e mi girava di dirtelo.
    Saluti a pugno chiuso da Baffone e il resto del Soviet di Torpigna alta.

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